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Posts Tagged ‘storia’

italy_everest_mountain-640x250Conta solo per me, ma per me conta molto.
Non so più quando ho iniziato la scalata, ma tempo n’è passato ed è stata una lunga, estenuante fatica. Sono in cima alla vetta e il libro è finito. Ci metterò ancora tempo perché sono pignolo, ma potrebbe anche uscire così com’è, con o senza di me. Tutto finito, anche il dubbio di non farcela e il timore del lavoro incompiuto, dopo anni di ricerche. Per far festa, scelgo un brano noioso. C’è molto di meglio nel libro, ma stasera, mentre comincia la discesa, voglio ricordare a me stesso i momenti più difficili della scalata. Vai di corsa, ora, vecchio testardo, va giù, con prudenza s’intende, ma va di corsa fino al tepore del campo base. E fermati a stasera. Domani è così incerto e lontano, che non vale nemmeno la pena pensarci. Sei in cima alla vetta. 

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Non è vero che «i fatti parlano» e ci raccontano la «verità della storia». I fatti li creiamo noi e solo noi abbiamo coscienza della loro esistenza. La storia perciò è l’uomo o, se volete, è l’insieme delle risposte che gli eventi danno alle sue domande. Tutto cambia col mutare dei tempi e delle domande, anche le eterne verità, sicché antiche certezze sca­dono al rango di grossolani errori e lontane eresie diventano nobili ve­rità. Non esiste una verità della storia che possa prescindere dai fatti, ma non c’è fatto che non si possa leggere in modi diversi tra loro. Il passato è irrimediabile, non può cambiare, ma ciò che ne sappiamo, la nozione e la comprensione che ne abbiamo, non sono definitive; sono un patrimonio che si arricchisce, si trasforma e si completa ininterrottamente. Ce ne rendiamo conto noi stessi nel breve corso della nostra vita. Chi può dire di conoscere tutto della gente che gli vive attorno? E quante volte un gesto, un evento che ci era ignoto, un fatto venuto alla luce per caso, cambia l’idea che avevamo di persone e cose?
Il passato che proverò a raccontare, leggendo i fatti accaduti a Napoli tra la fine del 1942 e l’autunno del 1943, è stato il presente di uomini che ci hanno preceduti. Questo vuol dire che metterò inevitabilmente in relazione tra loro due «presenti», uno dei quali è «storico», sicché non ne ho esperienza diretta, e un altro, che è quello che sto vivendo. Anche contro la mia volontà, il mio mondo e le mie convinzioni profonde saranno parte in causa nella narrazione; sarò oggettivo, ma non imparziale e lascerò il monopolio della verità ai sacerdoti della storia che ricostruisce ma non interpreta. Non offrirò al lettore immutabili verità. Non è compito dello storico. Lo riconobbe lucidamente Le Goff, ricordando le continue «nuove letture del passato», le «perdite, le resurre­zioni, i vuoti di memoria e le revisioni». I pittori possono avere sulla tavolozza anche solo le gradazioni del grigio e produrre capolavori. La storia della verità, che ha un colore solo, è «figlia di uomini che non pensano» e non produce capolavori: manipola coscienze.

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Agli studenti, in questi anni di guerra che non è guerra, non ho mai nascosto di essere di parte. Ho detto a chiare lettere che una cosa sono i fatti, altra la loro interpretazione. E mi sono sforzato di essere estremo. I ragazzi devono sapere che si può esserlo.
Ho messo molta passione parlando delle idee in cui credo, non ce ne ho messa nessuna presentando quelle in cui non credo, ma le ho descritte come avrebbe fatto un insegnante di idee opposte alle mie.
Mi sono ostinato su un concetto: io ho abbracciato ideali che hanno fatto piangere sangue a intere generazioni. Dall’altra parte c’erano ideali diversi e altrettanto sangue. Un sistema di valori, i comportamenti che ne conseguivano, i fatti che essi determinavano, i rapporti economici che ne erano alla base e producevano le leggi, gli statuti, la realtà sociale, la visione del mondo, questo groviglio, per il quale vivere e nel quale perdersi, era il mondo in cui ho vissuto buona parte della mia vita. Sapevo benissimo che un altro groviglio esisteva. Lo disprezzavo, ci potevo far la guerra e sapevo che poteva portarla al mio groviglio. Si contrapponevano sempre almeno due concezioni del mondo – oggi si dice ideologia e ci si scandalizza – e nessuno si spingeva sino al punto di coinvolgere le verità assolute. Lasciavamo da parte volutamente il bene ed il male, affidati alla dimensione dell’etica e della fede, ci scontravamo su ciò che è giusto o ingiusto e avevamo il rispetto necessario a fare una guerra: stimare di avere un nemico per cui valga la pena di farla. Guerra e pace erano agli antipodi, e nessuno faceva confusione tra esercito e polizia.
Oggi non è più così. Oggi che non esistono ideologie, regna l’integralismo. La quarta guerra mondiale, quella che non poteva cominciare, perché il nemico non ci sarebbe stato, è iniziata probabilmente nel 2001 in nome del bene. E’ il conflitto del bene contro il male. Il bene si autodefinisce, fonde in sé, confonde, anzi, senza separazione alcuna, i tre poteri classici della democrazia di Montesquieu e individua il suo contrario, portandogli guerra. Non riesce a fermarlo nemmeno la considerazione elementare per cui senza male non troveresti bene. Non è consentito ragionare: è un delirio lucido che prevede l’assassinio delle libertà individuali e civili, perché il bene universale le trascende e le comprende. Come ogni verità assoluta è solo una menzogna. Falsa soprattutto quando è divinità politica.
Estrema è la mia attuale opinione sui fatti – che sono di per sé estremi -estreme le conseguenze cui giungo, estremo il momento che viviamo: non credo ai fatti, perché sono chiamato a crederci per fede. Sono ormai così profondamente corrotto dall’inveterata pratica ideologica, che giungo a ritenere che i fatti siano virtuali. Di fronte al condizionale assurto al rango di indicativo, nego la presunta verità: se tutto si riduce ai “sarebbero” delle “fonti attendibili”, se le congetture degli analisti sono il prodotto finito della ricerca, non credo alla ricerca. Non ci sono torri cadute, non ci sono terroristi, non c’è un casus belli. C’è un’alterazione tragica della realtà. Quanto basta per invitare i ragazzi a rivoltarsi in armi per difesa legittima.
Quando sulle rovine di antichissimi imperi, donne, vecchi e bambini muoiono perché non è possibile curarli, aiutarli, sollevarli dal dolore, sotto il volume crescente del fuoco omicida del bene che porta la libertà al male, quando tutto questo accade, alzare le mani in segno di pace può essere disertare. Io non sono religioso, ma credo davvero che la scelta finale di campo tocchi a noi. Non c’è dio che tenga. Forse sarebbe il caso di cominciare a disobbedire in massa; l’armata dei mercenari liberatori deve sapere che dopo millenni di storia l’abbiamo imparato: il bene ed il male non esistono. Esistono scelte giuste e scelte sbagliate in relazione a interessi economici, sistemi di valori che ne derivano e disegni politici. Se il potere diventa religione, ai popoli non resta che una via: la rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 aprile del 2003

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Un Paese ipnotizzato dal circo mediatico e dall’infinita querelle sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, non presta molta attenzione alle mille, preziose notizie che la controinformazione riesce a far filtrare con intelligenza e coraggio attraverso le maglie del conformismo. Giorni fa, Iside Gjergji ci ha raccontato d’una scelta inquietante e rivelatrice del Presidente del Consiglio, che il 7 aprile “per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale“, ha dichiarato per decreto lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa (G.U. n. 83 del 11-4-2011)“.
Tragica, nella sua essenza comica – non si capisce quale Paese sia il Nord Africa e l’Italia non può dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato – l’anomalia giuridica ha le mille ombre sulle quali acutamente si ferma la studiosa, ma è anche un fatto da archiviare a futura memoria. Un fatto, uno dei tanti sui quali prima o poi gli storici si affaticheranno, per tentare di leggere il tempo che viviamo. Cronaca drammatica che scandisce il senso della nostra esperienza umana, ma allo stesso momento storia, possibile chiave di lettura d’un futuro che non conosciamo e che sarà il presente di chi, dopo di noi, si troverà a pagare i nostri conti. Un fatto, la tessera d’un mosaico da comporre, di cui non vediamo il disegno complessivo, ma del quale s’intuiscono i volti enigmatici e le ombre. Fatti muti, che troveranno mille parole domani, quando lo storico potrà interrogarli. E ai fatti, non a caso, si appella da tempo, per tirarli da ogni parte, per metterli in ombra o sovraesporli, una classe dirigente decisa a chiudere i conti col futuro, manipolando il presente e mistificando il passato.
Mettiamola agli atti e cataloghiamola, la dichiarazione che segue, e teniamola in evidenza, perché anche di questo dovranno tener conto domani gli storici, quando interogheranno lo sfascio e ricostruiranno la miseria morale del tempo che viviamo: “Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso; penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva di fatti e soprattutto di eventi storici“. Lo afferma l’avvocato Gelmini e sarebbe facile l’ironia sui sacerdoti del merito, per domandare dove siano le conoscenze teoriche, le competenze specifiche e le esperienze maturate sul campo dal “ministro“, che fa sua la delirante “iniziativa della parlamentare Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici“, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca. Sarebbe facile, l’ironia, se l’anomalia del decreto sullo stato d’emergenza del Nord Africa e l’attacco a storici e docenti non fossero i rovesci d’una stessa medaglia e non costituissero un tentativo di avere mano libera quando si compiono misfatti e assicurasi un’impunità che vada ben oltre la questione giudiziaria. Un’impunità che superi di gran lunga i rischi d’una innocenza strappata illegalmente in tribunale. Un’impunità “orwelliana“, che privi di cittadinanza la “memoria storica” e tolga alle classi subalterne il fondamento stesso sul quale si costruisce l’intelligenza critica. Quel fondamento per cui la rabbia disperata diventa consapevolezza nella ribellione e talvolta si fa rivoluzione.
Qui non basta ricordare, come a buon diritto fa l’accademia, che la “Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea“, si occupa da tempo dei problemi dell’insegnamento della storia nella scuola e nell’università. Ne fanno fede i convegni, i dossier sulla storia nelle scuole, quello su storia contemporanea e autonomia didattica e, per citarne uno, il saggio sulla Storia Contemporanea tra scuola e università. Manuali, programmi, docenti, curato da Giuseppe Bosco e Claudia Mantovani e stampato da Rubettino nel 2004.
La questione vera sono i “fatti” e la democrazia sostanziale che essi contengono nel momento in cui si fanno materia di ricerca e depositari delle mille verità della storia. Mille, non una, senza proprietari esclusivi, senza padroni, senza preclusioni, senza verità di fede. “Politica“, come “politiche” sono, in senso lato, le attività del pensiero umano e con esse l’insegnamento,
Una classe dirigente, che muove guerra alla Costituzione e riduce il Canale di Sicilia a una trappola in cui annegare diritti umani e rabbia dei popoli oppressi, può provare a imbavagliare gli storici, ma non potrà cancellare la storia. Persegua, se può, il suo intento sanguinario, faccia a pezzi il diritto internazionale, perché, come scrive lucidamente la Gjergji, intende “depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente“. Ricordi, però: sono i fatti a raccontare la storia. I fratelli Rosselli, uccisi da ferro prezzolato, Gramsci incarcerato, superarono sbarre e confino politico, sconfissero malattia e morte e nessuno poté fermarne il pensiero. Non si ingabbiano le idee e un ragazzo lucidissimo l’altra sera, in un’assemblea, me l’ha ricordato: noi siamo pochi, ma pochi spesso hanno cambiato il mondo. Noi siamo pochi e diverremo molti. Non servirà a nulla addossare a storici e docenti la responsabilità della tragedia che state costruendo.
Avevamo un patto fondante, si chiamava Costituzione ed era “borghese” come s’era voluto che fosse. Bene o male, l’avevano scritta col sangue i nostri nonni sui monti partigiani e l’avete violata. Rifiutammo la guerra e voi la fate. Ci facemmo democrazia parlamentare e voi ci impedite di scegliere i deputati. Volemmo una scuola statale e l’avete distrutta. Fondammo la pace sociale sul lavoro e voi ce lo negate. Vi accettammo giudici, a patto che la vostra legge valesse per tutti nei vostri tribunali, e voi legate le mani ai vostri stessi giudici e negate persino la giustizia borghese. Raccontatela voi, fin quando potrete, la vostra storia, nei termini di una legalità che cambia di momento in momento col mutare dei vostri interessi. Noi interroghiamo i fatti e ci guida un’idea di giustizia, quella che vi fa dire che siamo comunisti: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 aprile 2011

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Un branco di australopitechi si sarebbe ribellato. Una tribù di trogloditi l’avrebbe cacciato via d’istinto e una comunità d’ominidi l’avrebbe punito, il ringhio vile: “fora d’i ball” sarebbe costato caro per sempre, ovunque e comunque, dal miocene all’età della pietra, dalla preistoria alla storia. L’istinto della bestia o l’onore del guerriero si sarebbero rivoltati e le femmine ne avrebbero fatto un punto d’onore: nessun genere di rapporto. Nulla, dalle necessità del sesso, alla carità d’una spidocchiata. Persino le pulci sarebbero saltate vie, nauseate dal sangue velenoso, e l’intero pianeta si sarebbe trovato unito in un universale e memorabile diluvio. Nulla sarebbe rimasto com’era.
L’evoluzione della specie, invece, qui da noi, oggi, s’è prima fermata, incerta e sospesa, poi ha scelto d’invertire il suo corso.

Duecentocinquanta esseri umani e, tra essi, numerosi cuccioli d’uomo, sono stati uccisi dal civilissimo Mediterraneo, inorridito di sé stesso, ma Nettuno chiama a testimone il fato e si discolpa: non è stato per sua scelta che l’onda mortale ha sommerso gli sventurati in cerca di scampo. E’ l’ordine delle cose che s’è sovvertito: gli dei non han colpe e non c’entrano nemmeno i diavoli e l’inferno. Tutto nasce da una disumana ferocia nel cuore d’un evo nuovo. L’ultimo, forse, che la storia consente.

Fora d’i ball” è la compiuta sintesi storica della civiltà dei consumi, nel trionfo della globalizzazione. L’ha scritta il degenerato discendente d’un innocente scimpanzé, capo d’una tribù di gorilla svergognati che, a disonore dei nobili antenati babbuini, non si rivoltano per istinto, non si indignano in nome d’un antico genoma, non si vergognano di se stessi e del genere che si dice umano.

C’è un’onda verde biliosa che avvelena la terra, appesta l’aria, ammorba l’acqua. Le femmine, contagiate, non inorridiscono per il seme del loro ventre ucciso; fanno sesso e spidocchiano, indifferenti, e i maschi si sottomettono a capi senza onore. Se non si leva subito, di villaggio in villaggio, un urlo di guerra, se il naturale amore per se stessi e la solidarietà che da sempre ci lega nella sventura non ci induce all’immediata rivolta, non c’è più futuro. Ci sono momenti della storia in cui la pace prende le armi e va in guerra, senza patria o bandiere. E’ la sola guerra “umanitaria” che si combatte in natura: quella, senza quartiere, della dignità negata.

Uscito il 7 aprile 2011 su “Fuoriregstro” e sul “Manifesto” il 9 aprile 2011

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In base alla tradizione classica che risale ad Adamo Smith, il mercato è incompatibile con l’etica, perché la “condotta morale” volontaristica è contraria alle sue regole. Non è una convinzione bolscevica; l’ha sostenuto recentemente il papa tedesco [1] e non c’è chi ne dubiti: nulla di più rozzo e approssimativo della pretesa padronale di levare i principi dell’economia borghese a conoscenza finita e perfetta della filosofia della storia e dei meccanismi che producono gli ordinamenti sociali.
Non esiste certezza teorica sull’etica del capitalismo, a meno che il determinismo della legge del profitto non giustifichi se stesso e non ci dichiariamo disposti ad accettare uno sconcertante principio etico: le leggi del libero mercato sono di per se stesse “buone” e producono necessariamente il bene, al di là della morale dei singoli. E’ un articolo di fede e c’è chi ci crede, ma il liberismo ha negato e nega che mercato e profitto possano essere guidati dall’uomo e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: quando la volontà politica ricava la sua legittimazione dalle leggi economiche, nega la morale. E, d’altro canto, l’icastica sintesi di Rousseau ha liquidato per sempre, seppellendola nel ridicolo, la “scienza” politica borghese fondata sulla proprietà privata: “il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società”. Quello che avvenne poi lo sanno tutti. Dentro il recinto abusivo il “padrone” seppellì la libertà degli uomini e, quando fu necessario, seminare, coltivare e raccogliere, divenne necessario il lavoro salariato. Nacquero così la schiavitù, la miseria e la retorica del “lavoro che nobilita”, mentre tutto dimostrava che dal trinomio proprietà, lavoro e divisione del lavoro, derivavano la ricchezza e l’ineguaglianza tra gli uomini. E non c’era scampo: s’erano divisi in padroni che godono di uno “stato superiore” e salariati costretti a penare per sopravvivere. La ricchezza corruttrice acquistò prontamente il venale sapere dei “chierici”, armò la mano a scherani, li chiamò “forza pubblica”, ma li usò a sua tutela, l’uomo si fece lupo dell’uomo e nacque il “Leviatano”.
S’era partiti da una prepotenza, ma il padrone non si fermò. I meccanismo sono noti e Rousseau li ha fissati nella coscienza del processo storico: “di un’abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per profitto di alcuni ‘ambiziosi’ assoggettarono per sempre il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria”. E’ un percorso tutto sommato noto: diritto di proprietà, magistrati a difesa, esercizio “legale” della forza affidato allo Stato di classe. La distinzione storica tra ricchi e poveri divenne cristallizzazione dell’ineguaglianza nel rapporto politico tra potente e debole, talvolta tra padrone e servo. Marx ne ricavò la grande lezione dell’alienazione e, prima ancora, Saint Just puntò il dito sull’inganno giuridico. “Il nome di ‘legge’ – scrisse – non può sanzionare il dispotismo […]. Obbedire alle leggi: il principio non è chiaro, perché la legge spesso non è altro che la volontà di chi la impone. Si ha diritto di resistere alle leggi oppressive”. Parole con cui l’anima della rivoluzione assumeva il corpo e la voce della “democrazia moderna”; era “libertà egualitaria”, annunciava Marx e superava d’impeto la presunta sacralità delle “libertà civili” borghesi dove erano giunti, ma s’erano s’erano fermati Locke, Montesquieu e Kant.
Dietro lo scontro che si è aperto alla Fiat di Pomigliano, dietro l’accordo capestro di Marchionne, c’è tutto questo. Secoli di storia negata e di lotte cancellate, la negazione cieca e feroce della felice intuizione marxiana sintetizzata in un binomio inscindibile: l’eguaglianza esiste solo in funzione della giustizia e la giustizia non esiste se non si esercita in funzione dell’uguaglianza. Tutto questo volutamente ignora l’arroganza di Marchionne, soprattutto l’irrinunciabile principio etico d’una rivoluzione che si crede sconfitta e vive ancora: “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
La storia è fatta dagli uomini, non è il prodotto artificiale d’una verità costruita a tavolino. Marchionne si mostra infinitamente rozzo culturalmente e troppo primitivo sul terreno sociale per capire che nessuna regola, meno che mai quelle del mercato, può funzionare se non è sostenuta da un consenso morale. La sua sprezzante e sconfinata “libertà d’impresa” si chiama arbitrio e può essere esercitate solo con l’arma del ricatto e l’uso della forza. Marchionne non è un “padrone”, è al soldo dei padroni, come un giullare o un vecchio cortigiano, e calca da guitto il palcoscenico della storia. Non ha grandi studi, nonostante i titoli e, nel presunto pragmatismo del suo “prendere o lasciare”, la cecità della fede – questo è il delirio del capitale – pretende di passare per lettura laica della storia, sicché ogni sua affermazione è una sanguinosa bestemmia.
Marchionne lo sa. Il suo mercato e la matematica delle sue leggi del profitto non dicono nulla sul mondo e sulla natura degli uomini, non sono in grado di interpretare i sogni, i bisogni, le speranze, le paure, i sentimenti e i pensieri profondi degli uomini. Il “mercato” è un’astrazione immorale che pretende di decidere il destino degli uomini e governare la storia, come se gli uomini ne fossero spettatori passivi, come se la storia non fosse scienza umana. Lo è invece. Scienza nuova, diceva Vico, nella quale occorre leggere la filosofia che muove i fatti che sono, che furono e saranno.
I padroni mordono. Preparano la guerra e alla fine l’avranno. Sarà lotta di popolo, lunga e senza quartiere, perché sono forti. Questo è un fatto. Dietro si celano le leggi della storia e una sua chiara filosofia: non è accaduto mai ch’abbia la forza contro la ragione con più battaglie vinto anche la guerra.

1) Ioseph Ratzinger, L’economia e le sue leggi fra libero mercato e collettivismo, “Avvenire”, 28-12-2008

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