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Posts Tagged ‘Rossi Doria’

Insegnare non è una missione. Checché ne pensino i predicatori dell’Invalsi, la condizione materiale dei docenti può seriamente condizionare la qualità dell’insegnamento. Lo sostiene implicitamente l’ultimo rapporto Ocse sulla scuola che riconosce i meriti dei docenti italiani – i meno considerati in assoluto e tra i peggio pagati nel mondo cosiddetto “civile” – e rende loro l’onore delle armi. I dati, infatti, per quel che riguarda la nostra scuola, sono così desolanti, che viene da chiedersi in quali condizioni verserebbe da noi oggi il sistema formativo, se gli insegnanti rendessero in proporzione di quanto ricevono, e con quale animo Carrozza, Rossi Doria e compagnia cantante prendano posto tra i loro colleghi ai convegni internazionali per parlare di valutazione.
Valutare chi e misurare cosa? Sono ormai 15 anni che da noi i numerosi, variopinti e ben pasciuti governi non spendono un centesimo bucato per migliorarla. Negli stessi 15 anni, la spesa annua per studente dei Paesi Ocse si è incrementata mediamente del 62 %. Se non siamo di fronte a una banda di sciuponi matricolati e i soldi, com’è ovvio, li spendono per migliorare, a conti fatti, dovremmo valere 62 punti meno degli altri. Il condizionale è d’obbligo, però, perché non è così, perché 15 anni non sono bastati a distruggere del tutto una scuola che valeva molto più di quanto i suoi governanti sapessero. Dovremmo, ma non è così, perché qui c’è una classe docente che aveva ed ha ancora un alto livello di professionalità; un patrimonio che non è stato possibile sperperare del tutto nemmeno dopo quindici anni di politiche omicide, tese a far fuori la scuola per ridurre un popolo a docile bestiame votante e rassegnato esercito di giovani e disciplinati soldatini del capitale. Certo, la mediazione al ribasso dei sindacati confederali e l’inevitabile stanchezza della categoria un risultato l’hanno centrato: gli insegnanti, infatti, hanno rinunciato al conflitto e si limitano ormai a difendere la dignità. Errore, grave, limite pesante, ma anche esito fatale di una sconfitta della democrazia che non riguarda solo la scuola, ma la società italiana nel suo insieme.
Non bastasse, c’è un ulteriore elemento di sofferenza: quelli italiani sono gli insegnanti più vecchi dell’area Ocse e anno dopo anno le politiche da rapina per l’occupazione rendono il dato sempre più penalizzante: l’Italia, annota l’Ocse, ha docenti vecchi – e fatalmente stanchi, si potrebbe aggiungere – perché “negli ultimi anni un numero relativamente limitato di giovani […] è stato assunto nella professione d’insegnante”. Se le astrazioni tipiche dei teorici alla Abravanel, facessero i conti con i dati reali e l’esperienza che si fa sul campo, l’interesse per la misura del merito lascerebbe posto a quello per la valutazione del rischio: ancora un po’, infatti, poi, stanchi di tirare la carretta, i docenti manderanno a carte e quarantotto il sistema. Se finora non è stato così, il merito non è dei signor nessuno che hanno governato la scuola. Se i dati Ocse meritano credito ed è vero che a confronto col 2000 gli “esiti per gli studenti quindicenni nella valutazione PISA 2009 sono risultati stabili nelle competenze di lettura” e rispetto al 2003-2006 “sono migliorati significativamente in matematica e in scienze”, beh, se tutto questo è vero, non ci sono dubbi: è accaduto nonostante la pessima qualità dei ministri, le interferenze di sedicenti esperti, il “delirio tremens” di economisti alla Giavazzi e la macelleria sociale di Berlusconi e Monti, costantemente sostenuti dai tradimenti di Bersani e soci.
Se la nostra classe dirigente avesse ancora un briciolo di dignità, c’è un punto del rapporto Ocse che avrebbe provocato la definitiva rinuncia all’attività politica e le irrevocabili dimissioni di una buona metà dei nostri politici, primo tra tutti Giorgio Napolitano. E’ il punto nel quale il rapporto Ocse, annota secco e senza nulla concedere alla diplomazia: “Grazie alla dedizione del personale della scuola, l’azione di contenimento della spesa non ha nuociuto alla qualità della preparazione degli studenti, che anzi ha mostrato segnali positivi di miglioramento nei test OCSE-PISA”.
Come se nulla fosse accaduto, invece, Carrozza licenzia e Letta, che di scuola non sa e non vuole sapere, torna tronfio e trionfante dall’Europa delle banche e si presenta come l’uomo della Provvidenza. L’ennesimo venditore di tappeti non avverte la gravità dell’ora – gli mancano strumenti culturali e spessore politico – non sente il peso della sofferenza che spinge in piazza la protesta brasiliana e turca e non è in grado di andare oltre le scelte fallimentari imposte ai popoli dalla cieca avidità di classi dirigenti pronte alla guerra di classe. Bisogna capirlo ora, o sarà tardi: la sola via per uscire davvero dalla crisi è quella che mette in gioco il capitale inestimabile prodotto dalla formazione dei giovani, una risorsa che non costa praticamente nulla, se non il coraggio di anteporre al mercato le infinite risorse della conoscenza. Nulla, solo il coraggio di tornare ad essere umani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2013

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Dipinto del pittore Hypnos

Dipinto del pittore Hypnos

E’ vero, i tagli del governo tecnico producono infine i danni che ci fanno greci, ma questo è vietato raccontarlo. Non si deve sapere. Siamo al punto che a Napoli da giorni si gela, ma a scuola non c’è riscaldamento. Fai fatica a dirlo perché lo sai, non ci vuole molto ad avviare l’inaccettabile scaricabarile: “e i genitori non protestano? Magari gli insegnanti sono contenti”! E tu prova a dire che quelli gelano con gli alunni. “E’ il sindaco Masaniello, sono i soliti napoletani“!
Il governo no. Il governo non c’entra.
Ciò che più colpisce è che la brutta faccenda passa sotto silenzio. La stampa, sempre pronta a lottare contro i “bavagli”, da un po’ s’è zittita da sola e il santino Monti, costruito apposta per abbagliarci, continua a brillare. C’è un dire e non dire che fa paura. Si ammette e si sopporta, perché, divisi in due squadre per vent’anni, tutto ciò che ci resta è tornare a tifare. E si sa, al tifoso non importa nulla di come hai giocato. Conta che vinci. Il meccanismo è semplice e collaudato.
E’ vero, si dice, in tredici mesi la disoccupazione è cresciuta e ai giovani s’è negata la speranza. Prima, però… E qui si tace. Altro non serve e ci si capisce: prima, “quando c’era lui, all’estero ci prendevano in giro! Come se oggi ci portassero ad esempio.
E’ verissimo, in pensione si va ormai dopo morti e chi sopravvive alla Fornero farà i conti con la fame. Certo che è vero, per gli assicuratori è stata manna dal cielo. Sì, però prima… E per quel prima che avremmo colpevolmente voluto, ora accettiamo il poi che ipoteca il futuro quanto e più del passato.
D’accordo, sì, con gli esodati l’errore è stato veramente tragico e sarebbe stupido negarlo, qualcuno s’è ammazzato… E’ vero, sì, lavoro non ce n’è e di tutto si sentiva il bisogno, tranne che d’una legge per licenziare… Certo che è vero, s’erano promesse due regole fisse, il rigore e l’equità, poi, strada facendo, il rigore è diventato macelleria sociale, l’equità è sparita, i ricchi hanno scialato e i poveri hanno pagato. Sì, però prima…
Non c’è dubbio, è così: la violenza delle forze dell’ordine ha toccato punte cilene e in piazza non c’è stato un giorno senza manganellate, lacrimogeni e onesti cittadini trattati come malfattori. Ed è vero, sì, in tredici mesi la scuola è stata rasa al suolo e nessuno ha trovato la cosa contraria ai principi della Costituzione. Le scuole dei preti hanno fatto fortuna e quelle statali sono ridotte in miseria. Per un mistero glorioso, Gelmini, travestita da professore universitario, s’è fatta una e trina e ha potuto governare la scuola passando per Profumo, Rossi Doria e la dott.ssa Ugolini. Il Paese, confuso, ha taciuto e non s’è scosso nemmeno quando Napolitano, sorpreso a telefono con un inquisito, ha denunciato i giudici per lesa maestà.
Abbiamo ministri indagati per frode fiscale e sottosegretari rinviati a giudizio per truffa, ma ci siamo detti che però prima… In quanto ai giornali e alle televisioni, c’è mancato solo che il Papa rivendicasse il suo diritto a nominare i santi. Tutto il governo Monti, persino un sospetto ateo come Polillo, è stato levato alla gloria degli altari.
E’ vero, sì, per tredici mesi non s’è parlato di Berlusconi e dei suoi processi, non s’è avuta notizia di escort, scandali e malgoverno. Era un pilastro del paradiso e bisognava tacere. Ci siamo raccontati di un male necessario per una colpa da espiare: con mille euro al mese, vivevamo sopra le righe e lo sapevamo. Napolitano, Bersani, Casini e Fini sono serviti: non s’è votato quando Berlusconi era davvero finito e si sarebbe potuto ripulire il Paese e questo è il risultato. Si è mentito e si continua a mentire: Berlusconi era d’un tratto diventato uno “statista”, tutto prudenza, saggezza e senso di responsabilità e i tecnici, che hanno saputo solo scodinzolare ai mercati, son diventati d’un tratto comunisti, decisi a far pagare la crisi a chi l’ha prodotta: un ceffone mai visto è pronto per gli evasori, si farà guerra a mafia e corruzione e via di corsa con la patrimoniale. I fatti, però, parlano chiaro: uniti e concordi, Berlusconi e Monti hanno consentito le spese più inutili e vergognose, ci hanno addossato i miliardi per lo sporco affare Tav, per gli F-35 e per le banche degli usurai.
Per tredici mesi è stato il trionfo del buongoverno. Ora che il Paese affonda e il dubbio si fa strada nelle menti ottenebrate, ora che un accenno di polo delle sinistre si va costituendo, ecco il colpo di teatro: c’è il diavolo che torna. E fa paura. Come un gregge impaurito dal lupo che minaccia, ci gettiamo imploranti davanti all’altare dei nuovi santi. Va bene tutto e ci facciano a pezzi governi di brava gente e di incorrotti professori. Sulla stampa torna il baccanale: Ruby è sparita ma ricompare, i fari si accendono sui tribunali, non c’è scandalo su cui non si torni. Avremo tre mesi di fuoco incrociato: da un lato l’inferno, che però sosteneva il paradiso, dall’altro l’incontaminata purezza tecnica affiancata da tutto il nuovo della politica: Casini, Bersani, Vendola e Napolitano. Accadrà di tutto e sembreremo persino liberi: voteremo. Poi ci risveglieremo. La prima immagine che vedremo sarà di una chiarezza veramente olimpica: Monti, beato e santo, nella gloria degli angeli Fornero, Profumo, Catricalà e Polillo e un governo di “larghe intese“. Forse allora qualcuno si ricorderà che San Polillo, quando era solo beato, di mestiere faceva il consulente economico del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà…

Uscito sul “Manifesto” il 15 dicembre del 2012

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E’ molto difficile capire che intendono, quando parlano di scuola e lavoro, i ministri di un governo che ha per programma solo una miserabile lettera della Banca Centrale Europea. L’altro ieri, alla Camera, Patroni Griffi ha dichiarato che per il 2013 sono previsti 7.300 esuberi tra gli statali e ha aggiunto che, tenuto conto dei mille volti della flessibilità, ci sono almeno 260mila precari. E poiché il governo tiene alla partita doppia e ai cacciabombardieri molto più che alla qualità della vita dei cittadini, il ministro ha prontamente puntualizzato: “impossibile pensare a una stabilizzazione di massa”. Per quel che riguarda la sorte della scuola, quindi, mentre i 130mila precari non hanno alcuna speranza di lavorare, sulla qualità del servizio da offrire al bestiame votante, sulla religione del merito e sulle chiacchiere amene del trio Profumo, Ugolini e Rossi Doria cala inesorabile una pietra tombale.
La sera, poi, presente a Ballarò, l’ineffabile Gianfranco Polillo, che in un anno di sospensione della democrazia s’è meritato a pieni voti una delega alla cialtroneria, ci ha invitato senza mezzi termini a piantarla coi piagnistei. Se le cose vanno così, infatti, ha urlato spazientito al malcapitato Landini, è perché gli italiani sono una banda di scansafatiche. A questo punto non sono più dubbi: occorrerà chiarire a Polillo qual è il confine hegeliano tra rappresentazione e concetto. A costo di lasciarsi trascinare in tribunale per renderglielo più chiaro, qualcuno dovrà spiegare al sottosegretario che sentimenti e passioni, desideri e pulsioni, sono solo rappresentazioni e metafore di pensieri e se non lo sa, l’impari: in una democrazia parlamentare, il limite invalicabile per un uomo di governo è quello che fa dire alla gente sbigottita “non so più che pensare!“.
Intendiamoci, Polillo può anche essere così povero di concetti e privo di pensieri strutturati, da “rappresentarsi” la crisi economica del Paese che governa come una semplice questione di voglia di lavorare. In una seduta di psicanalisi, anzi, l’affermazione sembrerebbe probabilmente all’analista un fortunato lapsus freudiano, la manifestazione evidente di un senso di colpa che si proietta dall’inconscio verso l’esterno: io non ho fatto mai nulla nella vita – questo è un Paese debosciati. Floris però non fa l’analista e uno studio televisivo non ha nulla a che vedere con la psicanalisi.
Il ben pagato Polillo, che in passato è stato Capo Dipartimento per gli affari economici, segretario di varie Commissioni parlamentari e consigliere economico del gruppo del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati, ha motivi indiscutibilmente buoni per fare a pugni coi suoi sensi di colpa, per aver contezza e allo stesso negare di essere stato parte non piccola nella tragedia che vive il Paese. Questo, però, riguarda la sfera delle sue sensazioni intime, dei rapporti tra la coscienza, che molto spesso mente a se stessa, e l’autocoscienza, che è il peculiare regno della verità o, se si vuole, la verità negata dalla coscienza. Pur volendo essere solidali col suo profondo dramma psicologico, è evidente che il Sottosegretario Polillo non può pensare di spiegare la crisi economica dell’Italia con la “rappresentazione” che egli ha di se stesso. Sul terreno psicologico l’inconscia verità – io non lavoro – si può legittimamanete trasformare nella convinzione bugiarda che l’italiano sia sfaticato. In politica no. La politica non è un’inconfessata pulsione autopunitiva e, data la corruzione del secolo, Polillo non può permettersi di ignorare, proprio lui, sottosegretario di un governo di non eletti, che la pubblica moralità, apparentemente scomparsa dall’assemblea di nominati che lo sostiene, sopravvive solo nelle classi lavoratrici che ancora lo lasciano parlare senza rivoltarsi. Polillo, però, non può e non confondere moralità e rassegnazione. Farebbe bene piuttosto a ricordare ciò che Robespierre prima predicò e poi sperimentò su se stesso: spesso i popoli traditi insegnano all’arroganza del potere che dove muore la tirannia nasce la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 dicembre 2012

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Mentre il malessere e l’indignazione del mondo della scuola crescono di giorno in giorno da un capo all’altro del Paese, i docenti, che non sanno di spread, ma di scuola s’intendono, registrano i danni del terremoto e lanciano l’allarme: la cura da cavallo ammazzerà il paziente, occorre far presto, la scuola è stramazzata e c’è il rischio che da presunta malata diventi autentica carcassa e infine carogna. Come il proverbiale “asino in mezzi ai suoni“, Profumo, però, naviga a vista, si porta a traino Rossi Doria, Ugolini e il costoso baraccone ministeriale e prova a quadrare il cerchio con un patetico minuetto di dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto.
Sul Parlamento è inutile contare. Schiacciata tra il prepotere di un governo arrogante quanto inetto e il suicidio dei partiti, la Commissione Bilancio si muove con la tattica del “gattopardo”: tutto cambia, perché nulla cambi di ciò che s’è deciso fuori del Parlamento, in chissà quale barbara conventicola di banchieri e speculatori. E’ vero, il disegno di legge di stabilità giunto dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre è stato modificato a tambur battente già il 18 in base a indicazioni della V Commissione, che, però, probabilmente non l’ha nemmeno letto e si è limitata a eseguire gli ordini di Monti. In questa condizione di tragicomico stallo, i cambiamenti sono tutti di carattere puramente tecnico e lasciano immutato il disegno “politico” del governo, se di politica si può parlare di fronte a una massacro fatto a colpi di forbice e conti da ragioniere, che hanno un solo squalificante obiettivo: i famigerati “saldi”.
Si cambia, quindi, o per dir meglio si vende fumo e si dice ch’è un incendio, ma nessuno pensa di porre freno alla quotidiana rapina di risorse trasferite dalla scuola pubblica a quella privata o dilapidate per sostenere le nostre folli spese militari. Le “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013” sono ora prive di alcuni insignificanti dettagli stralciati e non si conosce bene la sorte dei docenti dichiarati inidoneo – saranno anch’essi trattati da choosy, come comanda la dottrina dell’inglese Fornero? – e non si sa che fine faranno gli alunni disabili e i precari. Sullo sfondo, last but not least per rimanere all’altezza, stelle polari sulla rotta del disastro, a rappresentare la tracotanza d’un governo di non eletti, rimangono il ceffone mollato al contratto nazionale e lo sputo sul viso di professionisti esposti in piazza alla pubblica vergogna come mangiapane a tradimento.
La stampa, addomesticata, minimizza naturalmente, ma sabato 27, contro Monti e il governo delle banche, a Roma la gente scende in piazza. Tra esodati, disoccupati, cassintegrati, pensionati ridotti alla fame e giovani scippati del futuro, ci sarà senza dubbio gente di scuola. E mai protesta fu più sacrosanta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 ottobre 2012

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Non si comprende bene ciò che significa il ddl 953 (già legge Aprea), se non si hanno presenti l’articolo 3 della Costituzione, che attribuisce alla scuola il ruolo essenziale di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza, e l’articolo 5, che limita il campo delle autonomie locali alle esigenze del decentramento amministrativo. Sono questi articoli che danno valore di dettato costituzionale alla libertà d’insegnamento e all’istituzione della scuola della Repubblica per sua natura gratuita e obbligatoria.
Non ci sono dubbi: letto senza pregiudizi, il Decreto 953 si rivela del tutto incompatibile con i vincoli normativi definiti dalla Carta costituzionale. E non si tratta, come si tenta di insinuare da più parti, di un giudizio nato all’interno del mondo della scuola per ragioni puramente ideologiche, spinte conservatrici e ostilità preconcetta a non meglio identificati venti di cambiamento. E’ vero, al contrario, che il governo affronta una questione di fondamentale importanza per la società italiana come se si trattasse di una dettaglio privo di rilievo, senza coinvolgere in alcun modo né i cittadini, che non possono certo essere estranei o indifferenti nei confronti della scuola, né i docenti e gli studenti, che la scuola la “fanno” e ne vivono perciò la realtà e i bisogni. E’ inaccettabile che l’ex legge Aprea, mutata in alcuni dettagli ininfluenti, si faccia passare sotto le spoglie di un anonimo decreto, nell’ombra fidata degli incontri tra segreterie dei partiti, e si discuta “al chiuso”, in Commissione.
Nel merito, la legge, prodotta da politici piovuti in Parlamento dall’alto, cancella gli organi collegiali, nati dai decreti delegati nel 1974, sotto la spinta di un “riformismo” prodotto dal basso, e li sostituisce con organi di autogoverno che ciascuna scuola regolamenta a suo piacimento, con un suo statuto e propri regolamenti. Non bastasse questa sorta di Torre di Babele, la legge consente a privati e soci in affari di entrare in pompa magna negli organi di governo della scuola, compreso quello che si occupa della valutazione, il nuovo feticcio del neoliberismo.
All’intelligenza del ministro Profumo e dei suoi sottosegretari Rossi Doria e Ugolini, tutto questo appare materia priva di importanza nazionale.

La verità, per tornare al contesto del dettato costituzionale, è ben diversa, perché è evidente che una scuola statale affidta a una pluralità di principi soggettivi, fissati in statuti e regolamenti autonomi, l’uno diverso dall’altro e magari contrapposti, significa creare una istituzione che non ha nulla a che vedere con il sistema formativo diseganto dalla Costituzione. La legge ha una sua logica interna e produce un effetto devastante: non avremo più un sistema formativo fondato su caratteri comuni a livello nazionale, ma una miriade di “aziende”, legate a scelte discrezionali, diverse e – perché no? – divergenti. Non più una scuola della Repubblica, quindi, ma migliaia di repubbliche chiamate scuole, l’una scollata dall’altra, tutte condizionate delle più svariate ingerenze di interessi privati particolari e dal ruolo predominante del capo d’Istituto, cui corrisponde l’indebolimento di quello svolto da docenti e studenti. A ben vedere, una vera nebulosa di repubbliche autoritarie. E’ l’epilogo fatale di una concezione dell’autonomia voluta dalla sedicente “sinistra” di Berlinguer, che sin dall’inizio minacciava di stravolgere la natura di una scuola nata come patrimonio della Repubblica, chiaramente definita da una Costituzione che fissa i criteri oggi violati: il finanziamento esclusivamente statale, per vincolo di legge, della scuola della Repubblica e la sua distinzione netta da quella privata, finanziata invece esclusivamente e per obbligo di legge dalla proprietà privata, senza alcun concorso di denaro pubblico.
Così stando le cose, non ci sono dubbi: Aprea e i nominati che la sostengono, stanno disegnando una scuola che rinnega i principi su cui si fonda il sistema formativo voluto dai deputati eletti nell’Assemblea Costituente. Anche da un punto di vista puramente linguistico, che non è ovviamente formale, ma sostanziale, Aprea e Profumo si collocano agli antipodi del dettato costituzionale. Cercare nella Carta costituzionale una scuola definita “servizio”, un sistema formativo degenerato nell’indeterminatezza del “bene comune” o, peggio ancora, nell’ambigua formula della “comunità educante” sarebbe fatica vana. In quanto al linguaggio mutuato dal mercato, di cui l’esempio classico è l’offerta formativa, chiunque può da solo verificare: siamo su un altro pianeta. In un quadro di valori fatto di un merito anteposto alla solidarietà e di una qualità che sfocia nella concorrenza, Aprea volutamente nega il ruolo primario della rimozione di ogni ostacolo, sia economico che sociale, della promozione dell’eguaglianza tra cittadini come garanzia di libertà e democrazia.

Passa in Parlamento, senza discussione tra i cittadini, il frutto avvelenato di un leghismo inaccettabile nella sua ispirazione separatista, figlio di un volgare, acritico e astorico egoismo regionalista, che sacrifica il principio della pari opportunità e mette a repentaglio il ruolo di un sistema formativo che muta col mutare dei “confini” territoriali, per fare del Nord un corpo estraneo al Sud e disarticolare la Repubblica. Passa per la porta di servizio, ma non fa danni minori, un attacco alla libertà d’insegnamento, delineatosi nelle reiterate richieste di “controllo” politico sui libri di testo, nell’imposizione di una “verità storica di Stato”, che legge le foibe in senso antislavo e anticomunista, che aggredisce l’antifascismo e la Resistenza, spezza il filo della trasmissione della memoria come patrimonio comune delle diverse generazioni e apre la porta a un autoritarismo di fatto. Aprea segna così la fine della scuola della repubblica e dimostra che anche in questo delicatissimo campo della vita nazionale, la crisi si fa strumento di un progetto politico sempre più chiaramente orientato in senso classista, sempre più connotato come attacco ai diritti e alla democrazia di cui è garante per quello che può una Costituzione che non è figlia del “libro nero del comunismo”, ma del compromesso tutto sommato nobile tra forza di ispirazione antifascista, siano state esse moderate o progressiste .
In questa bufera fare scuola, difendere la libertà del pensiero critico, la trasmissione quanto più possibile corretta e pluralista della nostra memoria storica, della nostra identità culturale e del patrimonio di lotte sociali che sono garanzia di un rapporto fecondo tra le generazioni, non è impresa facile, ma sarebbe davvero un crimine rinunciare alla lotta. Un insegnante privato della libertà d’insegnamento non può più assolvere alla sua funzione docente. Si può piegare il capo, in fatto di stipendi, non si può cedere sul terreno dei principi. I titolari della scelte dei contenuti e delle impostazioni metodologiche e didattiche sono i docenti e nessuna legge può legalmente imporre a un insegnante della scuola statale di dipendere su questo terreno da soggetti e interessi privati, da finanziatori e sponsor che si statuiscono allo Stato. A scuola non possono esistere altri “datori di lavoro” se non le Istituzioni repubblicane definite e riconosciute dalla Costituzione. E’ tempo di obiezione di coscienza o, se non dovesse basta, tempo di una lotta senza quartiere della quale la responsabilità è tutta e solo di chi ha scelto la via autoritaria. Noi siamo di fronte a un dilemma tragico: ubbidire a una violenza legale – come avvenne ai tempi del fascismo – o sopportare con coraggio e fermezza le conseguenze di un no. Ed è chiaro a tutti: più numerosi saremo, più possibilità ci saranno di limitare i danni. Da Bassanini a Brunetta si è lavorato per condurci al bivio. C’è chi dice che questa legge si tiene volutamente al limite della legittimità costituzionale e si prepara alla resa mentre il Ministro Profumo programma aumenti d’orario e diminuzione di stipendi: “più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina“, uguali a quelli attuali “per chi accetta l’aumento delle ore“. Chi è più attento coglie la portata della ferita arrecata al tessuto democratico del Paese, intuisce che un attacco eversivo viene ormai apertamente dall’alto e sa che di fronte abbiamo un bivio: ci tocca scegliere tra dignità e quieto vivere, rassegnata vergogna e orgogliosa ribellione. La sorte della democrazia, i diritti conquistati lottando e il destino stesso dei nostri figli, tutto è ancora nelle nostre mani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2012

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A sentirli parlare, Profumo, Rossi Doria e Ugolini c’è chi giustamente si chiede: “qualcuno ci dovrà spiegare chi ci guadagnerà da questa barbarie“… Non dirò che sia facile disegnare il campo dei barbari che speculeranno sulla barbarie, ma una prima indicazione la si può dare senza timore di smentite. Circolano nelle scuole e giungono indiscriminatamente sui pc degli insegnanti mail di propaganda che un’idea te la danno.
Si dice ed è vero: spesso un esempio vale più di mille discorsi. Eccolo qui, debitamente modificato per non fare malaccorta pubblicità e non offrire occasioni a prevedibili richiese di danni materiali e morali. Il danno, quello vero ed evidente, lo subisce la scuola. Ma di quella non s’interessa orma più nessuno e le cose perciò vanno così:

Da: Famosoldi Editore
Reg. Trib. Civ. … del…
Al Dirigente Scolastico
(con preghiera di farne pervenire copia)
Ai Docenti interessati al Concorso a cattedre 2012

Oggetto: ultime novità CONCORSO A CATTEDRE in G.U. Speciale Corso online per la prova di preselezione – computer based (art.5 del bando) sui 3.500 quesiti.

Per superare con successo la prova di preselezione si propone:
1. Corso intensivo speciale online – computer based con i 3.500 quiz del test preselettivo previsti dal bando per concorso a cattedre anche per piccoli gruppi (max 4 candidati) con metodologia didattica individualizzata in due tempo:
a) frequenza di mini-corsi distinti con rispettivi esperti in materia su tutti i 3500 quesiti previsti dal bando appositamente raggruppati in quattro tipologie.
b) Corso riepilogativo generale attraverso prove individuali con più di 60 simulazioni di batterie da 50 quesiti di quiz autovalutativi a risposta multipla.
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2. A. BBBBBBBN, Così ti devi ridurre, Famosoldi Editore, con allegati. Tutto sul concorso a cattedre 2012 e CD ROM Da Carlo Magno a Profumo, pp. xxx, € 99,99 da ordinare con cedola di commissione libraria sotto riportata.

Per i candidati ammessi alla prova orale è previsto su http://www.famosoldieditore.it uno corso on line speciale sugli argomenti di ordine informatico, didattico, metodologico, linguistico, legislativo, di cui alle AVVERTENZE GENERALI (All. 3 del bando), obbligatorie per tutte le classi di concorso.
Sarà attivato inoltre presso apposito Istituto scolastico del Paese della Cuccagna un Corso di preparazione individuale o per piccoli gruppi sugli argomenti del Programma di esame della prova scritta e orale (Allegato 3 del bando), unicamente per la scuola dell’infanzia, per la scuola primaria e per le classi di concorso A043, A050, A036, A037.•
Per gli ammessi alla prova scritta del concorso Scuola primaria sarà attivato su http://www.famosoldieditore.it un corso speciale online con docenti – madrelingua per la preparazione alla prova scritta aggiuntiva e obbligatoria di lingua inglese (art.6, comma 3 del bando).

CEDOLA DI COMMISSIONE LIBRARIA
da compilare e spedire con e mail a famosoldieditori@gmail.com
o a mezzo fax al numero XXXXXXXXX
Cognome e nome del docente …………………………………………………………..
Indirizzo…………………………………………………………
CAP……………
Comune………………………………………………………..Provincia……….
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Il pagamento può essere effettuato con contrassegno o per gli istituti a mezzo c/c p.n. 12345678 intestato a: Famosoldi Editore, Viale del business ABC – 00000 Paese della cuccagna.

Data………………… Firma leggibile …………………………………………………………..

 

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 settembre 2012

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Il peggio lo temo da tempo ma, quando mi sono capitati tra le mani i celebrati quiz dell’Invalsi, mi sono limitato a un sorriso amaro: “Fu sconfitto nella battaglia della foresta di Teutoburgo (9 d.c)… Nel quadro delle guerre napoleoniche la battaglia di Ulm fu combattuta nel… In che anno ci fu il Trattato di Octroyeés….Discutiamo di valutazione, mi sono detto, e abbiamo un ministro incompetente, un tecnico di “scienze esatte” per il quale la storia è ancora quella dei positivisti, preoccupati, per dirla con Vilar, “di fare un resoconto esatto degli avvenimenti essenzialmente politici, diplomatici, militari“; lo “storico esperto di fatti“, insomma, “non un fisico“, non uno studioso che “non cerca la causa dell’esplosione nella forza espansiva dei gas ma nel fiammifero del fumatore“. Un ministro al quale sfugge che l’indagine dello storico e, di conseguenza, l’insegnamento della storia, mirano soprattutto a delineare i tratti di un grande disegno che restituisce al passato il ventaglio delle possibilità e l’incertezza dell’avvenire. Profumo, mi sono detto finora con sconsolata rassegnazione, non capisce che “la scienza storica, resurrezione della politica, si fa contemporanea dei suoi eroi“. E m’ha colto un brivido che pareva febbre: la scuola è un guscio di noce sul mare in tempesta e non ha timoniere.
La misura dell’abisso in cui siamo me l’ha data, però, giorni fa, alla Sette, non so quale sconosciuto sottosegretario del governo Monti, mentre scalpellinava su tavole di pietra sconcertata la versione globalizzata dell’Antico Testamento – “io sono il liberismo tuo signore, non avrai altro Dio all’infuori di me“. Colto da un lampo d’apparente umanità, il gioiello di sapienza tecnica s’è avviato, infatti, senza scorta sui sentieri del passato e ha osservato sorridendo che, ai suoi tempi, a trent’anni cominciava la vecchiaia. Oggi non è così, noi viviamo di più, ha proseguito in una sorta di delirio il professore prestato alla politica, oggi noi siamo giovani più a lungo.
Non so quale rozza visione della vita, quale scuola di pensiero malato abbia prodotto una simile follia pericolosa, ma ho capito che di queste vuote e strumentali astrazioni si nutre la scuola di Profumo e Rossi Doria. Non si tratta d’ignoranza, ma di un vero e proprio integralismo neoliberista e classista: merito, eccellenza, valutazione, sono foglie di fico sulla selezione di classe e la diseguaglianza nei punti di partenza.
La scuola ormai non muove un passo, non fa una scelta, non fissa un principio, se non mette a tacere ogni scienza umana e non s’inchina alla nuova stella polare: un feticcio chiamato mercato, di fronte al quale contano poco non solo la storia e la filosofia, ma l’uomo stesso e il senso della vita. Questa scuola, però, non è la mia scuola: ignora sprezzante il Poeta che ammonisce: “Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“. Non è tempo d’amare, pensare, sognare, conoscere o criticare, ci dice il Ministero. Vivere come uomini ormai costa troppo e quello che importa è far quadrare i conti.
Le verità di fede non mi riguardano. Ho vissuto in un tempo nel quale persino gli anglo-americani vittoriosi istituivano Commissioni per creare una scuola democratica, ispirata a un principio solenne: non c’è investimento più produttivo di quello mirato alla formazione del popolo. Il mio no a Profumo è perciò autobiografico. La sua scuola, infatti, sottrae ai giovani quel tanto di civiltà che l’Italia partigiana, antifascista e repubblicana ha regalato alla mia generazione.
Ho vissuto in un tempo che ha cancellato l’avviamento professionale, prigione dei figli dei lavoratori, e ha fatto della formazione di massa il motore della scala sociale e della crescita civile. Ho vissuto in un tempo nel quale un ragazzino che la guerra aveva ridotto a sciuscià all’angolo d’un vicolo di contrabbandieri, poté andare a scuola, ultimo nella gerarchia delle classi, ma pari tra pari, e non sentì nessuno lamentarsi dei costi. Tutti pagarono la scuola che lo strappò all’economia del vicolo, alle sigarette di contrabbando, alla facile presa della malavita organizzata. Quel ragazzo salì mille gradini in un Paese che scalava una dietro l’altra vette di civiltà: l’esame d’ammissione abolito, la nascita della scuola media unificata, la polemica di Don Milani, vittoriosa in una Chiesa che invano minacciava.
Ho vissuto un tempo nel quale il “figlio del signorino” sedette al liceo col figlio del popolo che gli contese la carriera, mentre in fabbrica passava la linea dei diritti, la moglie in casa levava la testa di fronte al marito, le figlie scendevano in piazza, i genitori entravano nelle scuole per governarle e all’università chi era destinato alla fabbrica saliva in cattedra, spiegava la storia dei vinti e mostrava ai padroni che esiste un ethos politico delle classi subalterne. Quel ragazzo ha poi fatto lezione ai figli di Profumo e Monti e li ha mandati a casa quando sono venuti all’esame pensando che bastasse un cognome per ottenere la lode. Nel Paese in cui ho vissuto il lavoro guardava negli occhi il capitale e la scuola ti dava quanta logica basta a capire che chi vive più a lungo è più vecchio per più tempo e che l’eterna giovinezza dei poveri serve solo a pagare l’oscena vecchiaia della ricchezza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 luglio 2012

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