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Posts Tagged ‘Giorgio Napolitano’

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2004: Giorgio Napolitano non è ricandidato alle elezioni per il Parlamento europeo e resta fuori dal giro che conta. Dalla sua biografia ufficiale risulta che è nato praticamente parlamentare e ha trascorso tutta la vita nei palazzi del potere. Gli elettori hanno deciso che danni ne ha fatti abbastanza ed è giunto il momento che se ne vada. Ciampi, però non la pensa così e il 23 settembre 2006 lo nomina senatore a vita per meriti ignoti. Sarà tra i principali protagonisti dello sfascio della Repubblica.
10 maggio 2006: Giorgio Napolitano, tornato in pompa magna al Senato a spese degli italiani diventa presidente della Repubblica.
Fine 2010, inizio 2011: La Deutsch Bank mette in vendita 7 miliardi di di titoli pubblici italiani. La speculazione finanziaria si mette in moto.
Marzo 2011: la Francia da sola e poi la Nato aggrediscono la Libia, legata all’Italia da un trattato di amicizia e cooperazione. Napolitano esercita forti pressioni sul governo e ottiene che l’Italia partecipi alle operazioni militari.
Giugno 2011: Il Parlamento non lo sa ma, mentre l’ultimo Governo Berlusconi è in piena attività, il Presidente Giorgio Napolitano chiede a Monti in tutta segretezza se è disposto ad assumere la guida di un fantomatico futuro Esecutivo.
5 agosto 2011: L’allora  presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet e il suo futuro successore, Mario Draghi, due privati cittadini, indirizzano al Governo italiano una lettera strettamente riservata in cui prescrivono i provvedimenti che l’Italia dovrà adottare «con urgenza» per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali», far fronte alla speculazione finanziaria, giungere al pareggio di bilancio e ristabilire la fiducia degli investitori. E’ di fatto un programma di governo: liberalizzazioni, inclusa quella dei servizi pubblici locali e professionali. «attraverso privatizzazioni su larga scala», riforma della pubblica amministrazione, delle pensioni, del mercato del lavoro e «del sistema di contrattazione salariale collettiva», in modo che «accordi al livello d’impresa» consentano di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende» e rendere «questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione». La lettera dà il via a una violenta speculazione finanziaria ai danni dell’Italia e impariamo cosìil significato della parola spread.
Settembre-Ottobre 2011: Alcune società private di rating, una delle quali, la Stabdard Poor’s, carente e screditata da scandali, declassano l’Italia. Eppure i conti stanno migliorando.
20 ottobre 2011: Gheddafi, leader della Libia e alleato tradito è linciato.
Ottobre-Novembre 2011: La speculazione finanziaria, innescata dalla lettera di Trichet e Draghi, mettono in crisi la nostra tenuta economica.
9 novembre 2011: Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita.
12 novembre 2011: Berlusconi si dimette.
13 novembre 2011: Napolitano tira finalmente Monti fuori dal cilindro e lo incarica di formare un governo. Monti accetta, ottiene la fiducia e realizza buona parte del programma Trichet-Draghi: Pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma del mercato del lavoro, abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tagli feroci ai servizi pubblici, pareggio del bilancio in Costituzione, impegno a saldare il debito pubblico con un autentico salasso per gli anni che verranno. Monti non accenna mai a una commissione per la valutazione del debito.
15 dicembre 2011: Ripristinato il trattato con la Libia, sospeso unilateralmente pochi mesi prima, quando l’Italia ha deciso di partecipare all’aggressione ai danni dello sventurato Paese africano.
21 dicembre 2012: compiuta l’opera feroce, Monti si dimette.
22 aprile 2013: Giorgio Napolitano è rieletto Presidente della Repubblica. Prima di giungere alla fine del mandato ha creato una commissione di presunti “saggi” che deve occuparsi di modificare la Costituzione di cui è garante. Non è mai accaduto che un Presidente sia stato rieletto; per giustificare l’elezione si dice che la Costituzione non lo vieta. Si stabilisce così un principio che ferisce a morte la legge fondamentale dello Stato: poiché la Costituzione non lo proibisce, un presidente della Repubblica può essere rieletto tutte le volte che vuole, vita natural durante. Contemporaneamente alla elezione, Napolitano ottiene la distruzione del testo delle telefonate scambiate con Mancino e registrate dagli inquirenti. Mancino è imputato in un processo delicatissimo: quello per la trattativa Stato-Mafia. Gli italiani non sapranno mai  che cosa si sono detti il presidente e l’imputato. Non doveva trattarsi di faccende innocenti, se Napolitano, dopo aver vinto la battaglia di principio sulle intercettazioni indiretta del Presidente della Repubblica – il telefono sotto controllo era quello dell’imputato – ha preteso la cancellazione materiale del testo.
15-7-2103: Mentre i ceti popolari sono ridotti alla fame, Napolitano ottiene che l’Italia acquisti costosissimi aerei da guerra.
Gennaio 2014: Mentre Laura Boldrini, presidente della Camera, strozza il dibattito parlamentare, la Consulta dichiara illegittima la legge elettorale da cui è nato il Parlamento e avverte: si può andare a votare anche subito, eliminando quanto di incostituzionale c’è nella legge. Napolitano, però, non scioglie le Camere.
13 febbraio 2014: Renzi decide la caduta del governo Letta, nato dopo le elezioni del 2013. Letta si dimette e Napolitano non lo rimanda alle Camere per la verifica della fiducia e incarica lo stesso Renzi, che nessuno ha eletto, di formare un governo.
21 febbraio 2014: nasce il Governo Renzi, che completa l’opera di Monti con il Jobs Act, lo Sblocca Italia, una nuova riforma del mercato del lavoro e una legge che distrugge la scuola della repubblica. A dicembre Renzi, complice Napolitano,  si avventura in una riforma costituzionale firmata da Mariaelena Boschi.
4 dicembre 2016: gli italiani bocciano la riforma Boschi con un referendum.
14 gennaio 2015: Napolitano si dimette e gli succede Sergio Mattarella.
13 dicembre 2016: nasce il governo Gentiloni formato in pratica dai ministri del precedente governo. Mariaelena Boschi è sottosegretaria alla Presidenza. Mattarella non apre bocca, benché la riforma bocciata porti il suo nome e la Boschi sia stata protagonista negativa nella scandalosa vicenda della Banca Etruria. Un autentico schiaffo agli elettori.
26 maggio del 2018: stavolta Mattarella interviene sulle nomine dei membri del Governo. I ministri di Renzi passati a Gentiloni andavano bene, nonostante il chiaro messaggio degli italiani. Persino la Boschi. Per Conti, invece, Presidente del Consiglio che egli stesso ha incaricato, rivendica un inaccettabile diritto di veto sul ministro dell’Economia, giustificando la sua interferenza con un “allarme per operatori economici e finanziari”, presunti “rischi per il risparmio dei cittadini” (della maggioranza del paese, che non ha soldi, Mattarella non è evidentemente Presidente), una “fuoruscita dell’Italia dall’euro”, che però non è nel programma, una “impennata dello spread”, che il suo veto però accelera paurosamente, e la difesa di una Costituzione che, tuttavia, non gli consente veti sulla linea politica del governo. Una difesa  di cui non s’è ricordato, quando ha accettato di farsi eleggere Presidente da un Parlamento che egli stesso, in qualità di giudice della Consulta, ha dichiarato figlio di una legge truffa e pertanto totalmente privo di legittimità morale. Quel Parlamento che ha lasciato in vita e da cui ha ricevuto e firmato senza batter ciglio l’Italicum, poi dichiarato incostituzionale. Per non parlare del Rosatellum, che ci ha condotti a questo drammatico maggio, che segna probabilmente la fine di quella che fu la repubblica nata dall’antifascismo.

Agoravox, 31 maggio 2018

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La foto e di malanova.info

Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. “Successo politico” della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre “bombe intelligenti” sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i “numeri” della strage, non possiamo – e in tanti purtroppo non vogliamo – fermarci sulla tragedia cui assistiamo.

Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E’ anche per questo che parlamentari illegittimi – eccoli i veri e autentici clandestini – hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il “Codice Minniti”, mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.

E’ ferragosto. Gli “esportatori di democrazia” riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.

Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

Fuoriregistro, 16 agosto 2017

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napolitano-con-renziLascio agli specialisti l’analisi del voto, ma non rinuncio a richiamare una regola generale: gli intellettuali di regime non propongono ipotesi da verificare nei fatti; ricevono dal potere che li ha sul libro paga una tesi da far passare e si studiano di dimostrarla. Se necessario, contro l’evidenza dei fatti. Valgano per tutti l’esempio di nullità come l’onnipresente Paolo Mieli, che continua a fare di Renzi una sorta di “leader rosso”, sicché la vittoria del no è “un meteorite caduto sull’intera sinistra”, o il delirante Vittorio Sgarbi che, con virulenza fondata su chiacchiere, chiarisce la tesi di fondo: Renzi ha vinto. Senza usare toni da squadrista cui fa ricorso Sgarbi, ogni volta che si può, qualche “analista indipendente” fa passare l’idea: esistono solo un fronte del sì e uno del no. Il primo, pur apparentemente battuto, ha una sua compattezza e potrebbe guidare il Paese nonostante l’esito del referendum, l’altro, che ha vinto sulla spinta forte dell’antipolitica, era e resta disgregato e impossibilitato a diventare forza di governo. Come se milioni e milioni di elettori si fossero espressi, andando dietro a Salvini, Berlusconi e Renzi – la “politica” – e tutti gli altri avessero “votato contro”, senza avere nulla che li tenga uniti.

In realtà, il primo dato che emerge chiaro dal referendum, racconta una storia completamente diversa. Il referendum l’hanno perso assieme Renzi e l’élite osannata dall’ex giovane fascista Napolitano e l’hanno vinto soprattutto milioni di italiani che, disgustati dalle esternazioni dell’ex Presidente e dalle indicazioni dei cosiddetti “leader”, non andavano più a votare, ma stavolta l’hanno fatto. La scelta di votare è per sua natura  politica e ti dice che gli elettori sanno benissimo che l’antipolitica oggi è incarnata soprattutto da personaggi come Renzi. La gente ha votato perché ha colto il carattere alternativo e ultimativo della sfida e la possibilità di assestare un ceffone alla sedicente classe dirigente. No a Salvini, no a Brunetta, no a Renzi, no a Verdini, che non hanno alcuna legittimità per rappresentarla. In questa scelta, che si vorrebbe di “pancia”, c’è invece un dato politico che riguarda proprio quella Costituzione, che si tende ormai a far sparire; il referendum sullo Statuto del ’48 ha restituito per una volta la “sovranità” in mano al popolo, e l’elettore ha voluto esercitare questo suo diritto nella consapevolezza piena di poter dire la sua in modo decisivo. Non si trattava di un voto “inutile”, tanto poi fanno il governo come gli pare. Qui non c’erano carte da imbrogliare, sicché il voto referendario aveva un alto valore “rappresentativo”; il referendum è diventato così il “partito che non c’è più”, l’organizzazione che si fa interprete di bisogni, speranze, dissenso, rifiuto della disoccupazione e della precarietà. In questo senso, quindi, un voto “costituzionalissimo”. Nella tesi minimalistica e del tutto astratta, assegnata dal potere ai suoi intellettuali, il no è diventato, invece, “meridionale” nel senso più deteriore della parola, conservatore e quasi “monarchico”, come ai tempi del referendum istituzionale del 1946.

Una lettura comoda, ma totalmente falsa e fuorviante. Intanto perché Milano non è più – ammesso che lo sia mai stata – la “capitale morale” del Paese. Mai come oggi essa è la capitale dei privilegi e uno dei gangli vitali dell’intreccio tra politica e malaffare. Meridionale, poi, oggi significa soprattutto volontà di riscatto e di emancipazione  – questo è forse il senso profondo del no – e Napoli è, in questo senso, molto più avanti di Milano. A ben vedere, i risultati del 4 dicembre contengono anche segnali forti di un voto di classe, come dimostrano il rilievo che ha assunto nella battaglia il “no sociale” e la collocazione nella trincea del no di quella “borghesia progressista”, stavolta sì lombarda in senso “turatiano”. Una borghesia che ha contestato al progetto delle banche, della finanza e dell’ala più reazionaria del padronato, il significato stesso della parola che ha malaccortamente definito il pasticcio Boschi:  riforma. La sedicente nuova Costituzione era tutto, meno che “riforma”. Nella cultura e nelle radici storiche della borghesia progressista, una riforma o contiene una forte carica popolare e allarga la partecipazione e i diritti, o è strumento della reazione.

Naturalmente gli “intellettuali organici” si stanno sforzando di negare il dato più lampante di tutti: il no non avrebbe mai vinto, se non avesse portato con sé la consapevolezza che solo tenendo fermo l’impianto della Costituzione così com’è si potranno rimettere in discussione il Jobs Act, la Buona Scuola, l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori e il pareggio di bilancio; in altri termini, le leggi di una dittatura del capitale finanziario che nasce a Bruxelles e giunge a Roma, provincia di un nuovo Reich. Tocca ai movimenti che hanno conseguito questa vittoria federare interessi e costruire un programma politico, che si proponga l’abolizione delle peggiori leggi di questi ultimi anni e si colleghi a ogni altro movimento che nell’Europa contemporanea dà battaglia alla reazione. C’è una “internazionale del Capitale”, occorre tornare all’internazionalismo delle classi lavoratrici. Per riuscirci, bisogna allargare la rete dei rapporti con i movimenti di altri Paesi, per affrontare e vincere, nello specifico della nostra realtà, la battaglia delle idee contro il “pensiero unico” e costruire progressivamente quella politica per il potere.

Fuoriregistro, 7 dicembre 2016 e Agoravox 8 dicembre 2016

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12009736_10153554816121397_3990894367397108267_nAurelio Grossi, novantasei anni, concittadino di Giorgio Napolitano, mentre parla con Pasquale D’Aiello, documentarista giovane e preparato, impegnato in un progetto di recupero e valorizzazione di una memoria storica che rischia di svanire per sempre. In Italia, Aurelio è l’ultimo volontario di Spagna che sia ancora in vita. Napolitano non lo sa, è troppo impegnato nella distruzione della repubblica, ma Aurelio non ha fatto la fronda nei gruppi universitari fascisti, ma ha combattuto contro i franchisti, i fascisti e i nazisti. Tre lunghi anni di guerra sanguinosa, una ferita a un occhio, i campi d’internamento francesi, poi l’Italia, Napoli, il carcere di Poggioreale e più di due anni di confino politico.
Le Istituzioni della repubblica antifascista e quanti si dicono oggi antifascisti avrebbero dovuto essergli riconoscenti, averlo in gran conto, onorarlo e non fargli sentire il peso della solitudine. Nessuno s’è mai ricordato di lui e le Istituzioni, tutte e a tutti i livelli, lo hanno lasciato solo, come sola se n’è andata Ada, la sorella, che da Barcellona, dai microfoni di “Radio Lìbertà” portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e repubblicana.
Si fanno mille analisi per comprendere le ragioni della micidiale sconfitta delle sinistra, ma sono chiacchiere di sedicenti intellettuali, che hanno costruito le loro fortune sul nulla. La spiegazione è molto più semplice di quanto si voglia far credere. Semplice e terribile. La solitudine di Aurelio ce la racconta con una evidenza che non lascia spazio ai dubbi. Tra pochi giorni, per ricordare le Quattro Giornate, prenderanno la parola cani e porci e ci parleranno di scugnizzi e carabinieri. Di Aurelio non si ricorderà nessuno, perché nessuno sa che esiste e se glielo dici, non ti stanno a sentire. Qui a Napoli oltre 200 tra ex confinati e perseguitati politici presero le armi contro i nazifascisti, ma nessuno ne sa niente. Ormai la storia si scrive sotto dettato. Un insieme di veline.
Ecco che ciò che scrive Pasquale D’Aiello:
Oggi abbiamo incontrato per il nostro documentario, “I primi saranno gli ultimi”, l’ultimo combattente italiano della guerra civile spagnola, Aurelio Grossi. Alla fine lo abbiamo ringraziato per il suo impegno per la libertà e per l’attenzione che ci aveva dedicato. Lui ci ha risposto, sforzandosi per raccogliere le sue poche energie: “sono io che ringrazio voi”. E il sorriso che ci ha regalato mi ha reso felice.
Ringrazio il professor Giuseppe Aragno che ci ha permesso di conoscerlo e ci ha reso possibile incontrarlo e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, che per primo ci ha messo sulle sue tracce“.

Per conoscere meglio l’interessante lavoro dell’ottimo D’Aiello, cliccare sul link:
I primi saranno gli ultimi.

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13681571_napoliNon mi stupisce che Matteo Renzi un giorno parli del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un piano miracoloso che in breve risolverà quella “Questione meridionale” che già Mussolini aveva dichiarato definitivamente chiusa. Non è vero che la storia non abbia nulla da insegnare a nessuno. La verità è che spesso gli allievi sono scadenti.
Molti pensano che Salvini sia un’anomalia e che il razzismo fascista fu il prezzo pagato all’alleanza col Reich di Adolf Hitler, ma non è andata precisamente così. Per lo più, i settentrionali che ebbero ruoli di primo piano nel processo di unificazione nazionale nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud; per Ricasoli, i meridionali erano “un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX”; buona parte della stampa piemontese dell’epoca li definiva figli di una terra “da spopolare” e c’era persino chi propose di mandarne gli abitanti “in Africa a farsi civili”. Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. “Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini”, affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, luogotenente del re nelle terre del Sud e, di lì a poco, Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, dimenticata la “passione unitaria“, non esitò a scrivere a Minghetti: “Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione“.
Partiti da queste convinzioni, i galantuomini della Destra storica produssero infamie come la Legge Pica, i villaggi bruciati assieme agli abitanti, i processi sommari, le fucilazioni senza processo, le deportazioni e il carcere a vita. Un fiume di sangue che battezzò la “nazione unita” prima del macello di proletari che alcuni chiamano “Grande Guerra”.
In realtà, un filo rosso lega tra loro gli eventi della storia e dietro il razzismo c’erano e ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della “razza italiana” e mise mano alle leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato particolarmente significativo, sul quale, invece, si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri “scienziati” che compaiono come autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; qualcuno fece addirittura una brillante carriera e tutti continuarono a “formare” le giovani generazioni.
Buona parte di ciò che accade oggi ha profonde radici in un passato con il quale non abbiamo mai fatto seriamente i conti. Il giornale che pubblicò il famigerato “Manifesto” del 1938 – “La difesa della razza” – ebbe come segretario di redazione un equivoco personaggio, che alcuni anni fa Giorgio Napolitano, presidente della “Repubblica nata dall’antifascismo”, volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, futuro capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia col nome di “Repubblica Sociale”. Un uomo, per intenderci, coinvolto successivamente in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, che sfuggì al processo, facendosi scudo dell’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.
Un caso eccezionale? Assolutamente no. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica “antifascista” e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.
In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea “politica” di Salvini. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.
Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.
C’è un dato ancora che va ricordato: a partire da settembre, grazie alla riforma della scuola, su questa realtà cadrà una pietra tombale e chi vorrà insegnare la storia nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento. Diciamolo chiaro: siamo ben oltre il livello di guardia.

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39965Tra le pesanti eredità che ci lascia l’esperienza politica “straordinaria” compiuta ai vertici della Repubblica da Giorgio Napolitano, ci sono la privatizzazione strisciante della scuola statale e l’amara sorte del corpo docente. Dell’una e dell’altra, il Presidente, rieletto contro una prassi consolidata, non ha mai colto la portata e le conseguenze per il futuro del Paese, dimostrando così allo stesso tempo una impressionante distanza culturale da un problema scottante e una grave inadeguatezza nel ruolo di garante dei principi fondanti della legalità repubblicana. A ben vedere, però, non poteva andare diversamente. La concezione aziendalistica della scuola è figlia naturale del progressivo processo di asservimento della politica agli oscuri interessi del potere economico-finanziario.
Quando Enrico Berlinguer pose l’accento sulla “questione morale”, a guidare l’opposizione interna al segretario del PCI fu proprio Napolitano, che lo accusò di rinunciare a fare politica, riducendo gli altri partiti a “macchine di potere e clientele”. Per Napolitano, Berlinguer tradiva così la lezione di Togliatti e riduceva la politica a “vuote invettive” e “pure contrapposizioni verbali”. Quanto sia costata al Paese l’opposizione di Napolitano è apparso chiaro anni dopo, quando i vertici di partiti politici, ridotti ormai a comitati d’affari, come il PSI di Craxi, che Napolitano sponsorizzava, furono decapitati per via giudiziaria e l’irrisolta “questione morale” aprì la strada a Berlusconi. E’ lì che vanno cercate le radici di Renzi, del Patto del Nazareno e della rielezione di Napolitano, garante di un nuovo equilibrio, eminenza grigia che ha un ruolo decisivo nella nascita dei tre governi – Monti, Letta e Renzi – che hanno avviato la liquidazione della Costituzione del 1948, inaugurando la stagione della postdemocrazia con un drammatico esperimento di “autoritarismo democratico”.
In questo groviglio d’interessi, nelle acque torbide della corruzione dilagante e di una evidente miseria morale, ha faticosamente navigato la navicella della formazione, approdata al disastro con Renzi e l’annunciata riforma Giannini. Un dato colpisce subito chi guarda agli insegnanti oggi senza la lente deformante dei pregiudizi: il cliché del docente-missionario, del lavoratore protetto, della casta privilegiata che lavora poco e sta sempre in vacanza è entrato in crisi. Lo smentiscono purtroppo un dato accertato, sebbene mai seriamente quantificato: il lavoro nelle “classi pollaio”, il prepotere dei dirigenti, il discredito sociale hanno determinato condizioni di stress che incidono pesantemente sul sistema delle difese immunitarie, causando patologie tumorali e problemi psichiatrici talvolta anche gravi.
La medicina del lavoro pone da tempo domande che non trovano adeguate risposte e non abbiamo studi approfonditi, ma non c’è dubbio: le malattie del sistema nervoso, che ai primi del Novecento, secondo le relazioni dei medici delle Società di Mutuo Soccorso, attaccavano anzitutto serve, lavoratori domestici, sarti, guardie e tipografi, colpiscono oggi pesantemente i docenti: il 70% dei lavoratori della scuola inidonei hanno problemi psichiatrici e fanno parte perciò a pieno titolo di quello che Marx giustamente definì “genocidio pacifico”. Non a caso si “gioca” ormai con le ore di servizio e si finge d’ignorare lo “specifico” dell’insegnamento. Come in ogni azienda, infatti, anche a scuola i docenti sono forza lavoro da consumare indiscriminatamente per sfruttare al massimo il “tempo di produzione” entro parametri temporali dati, senza tenere in alcun conto limiti fisici, soddisfazione morale e, in ultima analisi, la “tenuta” del lavoratore.
La maestra della penna rossa rischiava la tisi e il pericolo giungeva dal rischio di contagio. Oggi la scuola-azienda o, se si vuole, lo Stato padrone, espone il docente ad altri e più sottili pericoli. Ciò che conta è il bilancio e per farlo quadrare, si bloccano le paghe e si allungano gli anni che dividono dalla pensione, senza curarsi di quanto tutto questo costi in termini di salute. La malattia professionale, come si definisce oggi la “malattia da profitto” con una definizione ingannevole che ignora l’influenza dell’ambiente, è figlia delle logiche feroci della produttività, del profitto e dello sfruttamento, coperte per lo più da astrazioni quali la valutazione, il merito e la sua incentivazione (pagata peraltro coi soldi sottratti ai lavoratori “meno bravi” e di norma più indocili). Una ferocia cui si sommano gli effetti devastanti sul piano psicofisico e su quello della fatica mentale, della precarietà e dell’incertezza del posto di lavoro.
Napolitano se ne va, dopo che la scuola gli è morta tra le mani e non se n’è accorto. La sua sola preoccupazione è stata un’astrazione chiamata mercato. In concreto, i mercanti.

Da Fuoriregistro, 2 gennaio 2015, Contropiano e Agoravox, 5 gennaio 2015

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mal-di-mare-rimedi1Da un punto di vista etimologico, la parola nausea, deriva dalla greco ναῦς naus, che significa nave. Non a caso nausea in latino vuol dire mal di mare. La nausea, quindi, per estensione, è una reazione involontaria e molesta, che si manifesta con ingombro allo stomaco, si accompagna ad un’abbondante salivazione, è seguita non di rado dal vomito ed è causata da sentimenti di vivo disgusto e inarrestabile repulsione.
A rigor di logica, quindi, non è certo colpa mia – e non mi si può accusare di vilipendio – se, per insondabili meccanismi psico-somatici, Giorgio Napolitano ha sul mio organismo l’effetto involontario e tedioso del mal di mare; se, per esser chiari, contro la mia volontà, ascoltandolo, sento aumentare la salivazione, avverto un senso di vertigine, mi ricopro di un velo di freddo sudor e, come provassi un profondo disgusto, una inarrestabile ripulsa, divento vittima di un’invincibile nausea.
Lascio immaginare al lettore la condizione in cui mi trovo da quando, l’accoppiata mediatica Napolitano-Renzi, impazza sul piccolo schermo, sui giornali e su tutti i mezzi di comunicazione di massa. Malauguratamente sui rapporti tra vomito e pupo fiorentino mancano, per la cronica  mancanza di fondi, ricerche adeguate, sicché non ho strumenti scientifici per spiegare e affrontare la nausea micidiale, ma posso garantirlo a chi legge: da quando il bipresidente l’ha imposto alla volontà del popolo sovrano, nonostante le mani lorde del sangue vivo di Enrico Letta, mi sto svenando per acquistare farmaci a base di pantoprazolo.

Da Fuoriregistro, 23 dicembre 2014

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