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Posts Tagged ‘Montesquieu’

Niente auguri solo una lezione da imparareLe classi subalterne sono stremate, è vero, ma la realtà dei fatti insegna sempre qualcosa e forse conosciamo da tempo la lezione, addirittura dal 1848: “non ci vuole una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza”. In questo senso, la condizione in cui è ridotta la scuola non segna solo un grave arretramento della civiltà, ma rivela una drammatica svolta ideologica. Poiché in ogni momento storico le idee dominanti sono sempre e solo quelle dei ceti dominanti, la crisi di un’epoca della storia è automaticamente crisi dell’ideologia che giustifica il dominio. E’ naturale, quindi, che nessuno, meno che mai gli esponenti del potere, creda più nei pilastri teorici del tempo che abbiamo vissuto e ci stiamo lasciando alle spalle.
Qui non si tratta di una data che cambia su un calendario. La libertà, l’eguaglianza e la fraternità, per cui si sono ripetutamente levate in armi generazioni di rivoluzionari borghesi, i principi e le norme fondanti dell’attuale “patto sociale”, sono ormai gusci vuoti. Dopo più di due secoli, la maschera cala e una concezione “storica” del diritto e della società cessa d’un tratto di essere un’acquisizione eterna di civiltà; la crisi e la sua logica inesorabile mostrano brutalmente che l’idea borghese di democrazia, Montesquieu, la sua “divisione dei poteri” e l’insieme delle regole ad essa legate – il diritto borghese – sono il prodotto di rapporti storici, non leggi eterne, razionali e naturali.
In queste condizioni, mentre il potere si arrocca e il conflitto produce nuovi rapporti storici da trasformare in “principi universali”, la battaglia che si combatte ovunque su questioni falsamente morali, come la difesa della famiglia e il modello di educazione, segna la trincea di prima linea di uno scontro mortale, che non è culturale. La difesa ideologica del modello borghese di famiglia è figlia del terrore prodotto dai cambiamenti in un momento di transizione e riassetto del potere. Sul terreno della formazione, in particolare, il tentativo di privatizzare o, peggio, di “statalizzare” nel senso peggiore della parola, mira a garantire la supremazia di un pensiero nuovo, non ancora ben definito, ma così feroce che, per diventare dominante, pretende il sacrificio di ogni possibile formazione della coscienza critica.
A chi non accetta di subire inerte tanta violenza, si rimprovera strumentalmente una concezione ideologica dell’educazione e – rovesciando la realtà – si imputa un’idea gramsciana di “egemonia culturale”. Come in uno specchio deformante, l’eversione dall’alto, sempre più evidente, diventa sedizione dal basso. Eppure la sottomissione del sistema formativo al potere esecutivo è sotto gli occhi di tutti, così come la sua riduzione a strumento di controllo sociale. Ciò che si vuole è la cancellazione della scuola e dell’università come fucina di intelligenza critica e autonomia di giudizio. Tutto questo è terribile, ma la lezione è chiara e va capita: di fronte a una crisi che minaccia di essere strutturale, la scuola è terra di conquista per chi mira a ristabilire un’influenza ideologica sui ceti subalterni e a trasformare “i giovani in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”. La lotta per i diritti dei lavoratori è sacrosanta, ma dio salvi i popoli ai quali sottrai la capacità di riconoscerli e la memoria storica di quanto costarono in termini di lotte, repressione e sangue!
Che fare? Marx non avrebbe dubbi. Da secoli rivolge invano la sua domanda retorica al servi del potere: “non è che la vostra educazione determinata dai rapporti sociali entro ai quali voi educate”, nasconde “l’intervento più o meno diretto della società per mezzo della scuola?”. Mai come oggi è stato così chiaro: se non riusciremo a difendere la scuola, noi non addestreremo più nemmeno lavoratori: produrremo servi o, tutt’al più, bestiame votante. Non abbiamo scelta perciò: dobbiamo strappare l’educazione all’influenza della classe dominante. Costi quel che costi.

Uscito su Fuoriregistro il 31 dicembre 2015 e su Agoravox l’1 gennaio 2016.

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Dich indip USASembrerà un paradosso, ma è saggezza politica: finché non fu in grado di realizzare i suoi progetti politici senza il contributo dei poteri periferici – sia feudali, che cittadini – fu il sovrano a sollecitare la partecipazione alla sua attività di governo delle componenti sociali più rilevanti. Privo di efficaci strumenti amministrativi, cercava il consenso di assemblee controllabili che ne avallassero le scelte senza esigere la condivisione di un potere realmente esercitato. Com’è naturale, però, le assemblee rifiutavano ruoli di supplenza del «consilium regni» e chiedevano una istituzionalizzazione della propria presenza politica.
La dialettica tra potere centrale e poteri periferici si configurò così come processo dinamico, da cui nasceva una complessa trama di rapporti tra forze diverse, che tenevano assieme il corpo centrale dello Stato e le sue articolazioni periferiche. Di fatto, i poteri periferici, che esprimevano interessi diversi tra loro, esercitavano un reciproco controllo e una funzione equilibratrice. Naturalmente, più il potere centrale contava su basi sociali autonome e potenti, più deboli erano le assemblee e più arretrata la realtà politica. Se il sovrano poteva agevolmente sfruttare i contrasti interni ai poteri periferici – difficili relazioni tra città e contado, rapporti tesi tra feudatari e autonomie cittadine – la logica dal «divide et impera» causava una destabilizzante frammentazione politica.
A ben vedere, quindi, la “governabilità” non solo non era – e di fatto non è – figlia unica del rafforzamento del potere centrale, ma l’indebolimento delle autonomie periferiche creava squilibri che intralciavano il «buon governo». Spesso, anzi, l’esagerata ricerca di «governabilità» era ed è sintomo di una patologia del potere, che difende interessi particolari e minoritari, a scapito dei reali bisogni collettivi. Vitale, quindi, per la fisiologia della vita politica, era ed è l’equilibrio delicato tra i poteri periferici e quello centrale e la «governabilità» si fa«valore» e agevola il «buon governo» solo se la forza del potere nasce dal confronto con assemblee forti di un’ampia rappresentanza.
La storia delle assemblee dimostra che più esse sono rappresentative della complessa realtà sociale, più articolata è la base di consenso e più efficace l’azione di governo. E’ il moltiplicarsi dei ruoli di «garanzia» nel «cursus honorum» degli uomini di governo affiancati al Senato a fare grande quella Roma repubblicana, che l’Impero conduce alla rovina, allorché, ridotto il Senato a un ornamento, la forza delle legioni svanisce perché non si trova più chi difenda uno Stato che non lo rappresenta.
Con l’Età Moderna, quando la bilancia pende dalla parte di chi governa e le assemblee si riducono a salotti di «ambasciatori» di questa o quella entità politica autonoma, in cui non conta l’importanza dei problemi, ma il «peso» di chi difende un interesse, lo scontro coi popoli si fa spesso violento. Val la pena di ricordare a Renzi – ma anche l’Europa farebbe bene a riflettere – che quando il potere centrale pone al centro della vita politica la «governabilità» a scapito della rappresentanza e spaccia per «modernizzazione» l’autoritarismo, s’apre la via per la rivoluzione. L’inglese Carlo I Stuart, travolto dalla «Gloriosa Rivoluzione», la questione della rappresentanza che spinge alla ribellione i coloni americani al grido di «no taxation without representation», sono modelli classici nelle storia della borghesia. Ed è sintomatico che l’animo degli americani non si infiamma, come spesso si crede, per l’eccesso di tassazione, ma per la richiesta ignorata di eleggere rappresentanti nel Parlamento di Londra. Lungo sarebbe l’elenco delle rivoluzioni nate dalla rivendicazione di una reale partecipazione, ma anche Renzi saprà che fu la rivoluzione a sancire la superiorità del modello fondato sulla rappresentanza: così accadde negli Usa, così nella Francia dei sanculotti e persino nella Russia del 1917, dove l’inascoltata richiesta di convocare un’assemblea rappresentativa dell’intera società zarista, espressa dai rivoluzionari all’alba del Novecento, trovò risposta nei «Soviet», che diedero rappresentanza ai ceti subalterni. Ragione non ultima della partecipazione popolare alla rivoluzione bolscevica.
Oggi sappiamo che quanto più forte l’accento cade sul tema della governabilità, tanto più s’intende tutelare i privilegi di classe e garantire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sappiamo anche che più pesante è stato il pugno calato sull’equilibrio dei poteri, più violenta è risultata storicamente la mortificazione di diritti umani, civili, politici e sociali e più spazio s’è aperto per la rivoluzione che, nel delirio liberista, è diventata la grande assente della vicenda storica. E strano, ma significativo – e fa temere una violenta burrasca – il fatto che proprio la borghesia cancelli dall’orizzonte politico la via rivoluzionaria e pretenda di leggere la storia come fosse un traballante treppiedi privo di una gamba: conservatori e progressisti, senza ombra di rivoluzionari. Eppure spesso sono stati proprio questi ultimi a scrivere pagine decisive per la vicenda umana e nessuno dovrebbe saperlo meglio di quella borghesia che, giunta al potere per la via rivoluzionaria, l’ha poi conservato grazie ai Parlamenti. Quei Parlamenti che oggi, con colpevole miopia, sono sacrificati a governi autoritari che battono in breccia la geniale creatura di Montesquieu. E’ vero, si può essere riformisti in mille modi ma non sarà male chiederselo: quante rivoluzioni sono figlie legittime di riforme concepite per negare diritti? Quanti decisivi progressi si sono affermati con la forza, quando la ragione è stata messa a tacere e hanno fatto giustizia di un’ingiustizia che non badava più alle ragioni dei popoli?

Uscito su Fuoriregistro il 13 agosto 2014 e sul Manifesto il 22 agosto 2014, col titolo Il sovrano e l’assemblea, una vecchia storia, e su MenteCritica il 29 agosto 2014.

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Agli studenti, in questi anni di guerra che non è guerra, non ho mai nascosto di essere di parte. Ho detto a chiare lettere che una cosa sono i fatti, altra la loro interpretazione. E mi sono sforzato di essere estremo. I ragazzi devono sapere che si può esserlo.
Ho messo molta passione parlando delle idee in cui credo, non ce ne ho messa nessuna presentando quelle in cui non credo, ma le ho descritte come avrebbe fatto un insegnante di idee opposte alle mie.
Mi sono ostinato su un concetto: io ho abbracciato ideali che hanno fatto piangere sangue a intere generazioni. Dall’altra parte c’erano ideali diversi e altrettanto sangue. Un sistema di valori, i comportamenti che ne conseguivano, i fatti che essi determinavano, i rapporti economici che ne erano alla base e producevano le leggi, gli statuti, la realtà sociale, la visione del mondo, questo groviglio, per il quale vivere e nel quale perdersi, era il mondo in cui ho vissuto buona parte della mia vita. Sapevo benissimo che un altro groviglio esisteva. Lo disprezzavo, ci potevo far la guerra e sapevo che poteva portarla al mio groviglio. Si contrapponevano sempre almeno due concezioni del mondo – oggi si dice ideologia e ci si scandalizza – e nessuno si spingeva sino al punto di coinvolgere le verità assolute. Lasciavamo da parte volutamente il bene ed il male, affidati alla dimensione dell’etica e della fede, ci scontravamo su ciò che è giusto o ingiusto e avevamo il rispetto necessario a fare una guerra: stimare di avere un nemico per cui valga la pena di farla. Guerra e pace erano agli antipodi, e nessuno faceva confusione tra esercito e polizia.
Oggi non è più così. Oggi che non esistono ideologie, regna l’integralismo. La quarta guerra mondiale, quella che non poteva cominciare, perché il nemico non ci sarebbe stato, è iniziata probabilmente nel 2001 in nome del bene. E’ il conflitto del bene contro il male. Il bene si autodefinisce, fonde in sé, confonde, anzi, senza separazione alcuna, i tre poteri classici della democrazia di Montesquieu e individua il suo contrario, portandogli guerra. Non riesce a fermarlo nemmeno la considerazione elementare per cui senza male non troveresti bene. Non è consentito ragionare: è un delirio lucido che prevede l’assassinio delle libertà individuali e civili, perché il bene universale le trascende e le comprende. Come ogni verità assoluta è solo una menzogna. Falsa soprattutto quando è divinità politica.
Estrema è la mia attuale opinione sui fatti – che sono di per sé estremi -estreme le conseguenze cui giungo, estremo il momento che viviamo: non credo ai fatti, perché sono chiamato a crederci per fede. Sono ormai così profondamente corrotto dall’inveterata pratica ideologica, che giungo a ritenere che i fatti siano virtuali. Di fronte al condizionale assurto al rango di indicativo, nego la presunta verità: se tutto si riduce ai “sarebbero” delle “fonti attendibili”, se le congetture degli analisti sono il prodotto finito della ricerca, non credo alla ricerca. Non ci sono torri cadute, non ci sono terroristi, non c’è un casus belli. C’è un’alterazione tragica della realtà. Quanto basta per invitare i ragazzi a rivoltarsi in armi per difesa legittima.
Quando sulle rovine di antichissimi imperi, donne, vecchi e bambini muoiono perché non è possibile curarli, aiutarli, sollevarli dal dolore, sotto il volume crescente del fuoco omicida del bene che porta la libertà al male, quando tutto questo accade, alzare le mani in segno di pace può essere disertare. Io non sono religioso, ma credo davvero che la scelta finale di campo tocchi a noi. Non c’è dio che tenga. Forse sarebbe il caso di cominciare a disobbedire in massa; l’armata dei mercenari liberatori deve sapere che dopo millenni di storia l’abbiamo imparato: il bene ed il male non esistono. Esistono scelte giuste e scelte sbagliate in relazione a interessi economici, sistemi di valori che ne derivano e disegni politici. Se il potere diventa religione, ai popoli non resta che una via: la rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 aprile del 2003

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La storia non si fa coi se, ma i se possono dirci ciò che non sarebbe stato. Senza gli Occhetto, i D’Alema e i Napolitano, il Pci non si sarebbe sciolto, Monti e Letta non avrebbero mai fatto un governo e questa crisi, se fosse venuta, sarebbe stata affrontata diversamente. Non è andata così e in un quadro di dubbia legalità costituzionale eccoci a Monti e Letta. Dopo il “professore”, con Letta cambia qualcosa? Sì, certo. Letta è molto peggio. Col primo era salva la forma: un presidente della repubblica, sia pure discutibilmente, decise per un governo tecnico e i partiti consentirono. Non sci furono elezioni. Letta invece ha fatto un governo dopo un voto politico e contro l’impegno preso con gli elettori. Questo in un contesto europeo sempre più cupo.
Quando si parla di Europa, il riferimento al Manifesto di Ventotene è di prammatica. Lo fanno tutti. Tutti però evitano accuratamente di ricordare due dati: il primo è che si tratta di un documento antifascista, il secondo che individua lucidamente i futuri nemici dell’Europa dei popoli. Chi sono per Spinelli, Colorni e Rossi questi nemici? Le idee a Ventotene erano chiare: i “gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli Stati” e “le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie”. Di tali forze il Manifesto tenta una descrizione che fa pensare subito a Monti, Letta e, più in generale, al PD e ai nostri ultimi governi. Una somiglianza straordinaria: “uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti”.
Alla luce dell’esperienza, sbaglieremmo a cercare in queste parole il blocco sociale e il groviglio di interessi che si schiera oggi in campo antieuropeista; quando non è nazionalista, infatti, quel campo è una conseguenza della tragedia che viviamo. Sono piuttosto forze che hanno elaborato e  imposto un’altra idea di Unione Europea, un’idea antitetica a quella antifascista di Ventotene. L’Europa, per dirla con Monti, in cui l’Esecutivo assume un ruolo pedagogico rispetto al Parlamento, l’Europa delle élite, delle banche e dei poteri forti. In una parola: l’Europa antipopolare che oggi ci soffoca e non bada alla sua legittimità democratica e alla rappresentatività politica; la governano infatti una Commissione di nominati e non ha una Costituzione votata che sancisca la nascita di una sovranità. Se uno ci pensa, uno strumento di attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori – cuore pulsante della storia contemporanea – che ci conduce ben oltre il Novecento e salta indietro a piè pari oltre Montesquieu, oltre la divisione di poteri che si controllano reciprocamente e oltre la sovranità popolare, Un nuovo “antico regime”. Si addolcisce la pillola parlando di “postdemocrazia”, ma chi ha formazione marxista ricorda un monito terribile: socialismo o barbarie.
In questo quadro si collocano gli eventi di casa nostra, soprattutto se, da Monti a Letta, si esaminano in rapporto a un dato di fatto: la forzatura della Costituzione. Tutti sanno che la Consulta non ha ritenuto legittimi molti punti della legge Calderoli, nessuno dice però che, così stando le cose, potrebbe essere illegittimo l’operato delle Camere e dei Governi. Nessuno dice che la legge del fascista Acerbo nel 1923 poneva soglie di sbarramento per giungere al premio di maggioranza che quella Calderoli non prevede. E’ il dato storico a suggerire quello politico: la repubblica antifascista ha leggi meno democratiche di quelle fasciste. Questo spiega l’intento di Letta – riscrivere la Costituzione nata dall’esperienza antifascista – e dà un chiaro significato politico alla rivalutazione storiografica del fascismo e alla pietra tombale caduta sull’antifascismo. Non è un caso se, per giustificare la sostanziale saldatura del blocco borghese reazionario che è alla base del governo Letta, si tiri fuori la “pacificazione”. Di pacificazione si parlò, dopo la caduta del fascismo, quando si riciclò il personale fascista con la legge sull’epurazione di Azzariti, ex presidente del tribunale della razza e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, e in piena repubblica magistrati e questori di provenienza fascista poterono colpire partigiani e lavoratori, fiancheggiare camerati e stragisti e gettare la croce sugli anarchici. Di pacificazione si riparlò, quando fu messo da parte l’antifascismo, riesumando i cosiddetti “ragazzi di Salò”, e di pacificazione si torna a parlare oggi, per giustificare un tradimento del voto popolare, che somma la destra e la sedicente sinistra e le schiera a difesa dell’Europa delle banche. Una difesa che impone la riscrittura della Costituzione.
Senza una sinistra schiettamente anticapitalista e internazionalista questo progetto è destinato al successo. Rimettere in campo una sinistra, però, non significa decidere a priori se essa debba essere riformista o rivoluzionaria: sarebbe come preparare la guerra e non avere esercito. Delle modalità di lotta è inutile discutere se, per rimetterla in campo, non si torna prima ai suoi valori di riferimento. Il tema della legalità, per dirne una, bandiera dei governi alla Letta, storicamente non riguarda la sinistra, nata lottando con una legalità che si faceva scudo dei codici per imporre lo sfruttamento. La sinistra sa bene che ci sono state la “legalità” crispina e quella fascista e sa che Terracini e Pertini detenuti furono ben più onesti dei loro giudici e carcerieri. La sinistra e la Costituzione sono per la giustizia sociale. L’idea delle relazioni tra le classi nelle vertenze sindacali, che unisce Marchionne e Letta non è liberale o liberista; è corporativa e, quindi, neofascista. La sinistra è per il sindacato di classe che non rinuncia al conflitto. Se non sono tempi da consigli di fabbrica e soviet, si può e si deve difendere da Napolitano e soci una democrazia parlamentare. Non ci sono guerre umanitarie. Sinistra e Costituzione ripudiano la guerra che non sia di liberazione. La sinistra è antimperialista e non ritiene terrorista chi ci combatte nei Paesi che occupiamo. Per la sinistra si tratta di partigiani, come partigiani e non banditi furono i nostri ragazzi nella Resistenza. Per la sinistra la scuola è statale; i privati istituiscono loro scuole ma lo fanno senza oneri per lo Stato. Si conviene che il voto è l’espressione della volontà popolare? D’accordo. Storicamente, però, la sinistra sta con la parte di Europa in cui il diritto ha radici latine e ha sempre visto nel sistema proporzionale la via maestra della rappresentatività in Stati di democrazia. Non si tratta di un dato tecnico, ma di un valore storico. La legge “truffa” del 1953, proposta dal democristiano Scelba e passata coi voti della sola maggioranza, modificò in senso maggioritario la legge proporzionale nata nel 1946, assegnando il 65% dei seggi della Camera alla lista o alla coalizione che avessero superato il 50% dei voti validi. La sinistra lottò compatta per non farla passare – il ricordo del fascismo bruciava ancora troppo per dividersi – la subì in Parlamento, ma la sconfisse nel Paese; nessuno opinò che Parri e Calamandrei col movimento di Unità Popolare non fossero “sinistra” e il loro 0,6% fece mancare al blocco di potere conservatore il quorum per ottenere il premio di maggioranza.
Per battere Monti, Letta, Merkell, la BCE e il dilagante autoritarismo reazionario, l’Italia di sinistra e l’Europa dei popoli devono passano per un crocevia: l’unità rispetto al quadro dei valori storici di riferimento.

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6269781250_6aa9a0fee3[1]Il prossimo 25 aprile, in una città mobilitata contro il ricatto del debito e la distruzione dello stato sociale, Madrid celebrerà la «festa nazionale per la liberazione da tutti i fascismi» e renderà omaggio alle donne e agli uomini accorsi in Spagna in difesa della Repubblica minacciata da Franco. Sarà l’occasione per una riflessione sulla lotta antifascista di resistenza, sull’attualità e il valore del 25 aprile in un’Europa paradossalmente «unita» eppure divisa come non pareva potesse più esserlo. E’ difficile immaginare in quante scuole e università italiane ci sarà spazio per ricordare e quanti giovani, nel clima politico che viviamo, conoscano Rosselli, Pesce o Vincenzo Perrone, caduto per mano franchista a Monte Pelato, e le ragioni per cui migliaia di ragazzi e ragazze nel 1936 partirono dall’Italia per combattere una guerra che non pareva riguardarli. Tra presente e passato s’è ormai creato un pericoloso «corto circuito» e non c’è nulla purtroppo che somigli a un gregge quanto un popolo che ignora la sua storia.
Lo dicono in tanti: «in Europa c’è la crisi». Pochi, tuttavia colgono probabilmente la contraddizione storica da cui essa scaturisce. Figlia del«Manifesto” scritto da Spinelli, Rossi e Colorni, confinati a Ventotene, e perciò «geneticamente» antifascista, l’Europa unita, infatti, non solo ha smarrito i suoi autentici connotati, ma si va sempre più trasformando nel suo esatto contrario. Nata per impedire l’«oppressione degli stranieri dominatori», è uno strumento di oppressione di alcune élite su masse popolari escluse dai processi decisionali; concepita come antidoto alla degenerazione degli ideali di indipendenza nazionale in quel nazionalismo imperialista che intralciava la libera circolazione di uomini e merci, con la vicenda libica sembra ormai tornata all’imperialismo. In quanto alla libera circolazione, porte spalancate per le merci, soprattutto se speculano sulla qualità, sul costo del lavoro e sui diritti negati, ma per quanto riguarda gli uomini, entro e fuori dai suoi confini, l’Europa mortifica le ragioni stesse della sua esistenza. Da anni ormai una umanità dolente paga sulla propria pelle il naufragio di quel capitalismo che dopo il crollo del muro di Berlino aveva annunciato l’età dell’oro e la «fine della storia». Mentre gli immigrati sono respinti o internati e chi domanda asilo solo raramente trova accoglienza, entro i confini della «terra promessa» l’egemonia dei «paesi creditori» su quelli debitori disegna ormai il quadro di una vera colonizzazione interna. Non bastasse questa grave miseria morale, l’Europa unita, in mano ad élite che governano senza mandato, snatura se stessa, adottando un modello di «democrazia senza partecipazione» e ripudia persino Montesquieu. A rendere più profonda la rottura con l’ispirazione solidaristica dell’idea federalista, a fare dell’Europa un’atroce «zona franca» nella corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori hanno pensato poi, negli ultimi anni, l’olocausto mediterraneo e la Grecia, asservita agli interessi delle banche. Un disprezzo così profondo per la vita umana, richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt, sulla «banalità del male» e la filosofia della storia che tra le due guerre mondiali scrisse le pagine più buie della vita dell’Occidente. Dietro il dramma che si profila minaccioso e chiaro all’orizzonte, si intuiscono le ragioni insondabili del profitto che antepongono all’umanità sottomessa gli interessi parassitari di quel capitale finanziario che vide nel fascismo la sua naturale tutela.
In questo quadro, recuperare alla memoria storica la dimensione internazionale dell’antifascismo e della Resistenza, ovunque sia possibile – scuola, università, dibattito culturale, movimenti di lotta alla globalizzazione dello sfruttamento – significa far crescere intelligenze critiche e combattere il pensiero unico. C’è un passo del «Manifesto di Ventotene» in cui l’esperienza di chi ha vissuto la repressione fascista e ha combattuto la sua battaglia per i diritti e la dignità si volge al futuro con uno sguardo così penetrante, da sembrare profetico. E’ un passo che andrebbe studiato L’Europa dei popoli uniti, vi si legge, non nascerà senza contrasti. I «privilegiati […] cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata di sentimenti e passioni internazionalistiche». Gli antifascisti non hanno dubbi: «quei gruppi del capitalismo […] che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati» – scrivono con mano ferma – «già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando […], si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Tornare all’antifascismo e alla sua lunga stagione di lotte condotte tra incomprensioni, fratture e scontri dolorosi come accadde per la guerra di Spagna non vuol dire cercare rifugio nel passato di fronte alle sconfitte del presente, ma cogliere la lezione che viene dai fatti: c’è nell’antifascismo europeo un filo rosso che lega il passato al presente e disegna una via per il futuro. Il cammino aperto in Spagna da giovani accorsi da ogni Paese a sostegno della libertà e dei diritti calpestati, non si è fermato a Guernica o a Barcellona, nonostante la ferocia dei primi bombardamenti terroristici. Molti dei combattenti italiani di Spagna presero anni dopo la via dei monti e combatterono la guerra partigiana, testimoni troppo spesso dimenticati di una vicenda che segna in maniera indelebile la storia del Novecento. La guerra di Spagna, ebbe a scrivere Pierre Vilar, «come fatto culturale ebbe un valore universale». Il valore che Carlo Rosselli, un grande antifascista, seppe riassumere in una frase che sembra scolpita nella storia: «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo».
Molte cose sono cambiate, ma l’Europa in cui viviamo sembra restituire alla sfida di Rosselli il valore di un monito a futura memoria. E’ necessario che il filo della memoria non si spezzi. Non a caso Madrid che lotta in piazza, sente il bisogno di ricordare: nella memoria storica c’è spesso il senso più profondo del presente. E’ una lotta che qui da noi dovrebbe fare della scuola statale non solo il punto di sutura tra tempo della storia e tempo della vita, ma un baluardo che va difeso. Costi quel che costi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 aprile 2013

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Se provassimo a dare alle cose il loro nome? Dietro la “crisi” c’è un problema politico. E’ probabile che la faccenda incuta timore anche solo a darle un nome, per questo ci giriamo attorno e parliamo di “democrazia autoritaria” o di “deriva antidemocratica”. A dirla fuori dai denti, però, è evidente che una élite ha instaurato una dittatura che si va consolidando. Non si tratta di aree geografiche o di popolazioni, ma di classi sociali. Non la Grecia e i greci, la Spagna e gli spagnoli, l’Italia e gli italiani, ma una ristretta cerchia di borghesi europei e masse sterminate di lavoratori di tutti i Paesi dell’Unione. Lo squilibrio nei rapporti di forza non riguarda gli Stati, ma i ceti sociali. C’è una élite borghese che ormai mette apertamente in mora Montesquieu. Sembrerà delirio, ma in una situazione come questa è difficile immaginare che libertà e diritti si possano difendere votando e trattando.

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La devastazione e il saccheggio qui da noi si sono visti davvero, non c’è dubbio, ma non s’è trattato del reato di un pugno di esasperati manifestanti. No. Il Paese è stato devastato e saccheggiato dalle politiche di classe di un governo liberticida. Il reato grave che abbiamo commesso è di segno diametralmente opposto: abbiamo consentito che ci devastassero e ci siamo fatti passivamente saccheggiare: lavoro, salute, ambiente, diritti. Non c’è nulla che sia sfuggito ai lanzichenecchi al soldo di Bruxelles. Nulla.
Dei tre contemporanei suicidi che in questi giorni hanno funestato le nostre tragiche cronache, uno, almeno uno, quello che ha causato gli altri due, è conseguenza diretta di una legge iniqua, immorale e tecnicamente sbagliata, voluta – incredibile a dirsi – dal governo “tecnico” di Monti, sostenuto in tandem dal duo Berlusconi-Bersani. Era un “esodato”, si dice nel linguaggio forbito della signora Fornero, che di quei suicidi è la responsabile più diretta. Un cittadino a cui un crimine diventato legge della Repubblica aveva tolto in una sola volta il lavoro, lo stipendio e la pensione.
In una democrazia parlamentare, quelle morti avrebbero indotto il nuovo Parlamento a mettere alla porta il governo e probabilmente a chiamare i responsabili a dar conto delle loro scelte distruttive al popolo sovrano che non solo non li ha mai eletti, ma li ha apertamente ricusati quando è stato finalmente chiamato a votare.
Al contrario, quel governo che ieri non aveva alcuna legittimità, oggi, dopo le elezioni, ancora una volta grazie a Bersani, Berlusconi e Napolitano, ha assunto un potere del tutto incompatibile con la democrazia parlamentare e opera nel più assoluto disprezzo della Costituzione e di quella divisione dei poteri che fu il vanto di Montesquieu. Le Camere, infatti, private del diritto di far funzionare le Commissioni e di fatto paralizzate, non sono in grado di svolgere il loro ruolo vitale di controllo dell’Esecutivo. Dopo quasi due anni di scelte forzate e di strappi alla legalità, ormai la democrazia nel nostro Paese è del tutto abolita. Dopo due anni di tradimenti e violenze, nei palazzi del potere e nelle piazze, un pugno di individui governa contro il popolo.
Chi s’illude che per uscire da questa tragedia basterà fingere di non vedere e subire questa inaudita violenza, commette un errore fatale. Chi spera di salvarsi elemosinando diritti e affidandosi ancora una volta a chi ha tradito, non solo rinuncia a lottare, ma merita la servitù che ci stanno imponendo.
Non è più tempo di salire sui tetti e sulle gru, di occupare isole e sperare nei miracoli. E’ venuto il momento di reagire. Ciò che da soli i nostri giovani provarono a fare il 14 dicembre del 2010, si può ancora tentare affiancandoli. Non è Grillo che deve occupare il Parlamento. Tocca ai lavoratori e ai giovani. Quei giovani, per i quali i diritti conquistati dai padri sono diventati un sogno impossibile. Non c’è altro modo e non c’è più tempo. Bisogna finalmente fermare il sacheggio e la devastazione.

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