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Posts Tagged ‘ragazzi di Salò’

bottai36[1]Tiene banco il mercato. I tempi dalla riflessione sono perciò fatalmente affannosi e fanno posto alla notizia» da «consumare». Tutto si brucia così nello spazio d’un momento e pazienza se indietro ti lasci una zona d’ombra e il bisogno di far luce e provare a capire. Oggi è un processo pruriginoso, domani sarà la dichiarazione che minaccia lo sfascio e via così, toccata e fuga, a riempire l’archivio dei fatti inesplorati. Sono passati solo pochi giorni dalla scoperta del filo rosso che lega pericolosamente i disegni del capitale e le riforme costituzionali, ma non se ne parla più e il «caso» appare chiuso. «Occorre liberarsi delle costituzioni antifasciste», consigliava JP Morgan a chi ha poteri decisionali, e non è cosa da poco, perché conferma ciò che Pietro Grifone ha sostenuto in un lontano saggio che più passano gli anni e più diventa prezioso: per sua natura, il fascismo è il regime del capitale finanziario. Il dato, tutt’altro che marginale, ci dice che l’attacco alla Costituzione non è il prodotto di riflessioni nuove e originali, ma ha radici lontane ed è uno dei risvolti più pericolosi di quella lotta di classe dall’alto scatenata in questi ultimi anni da ceti dirigenti propensi all’eversione. Di fatto, poiché la Resistenza fu prevalentemente rossa, la Costituzione, che ne è figlia naturale, è da sempre un serio ostacolo per le aspirazioni autoritarie del capitalismo in crisi. La destra ne è perfettamente consapevole, il centro sinistra finge d’ignorarlo per connaturata doppiezza, ma dietro la ricetta suggerita da uno dei colossi della finanza globale ci sono le ragioni profonde delle «larghe intese» e i motivi cari a quella parte del fascismo che, dopo la guerra, conservò impunemente le sue radici, dando frutti via via più velenosi.
In questo senso, non è un caso se nella nascita della sedicente «seconda repubblica», gli azionisti di maggioranza della «pacificazione-parificazione», gli «sdoganatori» di Larussa e Gasparri e i più convinti fautori  della Bicamerale provengano per lo più dalle file dei comunisti pentiti, decisi a convergere a centro e pronti perciò a benedire i «ragazzi di Salò», ad agevolare l’operazione Foibe, a liquidare l’antifascismo e a tacere sui vergognosi processi alla Resistenza. A voler fare nomi, c’è l’imbarazzo della scelta: Luciano Violante, che per il ventennale della morte di Giorgio Almirante, partecipò alla giornata di lettura di passi dei discorsi tenuti alla Camera dall’ex sottosegretario di Salò, Massimo Dalema e il Napolitano del «giorno della memoria».
L’anticomunismo berlusconiano, che affligge buona parte degli ex comunisti, ha di fatto spianato la via alla formula dei «totalitarismi» tutti uguali tra loro e non c’è scelta: di fronte allo scandalo della Costituzione aggredita, non basta tenersi fuori dal centrosinistra, occorre riconoscere che è un pericoloso avversario politico, efficace protagonista di quel revisionismo che Gaetano Arfè definì giustamente «sovversivismo storiografico»; un revisionismo che ormai ha nel mirino la Carta costituzionale e si rivela così alleato fidato del capitalismo e acerrimo nemico dei lavoratori.
Alle radici della «seconda repubblica» c’è anzitutto l’equiparazione del fascismo al comunismo. Checché ne pensino i sostenitori della politica senza ideologie, l’equazione è fascista e, in quanto tale, ideologica; il valore della ics per cui essa risulta verificata l’aveva già trovato uno dei teorici dello Stato Corporativo, che nel dicembre 1945, scriveva: «Un antifascismo comunista, fondato sull’accusa di liberticidio, di dittatura, di pugno duro, d’accentramento di poteri, di statalismo, di ‘dirigismo’, e chi più ne ha più ne metta, è un non senso. Lo stesso non senso d’un anticomunismo fascista, basato sui medesimi argomenti. […] Quei democratici che collaborano coi comunisti in nome dell’antifascismo non sanno quel che fanno. L’antifascismo che intenda “restaurare” la libertà democratica, […] è implicitamente anticomunista e coincide col migliore e più autentico fascismo».
Il «democratico» così seriamente preoccupato delle sorti dell’antifascismo era nientemeno che Giuseppe Bottai,  fondatore e direttore di «Critica Fascista» e governatore di Addis Abeba, che aveva guidato il Ministero dell’Educazione Nazionale e legato il suo nome alla «Carta del Lavoro». Protagonista di primo piano del ventennio, alla resa dei conti  pensò e impose con Grandi l’ordine del giorno che al Gran Consiglio mise in minoranza Mussolini. «Custodito» in Vaticano, si era poi arruolato nella legione straniera, combattendo i nazisti, e si era evitato l’ergastolo cui era stato condannato per il suo passato di altissimo gerarca fascista, grazie alla sanatoria che consentì l’ennesimo «tutti a casa» di questo nostro disgraziato Paese. Tornato a Roma nel 1948, Bottai rifiutò di rientrare in politica – la DC premurosa gliene aveva offerto l’occasione – ma fu l’ispiratore del «Popolo di Roma», che seppe aggregare monarchici, liberali, missini e uomini della destra democristiana – fascisti riciclati come lui – pronti a sostenere la DC in modo che non dovesse fare apertamente ricorso al MSI di Almirante.
Bottai, che a suo modo da giovane era stato repubblicano e non fu repubblichino, non poteva giungere a vedere la crisi del sistema politico nato dalla Resistenza, ma la sua idea fascista di Italia antifascista ce la troviamo ormai davanti ogni giorno: è viva, concreta, ha anima e corpo. E’ l’Italia che vorrebbe JP Morgan e si propongono di costruire, Napolitano benedicente, Letta i suoi saggi. Vendetta postuma di uomini come Bottai e miseria morale di quanti a sinistra, badando a carriere e poltrone, hanno aperto la via a chi ha come principale fine politico la morte della Costituzione. Paradossalmente Bottai in forte dissenso con Violante, non avrebbe appuntato medaglie sul petto dei «ragazzi di Salò» che, se l’avessero avuto tra le mani, gli avrebbero fatto la pelle. Da fascista convinto e coerente, salvata la vita, egli non cercò «riabilitazioni». A riabilitarlo, ci penserà di fatto la «nuova repubblica», quella che ha le sue radici nella Bicamerale, nel sangue dei vinti e nei giorni della memoria smemorata. La repubblica che da giovane aveva sognato il fascista Bottai.

Uscito su “Report on line” e “Liberazione.it” il 26 giugno 2013; sul “Manifesto” il 3 luglio 2013.  

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Viene da Napoli e merita un commento.

Comunicato

Si chiarisce in termini sempre più gravi quello che è successo oggi a Materdei: Una piccola piazza Navona! […] Di sei-sette studenti, alcuni attacchinavano e altri seguivano coi motorini per monitorare la situazione viste le aggressioni già registrate su quel territorio. […] All’altezza di piazzetta Materdei è sbucata dal vicolo una squadra di 15 persone con caschi e mazze tricolori, nella triste re-miniscenza di piazza Navona, urlando “il quartiere è nostro!”[…]
Gli studenti sono stati aggrediti con spranghe e mazze! Con sé non avevano niente se non il secchio e la scopa per attacchinare. Il tutto è avvenuto in pieno giorno in mezzo al quartiere e quindi tanta gente ha potuto vedere coi suoi occhi quello che è successo e come sono andate le cose! […] uno degli studenti della Rete, L.T. di 19 anni, ha subito diverse botte con le mazze e in questo momento è all’Ospedale Cardarelli. I medici gli hanno riscontrato un grumo di sangue nei polmoni e un principio di enfisema (una bolla d’aria che comprime il polmone prodotta probabilmente dagli “urti” delle mazze…)
Rete antifascista e antirazzista napoletana

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A Roma, quando uccisero barbaramente un ragazzo inerme che non sapeva far male nemmeno a una mosca, l’allora sindaco Veltroni non volle sloggiare “Casa Pound“, perché – spiegò gelidamente alla madre del ragazzo – avrebbe dovuto fare altrettanto coi centri sociali. E non servì a nulla che, disperata, la donna replicasse che i ragazzi dei centri sociali non organizzano agguati, pestaggi e omicidi.
A Napoli la sindaca Iervolino, presa in mezzo tra vecchi squadristi ed ex “rivoluzionari da operetta, s’è aperta subito al dialogo, come fanno da tempo i “nominati” di Bersani. Va così ovunque: i neofascisti sprangano e accoltellano e, impassibili, vecchie e nuove reclute della “democrazia” fanno le fusa e sbandierano ai quattro venti le virtù terapeutiche del dialogo.
Non è un impazzimento. E’ molto peggio. E’ tolleranza di facciata, caccia agli scampoli di potere nella crisi di un sistema politico che, non a caso, vede nell’occhio del ciclone la Costituzione e quel sistema formativo che ne è una delle travi portanti. E’, per usare una formula sintetica, la logica conseguenza d’un calcolato stravolgimento della cultura storica: il trionfo dei “senzastoria“, direbbe amaramente Arfè.
Come si è giunti a un simile disastro? Pochi e precisi passaggi e, a ben vedere, la biografia politica di Veltroni è il modello “esemplare” di un percorso che conduce alla lunga agonia della Repubblica nata dalla Resistenza: un comunista che rinnega se stesso – “io comunista non sono stato mai” – un chierico del soviettismo che passa alla all’ortodossia vaticana, un sindaco di sinistra che, quando in gioco è il consenso – scavalca la destra più forcaiola e giunge sino alla caccia all’uomo nel caso esemplare e tragico dei “rumeni stupratori“. E’, per dirla tutta, una ricerca di identità politica che non fa i conti con la storia, non nasce dal “chi sono“, ma s’applica sul “chi non voglio sembrare“. Nulla nasce dal nulla e il passaggio dall’antifascismo all’anti antifascismo è quello cruciale. Il filo rosso della storia di “Casa Pound” parte da Violante e dai suoi “ragazzi di Salò” e giunge a Berlusconi col fazzoletto di partigiano abbruzzese. Lungo la strada c’è la sinistra alla Veltroni, quella della via di mezzo e della corsa al centro.
Casa Pound” è l’esito fatale d’una dissennata operazione d’immagine, di un “lifting” devastante che “stira” le questioni di principio, rivitalizza le dichiarazioni di fede e si esprime col laser d’una pericolosissima torsione degli strumenti semantici e lessicali.
Il naufragio del “socialismo reale“, la ritirata frettolosa del Pci, trasformatasi fatalmente in rotta disordinata, la corsa affannosa alla sigle anonime e senz’anima – Cosa uno e Cosa due, Pds, Ds, Ulivo e Pd – la stagione zootecnica e botanica della politica, persa tra querce, asinelli, garofani, ulivi e rose multicolori, hanno prodotto uno stallo. Per un po’, al branco che tornava a mordere si sono flebilmente opposti lo stanco rituale della retorica antifascista e la liturgia della solidarietà. Il processo politico vero, però, quello che marca il cambiamento e ci conduce al presente riguarda la scuola e l’università. Da Berlinguer a Gelmini non c’è distinzione che tenga: per porre mano ai principi fondanti della Costituzione, occorre battere in breccia la memoria comune e condivisa di cui è custode la scuola. “Scuola e democrazia” non è una formula vuota, ma la piattaforma di cemento su cui poggia il sistema. Piegare la scuola era ed è l’obiettivo irrinunciabile di chi intende piegare la democrazia. Non a caso, i “maître à penser” che aprono a “Casa Pound“, recitano da guitti la parte dei Montesquieu: “è utile che le leggi esigano dalle diverse fedi che non disturbino lo Stato, ma altresì che non si disturbino a vicenda“. L’apertura a Casa Pound viene da brigatisti pentiti alla Morucci, da un sessantottino come Mughini, che tira addosso al Sessantotto e all’antifascismo di cui fu portabandiera – non ci penso nemmeno a definirmi antifascista – e, dulcis in fundo, da un rispettabile reduce di “Lotta Continua” come Ugo Tassinari che s’è perso negli studi sulla “destra radicale“. Per non dire di Marco Rossi Doria, passato dall’Autonomia Operaia al “giravite” di Fioroni.
Viviamo di “gesti liberatori” e di pulsioni neopacifiste. La scuola-azienda è chiamata a spiegare a generazioni di futuri sfruttati che economisti e giuslavoristi sono tutti d’accordo: la forza lavoro è merce svalutata, l’impresa la trova sul mercato a costo zero e l’eterno esubero vive d’elemosina a carico dei pensionati; in quanto al diritto internazionale, l’insegnamento è definito; grazie all’appassionata esportazione di democrazia, ci sono finalmente due diverse specie di dittatori: i nemici che vanno processati, uccisi e suicidati come Milosevich e Saddam Hussein, e gli amici, come Gheddafi, Mubarak, e Micheletti – coi quali si fanno affari d’oro e pazienza per i diritti umani. La scuola deve imparare ad insegnare – sostiene la Gelmini – E non ha torto. Chi l’avrebbe mai detto che i massacri di civili garantiscono la pace – e se ti prendono con le mani sporche di sangue ti dimetti – e che i “Comitati di Liberazione Nazionale” sono il primo esempio di consociativismo? Questa è la nuova storia, riscritta con limpida chiarezza da liberali alla Quagliariello: in una democrazia parlamentare comanda il capo, eletto dal popolo sovrano, perciò stiano zitti parlamentri e magistrati che non elegge nessuno. E’ una storia che rimette un po’ d’ordine nel pasticcio di Calamandrei e compagni: gerarchia, scuola fatta da domestici della borghesia, università che seleziona i padroni del vapore e, a garanzia del sistema, ecco Maroni, le ronde padane e i ragazzi di “Casa Pound“.
Vico insegna che la storia ha i suoi cicli, tuttavia, per favore, non parliamo di fascismo del terzo millennio: è come confondere l’Innominato e Don Rodrigo. Persino Mssolini si rivolta nella tomba.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 novembre 2009.

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Per cacciar via i fantasmi che gli facevano guerra – e cancellare un presente che già affidava al passato la memoria – Primo Levi si tolse la vita. Aveva conosciuto la “vergogna di non esser morti” e fissato quel suo senso atroce di colpa in versi scolpiti nella disperazione:

Since then at an uncertain hour,

sommershu[1]dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna.
E se non trova chi lo ascolti
gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni,
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate.
Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate nella vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro.
E mangio e bevo e dormo e vesto panni

Non la comprenderebbe, Levi, una memoria istituzionalizzata e priva di presente.
Una memoria ope legis, è un confine tirato con squadra e penna sulla geografia del tempo, come quello d’un antico stato coloniale: mente fissando un limite e consegna al passato ciò che invece è presente.
Affinché non sia più così”, va proponendo. Quasi che così non fosse ancora, che così non fosse più, che così, purtroppo, non sarà domani.
Così cosa?
Così la persecuzione e l’eliminazione fisica, così la segregazione, così la strage fatta pensiero, progettata ed eseguita.
Nella fissità della memoria messa in calendario c’è un esito scontato, un postulato che non si dimostra – è accaduto e non dovrà ripetersi mai più – sicché i ruoli, cristallizzati, sono assegnati in via definitiva e non è consentito aggiornare il copione. Eppure è sotto gli occhi di tutti: l’agnello si è fatto lupo e c’è un lager grande come un intero paese. E’ così, ma non si vede. Non dovrà accadere, si dice, d’accordo: ma accade, intanto, diavolo se accade, ed allora? Nulla. Sulle carte, nella geografia della memoria, il presente non c’è: le stragi e i genocidi sono sempre la storia del passato.
Per quanto mi riguarda, le date della memoria appartengono al futuro. Ai ragazzi racconto pochi fatti del nostro tempo. C’è chi pone sullo stesso piano morale partigiani e repubblichini – sanno di che si parla, gli studenti, e chi non li conosce ormai i “ragazzi di Salò”? – spiego serenamente. Stupidi o bugiardi – commento – non vi pare? Dicono di avere sacra la memoria della shoà, ma di fatto esaltano il genocidio. I ragazzi capiscono al volo: i partigiani, infatti combatterono i nazisti, mentre i repubblichini ne furono gli alleati. Hai voglia di millantare l’amicizia degli ebrei: ti ha ospitato Sharon, un macellaio sionista.
Cala così sulla memoria offesa un’onta rinnovata, e i ragazzi capiscono al volo: c’è di mezzo un muro col suo filo spinato. Un muro, anche stavolta.
Credo fermamente nella memoria del presente; quella che non si ferma al passato, ma si guarda attorno ed esclama angosciata: accade, sta accadendo.
In Ruanda, accade, dove l’ONU ha contato un milione di morti, ha denunciato i “crimini contro l’umanità”, poi, pressata dagli USA, ha ritirato i caschi blu.
A Cuba, accade – certo, quella di Fidel Castro, che scandalizza i benpensanti – a Cuba, dove un embargo fuorilegge insidia da decenni la crescita d’un popolo, dove c’è un campo di concentramento nel quale la Convenzione di Ginevra non conta e i prigionieri sono torturati: li minaccia la condanna a morte e non hanno avvocato.
In Iraq accade, dove un embargo feroce ha sterminato settecentocinquantamila bambini e una guerra illegale, combattuta con armi di distruzione di massa, ha massacrato innumerevoli innocenti; in Iraq, accade, dove migliaia di persone, cadute in mano agli aggressori anglo-americani, sono sparite nel nulla, dove gli invasori passano per liberatori e i partigiani, che hanno per arma se stessi, sono naturalmente terroristi.
Credo fermamente nella memoria che dice: sta accadendo, accade. E mi piace ricordarlo con le parole di Gino Strada, un medico che sa raccontare, un testimone scomodo:

“Part Three” è il nome della prigione di sicurezza a Kabul. Strano nome, visto che nessuno sa dove siano la prima e la seconda parte.sayag[1]

Sono le otto del mattino quando ci aprono la porta di ferro del carcere: qui sono rinchiusi i prigionieri un po’ speciali. i talebani più duri e i non-afgani, gli “afghan arabs”.
Kate aveva visitato alcune parti della prigione qualche giorno prima. “C’è molto da fare lì dentro”, era tutto quello che ci aveva detto la sera.
I secondini sono gentili ma diffidenti. Per alcuni di loro è un nuovo incarico, ancora non ci conoscono: osservano con sufficienza i permessi che ci consentono l’accesso a tutte le prigioni per verificare le condizioni di salute dei detenuti, ma alla fine si rassegnano ad averci tra i piedi per qualche ora.
Senza grande entusiasmo ci conducono giù nel sotterraneo, dove stanno i prigionieri.
Fa freddo lì sotto, e c’è molta umidità. Le celle sono l’una a fianco dell’altra, da un solo lato del corridoio, chiuse le porte metalliche.
Cominciamo la visita.
Un secondino cerca di fare il furbo e passa oltre, senza aprire una delle porte: “Tasnob, tasnob”, questo è un gabinetto.
Ma Kate ormai frequenta le prigioni da lungo tempo. Le bastano sorrisi ammiccanti e toni perentori per far capire che conviene far togliere lucchetto e spranga e aprire la porta del “gabinetto”.
La cella è piccola, forse pensata davvero per essere un bagno, senza luce, non ci sono finestre, l’aria è pesante, nauseabonda.
Due specie di letti a castello per parete e a distanza di un metro da cui sporgono facce magre, capelli arruffati, occhi impauriti. Sono in sei lì dentro. Ci sono due prigionieri anche sul pavimento sotto il letto più basso avvolti nel loro patou.
Rahmatullah ha ventidue anni, viene da Kandahar, faceva parte delle milizie talebane. Ha la febbre alta, le guance scavate e gli zigomi sporgenti. È debolissimo, sta male.
Un mujaheddin, probabilmente di età non molto diversa dalla sua, lo aveva centrato alla coscia durante i combattimenti per la presa di Kabul, due settimane prima. Un colpo di kalashinkov, il femore destro in frantumi. Ferito gravemente era stato catturato.
Rahmatullha non riesce ad uscire da là sotto: la gamba destra, quella ferita, è tenuta immobile da una rete metallica. La benda è intrisa di pus.
“Possiamo portarlo subito in ospedale?”, chiedo.
Per un medico, ma forse non solo, è frustrante, persino umiliante fare domande simili.
Come sarebbe a dire “possiamo” portarlo in ospedale? In quale altro posto, se non in ospedale, dovrebbe stare un essere umano quando ha una coscia fratturata e talmente infetta da avergli già procurato una setticemia?
Invece bisogna chiedere e sperare. Perché in barba a ogni Carta dei diritti di questo o di quell’altro, viviamo in un mondo in cui bisogna chiedere il permesso a qualcuno per curare un ferito.
La cosa mi spaventa, perché se si deve chiedere autorizzazione vuol dire che qualcuno può decidere di non autorizzare, cioè di negare il più importante e primordiale dei diritti umani, quello di restare vivi.
E se non fossimo capitati qui, se Kate non si fosse accorta di quel “gabinetto” molto sospetto? Non avremmo chiesto alcun permesso, nessun altro lo avrebbe fatto e Rahmatullah sarebbe morto in quella cella schifosa.
Kate non incontra alcuna difficoltà con i responsabili della prigione.
Bene. Il vecchio patto stipulato molti mesi con muhjaeddin e talebani, funziona ancora.
Se dobbiamo occuparci dell’assistenza medica ai prigionieri”, avevamo spiegato a entrambe le parti, “dobbiamo avere il diritto di registrare e visitare tutti i prigionieri, non uno escluso, e di trattare chiunque abbia bisogno in uno dei nostri ospedali”.

kabl3[1]Waseem chiama via radio un’ambulanza, arrivano con la barella e trasportano Rahmatullha, che si tira la coperta sugli occhi non appena esce all’aperto: fuori è una giornata di sole.
In pronto soccorso lo lavano lo preparano per l’intervento. Abbiamo deciso di operarlo subito.
Non è certo a pancia piena, e d’altra parte non possiamo aspettare, l’infezione è molto grave,” spiega Marco all’anestesista preoccupato di addormentare un paziente non digiuno.
Ne raccogliamo la storia, in corridoio. Ferito il 13 novembre alle ore 1.30. località Kabul.
Ma dove gli hanno messo la stecca metallica e fatto la medicazione?

chiede Marco.
A Karte Seh.
All’ospedale di Karte Seh?
” dice Ramhatullha, “all’ospedale della Croce rossa, ci sono stato cinque giorni”.
Ancora oggi a Kabul lo chiamano il Red Cross Hospital, anche se lo staff della Croce rossa internazionale è ridotto a un paio di infermieri con ruoli di supervisione.
Ma è stato operato o solo medicato?
Ibrahim, l’infermiere di turno in pronto soccorso, ci discute a lungo, in pastu: “Non lo sa”, è il responso, “non riesco a fargli capire la differenza”.
Non importa”.
Mentre gli anestesisti si preparano, Marco ed io esaminiamo il paziente. La lastra fa vedere molti frammenti di osso, nella parte bassa del femore. La ferita di uscita del proiettile è di lato, lunga una dozzina dì centimetri, diritta, sembra un’incisione di bisturi, tranne che nella parte centrale, dove è irregolare e forma un largo buco da cui fuoriesce pus in abbondanza.
”Forse avranno pulito un po’ la ferita lì in pronto soccorso”, suggerisce Marco. Può darsi.
Incominciamo a spennellare di disinfettante. Al momento di avvolgere la gamba destra nel telo verde sterile, scorgo due piccoli fori ai lati della tibia, uno per parte, qualche centimetro sotto il ginocchio.
Hai visto?” Dico a Marco.
Osserva per un attimo, poi mi guarda serio preoccupato, stiamo pensando la stessa cosa, la stessa sequenza di eventi.
C’è un ragazzo con un femore a pezzi che ha bisogno di chirurgia urgente. Viene portato in ospedale, dove tiene operato o qualcosa di simile, e si infetta.
Una complicazione può succedere, non è la cosa più grave, non è questo che ci fa paura della storia di Ramhatullah.
Sono piuttosto i due piccoli fori sulla gamba che ci spaventano: attraverso la tibia era stato fatto passare un filo metallico per attaccarci corda, carrucola e pesi, così da mettere il paziente in trazione per curarne la frattura.
Era la sua terapia.
Rahmatullah avrebbe dovuto stare in trazione almeno otto settimane.
Però dopo cinque giorni qualcuno ha fatto togliere il ferito dalla trazione, e si è permesso che un paziente gravemente ferito finisse in galera, sapendo con certezza che non vi sarebbe rimasto a lungo, vivo.
Chi ha deciso di negare a Rahmatullah il diritto di essere curato interrompendone la terapia? Chi ha deciso di abbandonarlo e lasciarlo morire, con ogni probabilità tra atroci sofferenze, in una cella di massima sicurezza?
Chiedo che vengano scattate alcune fotografie.
Terrò una foto di Rahmatullah, anzi della sua tibia destra, nel mio portafogli, nel caso qualcuno voglia sapere perché abbiamo deciso di aprire a Kabul un Centro chirurgico per vittime di guerra. Basterà mostrare quei due piccoli fori, per ricordare che i diritti umani non sono un optional e che hanno valore solo se si applicano a tutti, anche ai Rhamatullah.
Se non valgono anche per lui non stiamo parlando dei diritti di tutti ma dei privilegi di pochi, di solito dei nostri.
Ci sono frammenti di osso e di muscoli ormai morti nella sua coscia.
Quanti Ramhatullah ci sono oggi in Afganistan? E quanti prigionieri sono già morti, per le ferite e per la fame? Esseri umani catturati vicino al fronte o rapiti nelle proprie case, trasportati bendati nessuno sa dove, spariti nel nulla, a far compagnia alle centinaia di fantasmi che sono sotto le macerie del carcere di Mazar-i-Shiarif, dove i bombardieri hanno domato la rivolta seppellendo i prigionieri.
Prepariamo una nuova trazione, tengo ferma la gamba di Ramhatullah mentre Marco fora la tibia con il trapano.
Ci sono momenti in cui ho la sensazione che l’umanità sia capace di perdere in pochi mesi quello che ha conquistato a fatica in duecento anni.

Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 154-157

Una sola considerazione, dopo le parole di Gino Strada, perché senza chiarezza non può esserci ricordo: molti di quelli che in un giorno di gennaio piangono per la shoà, negli altri giorni dell’anno sono per la guerra e la pax americana. Sono dalla parte di chi commette queste atrocità.

Nota

Il Superstite a B.V.”, riportata da “L’Antifascista”, Mensile dell’ANPPI, del maggio 1987. B. V è Bruno Vasari, autore di Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945, e la poesia fu scritta da Levi in risposta ad un commento al romanzo Se non ora, quando?, apparso sulla stampa con la sigla B. V. nel quale il Vasari si soffermava sul sentimento di colpa degli ex deportati.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 gennaio 2004

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