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Archive for dicembre 2009

Fischi per fiaschi e non fa meraviglia: non è un’aquila e la sua poltrona di ministro è nata a Fiuggi e si chiama Fini Gianfranco. Certo, per carità di patria, qualcuno dovrebbe spiegare a La Russa che la vicenda storica del fascismo s’è chiusa senza onore a Salò e, se di antenati ha scelto d’occuparsi, ha preso un granchio: Comsubin risale a “Mariassalto”, la struttura della Marina che seguì la sorte del “Regno del Sud” ed ebbe per nemica la “Decima Mas”. Poco o nulla a che vedere, quindi, con la turpe vicenda di Borghese, disertore e boia nell’Italia repubblichina e poi golpista in quella repubblicana.
Se questa è la premessa d’obbligo, dopo la figuraccia del “ministro della nostalgia”, due parole occorrerà pur dirle sul valore politico della malaccorta incursione per dare a Cesare ciò che a Cesare spetta. Come da rituale, una sedicente sinistra strepita e si strappa i capelli, ma in fondo lo sa bene: La Russa è il terminale destro d’una tenaglia che a sinistra ha in Violante l’alter ego e giunge tardi a sfondare una porta già aperta. Onore al merito: se torniamo a parlare di fascismo, è perché a sinistra qualcuno s’è impegnato veramente a fondo nella strenua difesa dei “ragazzi di Salò”. Certo, la polemica è demodé ma, per capire come sia possibile che dopo settant’anni e tre generazioni, un fascismo di terza mano e un antifascismo sterilizzato tengano ancora banco, occorre tornare per un momento all’alba della Repubblica, a un’aurora che fu molto più buia di quanto in genere siamo soliti pensare. Nel buio fitto e angosciante, basterà un lumicino per veder emergere un antifascismo che non fu semplicemente piegato alla ragion di Stato, com’era probabilmente fatale, ma ridisegnato a tavolino dagli “intellettuali organici” di formazione stalino-comunista del Pci, e ci lasciò in eredità la visione distorta d’una lotta di liberazione “a senso unico”, condotta da un blocco tutto rosso e tutto “garibaldino”. Dietro la trama del disegno c’è la radice delle future e fatali degenerazioni: l’“antifascismo militante” soffocato dal rituale retorico che fa “tabula rasa” dei valori della Resistenza e finisce col salvare i gerarchi riciclati. Ci sono – e se ne sa assai poco – i segreti accordi e i compromessi inconfessati da cui nasce la legge sull’epurazione, che Togliatti, il Guardasigilli, affida alla consulenza decisiva di Gaetano Azzariti, giurista fascista e presidente del tribunale per la razza dal 1938 al 1943; ci sono la continuità dello Stato e uno statalismo sbilanciato in misura marcata verso il capitale, c’è il Concordato inserito nella Costituzione e ci sono – l’esito è fatale – Scelba, Valletta e il sindacato rosso confuso con quello giallo in una spuria commistione interclassista.
Se si torna a quei giorni solo apparentemente lontani, è facile capire come siamo giunti a La Russa e alla sua sfrontata interpretazione del ruolo di ministro della Repubblica. E, d’altra parte, senza La Russa, non sarebbe possibile cogliere il significato più profondo del percorso dei mangiafuoco e degli sparafucile della sinistra estrema, che – ancora una volta in nome della “democrazia” – aprono al dialogo e, dopo avergli tirato addosso sparando a mitraglia, ora tessono la lode sperticata di un parlamentarismo di cui sono protagonisti guitti e figuranti, contenti di trovar posto nella risorta Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Figure come quella di La Russa sono un passepartout: utilizzate con attenzione, ci dicono da dove vengono e perché fanno strada ossessioni antigiudaiche e suggestioni anticapitalistiche mutuate dal generico antiamericanismo di Ezra Pound; ci mostrano quali sono i fermenti che alimentano i conflitti tra poveri, segnati da una nuova gerarchia della disperazione – meridionali, clandestini, rumeni e, buon ultimi i rom – e un razzismo che ha ghigno padronale e si lascia attraversare con evidente compiacimento non solo da tentazioni neo-coloniali, ma da un agghiacciante ritorno allo schiavismo.
Non è difficile capirlo. Questa è la vera pandemia del nostro tempo, questa ennesima mutazione del capitalismo. Del tragico verminaio che ne deriva, della nuova, virulenta malattia che aggredisce il corpo sociale La Russa è solo un sintomo preoccupante. Il dramma vero, è che si naviga a vista e nessuno sa dire qual è la natura specifica e quale potrà essere l’evoluzione della patologia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 dicembre 2009.

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Berlusconi, annotano Vespa e soci per la futura “vita del santo martire“, perdona lo “squlibrato” e non c’è dubbio, l’investimento è buono: poca spesa e molto guadagno. L’uomo di Arcore capitalizza l’indulgenza – i papi ci costruirono San Pietro – ignora, per il momento, la zelante richiesta d’una legge che impedisca ai monumenti di volare – l’aveva sibilata prontamente l’avvocato Gelmini – e si contenta della crociata televisiva di Fede, Minzolini e compagnia cantante. Al tirare delle somme, per un’ammaccatura sempre più chiaramente provvidenziale, il futuro beato intasca inchini e riverenze d’una opposizione vestita Bersani, targata D’Alema e maritata Casini, colta a metà del guado in un balletto osé tra riflessioni universali sull’inciucio produttivo, calcoli da pallottoliere sulla resa elettorale dell’antiberluscnismo, e il “centomilesimo ultimatum” all’amico-nemico Di Pietro.
Questi tempi viviamo e ognuno ha il Cesare che s’è guadagnato. Quello antico e romano affidò nome e onore alla limpida grandezza dei “Commentarii“, al “veni, vidi, vici” con cui stupì il Senato e andò incontro al pugnale mentre riformava profondamente la società e il modello di governo repubblicano. Nessuno saprà mai con certezza se lui fu il rinnovatore e Bruto e Cassio i conservatori o viceversa, ma non ci sono dubbi: ebbe nemici e ne fu consapevole. Gli epigrammi di Catullo consegnavano alla storia un’immagine bieca di lui e dei suoi amici “opprobria Romulei Remique“, “disonore di Romolo e di Remo“, per cui veniva voglia di morire: Quid est Catulle? quid moraris emori?“, “Che c’è Catullo? A che tardi a morire? / […] per governare spergiura Vatinio / Che c’è Catullo? A che tardi a morire?“. Parole sanguinose, ma Cesare non intervenne, “perdonò” e lasciò che parlasse per lui la sua vita anche quando il grande poeta lo sfidò apertamente: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo” – “non mi sforzo di piacerti, Cesare, / né di saper se uomo sei bianco o nero“.
Ahimè, a noi il perdono viene da Bossi e Berlusconi e, quel ch’è peggio, ci tocca sperare che da questa tragedia ci tirino fuori D’Alema e Bersani. Una cosa davvero preoccupante. “Amicos medicosque convocate: / non est sana puella“, direbbe Catullo, “I medici e gli amici convocate / la ragazza sta male“.
E mal gliene verrebbe: le aquile di “sinistra” lo trascinerebbero in tribunale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 dicembre 2009.

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Periferia

Margherite di campo
tra binari d’acciaio,
e case senza storia
venute su dal niente
in fondo a vie silenti.
Pilastri, ferramenta,
scheletrici mendichi,
ed alte ciminiere
dal fiato puteolente.
Periferia silente
che un lagno di sirene
solo ridesta o un treno
che vola sui binari
e il martellare svelto
d’un ferro d’un ferro.

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E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa – patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello Stato – che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:

Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”

Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così. “Banditen” fu Garibaldi, “banditen” fu Che Guevara, “banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici e i governanti fanno il loro mestiere.
E perciò i governi governino, senza tirar fuori ogni volta che gli serve una “bomba intelligente” che capisce da sola quando deve esplodere, e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che, ricordando le vicende politiche che conducono alla nascita politica del Paese, definisca terroristi – o, perché no?, anarchici insurrezionalisti – i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, Silvio Spaventa,  che fu ad un tempo “banditen” per i Borboni e persecutore di “banditen” per i Savoia.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello Stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.

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Ogni storia è contemporanea. Si può discutere sul significato profondo dell’affermazione, ma non è facile negarlo, Benedetto Croce, moderato, monarchico e liberale, ne ha fatto l’asse portante d’una lucida e moderna filosofia della storia. Alla luce di questo principio, non fa meraviglia se Giolitti, liberale anch’egli e protagonista della nostra vita politica nel primo Novecento, parli oggi alla nostra coscienza come il “contemporaneo” d’ogni tempo: è l’uomo che, di fronte ai ripetuti colpi portati allo Statuto, alle inaccettabili violazioni dei diritti delle masse lavoratrici e al gretto e miope egoismo di classe di gran parte dei ceti dirigenti, ammoniva la borghesia sui rischi concreti d’un violento scontro sociale. A leggerlo oggi, il suo pragmatico invito alla moderazione, quello d’uno statista che si vuole “burocrate“, pare tanto più forte, quanto più chiaramente risulta figlio d’una lucida visione filosofica della dinamica storica: il disagio ignorato e i diritti negati producono esiti fatalmente violenti.
Oggi lo sappiamo: la risposta fu lenta, gli interessi particolari continuarono a prevalere su quelli generali e si venne al muro contro muro. Non farò il marxista. Lo sconsigliano i tempi e la circostanza. Dirò solo che Giovanni Bovio, anch’egli liberale come oggi passa per essere la stragrande maggioranza del Parlamento, aveva già provato a ricordarlo: da troppo tempo ai bisogni concreti delle masse rispondevano la forza e un silenzio ottuso e pericoloso. Fuori dei palazzi del potere, l’idea socialista chiedeva in tutti i modi ascolto, ma nei tribunali, ove un’ipocrita menzogna sosteneva l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, Bovio aveva dato voce ai deboli: “non vi neghiamo i tributi e la difesa, chiediamo però invano che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e sterile per noi. Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici“.
Tutto risultò inutile e, senza che nessuno potesse più evitarlo, Bresci giunse a levare la sua mano armata. Solo allora, solo dopo il disastro, Giolitti trovò ascolto e la corona troncò gli oscuri legami e i turpi maneggi. Muro contro muro, però, Umberto I s’era spinto sulla via dei tiranni e la storia degli uomini non si gioca sulle dichiarazioni ipocrite. Oggi si sa: egli stesso fu il mandante morale del suo tirannicidio. Le alterne vicende della storia si misurano sui tempi lunghi dei cicli di Vico ma, per buona sorte, le buffonate di velinari, pennivendoli e servi sciocchi hanno respiro corto e finiscono presto nell’ombra eterna del nulla. Ciò che rimane vivo è il corso tragico degli eventi. Le lame di Bruto e Cassio sembrarono sul momento semplicemente – e semplicisticamente – delitto, ma lasciarono invece alla riflessione storica il drammatico e ineludibile dilemma della scelta tra l’ethos della vita e quello della libertà. Non si inganna se stessi e lo sappiamo bene: guai a quel popolo malaccorto che non s’avvede d’esser già davanti ai due corni del dilemma. Non ha più salvezza da sperare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 dicembre 2009

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Un mio compagno antico
s’è stancato di fare militanza:
gli pare, dice, solo stravaganza.
Così, non più compagno, però amico,
s’è aperto un negozietto dell’usato,
che sta tra l’equo vero e il solidale,
poca merce, però tutto firmato.
L’anima ci ha investito e un capitale.
Se c’è la destra, lui fa un girotondo,
se la sinistra… amico, questo è il mondo.
Una compagna antica,
stanca di militanza,
ora m’è solo amica:
basta compagni, è solo stravaganza.
S’è aperto un “centro vita terza età”,
ci mette impegno, tempo e serietà
ma niente sogni e basta ideologia:
pensioni consistenti e autonomia.
Destra o sinistra, non si fa illusioni:
chiacchiere, buste e raccomandazioni.
Stanco di militanza,
gli pare, dice, solo stravaganza,
il compagno avvocato
non fa il soccorso rosso
– “ho famiglia e non posso” –
poco, s’intende, però va pagato.
Siamo tutti orgogliosi:
la società civile è militanza.
Sulle regole siamo puntigliosi
– “e, credimi, non è per petulanza” –
ma a quattr’occhi, talvolta,
se la regola contro gli si volta,
uno ti fa con qualche esitazione:
“le regole hanno tutte un’eccezione…”
Un mio compagno antico,
stanco di militanza
– gli pare, dice, solo stravaganza –
non più compagno, mi si è fatto amico…

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Dopo sai qualcosa di te, solo dopo che è accaduto davvero tutto. E molto ti pare di averlo sognato.
Dopo sai che un giorno qualunque e banale della tua storia è parte della storia di tutti, e che numerosi altri giorni, quelli che ti erano apparsi lucenti, sono opachi.
Dopo cosa?
Dopo che tutto il tuo passato si è fatto il presente: figlio di eventi di un altro presente, la storia si dice – futuro di generazioni lontane, presente che tu non conosci – figlio del caso, dell’accidente, delle scelte degli altri, talvolta di ciò che hai pensato di volere. Il presente consentito dal passato tuo profondo, dal grumo incapsulato di ciò che hai decolorato nel tempo ignoto della tua vita, che hai confinato negli incubi notturni e nelle cancellature della memoria, che medicano ferite entro la tua testa e mettono maschere ai fantasmi della tua vita.
Dopo che tutto hai vissuto istante per istante, senza sapere quasi mai mettere assieme i mille frammenti del tempo tuo, i molti giorni slegati tra loro, per coglierne la complessità, dopo, solo dopo che ogni cosa, da futuro ch’è stata s’è fatta passato, solo dopo sai un poco di te. Di te come ti hanno conciato, di te come ti sei ridotto, di te come non sembri e sei. Di te come non vuoi, ma appari.
Uno separato dall’altro, i brani di tempo che vivi non hanno un significato particolare e soprattutto non sembrano mai legarsi davvero l’uno con l’altro.

Così, tornando da Cava dei Tirreni ch’era quasi giorno, l’andirivieni di mia madre ancora lì nel suo mondo affumicato, non sembrava avere alcun nesso con la strada appena fatta di corsa e con quella di una notte lontana, di corsa ancora, una donna e un bambino, fino al buco nero che si apriva nella mente d’una donna. Mia madre persa per sé, sempre più difficile da ritrovare per me. Eppure, che io lo sapessi o no – e non sono in grado di dire se davvero non ne avessi il sospetto – il buco nero che aveva risucchiato al fondo d’una spirale il senso della sua vita apriva da tempo coni d’ombra agghiaccianti nella mia coscienza.
Due diverse corse, verso un solo traguardo.

Quel mattino l’invito ad un concorso per il quale non avevo fatto domanda di partecipazione fecero a mia insaputa di me un insegnante. Era solo questione di tempo e, d’altro canto, a mia insaputa ero stato ricondotto a scuola da studente.
Certo avrei potuto dire di no tutt’e due le volte. Ma è così: sai di te solo dopo ch’è stato.
La forza dell’inerzia, che fa spesso da binario a un’esistenza, mi condusse al concorso e talune qualità che, al bilancio finale, possono pesare più di mille difetti fecero il resto.
Alla prova scritta ha incantato!
Così letteralmente mi disse poi un commissario d’esami filosofo, che amava Wittgenstein ma faceva italiano, stravedeva per Proust, sapeva a memoria Sanguineti e metteva in soggezione i colleghi con questa sua scienza variegata, che sospettai messa insieme alla rinfusa per certe sbavature logiche e la difficoltà nell’esser chiaro. Era un botolino pelato e frenetico, che ostentava una anacronistica cravatta a farfalla, portata con la sicurezza di chi sa di non avere nulla da perdere in fatto di stile e affida alla finzione d’un estremo snobismo la speranza segreta di farsi perdonare. Sotto le lenti tonde, che mi fecero pensare a Nenni fuoruscito, gli occhi cerulei esaltavano la fronte troppo ampia e aggrottata e il viso mal rasato era un campionario inesauribile di cenni d’intesa; non saprò mai perché quell’uomo volle a tutti i costi dare alla mia vita un futuro da insegnante. So che ci riuscì, annuendo alle mie osservazioni banali su questioni di pedagogia di cui non conosco che nomi, raddrizzando la montatura storta sul naso aquilino e facendo larghi cenni ai colleghi, se ne indovinavo qualcuna di più acuta sull’arte dello scrivere e sulla storia.
Volle e riuscì, il filosofo, persino quando un irritato e segaligno commissario di storia per fargli dispetto prese a tormentarmi con una petulanza provocatoria, pretendendo che gli dicessi nome e cognome di “noti garibaldini”. Era già nato un piccolo screzio, dopo che lo spilungone, che stentava a tenere le lunghe gambe piegate sotto la cattedra, aveva tenuto a correggermi quando avevo accennato alla spedizione dei mille:
Mille e ventisette. Glielo assicuro – aveva sibilato stringendo occhi da cinese che gli davano un’aria inquisitoria.
Il filosofo aveva dato segni di insofferenza, ma io me n’ero stato calmo. Per me, che alla storia già pensavo come a ricerca in archivio, quella estrema precisione poteva sembrare anche giusta.
Li avrà studiati tutti – pensavo tra me, facendo appello alla memoria che non ho mai avuto eccellente – magari esiste un elenco, un qualche registro degli arruolamenti… Ma si contenterà di quelli famosissimi… Bixio, Nievo, Abba… Carlo e Benedetto Cairoli, Crispi…
Infilavo un nome dietro l’altro, ma il commissario cinese mi guardava inespressivo, gli occhi taglienti sempre più stretti. Voleva ancora nomi, ed io chiamavo a raccolta la pazienza. Un sorriso stentato mi apparve sul volto mentre mi sforzavo di ricordare:
Baratieri – dissi in un soffio – Fanelli…
L’ultimo lo pronunciai pianissimo e aggiunsi gelidamente: – morto pazzo, lo saprà di certo. Grande amico di Bakunin.
Il filosofo, che doveva aver messo in gioco la dignità di esperto di scienza della valutazione, fece segno che poteva bastare. Gli altri esaminatori parlavano tra loro, decisi a non immischiarsi e il commissario insistette, indecifrabile: qualche altro lo saprà!
Non famosissimo – replicai stavolta, perché tutti ascoltassero, mentre facevo nome e cognome quasi sillabando – Giuseppe Aragno.
Lo conoscerà.

Esitò, come scorresse mentalmente un suo elenco, poi ebbe come un lampo:
Che fa, prende in giro?
La replica fu calma, ma inoppugnabile.
Il mio bisnonno. Garibaldino a Calatafimi.
Il filosofo scelse il tempo giusto e impedì la reazione:
Passiamo a matematica!

Non avrei voluto passare l’esame. Non avrei voluto insegnare e pensai che avrei trovato al più presto altre vie.
Ho avuto con me tantissimi ragazzi. Qualcuno oggi è uomo fatto. Uno sconta un ergastolo per rapina e omicidio, un altro l’ho lasciato a terra, stroncato a vent’anni da un colpo alla nuca per questioni di droga. Ne ho avuti tanti. Sono una folla di cognomi e nomi, di volti che non esistono più, sono un interminabile elenco di errori commessi e di lezioni apprese. Sono fuori dal tempo, si confondono con me stesso, con i miei compagni di scuola, sono una parte della mia vita per la quale ho lottato, ho penato, ho gioito. Ho dato e mi hanno dato, ma sono stati la fonte di una intollerabile contraddizione. A fatica ho imparato ad insegnare come si possa amare una cosa che tuttavia si odia.
Non avrei voluto passare l’esame. A mia madre, che percorreva il suo mondo nelle nuvole di fumo di sigarette infinite, non l’ho mai detto. Ho avuto sempre nei confronti del suo rifiuto di continuare a vivere un rispetto irrazionale, ho nutrito la convinzione che fosse una sua interpretazione teatrale della vita, la finzione scenica d’una attrice che lavora fuori dal palcoscenico, l’odio estremo d’un amore tradito che non ha saputo perdonare. Ancora oggi, che conosco fino in fondo il gelo della depressione, non so dire dove inizi la finzione e dove cominci la realtà.
A Cava dei Tirreni non tornai mai più e armi non accettai di prenderne, nemmeno quando a molti sembrò che non ci fosse scelta. Più e più volte, però, sfogliai quell’album di famiglia di cui confusamente ebbe a scrivere Rossana Rossanda e mi fece impressione: ci portavamo appreso, noi, che dicevamo di voler fare la rivoluzione proletaria, un numero incredibile di borghesi anticomunisti. L’album di famiglia era stato truccato. Rozzamente truccato.
Mi crebbe dentro un senso di impotenza.
Uno ad uno gli scienziati della borghesia presero posto nelle trincee di retrovia e di là partirono alla conquista del posto per il quale erano nati. Le libere professioni, l’ambigua trafila da galoppini nei giornali della sinistra chic, l’occhio cautamente strizzato a un non senso – la “società civile”, ve la raccomando – la via sempre negata del “cursus honorem”, la vicenda sempre più oscura nella sinistra sindacale.


Se ne andò in quei giorni senza dar fastidio, Pino Grizzuti. Come un pesce fuori dall’acqua, s’era confinato nel limbo del Cilento, e i viaggi faticosi verso Napoli s’erano diradati. L’angustiavano sempre più la frattura scomposta della “sinistra vera”, la crescente pinguedine che gli affaticava il respiro, l’abbandono a cui l’avevamo condannato. Io quasi non me ne accorsi e giunsi tardi e di malavoglia a trovarlo in ospedale. Mi accompagnarono alla sala mortuaria e lo trovai pallidissimo e sereno. Non un capello in testa, nessuna croce. Io e lui da soli, dopo tanto tempo, un poco ci parlammo. Mi chiese dove contassi di andare, gli risposi che non lo sapevo e che mi sarebbe piaciuto parlarne seriamente un po’ con lui.
Mi pare tardi, mi dovette dire, e non aveva torto. Mi tornò in mente com’era, orgoglioso dietro il grande striscione bianco di “Nuova Resistenza”: era una strada quella, che sarebbe stato bello rifare. Anche per questo era però tardi. Una merito gli riconobbi onestamente: se dietro non hai la gente non vai da nessuna parte, combatti per te stesso. Tu me l’hai insegnato compagno.
La parente che c’interruppe mi raccontò dei ragazzi che aveva conquistato a Celle di Bulgheria, della vita solitaria cui s’era ridotto, di certe crisi nervose che l’avevano tormentato. Qui al sentirla fuggii. Ogni bufera si annuncia.

I Nuclei Armati Proletari, ch’erano nati a Napoli nessuno saprà bene come, si sparsero per l’Italia e finirono allo sbando, lasciandosi dietro i morti di una guerra disperata. Qualcuno, cadendo, ebbe il potere inspiegabile di accendere gli animi e fece sognare. Poi il sogno divenne incubo e ci furono molti che decisero di andare fino in fondo.
Si urlava: “Walter, Martino, non siete morti invano. Riprenderemo presto i vostri mitra in mano”. Ma c’era un equivoco di fondo e ne avevamo fatto da anni uno slogan minaccioso:
Lotta di lunga durata, lotta di popolo armata”.
Ma il popolo non c’era e, quando qualcuno decise che poteva bastare e la fece finita, la furia della lotta si placò come d’incanto. Pagarono in molti, dall’una e dall’altra parte: sangue e galera. I rivoluzionari armati ingenui e feroci non servivano più. Era venuto il tempo di mettere dentro colpevoli e innocenti.
In archivio studiavo carte del “Soccorso Rosso”. Ebbi un’idea che mi sembrò praticabile. Ne parlai solo a pochi: fidati. Denunciammo più volte lo smarrimento o il furto della carta d’identità. Altro non ricordo. Passavano per molte mani i documenti smarriti; uno, l’ultimo a cui giungevano, attraversava il confine. Chi ne fece uso non aveva mai preso la pistola.
Giusto o sbagliato che fosse, la mia rivoluzione terminò così: a metà del guado. Dentro mi portai per sempre una nuova ed intollerabile contraddizione. Non avrei voluto che finisse così, ma non feci veramente nulla perché andasse davvero in un’altra maniera.
Le contraddizioni intollerabili, tuttavia spezzano fili dentro.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 giugno 2004

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