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Posts Tagged ‘Salvatore Prinzi’

Questa riflessione è troppo acuta e originale per non provare a farla circolare.  Leggete e poi ditemi se sbaglio.
“A patto però di andare oltre quello che ci hanno insegnato”, scrive Salvatore Prinzi. E viene in mente un modo di intendere la vita, che ti fa pensare a una ricerca altissima, a un’affascinante volontà di “seguire virtute e canoscenza”. Chi cercava Ulisse, a me pare l’abbia trovato.
Bravo Salvatore, e grazie per quello che hai avuto l’intelligenza e il coraggio di scrivere.

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Chi  mi conosce sa che questo blog è «casa mia», che qui scrivo io e non lascio spazio ad altri. Qui piange, ride e vive il mio pensiero. Molto raramente e solo per mia scelta ospito le parole di altri. Quando accade è perché qualcosa mi colpisce davvero e merita che le apra la porta. Ecco perché stasera ospito una riflessione sul voto regionale che si è appena concluso in Sardegna. L’ha scritta Salvatore Prinzi, un giovane amico a cui voglio davvero bene, del quale conosco e ammiro la lucida capacità di analisi e l’immensa onestà intellettuale.
Ci sono due punti nel suo ragionamento, dai quali capisci perché «Potere al Popolo!» ha un futuro. Il primo, piaccia o no, più o meno crociano, fa tornare alla mente il legame strettissimo che lega la storia alla politica, se la storia si legge come pensiero e azione. Un legame evidente in queste parole: «Capisco che molte compagne e compagni pensino che la situazione non sia eccezionale e che si possa continuare ‘come al solito’, ma a mio avviso il 4 marzo 2018 ha aperto le fogne, e la parte più schifosa del paese è uscita alla luce senza più remore, sentendosi invincibile. Perciò penso che non possiamo permetterci un altro 4 marzo: la barbarie avanzerebbe e potremmo trovarci rapidamente in una situazione tipo Ungheria di Orban…».
Il secondo punto, più difficile da cogliere, è un invito alla riflessione rivolto molto garbatamente a quanti, riferendosi al passato, lo utilizzano come un strumento attraverso il quale emettere sentenze, affannarsi a «fare giustizia», condannare gli altri e assolvere se stessi, quasi che il passato al quale si appellano avesse il compito di giudicare ed emettere sentenze. Basta leggere, per capire che dietro la proposta di cercare un’intesa con altre forze politiche, non c’erano accordi preconfezionati, imbrogli e retropensieri. Ora che tutto sembra concluso, cercare una soluzione, mentre assistiamo al naufragio sardo, sembra praticamente impossibile. Eppure mai come oggi c’è bisogno di una soluzione e mai come oggi appare chiaro che «La soluzione l’abbiamo sotto gli occhi, si era quasi arrivati a stringerla nei tavoli con De Magistris: non può essere una lista accozzaglia con dentro tutto e il contrario di tutto, perché già il PD farà il listone europeista.
Non può essere una lista della sinistra identitaria, che taglia fuori i giovani e le esperienze oggi più interessanti.
Deve essere una lista chiaramente di rottura con quest’Europa, che sia il versante italiano della proposta della France Insoumise, di Podemos e di altre forze innovative della sinistra europea.
Una lista che dia voce soprattutto ai movimenti, alle figure degne della resistenza, alla forze civiche, alle esperienze locali come quella di Napoli, che ha la caratteristica di rompere con i diktat ma anche di parlare a vasti strati popolari».
«Potere al Popolo!», scrive Salvatore Prinzi, «ha fatto nelle settimane scorse questa proposta, perché non si rassegna alla miseria del presente, alla depressione, e ama aprire spazi di movimento e di incontro. Sappiamo di non essere i soli a pensarla così. E allora facciamoci sentire!».
Egli si mostra così molto generoso con chi ha remato contro e dimostra che le opposizioni preconcette vengono quasi sempre da chi manca di senso storico. C’è ancora tempo per capirlo? Non lo so, ma sono d’accordo con lui: «Facciamoci sentire».

Ecco la riflessione di Salvatore:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=617745738722212&id=100014603741995&__tn__=K-R

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Viola

Scrive a ragione Salvatore Prinzi con orgoglio giustificato che «Ognuno ha il capo politico che si merita… C’è chi predica odio da una poltrona di governo e chi come Viola Carofalo sta da vent’anni in piazza con gli ultimi, con i lavoratori e i migranti, con gli studenti e i disoccupati.
Oggi con il gilet giallo, perché vogliamo fare come in Francia!
Abbassa la Lega,, viva Potere al Popolo!
»
Desidero riportare e confermare queste sue parole e aggiungere di mio la breve riflessione di un vecchio militante che ne ha viste di tutti i colori, ma conserva una infinita fede nell’umanità. A me non piacciono i capi»; sono forse un male necessario e antico, ma non danno mai l’immagine esatta di ciò che guidano e di quello che rappresentano. Viola smentisce questa regola. Non è solo la portavoce di «Potere al Popolo!» ma è la sua più aderente e autentica rappresentazione fisica. Immagino Potere al Popolo come una luce piccola ma forte e tenace che attraversa il buio profondo di uno dei più gelidi inverni della storia. Quella luce io la vedo sempre negli occhi di Viola.

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download«Potere al Popolo» cresce e com’è naturale comincia a dar fastidio. La prova? Cominciano le calunnie. Ecco quanto ho appena scritto sulla pagina facebook di «Stylo24», un sedicente giornale d’inchiesta:

«Poiché non voglio pensare che sia pagato per scriverle, consiglio a Giancarlo Tommasone di cambiare informatore, altrimenti continuerà a scrivere cazzate come quelle firmate oggi in un articolo barzelletta intitolato “Giggino lancia l’Opa su Potere al Popolo per Europee e Regionali.
Giuseppe Aragno».

Almeno per quanto mi riguarda, «Stylo24» è specializzato nella diffusione di notizie non solo inventate, ma anche ridicole. Secondo il giornale, infatti, «Potere al Popolo» si compone di due gruppi contrapposti: uno fa capo a me e l’altro alle figure più rappresentative dell’«ex Opg».  Si dà il caso, però, che tranne l’autore della barzelletta, in città lo sanno tutti e non c’è bisogno di fare inchieste per scoprirlo: io, Viola Carofalo e Salvatore Prinzi parliamo la stessa lingua.

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potere-al-popoloA gennaio avrò 73 anni. Ho lasciato per strada tanti compagni, alle spalle ho il mio mondo sconfitto e non mi resta tempo. Se hai vissuto come volevi, però, se sai che, tornando indietro, faresti più o meno quello che hai fatto, la vecchiaia non ti pesa. E’ la naturale compagna della vita che tramonta e si sa: per tutti giunge la notte che non porta l’alba.
Quello che rende molto pesante quest’ultimo percorso è la sensazione di straniamento che, più passa il tempo, più si fa viva, dolorosa e soffocante. Non avrei mai creduto di dover chiudere in un mondo come quello che mi circonda. E’ un mondo nel quale non mi riconosco. Le idee per cui ho lottato, la società che pensavo stessimo costruendo, non ci sono più. Mi sento come un viaggiatore che scende da un treno alla stazione sbagliata e non riconosce i luoghi, le persone e la parlata. Una sorta di sopravvissuto cui mancano persino le parole per descrivere ciò che prova. Questa non è la solitudine che solitamente si accompagna alla vecchiaia. E’ molto di più e molto peggio.
Da novembre, però, è accaduto qualcosa che mi ha aiutato a vivere, mi ha restituito la curiosità di un tempo, il desiderio di capire, la forza di lottare. Forse sono un illuso, forse con gli anni non sono più grado di leggere la realtà, ma da novembre ho vissuto così, con una passione che avevo smarrito, con l’entusiasmo di una giovinezza che non c’è più. A farmi questo regalo è stata l’idea da cui è poi nato Potere al Popolo.
Quando Salvatore Prinzi mi ha chiesto se volevo dare una mano, mi sono spaventato: sono vecchio, ho risposto, che vuoi che faccia? C’è voluto poco, però, per convincermi e non è stato solo perché a Salvatore voglio bene. E’ che quella idea che pareva folle, quella sfida che poteva sembrare irrazionale, mi è sembrata la sola risposta possibile alla tragedia che si scorgeva dietro le quinte della storia. La risposta a un presente che si rifiutava di diventare futuro e si faceva passato. Il neofascismo al governo era già lì, bastava poco per vederlo.
Non dirò cosa è stata la campagna elettorale nel gelo e con i mezzi che avevamo. Delle difficoltà non mi sono accorto. Dirò dei compagni giovani e non più giovani che ho incontrato in quei mesi. Erano in tanti e avevano tutti negli occhi una speranza. Che non si potesse vincere lo sapevamo. Contava però, era preziosa, quella scintilla riaccesa, quel fuoco che tornava a brillare nel buio, come se chissà quale antica Vestale l’avesse difeso nel tempo. Non dimenticherò le assemblee romane, il comizio conclusivo a Piazza Dante e quella convinzione che mi era cresciuta dentro e non ho più perso: c’è bisogno di Potere al Popolo, c’è bisogno che quella idea si realizzi. Risveglia sogni e speranze, conduce alla lotta chi non lottava più.
Ho vissuto i mesi seguenti il voto, quelli delle trattative tra le forze che avevano partecipato alla fase iniziale della nascita di Potere al Popolo con pazienza, fiducia e rassegnazione: ci vuole del tempo mi sono detto, è naturale. Mi sono trovato ai margini, ho capito che ai “cani sciolti” toccava pazientare e l’ho fatto con buona volontà e con fiducia. Ho voluto credere a tutti e a tutti ho fatto spazio.
Ora che il fascio-leghismo ci toglie l’ossigeno, non si può più aspettare, però, e lo dico senza mezzi termini e senza false ipocrisie: il tempo è scaduto. Tutti hanno avuto modo di difendere le proprie idee e posizioni e ora è necessario che Potere al Popolo dia a se stesso la struttura che si è delineata nelle assemblee e nel dibattito. E’ tempo di consentire a tutti quelli che credono nella sua funzione politica di vederlo nascere come organismo autonomo.
Non lo dico perché così sarò meno vecchio. E’ che Potere al Popolo per me è la risposta da sinistra al problema storico che ci pongono i Cinque Stelle e allo stesso tempo la prova che esiste un inganno che va smascherato: la sinistra esiste, vive e può avere consistenza. Così come purtroppo esiste e governa la destra. Una destra estrema.

Contropiano, 10 agosto 2018

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Le condivido e non aggiungo nulla alle parole di Salvatore Prinzi. Mi limito a riportarle qui, nel mio blog, dove lascio che entrino solo gli amici veri e i compagni che stimo e annuncio con lui che “Potere al Popolo” esiste, cresce è fedele a se stesso e apre la sua campagna di adesioni.
PAP adesioni
Ieri c’era la fila all’Ex OPG per fare le adesioni a Potere al Popolo! Nonostante la domenica di luglio, la finale dei mondiali, il clima generale di stanchezza, di “lasciamoli lavorare”, di “ho già i miei problemi”… Un altro miracolo, l’ennesimo, di Potere al Popolo!

Tanti giovani e tanta commozione, perché per molti era la prima iscrizione in un’organizzazione politica, e la voglia, la speranza, è tanta. Anche per me, confesso: ora non solo un patto a parole, ma un pezzo di carta, mi lega a una comunità di migliaia di persone in Italia e in Europa.
Una comunità che si propone di costruire qualcosa di nuovo, di differente da tutto quello che esiste, di andare oltre i partiti e i movimenti che ci sono, di mettersi innanzitutto in contatto con la gente comune, stare a fianco di chi ha bisogno, costruire con lui percorsi di lotta e momenti di svago. 
Una comunità che vuole rendersi utile al prossimo e acquisire credibilità con l’esempio, con l’analisi, con le proposte concrete. Radicandosi sui territori e facendo partecipare chi oggi è deluso, chi vive i problemi in prima persona, chi ha qualcosa da dare in termini di idee innovative e creatività. Accumulando piccole vittorie che da subito facciano vedere che forza ha il popolo quando si organizza.
Soprattutto, un’organizzazione seria, che faccia quello che dice, che faccia tutto il contrario di quello che ha fatto la sinistra in questi anni: tradimenti, accordi sottobanco, trattative fra vertici, elettoralismo, antagonismo fine a se stesso, presunzione, auto-conservazione identitaria.
Io non so se ce la faremo, so che finalmente abbiamo posto in modo chiaro il problema e stiamo tentando di risolverlo collettivamente, misurandoci con il mondo reale e non con il nostro gruppo di amici o in laboratorio.
Non sarà facile, dopo tutti questi anni di errori, di cattive abitudini, di pessime analisi, di corruzione anche etica e umana. Non sarà facile in un paese che ti spinge verso la fuga, la depressione, o la chiusura davanti all’idiozia di massa del razzismo, dell’antipolitica…
Forse falliremo, non è da escludere. Gente migliore di noi ha fallito in passato. Ma ora conta solo provarci, dire al mondo che esistiamo, che esiste chi sta ragionando e praticando un altro modo di vivere, chi si offre senza tornaconti di difendere la bellezza, l’umanità, la giustizia sociale, di fronte all’egoismo e all’arroganza di padroni, mafiosi, finanza e tecnocrazie.
Potere al Popolo! nasce oggi per davvero, nasce come forza indipendente anche da chi l’ha lanciata, perché non è una lista elettorale, un passaggio tattico, l’ennesimo coordinamento o intergruppo, è il progetto di un nuovo socialismo, che mette al centro il diritto alla vita, il nostro essere sociale, lo sviluppo delle nostre potenzialità attraverso l’incontro, la conoscenza, la messa in comune di saperi, esperienze e possibilità. Perché, senza queste cose, l’esistenza non ha senso…
Venite, vi aspettiamo!

Volete sapere cosa fare per aderire? E’ semplice, date uno sguardo al link:
http://contropiano.org/img/2018/07/adesioni-pap-2018.pdf

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mekan_sismanoglio-megaro-sismanoglu-konag_jazjaiqjjNon è finita, ma appare chiaro: questa non è l’ennesima “primavera”. I turchi stanno provando a smontare una buffonata che da tempo riduce la democrazia al voto d’un giorno e a un imbroglio perenne.
Prendiamone atto fuori da schemi ideologici: una leadership costruita sul nulla, che ha fatto di un mediocre politico un sedicente statista, va in pezzi sotto i colpi della piazza e il messaggio per l’Europa dell’austerità è così chiaro che fa tremare i Palazzi. Non possiamo leggerli i preoccupati scambi tra i consoli generali annidati a ridosso di Piazza Taksim, sul viale Istikal, ma dal giardino della villa che ospita gli svedesi, alla romantica e ormai malinconica rappresentanza greca, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito ce l’hanno sotto gli occhi e sono certamente  preoccupati: non è più tempo di religioni. Non si può più giocare tra loro il Corano contro il Vangelo, perché in crisi c’è andata la fede, senza la quale non c’è religione. Dopo tanto correre per il mondo, il Dio mercato, l’assioma che non si dimostra, vero in sé per assunto, ha trovato tanti sacerdoti, ma la sua religione non parla alla gente, non suscita sogni, non ha promesse di paradisi credibili; gli stregoni non incantano più e la corda della pazienza, lungamente tesa, ora si sta spezzando. Per salvare il saggio di profitto, non bastano più illusionisti: Erdogan, le fumose alchimie di Monti o le larghe intese di Napolitano e Letta. In Germania Merkell, in Spagna Rakoy, in Francia Holland, e chi più ne ha più ne metta, i sacerdoti del Capitale non sanno più addomesticare le masse. Il conflitto che s’è scatenato nel mondo non è guerra di religione e non ha precedenti nella storia dei nostri tempi: un’élite di sacerdoti invasati fronteggia masse di senza fede e l’incendio divampa non a caso, feroce e privo di regole note, sulle storiche bocche del Bosforo, là dove l’Europa si specchia nell’Asia e s’è visto in un baleno che il ferreo controllo di Obama su tutto e su tutti non è meno islamico e orientale della reazione turca.
Messo allo scoperto dalla promessa d’un benessere che s’è fatto sfruttamento, il sovversivismo delle classi dirigenti mostra l’inganno dell’età dell’oro e restituisce forza alla risposta popolare. E’ l’alfabeto della lotta di classe. In Turchia è diventato d’un tratto facile capire come una “medesima base economica” possa “manifestarsi in infinite variazioni o gradazioni, dovute a numerose circostanze empiriche, condizioni naturali, rapporti di razza, influenze storiche”. Nessuno tra i nostri dotti analisti, né quelli assoldati dal potere, né i vecchi arnesi della sacre scritture dell’agonizzante sinistra, avrebbe giocato un centesimo bucato sull’accelerazione violenta che un gruppo di alberi a rischio abbattimento, in un parco di cui il mondo non conosceva l’esistenza, avrebbe spinto la Turchia sull’orlo d’una rivolta. Eppure gli alberi hanno dato un’unica voce ai dissidenti. La farsa della democrazia, producendo un’irreversibile crisi di rappresentanza, ha unito migliaia di turchi al di là della condizione sociale. L’integralismo, ogni integralismo, anche e soprattutto il fondamentalismo economico, ha rivelato la sua capacità di aggregazione antisistema. E’ vero, la rivolta di Istanbul ha i suoi protagonisti in esponenti di tendenze politiche disparate. Assieme al marxista, lotta chi ha coscienza civile, il vecchio militante, il moderno ecologista e il curdo indipendentista. E’ probabile che tra chi osserva e sta a guardare presto comincerà la gara dei distinguo e la caccia alle contraddizioni. Qualcuno sentenzierà che anime d’una protesta così diverse tra loro non  potranno dar vita a un movimento coeso. Può darsi che sia vero, ma vero è anche che nelle analisi, anche quelle più ardite, non s’era trovato posto per alberi in grado di scatenare rivolte.
Negli anni Quaranta del secolo scorso il totalitarismo mise insieme gli opposti e non fu solo illusione. La globalizzazione è per sua natura processo totalitario che ha aperto il grandangolo sulla scena planetaria: se per un verso il “consenso” non è più questione locale, per l’altro, l’equilibrio tra popoli e potere si regge sulla coesione sociale. Chi ha scommesso su un mescolamento delle carte che desse l’illusione d’una progressiva cancellazione delle classi ora  fa i conti con una crisi che non consente la sopravvivenza di una base di consenso popolare conservatrice, destinataria di un qualche beneficio della produttività crescente ed esclusa dal peso della repressione destinato ai reietti. La crisi turca pare dimostrare che l’esperimento è miseramente fallito: l’inganno democratico non sopravvive alle condizioni impossibili dello sfruttamento dell’uomo e della natura. Prenderne coscienza significa compiere un passo nella direzione che Salvatore Prinzi ha laicamente indicato: la comprensione e quindi la costruzione di un “mondo globale che resta da fare, non tornando all’indietro, verso un eden irrimediabilmente perduto, ma andando avanti, verso qualcosa da guadagnare”. La disperazione delle masse di perseguitati e reietti si è saldata alla protesta della borghesia moderata, in un’opposizione che ha natura, se non coscienza, rivoluzionaria. La storia, è vero, non si ripete, tuttavia è un fatto: per emergere come classe rivoluzionaria vittoriosa, la borghesia marciò col Terzo Stato. E, d’altra parte, non a caso, come ricorda Marcuse, ricorrendo al Benjamin dell’alba del fascismo, quando tutto sembra perso, l’unica speranza che regge ci viene dai disperati.

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La recensione di Salvatore Prinzi uscita poi sulla “Rivista calabrese di Storia del ‘900” (n. 2 del 2012) e su “Storia e Futuro”, n. 31, marzo 2013, non è qui per fare pubblicità all’autore. Chiede solo un po’ di spazio per replicare alle incredibili ragioni con cui il giornaledistoria.net l’ha censurata. Un caso “esemplare”, che mostra fin dove siano giunti il controllo autoritario sulla ricerca e la spudorata rivalutazione del Fascismo. Ecco il breve testo della rivista:

Di seguito le considerazioni su alcuni brani estratti dalla recensione. Quando si parla di “esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale” aggiungendo che  “in quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia” e che “dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione” (pp.1/2) si fa un’affermazione ormai da molti anni superata (già da De Felice fino ad Emilio Gentile ed altri): le cose sembrano in realtà, soprattutto sulla base anche di una più attenta valutazione dei documenti disponibili, molto diverse. Il fascismo è stato soprattutto un regime inclusivo e questo non deve essere confuso con la forza di un presunto e da molti invocato ed enfatizzato “totalitarismo” o con l’azione della miriade di enti e simili (ONMI, OND, GIL e via dicendo). Appare poi sinceramente fuori luogo il fatto di insistere su un fantomatico “revisionismo imperante” (tra l’altro non è chiaro a cosa l’A. si riferisca). Certamente negli ultimi anni si sono dette cose nuove, ad esempio sulla cultura e sul rapporto con gli intellettuali, sulle “modernità fasciste” e si è riflettuto molto sulle evidenti aporie del regime fascista. Ma questo non ha nulla a che vedere con un “revisionismo” inteso nell’accezione negativa del termine che l’A. usa. Quanto alla “resistenza insorgente dai tanti militanti oscuri” anche in questo caso sono stati fatti passi avanti studiando le diverse componenti (cattolica e comunista in primis) ma rimane anche il fatto incontestabile (alla luce anche e soprattutto di documenti recenti) di una non trascurabile zona di “consenso” nei confronti e del regime e di Mussolini”.

La nota, rigorosamente anonima, è, nel suo genere, un vero capolavoro. Cosa significhi dittatura “inclusiva” è un mistero glorioso.  Sul piano linguistico, prima ancora che storiografico, la parola “consenso”, riferita a una dittatura, è un nonsenso. A sostegno della censura l’anonimo referee cita Renzo De Felice ed Emilio Gentile. Un maestro, il suo allievo e una “scuola”. La logica, quindi, è quella del pensiero unico, della verità per fede – ipse dixit – e fa venire in mente il celebre dialogo tra filosofi, quando l’anatomista dimostra il ruolo centrale del cervello rispetto al cuore nel sistema nervoso e il tomista risponde impassibile: ti crederei, se Aristotele non avesse detto il contrario. Per il censore, c’è una verità acquisita in eterno, che cancella storici del valore di Arfè e Cortesi e ignora il recente lavoro sul “consenso imperfetto” pubblicato due anni fa da Ferdinando Cordova, recentemente scomparso. Eppure, persino De Felice, maldestramente tirato in ballo, sentì il bisogno di chiudere in limiti temporali l’idea di “consenso”: 1929-1936. Storico vero, cedette al fascino dalla personalità del “duce”, ma fu mai così supeficiale da descrivere un ventennio di “dittatura inclusiva”. Da allievo indocile e ripudiato, sono testimone diretto: aveva una prosa noiosa, ma conosceva perfettamente il valore e il significato delle parole che usava. Ora, ecco la bella recensione di Prinzi, che non è priva di acuti spunti critici, per i quali posso solo ringraziarlo.

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Il realismo dell’impossibile di Salvatore Prinzi

Una nota sul libro “Antifascismo e potere. Storia di storie” di Giuseppe Aragno. Piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti che combatterono il fascismo.

Antifascismo e potereI. A osservarla con attenzione, molto da vicino, senza farsi impressionare dai grandi nomi o dalle date memorabili, la Storia pullula di figure singolari. Figure che non sono per nulla ricordate, pur avendo fatto qualcosa di importante; esistenze non comuni, senza essere celebri; persone di un certo spessore umano e morale, e tuttavia esposte come tutte allo sbaglio, allo scoramento, alla stanchezza. Uomini e donne, per dirla con Gaetano Arfè, che non trionfano mai ma che non sono mai vinti. Se la vittoria non vede in prima fila a raccogliere onorificenze, la sconfitta, che pure li avvolge, non li abbatte, e quando pure li afferra non li tiene.
Sono proprio queste figure, eroiche solo in un senso molto sobrio, ad essere al centro dell’ultimo libro di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi, Foggia 2012). Un libro che tira fuori dall’oblio le vicende di otto antifascisti e le fa rivivere sotto i nostri occhi, mostrandone l’attualità, la clandestina vicinanza al nostro tempo. Un libro in cui la storia stessa si fa presente, è un altro presente. Un libro che, proprio per questo, vale la pena di prendere sul serio.

II. Aragno è uno noto studioso del movimento operaio, autore di numerose pubblicazioni che cercano di ricostruire la complessa storia del lavoro a Napoli e in Campania, e le vicende delle correnti anarchiche, socialiste, comuniste nei primi cento anni della storia d’Italia. Qualche anno fa suscitò parecchio interesse un suo libro, Antifascismo popolare (Manifestolibri, Roma 2009), che raccontava il mondo variegato e per nulla “ortodosso” dell’opposizione al regime di Mussolini. Ora di quel libro esce una sorta di sequel: Antifascismo e potere è infatti una raccolta di piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti, principalmente napoletani o in qualche modo legati a Napoli, che combatterono, ciascuno a suo modo, il fascismo. Ma quest’ultimo libro, pur confermando l’impostazione storiografica del lavoro precedente, va oltre, perché intende mettere in questione non solo il potere fascista e le modalità feroci del suo esercizio, ma il potere tout court. Vediamo meglio.
La ricerca di Aragno muove, sin dalle sue prime pubblicazioni, dal lavoro di De Felice, assumendo come problematica quella questione del consenso che è il perno di ogni discorso revisionista. In effetti, dire che Mussolini seppe costruire consenso intorno a sé vuol dire in fondo – siccome lo scopo del politico è proprio quello di creare uno spazio e un sostegno alla sua azione – riconoscerlo come “grande statista”. Cioè come un pacificatore delle tensioni nazionali, come il costruttore e persino il modernizzatore di un’Italia uscita povera e dilaniata dalla Grande Guerra. Il problema di Aragno è appunto quello di mostrare su quale rimozione si sia fondato questo consenso e la sua narrazione: ovvero sull’asportazione, prima materiale e poi anche storiografica, della questione sociale, della vita concreta di milioni di contadini e di operai, così come sull’esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale. In quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia, e dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione.
Su questa via, l’impostazione di Aragno finisce però per contrapporsi anche a quell’antifascismo istituzionale che, rimuovendo anch’esso la ragione sociale del regime, sembra incolparlo unicamente della violazione dei “diritti umani” o della negazione dei “principi democratici”. Quasi come se il fascismo fosse una parentesi illiberale in una lunga storia italiana fatta di “regole chiare”, di uguaglianza e di condivisione dello stesso destino, quest’antifascismo di rito – e forse proprio per questo sempre meno sentito – presenta la Resistenza come il compimento del percorso Risorgimentale, come la riscossa nazionale di una libertà senza bandiere né colori contro una dittatura cattiva, ormai sconfitta una volta per tutte…
Sulla scia di storici come Arfè e Luigi Cortesi, Aragno contesta dunque il revisionismo imperante in questi anni ma non cade nella retorica di una Resistenza combattuta solo in nome della patria, di una Resistenza avulsa dal conflitto di classe, diretta dall’alto da integerrimi dirigenti di partito e disinteressatamente sostenuta dagli Alleati. Al contrario: Aragno mostra come ci sia una fortissima continuità fra l’antifascismo – che sorge nel momento stesso in cui nasce il movimento fascista, dato che questo è la sintesi più rigorosa e conseguente dell’attacco che le classi dominanti portavano da decenni contro il proletariato – e la Resistenza, che è sì un moto di liberazione ma anche di sovversione. Un moto che quindi non inizia il 25 luglio o l’8 settembre del 1943, ma attraversa, pur se a fatica e a caro prezzo, tutto il Ventennio. Con il suo approccio “dal basso” Aragno riesce così a mostrare le svariate forme e i diversi intenti che contraddistinguono l’opposizione al regime, mettendo in luce come la Resistenza vittoriosa abbia tratto la sua forza da questa Resistenza insorgente, da questi sacrifici quotidiani, dai tanti militanti oscuri, dai tanti “no” detti a mezza voce, dai rifiuti e dai sospiri di migliaia di reclusi, confinati, bastonati.

III. Proprio per questo, il modo migliore di leggere il libro di Aragno è partire dal suo sottotitolo, Storia di storie. Perché nel sottotitolo c’è già un’impostazione teorica, un certo sguardo. Appare subito, infatti, il motivo che sostiene tutto il testo: l’idea che la Storia sia fatta da una pluralità di voci, di vicende singolari, di percorsi individuali. E che sia il loro incontro, la loro circolazione, tutto questo vorticoso aggregarsi e scomporsi di vite, a mettere capo alla Storia, a quella totalità che sembra sempre investirci e travolgerci, e che si lascia pensare solo sulla taglia del Grande Evento. Il vestito storico, sembra dirci Aragno, è tessuto di fili sottilissimi, ma ogni filo ha il suo spessore, la sua lunghezza, il suo colore, e vale la pena di seguirlo fino in fondo. Ripercorrendo quella vita non tanto e non solo come caso eclatante o come testimonianza privilegiata, e nemmeno come scarto che andrebbe recuperato quasi per pietà, per un senso di giustizia verso chi è stato travolto, ma, più profondamente, come una vita attiva, partecipe e persino protagonista del proprio tempo. In altri termini, per capire davvero la Storia, per dirsela tutta, lo storico si deve mettere al microscopio. D’altra parte il passo fra biografia e biologia è breve: è quello che c’è fra lo scrivere, il disegnare, l’incidere i tratti di una vita, e il comprenderli, il discorrerne, il cercarne i principi.
È questa specifica scienza storica, questa comprensione del particolare per meglio arrivare alla totalità, che ci sembra essere il metodo del libro di Aragno, e anche il suo principale merito. Il lavoro rigoroso sugli archivi, la meticolosa ricerca di fonti, l’osservazione di tutte le tracce che una vita lascia, e la narrazione che mette tutto in sequenza, ci restituiscono il pensiero e l’azione di questi otto personaggi altrimenti destinati a restare ignoti. Perché chi può dire di conoscere le peripezie affascinanti e dolorose degli anarchici e socialisti Clotilde Peani, Umberto Vanguardia, Emilia Buonacosa, Giovanni Bergamasco, perseguitati prima dalla polizia “liberale” e poi da quella fascista per le loro idee di uguaglianza e per il loro impegno sindacale, per la loro voglia di sollevare i lavoratori al livello della decisione politica? Chi può dire di aver già sentito le storie di Kolia Patriarca o di Luigi Maresca, non due militanti senza macchia, ma due persone “normali”, tranquille, con l’unico torto di aver avuto delle idee e di averle manifestate, condannandosi a vagare da un paese all’altro, irrimediabilmente lontani dalle loro famiglie? E ancora, chi può immaginare che al fascismo si potesse opporre, e proprio negli anni del supposto consenso, anche un uomo di destra come Pasquale Ilaria, patriota pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, e che il “potente” regime potesse temere anche ragazzi evidentemente spauriti, soli e traumatizzati come Renato Grossi?
Aragno è pienamente cosciente di stare compiendo un’operazione in un certo senso salvifica, di stare cioè resuscitando i morti, i sommersi, come direbbe Primo Levi. Basta prendere questa sua frase: «di ciò che siamo davvero, tutto si perde nel silenzio dei secoli e il tempo nostro “personale” raramente coincide col “tempo collettivo” di cui rimane traccia. Tutto si perde, a meno che storici o artisti non lo ricordino a chi, dopo di noi, farà la sua parte sul palcoscenico che ci vide all’opera» (p. 98). In questo senso Aragno sembra rispondere alle scomode domande di quel famoso lettore operaio di Brecht, che, imbattendosi nella Storia, si chiedeva chi la facesse per davvero: chi ci fosse dietro a Tebe, a Babilonia, a Roma, chi avesse materialmente costruito quei grandiosi monumenti, chi avesse realmente combattuto le guerre, chi fosse, insomma, il regista nascosto dai nomi, sempre troppo altisonanti, degli attori… Invece la storiografia ufficiale – affascinata dai grandi destini, dalle manovre diplomatiche, dagli intrighi di Palazzo – tende “naturalmente” a dimenticare il lavoro, la sofferenza, l’oppressione patite dagli uomini. E a maggior ragione dalle donne.

IV. E qui è di un’estrema importanza che il libro di Aragno riservi tanto spazio alla figura femminile, mettendo in apertura l’anarchica Peani e continuando subito con Varia, la coraggiosa moglie di Patriarca, per descriverci poi l’attività politica instancabile e itinerante dell’operaia Buonacosa, per chiudersi infine con le straordinarie Maria e Ada Grossi. Donne che, per quanto capaci di affrontare le peggiori avversità, non vengono mai riconosciute dai questurini capaci di una volontà indipendente, di una posizione politica. La rappresentazione della donna che emerge infatti dagli archivi delle forze dell’ordine oscilla fra quella dell’eterna tentatrice che «suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni» (p. 11), come riferisce un poliziotto romano a proposito della Peani, e quella “classica” della «donna di facili costumi» (p. 57), come scrive un comandante dei Carabinieri di Salerno a proposito della Buonacosa. Convergono qui il senso comune maschilista, che vuole perduta ogni donna che non sia santa, e quella particolare cattiveria che il servo dello stato esercita contro il militante rivoluzionario. Così sorprende solo fino a un certo punto vedere come questi burocrati si ergano anche a maestri di rettitudine e non disdegnino nelle loro note informative di ragionare sulla «cattiva condotta morale» o sulla «vita irregolare» (p. 10) delle loro vittime. E quando pure gli riconoscono un’opinione politica, questa non è mai il prodotto di un pensiero autonomo, di un percorso individuale che muove dalle ingiustizie subite per arrivare infine alla chiarezza di azione: è sempre su istigazione dell’uomo, per imitazione, per amore, che la donna si impegna – senza che questo paternalismo produca peraltro condanne più miti… Insomma: anche quando si muove, la donna è mossa. Non fatichiamo a credere che sia ancora questo il pensiero di tanti questurini d’oggi.

V. Ed è forse proprio a partire da questo riferimento al presente, da questa continuità di certe logiche coercitive, che possiamo capire fino in fondo il senso del titolo del libro, non meno eloquente del sottotitolo, Antifascismo e potere. Qui appare il collante che tiene insieme queste biografie così diverse fra loro: è la cieca ferocia della “ragion di Stato”, l’assurda razionalità dell’ordine costituito, che impone dall’alto le sue decisioni e sempre si autoassolve.
In effetti, è proprio l’opposizione al potere – di cui il fascismo è solo l’espressione più becera, più violenta, più infame – a essere all’incrocio di traiettorie politiche e umane così diverse. Innanzitutto perché alcune delle figure che Aragno ci presenta conoscono l’allontanamento, il carcere, la persecuzione giudiziaria ben prima del fascismo, sotto il governo di Giolitti, facendoci toccare con mano la continuità delle politiche repressive fra l’Italia “liberale” e quella mussoliniana (ma, si potrebbe dire, anche fra questa e quella repubblicana, vedendo come falliranno subito i processi di defascistizzazione, quale sarà l’esito dell’amnistia, quali i nomi dei giornalisti, dei giudici, dei prefetti e dei questori che saranno riciclati nelle istituzioni “democratiche” appena finita la guerra…). In questo modo Aragno mostra che il fascismo non è solo un determinato regime, sconfitto una volta per tutte, ma una logica di governo del conflitto sociale di lungo periodo, imperniata intorno alla tutela a ogni costo delle classi dominanti e dei loro profitti, al restringimento degli spazi del dissenso, e infine alla guerra (tratti che, ancora una volta, Italia liberale, fascista e repubblicana hanno in comune: basti pensare a come si chiude il cerchio della FIAT, da Giovanni Agnelli a Marchionne passando per Valletta, o all’intervento tricolore in Libia, oggi come un secolo fa).
Su questa linea, altre biografie testimoniano di un’ostilità al potere ovunque esso si manifesti, dalla Francia in cui tanti oppositori al regime si erano rifugiati, alla Spagna verso cui molti esuli, come la famiglia Grossi, si sposteranno per dare il proprio contributo alla lotta contro il fascismo. Un’ostilità al potere che Aragno sembra condividere con i suoi personaggi, anche quando – ed è il caso di Patriarca – si tratta di criticare la stessa Rivoluzione Sovietica, la cui orizzontalità, inclusività, apertura, cambiano definitivamente di segno nell’epoca staliniana, finendo per erigere un altro potere, gerarchico, paranoico, persecutorio.
Da questo punto di vista – ed è un altro motivo di interesse del libro – l’utilizzo di qualsiasi strumento, anche della scienza, per liquidare l’opposizione politica, è il migliore indicatore di come i poteri si assomiglino tutti, di come, per Aragno come per De André, non ci siano poteri buoni. Dall’epoca di Lombroso fino a oggi, sociologia, criminologia, psicologia e infine psichiatria convergono infatti nel produrre un sapere disciplinante, un sapere che autorizzi il controllo della popolazione, la reclusione dei corpi, la loro forzosa separazione dal contesto umano con la pretesa di rieducarli e la volontà di punirli. Senza scomodare Foucault, Aragno ci mostra come ad esempio la psichiatria venisse usata là dove la detenzione comune non poteva arrivare: in mancanza di evidenze per condannare subito un oppositore al carcere, una gigantesca macchina burocratico-amministrativa lo teneva sospeso sulla soglia della colpevolezza per anni, fino a farlo impazzire, o meglio, fino a poter constatare in lui quei segni sufficienti a giudicarlo pazzo, e sbarazzarsene in qualche manicomio. In questo modo non ci si liberava solo di un avversario politico, ma si screditava tutta l’opposizione, la si riduceva all’impossibilità di parlare, esibendola da subito come irrazionale solo perché in contrasto con la razionalità dominante. In effetti un detenuto politico ha delle ragioni, lo si può odiare, biasimare, non condividere, ma ha i suoi motivi, i suoi scopi, che si possono capire. Un fanatico o un pazzo no: sono brutture da cancellare, residui arcaici, devianti che ignorano gli assunti di base del vivere sociale… Qui l’accusa di utopia vale immediatamente come certificato di follia, anche se a distaccarsi un attimo dalla quotidianità appaia evidente come la sola utopia e la sola follia siano quelle che pretendono che nulla cambi mai. Ma allora, se così stanno le cose, non si tratta tanto di capire chi, fra il medico (l’apparato repressivo e disciplinare) e il malato (il rivoluzionario che ha osato sfidarlo e che non ritratta), sia il vero folle: si tratta piuttosto di capire dove passi la linea di demarcazione fra follie condotte in maniera estremamente saggia e cose sagge condotte in maniera estremamente folle, come diceva Montesquieu. Cioè fra il contenuto assurdo dell’ordine dominante, con la sua logica spietata e il suo vestito presentabile, e la ragionevolezza di chi domanda un ordine nuovo, e lo fa sfidando le convenzioni, a rischio del carcere e della morte… A ben vedere i rivoluzionari, giudicati e condannati per la loro condotta nel presente, vengono assolti dalla storia per il buon senso delle loro idee.

VI. In ogni caso, è su questo punto dell’opposizione al potere – di cosa sia il potere e di cosa voglia dire opporvisi – che il libro di Aragno apre davvero la discussione, lasciandoci anche liberi di obiettare o completarne il pensiero. Innanzitutto da un punto di vista storico. Se infatti è certamente decisivo che alle tante esperienze di opposizione al fascismo venga dato finalmente rilievo, se è importante tenere a mente ogni torto subito, è altrettanto fondamentale ricordare che la capacità degli antifascisti, e in particolare di quelli comunisti, è stata la capacità di costruire, nel contesto difficile di una dittatura, reti di contatto e di coordinamento che sono riuscite a sopravvivere alle infiltrazioni e alle retate del regime, che hanno permesso che non si spezzasse, almeno nelle fabbriche e nei quartieri popolari, il filo rosso dell’opposizione. Insomma, dietro e attorno alle vite che Aragno ci presenta, che in ultima istanza sembrano così sole, ci sono invece sindacati, partiti, culture politiche, famiglie, reti amicali, insomma, tutta una vicenda collettiva che bisogna stare attenti a non mettere troppo sullo sfondo. E questo ci porta al problema centrale del testo.
Se infatti uno dei suoi scopi è di far sì che dal passato si traggano degli insegnamenti, c’è indubbiamente un insegnamento che subito balza agli occhi: che è impossibile combattere il potere da soli, che l’attività principale della repressione è proprio quella di dividere, di isolare e semmai marchiare il soggetto, davanti al pubblico e davanti a se stesso, come folle. Molti degli esiti tragici di queste storie fanno cioè pensare che – se il “no” che si pronuncia è sempre una questione privata, è un atto di responsabilità personale, un’invenzione assolutamente singolare – l’unico modo per far durare questo “no” è quello di posizionarlo e stringerlo in una rete collettiva, che lo sostenga nei momenti di difficoltà, che lo renda più forte, in modo da non poter essere facilmente attaccato e distrutto. Ma fare questo non vuol dire appunto creare organizzazione? E l’organizzazione non è anche una forma, per quanto embrionale e relativa, di potere? E d’altronde, che cos’è il potere? È una forza che sta solo dal lato del dominio, pura coercizione, o non è anche e innanzitutto un poter fare, da cui ognuno di noi è investito? E se così è, se cioè il potere trova anche in noi il suo momento iniziale o terminale, mettersi insieme e produrre effetti non vuol dire già contrastare il potere, praticando forme di contropotere? Forme che sappiano ostacolare quella temporalità lunga del potere costituito, quel suo perenne poter aspettare, con una temporalità rivoluzionaria, quella che riesca a mantenere il “no” pronunciato un giorno, a sedimentare le esperienze, a far durare l’insorgenza… D’altra parte, se il libro di Aragno vuole appunto fare presente un’altra storia, oggi non facciamo proprio esperienza dell’assenza radicale di questa organizzazione e di quest’altro potere? Dai singoli militanti alle piazze “indignate”, non circola ossessivamente la domanda – dopo trent’anni di smantellamento di contenitori collettivi, di istituzioni che potessero tenere insieme e dar conto delle diverse volontà – di programmi e strumenti che possano imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare? Da questo punto di vista, denunciare il «pragmatismo politico» come «tecnica di dominio» tout court (p. 7), come a volte sembra fare Aragno, non rischia piuttosto di condannarci all’impotenza? La “ragion di Stato” ha il suo più tremendo avversario nell’autenticità e nelle moralità individuali, o nel contropotere effettivo che pone già nell’ordine esistente un’altra moralità, collettiva e niente affatto individuale? Insomma, fra il realismo senza scrupoli del potere e un’utopia incantata quanto inefficace, non c’è forse lo spazio, risicato ma certificato storicamente, di un altro realismo, che ha di mira qualcosa che ancora non si vede, ma può essere qui? C’è forse da scegliere fra purezza dei mezzi e pragmatico perseguimento dei fini o il movimento è lo stesso? Fra eroismo e rinuncia, fra il non venire mai a patti e l’esserci già venuti, non si apre forse una strada, quella che è stata percorsa – e ancora oggi, se abbiamo il coraggio di allargare lo sguardo oltre la provinciale Europa, viene percorsa – dai movimenti rivoluzionari, quella che Che Guevara indicava con il celebre motto: siamo realisti, vogliamo l’impossibile?
Certo, non sono domande a cui questo libro può rispondere. Ma di sicuro, ponendole, facendoci riflettere a partire dalla concretezza storica, Aragno dà un contributo importante a questo realismo dell’impossibile oggi ancora tutto da pensare e da praticare. A patto che il lettore voglia davvero ricominciare le sforzo di questi antifascisti, e magari portarlo fino in fondo, verso un esito – anche solo un poco – più felice.

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