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Posts Tagged ‘domicilio coatto’

palreaLa ricerca storica è un viaggio da giramondo tra polvere, carte e percorsi intricati che alla fine lascia un album prezioso dell’animo umano e una domanda insistente: che fai, porti tutto con te? La Storia in fondo è un insieme di storie: uomini e donne che spesso non meritano di sparire, e vite e fatti da raccontare.
Prendi, per dirne una, la singolare vicenda di Napoleone Brambilla, un calzolaio socialista milanese che a fine Ottocento trova lavoro a Napoli, nella città dei disoccupati, e ci mette radici. Se prendi la via che conduce alla nascita del sindacato, ti viene incontro con la passione e l’umanità che lo unì ai compagni napoletani contro i colpi di un capitalismo che, ieri come oggi, viveva di leggi del mercato e faceva guerra allo stato sociale: Cetteo De Falco, Ferdinando Colagrande e Gaetano Balsamo, sindacalisti d’altri tempi, nomi che oggi non dicono niente a nessuno, ma in quegli anni erano così noti tra i lavoratori, che la questura li “teneva d’occhio”. I tempi cambiano e spesso occorre perdere ciò che si ha per riconoscerne il valore.
Il 6 gennaio del 1894 – chi si ricorda più? – quando a Napoli nasce la Camera del Lavoro, Brambilla non ne è solo uno dei dirigenti che firmano l’atto di nascita in Via Banchi Nuovi; se il sindacato quel giorno prende a funzionare è perché, con un manipolo di compagni napoletani, ci ha perso il sonno e la salute. Mentre firma, però, – il nome si legge ancora chiaro nell’atto notarile – sta sul chi vive: troppe strane manovre, troppi sguardi e cenni d’intesa tra questurini in borghese, perché sia sereno. Brambilla se ne sta defilato e a casa quella sera non ci torna. Nel cuore della notte, per far festa alla neonata Camera del Lavoro, una “retata” micidiale coglie tutti nel sonno: militanti e dirigenti, repubblicani, anarchici e socialisti. Tutti dentro: Crispi fa a Napoli le prove generali delle leggi speciali che è pronto a varare.

scansione0001Brambilla a casa non c’è; riappare quando l’aria si fa più respirabile e si presenta al processo per rispondere all’accusa di complicità con gli anarchici in un fantomatico “piano rivoluzionario”. Non esiste nessun progetto, afferma deciso, e l’accusa non sta in piedi: la smentiscono se non altro ragioni di dottrina. “Inconciliabili differenze teoriche dividono socialisti e libertari – spiega infatti al giudice l’operaio – e ci sono profonde divergenze nell’azione concreta. Tra noi non può esserci comunanza”. E’ la cultura operaia che sale in cattedra e fa lezione, denunciando l’ipocrisia della legalità borghese, ma il giudice è di parte e la condanna è già scritta; si fonda su prove costruite ad arte invano smentite dalla logica inoppugnabile del calzolaio.
Brambilla sa di che parla. A Napoli, nel 1890 ha fondato e diretto una società di calzolai che, rifiutato il “mutuo soccorso”, si è indirizzata verso la resistenza; dal 1891 è nella lista nera della Questura: uno dei “sovversivi” più pericolosi del Circondario, perché, insieme ad alcuni compagni, ha riunito i delegati di sessanta società operaie e si sono messi a lavorare perché Napoli abbia una Camera del Lavoro. Il coraggio non gli manca e assieme al tipografo Colagrande ha fondato ”Il Secolo dei Lavoratori”, un giornale operaio che dà voce agli sfruttati e pesta i piedi agli sfruttatori, sicché, quando i padroni definiscono il giornale “organo degli straccioni”, Brambilla non ci gira attorno: “questo epiteto – scrive – o signori, ci fa essere più alteri e coraggiosi nel dir la verità. La parola straccioni tanto vale per noi, quanto quella di cavaliere per voi. Noi siamo gelosi dei nostri cenci onorati”.
Napoli a fine Ottocento non è solo camorra. C’è una cultura operaia, che nasce da lotte ormai dimenticate. E’ una storia semplice fatta di principi egualitari e solidarietà.
Questura e padroni non stanno a guardare. Dei lavoratori, terrorizzati dallo spettro della fame e della disoccupazione, chi non si lascia comprare, cede alle minacce e la Camera del Lavoro si ritrova così un presidente e un segretario legati a filo doppio ai padroni, ai questurini e alla camorra. Nell’ottobre 1896, però, a Firenze, al Congresso delle Società Cooperative, Brambilla trova il coraggio di denunciare le intromissioni e provoca l’espulsione dell’organizzazione inquinata dalla Federazione delle Camere del Lavoro d’Italia. Una denuncia che gli costa caro: sorveglianza strettissima, fermi, perquisizioni e una carriera di “sovversivo noto e pericoloso” da colpire appena possibile.
Brambilla ha un cuore grande, ma è un cuore ammalato che stenta a seguirlo nelle battaglia. Dovrebbe fermarsi, ma non si tira indietro. Nel 1897, mentre lavora con Angelo Binaschi, dirigente operaio di Milano, alla nascita della Federazione Nazionale dei calzolai e stringe rapporti con l’organizzazione internazionale di categoria, che ha sede a Bruxelles, si batte per la refezione scolastica e l’abolizione del domicilio coatto.
La repressione che lo stanca ogni giorno di più, lo rende anche saggio e non caso ricorda a Binaschi che in tempi così oscuri le organizzazioni operaie devono “mantenersi in una linea puramente economica e professionale, imperocché noi conosciamo per esperienza quanto sia nocivo per metodo d’organizzazione il frammischiare a questa la questione politica, mantenendo per base che l’economia unisce, la politica divide”.
Quando però si tratta di organizzare una nuova Camera del Lavoro, da contrapporre a quella dei “cavalieri e questurini”, non dubita si collega apertamente ai socialisti e la nuova organizzazione ben presto si afferma e incute timore ai padroni. Lo stato d’assedio a Napoli nel maggio 1898 si spiega anche con questo timore, sicché non un caso se Brambilla finisce in carcere con molti dei suoi compagni sindacalisti. Non c’è uno straccio di prova, ma basta l’accusa: si preparava la rivoluzione.
Spedito a domicilio coatto, il sindacalista ci resta pochi mesi, ma la salute ne esce definitivamente compromessa: con un sussidio di 30 centesimi al giorno, non c’è un soldo per sostenere un cuore sempre più malato e tutto diventa tremendamente difficile. Ai primi del 1899, dopo un mese trascorso all’Ospedale degli “Incurabili” per ridurre alla ragione il cuore che non vuole più saperne, Brambilla tesse di nuovo la sua trama: le società operaie disciolte si riorganizzano, i contatti con i dirigenti del Partito Socialista si rafforzano – Andrea Costa è il riferimento diretto – e le elezioni amministrative di luglio si avvicinano. Il movimento operaio è cresciuto e i primi successi sono nell’aria. Sta per nascere il secolo dei lavoratori.
“L’uomo trovato morto sotto i portici di San Carlo ieri notte è il noto Brambilla”. Così annota per il Questore la Squadra Politica la mattina dell’otto luglio 1899. Poco prima della mezzanotte il cuore l’aveva tradito. Tornava da un comizio, nella serata del 7 luglio, quella di chiusura della campagna elettorale e non se n’ere accorto nessuno: poggiato a un pilastro del porticato, se n’era andato. Poche ore dopo migliaia di voti avrebbero premiato il lavoro dei militanti operai e col nuovo secolo un’agguerrita pattuglia di lavoratori avrebbe fatto il suo ingresso a Palazzo San Giacomo.
Non fece in tempo, Brambilla, non vide mai sorgere il sole dell’avvenire e ogni volta che ci passo, sotto i portici del teatro San Carlo, mi pare quasi di vederlo, seduto a terra, le spalle poggiate a un pilastro e lo saluto: ” Non hai avuto la gioia del successo – gli faccio – questo è vero, ma non t’è nemmeno capitata la vergogna della disfatta nella quale rischiamo di affondare “. Lo saluto così e penso che annuisca.
Sarebbe bello se oggi sotto i portici del teatro, si trovasse un po’ di spazio per un nome su una targa: Napoleone Brambilla, un operaio milanese tra tanti compagni napoletani.

Fuoriregistro, 6 gennaio 2005 e Agoravox, 16 dicembre 2014, Repubblica ediz. Napoli, 3 gennaio 2015

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Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Cominciò così: manifesti incollati di notte sui muri, riunioni più o meno segrete per evitare l’arresto e la decisione di astenersi dal lavoro.
La risposta dei padroni non si fece attendere:

Nota n. 1838 Urgente e riservata alla persona
Agli Uffici dipendenti
Oggetto: Agitazione pel 1° maggio.
Le SS.LL. sapranno già come da varii gruppi di affiliati ai partiti sovversivi si studii con ogni sorta di maneggio di animare l’agitazione pel 1° maggio che, secondo i disegni dei più arrischiati, dovrà, come essi dicono, segnare una data memoranda nella storia di queste agitazioni.
Al gruppo di questi ultimi appartengono tra gli altri i noti anarchici Mariano Gennaro Pietraroia, Vincenzo Petillo, Giovanni Bergamasco, Attilio Volpi, Gerolamo Tommasoni (fatti questi due rimpatriare, ma che potrebbero da un giorno all’altro tornare) Augusto Tralascia e Luigi Perna. Ad essi si è collegato l’altro noto socialista-repubblicano Luigi Alfano, rappresentante il Circolo «Gioventù Operosa», giovane turbolento ed audace.

Circolare segreta della Questura di Napoli

Circolare segreta della Questura di Napoli per il 1° maggio 1892

Costoro, riunitisi in comitato segreto tendono a organizzare pel 1°, maggio un movimento rivoluzionario ed a prepararsi, intanto, il terreno adatto, eccitando gli animi degli operai con la propaganda dei loro principii e col formulare il malcontento verso gli attuali ordinamenti sociale e politico.
Mentre sarà mia cura di tener dietro alle segrete macchinazioni di costoro per prevenirne a tempo gli effetti, desidero intanto di richiamare su di essi la speciale attenzione della SS. LL. perché con attiva ed oculata vigilanza li seguano nei loro maneggi presso gli operai. E se avvenga loro di sorprenderli in mezzo agli operai stessi, (avvertendo cessi si mischiano a preferenza tra i disoccupati e nei luoghi ove questi sogliono raccogliersi nella speranza di essere chiamati al lavoro) poiché non potrebbe cader dubbio sullo scopo della loro presenza tra essi, cioè di sommuoverne gli animi e spingerli a tumultuare, vorranno, senz’altro, disporne l’accompagnamento in quest’ufficio per quegli ulteriori provvedimenti, che fossero del caso!
A contrastare poi alle mene di costoro e di quanti altri tendano a turbare per l’occasione suddetta l’ordine pubblico, Le prego di usare, nei modi che più crederanno convenienti e conducenti allo scopo, della loro personale influenza presso le locali società operaie, affinché le mene e le insinuazioni degli agitatori, i quali devono essere in questi giorni, anche più del solito, personalmente e strettamente vigilati, non abbiano presa su di esse.
Dalla solerzia delle SS. LL. mi attendo, in questo servizio di somma importanza, la più attiva e ed accorta cooperazione nel supremo interesse del mantenimento dell’ordine pubblico. Gradirò un cenno di ricevuta della presente che dev’essere tenuta segreta.
Il Questore
“.

Gli operai chiedevano le otto ore – in Italia se ne facevano anche 14, donne e bambini compresi – ma i padroni sostenevano che la richiesta era una pazzia, perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza. La repressione scattò immediata e violentissima: manifesti sequestrati, arresti preventivi, piani militari dettagliati, mappe con i punti in cui nascondere le truppe, città presidiate con la cavalleria e infine, il 1° maggio, cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. Il potere s’illuse che  la lotta dei lavoratori fosse stata sepolta sotto secoli di galera, ma vennero, invece, ancora “feste del lavoro”.
Nel 1894, Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole del soggiorno obbligato e nei penitenziari migliaia di lavoratori. I proletari, però, non si fermarono e si fecero di nuovo “feste del lavoro”. A maggio del 1898, il generale Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata e il re lo decorò come fosse un eroe. I proletari, però, non si arresero e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto non bastarono a “ricondurre all’ordine il Paese”. Muro contro muro, finì che Gaetano Bresci vendicò i morti del ’98 e l’oltraggiosa medaglia al generale assassino, uccidendo Umberto I. La violenza è figlia del malgoverno e la sola possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale. Nel 1892, Giovanni Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avvertito lucidamente, quando, rivolto ai giudici, aveva urlato a nome degli imputati:

per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò III estense, provocatore e parricida. A quelli che ci chiamano fratelli e poi ci processano noi ricordiamo che fummo nati al lavoro e li avvisiamo: non fate noi delinquenti e voi giudici!”

Un monito inascoltato, ma chiaro e più che mai attuale, così come attuali sono tornati i manifesti e la propaganda di quel lontano 1892. Giolitti, Turati e la necessità della pace sociale a garanzia della crescita costrinsero i padroni alla resa, ma oggi troppi diritti sono di nuovo calpestati, troppa gente è senza lavoro, troppi salari non bastano a cancellare la fame. Ovunque ormai il lavoro non ha né orari, né tutele e non è tempo di primo maggio in piazza San Giovanni con canzoni e chitarre. Il pupo analfabeta e i suoi pupari possono anche pensare di ricondurre le masse al 1892, ma devono sapere che, così facendo, preparano un nuovo ’98. Oggi come allora non basteranno questori, circolari segrete, reggimenti in piazza, stati d’assedio e tribunali di guerra.

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A Genova, nel luglio 2001, Francesco Puglisi non uccise e non torturò. La Cassazione, però, che per Bolzaneto e la Diaz ha evitato la galera ai poliziotti, gli ha dato 14 anni e chi s’è visto s’è visto. Un avviso chiaro: se ti prudono le mani, fa la trafila legale e passa all’incasso. Una «guerra per la pace», un’idea di democrazia da esportazione, tutta ammazzamenti umanitari e bombe intelligenti, che se centrano ospedali e scuole è un caso di fuoco amico o nemico sbagliato, poi la carriera in polizia. Ai modi bruschi lì si bada poco.
Genova, per dirla con Labriola, evoca gli «spettri del ’98» e chi sa di storia ricorda processi politici messi su ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio che dava voce alle loro ragioni e ammoniva le classi dirigenti: «Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!». I tribunali li «fecero delinquenti» e Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.
Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte del dissidente politico è peggiorata.
Cultura della crisi, normativa emergenziale, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono da allora i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che non muta nemmeno nel gennaio 1890, col codice Zanardelli. Per il giurista liberale, la sanzione rispetta i diritti dell’uomo. Di qui la libertà condizionale, l’abolizione della pena capitale e la discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Zanardelli, però, affida la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un “Testo unico” di Polizia, cui offre forti basi teoriche e strumenti efficaci, ma pericolosi: vilipendio delle istituzioni, incitamento all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esalta «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga del reato offre agili strumenti repressivi e lo Stato, deciso a non dare risposte positive al malessere delle classi subalterne, può criminalizzare le lotte operaie, grazie a norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento è pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante apparati normativi che consentono di tarare gli strumenti repressivi sulle necessità dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme introdotte da Zanardelli, finché nel 1930 si dà un «suo» codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla continuità dello Stato l’iniziale intento di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, molto più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno, in attesa di un nuovo codice che non verrà. E’ grazie a quell’attesa delusa, a quella grave scelta, che oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, si può tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: la criminalizzazione del dissenso, l’indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e l’impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Una voce libera che domandi perché il codice penale italiano che non prevede il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.
Si fa un gran parlare di democrazia, ma si finge d’ignorare il nodo storico che la soffoca, un nodo che non si è sciolto col mutare della vicenda storica e ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera alle repressione. E’ una sorta di blando “Cile dormiente”, che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, mediazione e regole democratiche siano merci costose e prive di mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Cucchi, Uva, Aldrovandi e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà – la repubblica cancella la verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il “Daspo” che Maroni e la Cancellieri, avrebbero voluto estendere al dissenso di piazza, è sanzione amministrativa. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di eccezionale da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, mentre una protesta di piazza costa a un giovane dodici anni di galera e un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista?

Uscito su “Report on Line” il 19 giugno 2013 e su “Liberazione.it” il 30 giugno 2013

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