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Posts Tagged ‘Invalsi’

pisapia sìGiunge da più parti, sommesso ma pressante, probabilmente con l’intenzione maligna di costringerti a scelte frettolose, l’invito a prendere parte attiva al tentativo in atto di ricomporre le forze della sinistra. Quello che insospettisce è soprattutto un errore grossolano, che pare banale ma non lo è: il ricorso al singolare, quel “tentativo” tendenzioso e inappropriato che, di fatto, non consente di capire di che e di chi si parli e lascia credere a una via obbligata. E allora diciamocelo: di tentativi in campo ce ne sono due: uno è di Pisapia, l’altro fa capo ad Anna Falcone e Tommaso Montanari.
D’accordo, gli incontrollabili “ben informati” o, peggio ancora, fonti così “riservate”, da risultare anonime e quindi – fino a prova contraria – totalmente inattendibili, fanno girar la voce di un accordo preso sottobanco sin dall’inizio, per il quale dopo un gran polverone, si finisce tutti sotto la stessa bandiera: quella del centrosinistra capeggiato dal PD. E allora sarà meglio dirlo subito: il PD di Renzi, azionista di maggioranza di un governo che produce decreti come quello Minniti, è del tutto estraneo alla sinistra.
Se fosse necessaria, ma non lo è, la risposta alla scorretta sollecitazione genera anzitutto una inevitabile domanda: Pisapia o Falcone? In realtà, chi prova a ragionare con la propria testa, scopre che il percorso è chiaro, così come chiaro si mostra il punto partenza: un progetto politico ha un futuro solo se rappresenta una risposta possibile a una domanda che nasce dalla realtà politica e sociale; se ha, cioè, una sua stringente attualità storica. Ricostruire una sinistra nel nostro Paese è una necessità storica. L’Italia, così come la conosciamo, è figlia di tre culture politiche ben distinte tra loro: liberale, cattolica e socialista. Ognuna aveva valori, pensatori di riferimento e un’idea di società e ognuna si era andata strutturando in grandi partiti di massa. Oggi non è così; oggi nessuna di quelle grandi famiglie politiche è autonomamente presente nella nostra vita politica; quel vuoto di rappresentanza ha determinato un’altissima astensione e la nascita di un nuovo, anomalo “terzo polo” senza storia e senza cultura di riferimento, costituito dal movimento di Grillo. Ci sono liberali dispersi nei diversi campi – anche in quello di una destra illiberale con fortissime venature autoritarie – ma non c’è una destra liberale. Non esiste un centro autonomo, ma una formazione berlusconiana, che non ha vita autonoma e sembra poter sopravvivere solo in simbiosi con un’altra parte politica – il cosiddetto centrodestra – e una sinistra snaturata e priva di identità, che a sua volta mostra di saper esistere solo come ala avanzata di un partito – il PD – che si definisce di “centro-sinistra”, ma scavalca continuamente  a destra la Lega di Salvini e riporta in vita addirittura piccoli capolavori di violenza fascista, come ha fatto recentemente Minniti.
Di una sinistra autonoma, c’è solo un’abbondanza di sigle che stentano a rappresentare persino se stesse. Così stando le cose, la rinascita di una moderna e autentica sinistra non può e non deve coincidere con la proposta in campo di chi intende di fatto tornare a una formazione programmaticamente pensata come ala avanzata di uno schieramento di centrosinistra. Una iniziativa che rischia di cristallizzare un recente, fallimentare passato e allo stesso tempo un azzardo, perché, nei fatti, l’alleato di “centro” non c’è e se c’è vuole essere un baluardo del neoliberismo. Il cuore del problema è proprio qui.
Una sinistra autentica, che non intenda ripudiare la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione  è, infatti,  geneticamente anticapitalista  e assolutamente ostile al neoliberismo. In questo senso, personalità e gruppi politici che hanno finora professato dottrine neoliberiste, dando di fatto una mano a chi ha ridotto il Paese nella condizione in cui si trova, non possono essere legittimamente accolti nella sinistra che si va riaggregando. Né, d’altra parte, in una formazione che solleva la bandiera della Costituzione, può esservi posto per chi ha difeso il sì al referendum o si è schierato strumentalmente per il no, dopo aver lungamente negli anni contribuito a stravolgerla, portando il Paese in guerra e varando Bicamerali che meritarono l’elogio di Berlusconi e i voti leghisti.
Il compito di chi intende ricostruire la sinistra è quello di delimitare un perimetro difeso da un sistema  valori , entro cui raccogliere esclusivamente forze che condividono un’idea di società anticapitalista e antiliberista. Dar vita a un organismo che sia la sinistra di uno schieramento parlamentare – il centrosinistra – destinato a governare il Paese più o meno come hanno fatto Renzi e Berlusconi, non solo non è la risposta a una necessità della storia, ma diventa un azzardo, perché un “centro” per la “sinistra” non c’è. Esiste una formazione di destra che presenta chiaro il suo biglietto da vista: il decreto fascista del Ministro Minniti.
Tracciare questo perimetro non è difficile; si può considerare, infatti, di sinistra chi ha pensato, sostenuto o anche solo votato per una malintesa “disciplina di partito”, la Buona Scuola di Renzi? E’ possibile caricarsi sulle spalle il peso di chi ha lasciato passare il Jobs Act e l’abolizione dello “Statuto dei lavoratori”? Che c’entra con la sinistra chi ha seguito Renzi e Berlusconi ai tempi dello sciagurato patto del Nazareno e chi ha consentito che un governo di dubbia legittimità, tenuto in piedi da un Parlamento di nominati, grazie a una legge fuorilegge, stravolgesse la Costituzione, inserendovi il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact , con tutto quanto ne è poi derivato?  Questi personaggi dovrebbero cercare casa a centro e se un centro non esiste, dovrebbero lavorare per farlo nascere. In questo senso, lavorare concretamente per la rinascita di un’autentica sinistra, vuol dire anche creare le condizioni per spingere altri a ripristinare un quadro politico realmente  costituzionale.
C‘è poi il mondo dei movimenti, ci sono le grandi esperienze di lotte territoriali, come quelle della Valsusa, c’è il laboratorio Napoli, con un esperimento di neomunicipalismo e quella “rivoluzione con il diritto” che significa, in estrema sintesi, stretta osservanza delle leggi costituzionali, rispetto a quelle ordinarie, quindi “disobbedienza”. Sullo sfondo c’è il vasto popolo della sinistra che non vota, perché non è rappresentato e che, però, quando decide di votare fa saltare il banco, com’è accaduto con il referendum.
Ecco, questo significa lavorare per riaggregare la sinistra.  Una sinistra anticapitalista e costituzionale, quindi nemica della guerra, decisa ad abolire una ad una le riforme incostituzionali di Monti e di Renzi, a ripristinare e applicare all’intero mondo del lavoro lo statuto dei lavoratori , pronta a cancellare l’Invalsi e l’Anvur, a difendere l’Europa di Spinelli, chiedendo che L’Unione Europea si dia una Costituzione fondata su un modello parlamentare e approvata dai popoli che intende unire.
E’ vero, questo comporta dei sacrifici e mette fuori gioco figure di rilievo che hanno un nome e una storia, ma  si tratta di gente che da molto tempo ormai ha divorziato dalla sinistra. Di un peso di cui occorre liberarsi.
Chi avrebbe giocato un centesimo bucato sull’esito così clamoroso del referendum? Sarà un’illusione, ma quel risultato può essere ripetuto.

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punire-310x232Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo. Due anni di scelte arroganti che, ignorando la totale contrarietà del mondo della scuola, hanno imposto una riforma che stronca la mobilità sociale, trasforma in merce un diritto inalienabile e stravolge la facies e la funzione della Scuola, modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.
Dopo quel moto suscitato da chi ha sempre respinto dalle fondamenta l’impianto economicistico e classista della riforma sfociata nel varo della L. 107, la sacrosanta protesta è rientrata, complici le confederazioni sindacali, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che, ancorché “legalizzata”, non può essere accettata, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione dell’istruzione e
di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato fanno tabula rasa, a monte, delle opzioni didattiche e della programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – una classifica degli studenti, degli insegnanti e delle scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali e contestuali o per le peculiarità individuali.
Nonostante siano risultate fin dall’inizio invise sia agli studenti, che vedono assai spesso pregiudicata la loro intera carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, che ai docenti, costretti ad “addestrare” gli alunni alla risoluzione dei test, trascurando l’articolazione dei contenuti delle singole discipline, queste asfittiche prove, che certificano discrepanze già a tutti ben note e sperperano ingentissime risorse, allo scopo di commissariare e, infine, liquidare le istituzioni scolastiche ritenute “improduttive”, vengono ogni anno imposte con la minaccia di ritorsioni e la precettazione da parte dei dirigenti, dotati di nuovi poteri dalla L. 107; salvo rare eccezioni, questi ultimi, senza esprimere un giudizio di valore, vantano inesistenti benefici dei test (ripudiati e proscritti, com’è noto, perfino dai loro teorici americani) e minimizzano la portata del danno, sostenendo che si tratta di una prassi “ormai” divenuta consuetudinaria.
E’ bene allora ricordarlo: la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; risulta intuitivo, inoltre, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Noi ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile, discriminatorio, che non ha contribuito ad elaborare.
Ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di Istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento. I fondi dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale.
Ci intristisce non poco, ogni anno, la lettura di avvisi dirigenziali e delibere collegiali in cui si comunica a studenti e studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometria, legata ai quiz INVALSI, che saranno loro comminate sanzioni più o meno pesanti, alcune delle quali controproducenti
per la Scuola e la percezione del suo ruolo da parte dei giovani, come, ad esempio, l’interdizione dalla partecipazione ai viaggi di istruzione, declassati, così, da attività didattica integrativa e formativa a momento puramente ludico ed avasivo.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti!), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non meccanico e puramente sincronico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?
E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo, con viva preoccupazione, che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe, de facto, un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.
Ci chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.
Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa escluderli da attività che non sono accessorie, ma che costituiscono altrettante tappe del percorso educativo.
Ci chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a considerare gli effetti sperequatori e sclerotizzanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di complice resa a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio, come, ad esempio,
il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del teaching to the test e
della “somministrazione” dei quiz.

I legislatori e i passivi esecutori delle loro riforme, violentemente imposte a colpi di fiducia, ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come
epocali, inevitabili, quasi legati a una volontà metafisica, e che invece sono solo il frutto temporaneo e congiunturale di scelte economico-politiche regressive ed esiziali.
Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza
di un provvedimento legislativo.
A tal proposito, ci è grato riproporre questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza
del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte)
essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ci rivolgiamo alla Scuola e all’Università, perché reagiscano con la necessaria fermezza e intransigenza;
ci rivolgiamo ai docenti precari, umiliati e traditi da una riforma che li ha demansionati e trasferiti coattamente; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, ai cittadini e alle cittadine di ogni convinzione e condizione che hanno difeso la Costituzione dal recente tentativo di smantellamento: vi chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale e puntuale non
solo alla pratica dei test Invalsi ma a tutta la legge di riforma della Scuola, la cui revisione o abrogazione parziale, per colmo di scherno, viene oggi offerta dai suoi promotori e imbonitori come merce di squallido scambio elettorale.

Abbiamo un’enorme responsabilità, in questo desolante momento di crisi democratica e politica, che usa la crisi economica come alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole ridicolizzarci ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo, per dealfabetizzarla, sfruttarla (con l’alternanza Scuola-lavoro) e corromperla.
Eludere una simile responsabilità significherebbe deludere e tradire un’intera generazione.
Nessuna paura, specie per chi insegna, dovrebbe essere più angosciosamente e fortemente avvertita.

Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli

Firmatari
Giuseppe Aragno, Storico, Napoli.

Promotori
Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli
(Per l’adesione scrivere a questo indirizzo: giuseppearagno@libero.it)

Primi firmatari:

Giuseppe Aragno, Storico, Napoli; Piero Bevilacqua, prof, emerito di Storia, Università “la Sapienza”, Roma; Amalia Collisani, prof. Ordinario Musicologia, Università di Palermo;
Lidia Decandia, prof. Associata Urbanistica, Università di Sassari; Paolo Favilli, Storia Contemporanea: Università di Genova; Laura Marchetti, Università di Foggia; Ugo Maria Olivieri, prof. Associato, Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Enzo Scandurra, Sviluppo Urbanistico sostenibile, Università “la Sapienza”, Roma; Lucinia Speciale prof. Associato, Storia dell’Arte Medievale, Università del salento; Luigi Vavalà, liceo classico “De Sanctis” di Trani;

Adesioni:
Velio Abati, Liceo Rosmini, Grosseto; Giovanna Aquaro,  Docente lettere, latino e greco, Liceo classico “Socrate” – Bari; Ilaria Agostini, ricercatrice urbanistica, Università di Bologna; Miriam Andrisani, docente, Napoli; Elena Astore; Paolo Baldanzi Massarosa (Lucca);  Angelo Baracca, Professore associato di Fisica, Università di Firenze; Daniele Barbieri, genitore, ex giornalista, ora blogger – IMOLA; Giuliana Barone, docente scuola primaria, Monreale (Palermo); Marco Barone, avvocato, blogger, attivista; Alessandro Bianchi, Dipartimento di Informatica, Università di Bari; Marco Biuzzi architetto,  roma; Vittorio Boarini, docente universitario di cinema; Marco Bonaccorso, docente; Ireo Bono, medico, Savona; Pier Paolo Bontempelli, Letteratura tedesca, università “D’Annunzio”, Chieti; Roberto Bongini, Liceo Rosmini, Grosseto; Federica Bordoni, insegnante scuola secondaria primo grado, Perugia; Roberto Budini Gattai, (già Università di Firenze, Facoltà di Architettura);  Giuseppe Caccavale, docente di Storia e Filosofia, Liceo classico “Carducci”, Napoli; Elisa Caruso, docente; Alessandro Casiccia, Sociologo, Università di Torino; Licia Cataldi, docente di scienze presso il Liceo Scientifico “Galilei”, Pescara; Alessandro Sandro Centrola; Augusto Cerri, docente a riposo, Giurisprudenza, Università “la Sapienza”, Roma;  Ludovico Chianese, docente Storia e Filosofia, Napoli; Annamaria Chiariello, docente; Antonella Chiellini, Docente Scuola secondaria di 2° grado,  Salerno; Anna Ciotola, docente; Elena Ciotola, docente di Lettere Scuola Media I grado, Napoli; Gaetano Colantuono, coordinamento scuola Risorgimento socialista; Antonio Giuseppe Condorelli, docente Catania; Tullio Coppola, docente;  Danilo Corradi, Liceo classico e linguistico Frascati;  Luigi Cozza docente ITAS “Bruno Chimirri”, Catanzaro; Maria Antonietta Danieli, docente Inglese presso Liceo artistico di Treviso;  Maria Rosaria De Lucia; Riccardo de Sanctis, giornalista e storico;  Lorenzo Desidery, docente di pianoforte, Scuola secondaria di I grado, Napoli; Giuseppe Antonio Di Marco Università di Napoli “Federico II”; Tiziana Drago, ricercatore confermato, Università di Bari; Aristide Donadio, sociologo e docente scuola II grado; Ferdinando Dubla, docente scienze umane e filosofia, liceo “Vittorino da Feltre”, Taranto; Mauro Farina, docente Scuola sup., Napoli;  Ilaria Ferrara, docente; Adele Fiordoliva, di Montecarotto (An), genitore; Vincenzo Franciosi, archeologo, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”; Ugo Gbaldi, Docente Liceo Scientifico Leonardo da Vinvci, Genova; Alfonso Gambardella, Dirigente Scolastico in pensione; Gemma Gentile, docente di Lettere in pensione; Agata Anna Giannelli, docente; Rosanna Giovinazzo, docente; Maria Giuliano, docente; Ferdinando Goglia, docente di Lettere, Scuola Media I grado, Napoli; Dario Giugliano Ph.D. Docente di prima fascia, Cattedra di estetica, Accademia di Belle Arti di Napoli; Donatella Guarino, docente Storia dell’Arte, Napoli; Piera Guazzoni, docente, Piano di Sorrento; Alba Gnazi, docente; Mari Pia Guermandi, Università di Pavia; Roberto Iraci; Salvatore La Marca, docente di ed. fisica nella scuola sec. di 2 grado; Anna Immordino , nata a Valledolmo (pa) il 24/06/1968 residente a Palermo, , madre e professionista ( psicologa ); Marcella Leva, docente in pensione; Maria Lubrano, docente; Giuseppina Maggi, docente di inglese, liceo “L. da Vinci”, Casalecchio di Reno (BO); Francesco Paolo Magno, Ispettore tecnico MIUR in quiescenza; Angelo Mancone, docente in pensione; Luisa Marchini, Università di Foggia; Mariarosaria Marino, docente di Filosofia e Storia, Napoli; Antonio Masin, docente di chimica e tecnologie chimiche; Ignazio Masulli, storico, Università di Bologna; Enrico Milani, docente di diritto/ economia I.S. “MATTEI” – Caserta – avvocato lavorista; Daniela Minardi, docente scuola primaria, Napoli;  Maria Morone, docente scuola primaria; Maria Mucci, docente di lingua e lett. inglese, scuola secondaria di 2 grado; Dr Franco Nanni, Psicologo scolastico, San Lazzaro di Savena, BO; Vito Nanni, insegnante; Salvatore Napolitano, docente e Cobas; Antonello Nave, docente di Storia dell’Arte, Firenze; Italo Nobile; Gianluca Paciucci, liceo “Galilei”, Fulvio Padulano, docente di Storia e Fil., Napoli ; Rossano Pazzagli, Università del Molise; Gianfranca Pisani, docente; Paolo Piscina, I.S. Zappa-Fermi, Borgo Val di Taro (PR); Livia Ragosta, docente di italiano e storia presso il “Mario Pagano” di Napoli; Laura Raiola, docente Materie Letterarie, Napoli; Marcella Raiola, docente di Lettere Classiche precaria, Napoli; Angelo Recupero, docente presso Ist. “L. Fantini” di Vergato (Bologna); Andrea Ricci, genitore; Ida Rotunno, docente di filosofia e storia, liceo scientifico Fermi di Aversa. Giuseppe Sapio, docente; Francesco Santopalo. Agronomo; Angelo Semeraro, ordinario fuori ruolo di Pedagogia generale, Università del Salento; Nicola Siciliani De Cumis, Pedagogia; Franca Sirignano, docente di sostegno; Anna Solimini; Francesco Trane, architetto; Stefano Ulliana, insegnante; Mauro Van Aken, Antropologo, univ. Milano- Bicocca; Sono Cinzia Valentini, docente di Lettere Ist. Comprensivo “G. Leopardi”, Pesaro; Vincenzo Vecchia, maestro elementare; Nicola Vetrano, avvocato, Napoli; Claudia Villani, Storia Contemporanea, Università di Bari; Giuseppe Vollono, docente, Castellammare di Stabia (Na); Pasquale Voza, professore emerito, Università di Bari; Alberto Zigari, Urbanista, Firenze.

Fuoriregistro, 15 maggio 2017; L’officina dei Saperi, 15 maggio 2107, il Manifesto, 20 MAGGIO 2017.

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Prende forma, sceglie posizioni su una linea di cambiamento, ma si tiene ancorato alla Costituzione della Repubblica, come logica conseguenza del no al Referemndum istituzionale per il quale si è battuto,  il movimento che abbiamo chiamato DemA. Un movimento che si sta dando una linea politica e oggi dice la sua su una penosa scelta della maggioranza di governo e sulla distruttiva riforma della scuola. Una riforma, non è male ricordarlo, voluta a tutti i costi da quel Matteo Renzi che si è dimostrato il più rozzo e ignorante dei politici italiani. Un’autentica minaccia per la democrazia.

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La tensione indotta nelle scuole dalla legge 107 del 2015 genera ormai un conflitto permanente che sta svuotando dall’interno la relazione educativa basata sulla centralità dello studente e su un’organizzazione democratica e partecipata delle nostre Istituzioni.

L’episodio accaduto al liceo Vico di Napoli è solo la punta di un iceberg: sulla base di una delibera del Collegio Docenti – di cui sfugge qualsiasi motivazione educativa, ma di cui ben si comprendono i motivi politici – la Dirigente Scolastica ha intimato agli studenti di partecipare diligentemente alle rilevazioni condotte dall’INVALSI a pena dell’esclusione da tutte le attività extracurricolari, viaggi di istruzione compresi.

La grave  lesione del diritto allo studio indotta da una tale delibera è palese: le attività cosiddette extracurricolari (progetti, laboratori, stages…) dal 1999 sono divenute parte integrante del lavoro scolastico già con l’attuazione del DPR 275: la stessa legge 107 (la cosiddetta “buona scuola”) ha ribadito con forza l’indispensabilità ed insostituibilità del potenziamento dell’offerta formativa per il “curricolo personale dello studente”. Minacciare uno studente di togliergli quello che la Repubblica gli deve, è un atto violento di intimidazione che non solo lo danneggia come cittadino, ma la lo umilia anche come persona.

Il Movimento “demA”, nel manifestare tutta la sua attiva solidarietà agli studenti del “G.B. Vico” di Napoli, denuncia con forza la necessità di riformare uno strumento che , seppur necessario, è divenuto – con gli ultimi provvedimenti di legge – qualcosa di completamente diverso e pericoloso.  Sappiamo tutti che l’autonomia scolastica, sancita dalla L. 59 del 1997 ed introdotta nel 2001 nell’art. 117 della Costituzione con la modifica del Titolo V, porta con sé necessariamente l’obbligo di valutazione del sistema, che deve essere effettuato da parte di un organismo formalmente e funzionalmente autonomo, quale è appunto è l’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione).

Ma, ben lungi dal fornire informazioni attendibili sul reale stato del sistema scolastico, l’INVALSI è divenuto un odioso strumento di controllo di massa e di negazione della stessa autonomia scolastica e della libertà di insegnamento e di dirigenza della scuola.

In primo luogo, se davvero si volesse un risultato scientifico, basterebbe pesare dovutamente il sistema e svolgere le prove su di un campione attendibile e significativo, senza mettere in moto un immondo e costosissimo carrozzone che paralizza le scuole ed obbliga tutta la popolazione scolastica a prove che nulla hanno a che fare né con le competenze né tanto meno con le conoscenze che il nostro sistema trasmette, introducendo schemi e prospettive indotte dall’esterno. Spacciate come anonime ed ininfluenti sulla valutazione degli studenti e degli istituti, sono invece assolutamente “in chiaro” tanto che, con la recente riforma, gli studenti dovranno  sostenere una prova “INVALSI”  parallela all’esame di Stato delle superiori, così come già avvenuto per quelli della scuola media.

Ma l’azione politicamente scorretta, inaccettabile, truffaldina, sta nell’aver trasformato l’INVALSI in strumento di controllo politico delle scuole. I Dirigenti Scolastici sono dirigenti di seconda fascia, sono assunti per concorso e non sono assoggettabili allo spoil system (che, non a caso significa “ sistema del bottino” per il quale gli alti dirigenti della Pubblica Amministrazione cambiano con il cambiare del governo): per assicurarsi la loro obbedienza e sudditanza, gli esiti delle rilevazioni INVALSI della scuola in cui prestano servizio, sono stabiliti come uno dei pochissimi elementi che ne determinano la valutazione e, quindi, la retribuzione di risultato.

Mercato, azienda, obbedienza, controllo, punizione, servitù intellettuale: è per una Scuola diversa, scientificamente fondata sulla Pedagogia e le Scienze dell’Educazione, moralmente radicata nei valori della Costituzione Italiana, volta ad includere ed a decondizionare dalle ignoranze, che la battaglia per la riforma del carrozzone-INVALSI va portata avanti con determinazione e per cui il “Movimento demA” esprime fattivi solidarietà e sostegno non solo agli studenti del “G.B. Vico” e di tutta Italia, ma a tutti i docenti ed ai dirigenti che si sono schierati ed operano con coerenza ed impegno per contrastare l’evoluzione autoritaria e mercantile della Scuola.

Salvatore Pace, Coordinamento Dema

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Al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris,
che difende apertamente e coraggiosamente la Scuola della Costituzione

I test INVALSI non sono uno strumento didattico o un argomento puramente “tecnico”. Si tratta di un potente dispositivo di controllo e selezione sociale su base economica e di classe che viola l’art. 33 della Costituzione, perché nega la libertà di insegnamento, che è libertà di programmare e di valutare in ragione delle differenze contestuali, individuali e territoriali, e calpesta l’art. 3, perché prescrive l’abbandono, da parte dello Stato, proprio di quelle scuole che maggiormente avrebbero bisogno di investimenti e di attenzione istituzionale per colmare il gap socio-economico.

Quest’anno, per cavillosi e interessati ostacoli frapposti speciosamente dalla Commissione di garanzia, non è stato possibile indire lo sciopero che consente ogni anno ai docenti di sottrarsi alla somministrazione e alla tabulazione dei test. La lettera che abbiamo redatto chiama in causa la deontologia e la coscienza della nostra categoria e dei dirigenti, ma, soprattutto, considera i devastanti effetti dell’obbedienza a una legge che è in contrasto col dettame costituzionale e con i valori e le funzioni della Scuola pubblica. E’ in gioco il futuro di intere generazioni, di cui stiamo offendendo l’intelligenza e sopprimendo la libertà di pensiero e parola.

Tu stai alacremente ed egregiamente lavorando per offrire ai giovani meno fortunati opportunità concrete di promozione sociale e di cambiamento. Ti vediamo ogni giorno per le strade, nelle piazze affollate di cittadini napoletani di ogni etnia, colore e dolore, ad ascoltare, a imparare con umiltà, a confrontarti, a esporti senza calcoli prudenziali, a perseverare in un esperimento di governo e autogoverno straordinario, audace e scomodo, che ti è già costato amarezze e attacchi proditori e indegni.

Non potevamo, perciò, non coinvolgerti in questa nostra iniziativa, certi che appoggerai, anche solo con una parola di solidarietà, la disobbedienza civile nostra e degli studenti in lotta contro un sistema di potere arrogante e autoreferenziale che, per evellere la Costituzione, ha capito di doverne anzitutto schiacciare l’organo più importante: la Scuola pubblica laica, inclusiva, di massa, libera e plurale.

Nel ringraziarti per il tuo indefettibile impegno, ti porgiamo il nostro più grato e affettuoso saluto.

Coordinamento Precari Scuola Napoli, Docenti in lotta contro la 107 e Cobas Scuola Napoli

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Alla Dirigente del Liceo Classico “G.B. Vico” di Napoli, Prof. Maria Clotilde Paisio, al Collegio Docenti,

e, per conoscenza, ai Dirigenti e Collegi di tutti gli Istituti di Napoli e Provincia

Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo, dicendo “NO” ad una riforma che, per stroncare la mobilità sociale e trasformare un diritto inalienabile in una merce, ha stravolto la facies e la funzione della Scuola modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.

Dopo quel moto non spontaneo, ma suscitato da chi ha continuato a postulare l’esigenza di respingere dalle fondamenta l’impianto classista e puramente economicistico della riforma sfociata nel varo della L. 107, senza edulcorarne i principi inaccettabili, la sacrosanta protesta, con la complicità dei sindacati concertativi, acquiescenti e compiacenti, è rientrata, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che non può essere accettata, ancorché “legalizzata”, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione del diritto all’istruzione e di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato stravolgono a monte le pratiche didattiche e la programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” un’antimetodica classifica – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – degli studenti, dei docenti e delle Scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali, contestuali, individuali.

Abbiamo letto, sul sito della Vs. Scuola, la comunicazione indirizzata alle famiglie a agli studenti delle classi interessate dai quiz (Prot. n. 3334/B1 del 29-09-2017), in cui si rende noto che queste asfittiche prove vengono considerate dalla Dirigenza come una prassi che ormai è diventata consuetudinaria: ci permettiamo di far presente che la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; aggiungiamo, poi, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile e che non ha contribuito a statuire; ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica, che dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale, alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento.

Abbiamo letto, anche, che il collegio docenti del Liceo “Vico”, il giorno 11 aprile, ha deliberato di comminare sanzioni agli studenti e alle studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometrica legata ai quiz INVALSI. La cosa ci intristisce non poco.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione, e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non sincronico e puramente meccanico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?

E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo e vi chiediamo che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.

Ci chiediamo e vi chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.

Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa interdirli da attività che costituiscono non momenti ludici e accessori, ma parte integrante dell’azione didattica.

Ci chiediamo quali possano essere le forme alternative di protesta suggerite agli studenti che rifiutano i quiz, se non forme addomesticate e perfettamente integrate nella logica di un sistema che giustamente essi vogliono evellere, avendone compreso e sperimentato l’iniquità.

Ci chiediamo e vi chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento libero e creativo e alla collegialità democratica, che ne è il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a ritirare i provvedimenti deliberati contro i ragazzi renitenti ai test; vi chiediamo di considerare gli effetti sperequatori e discriminanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di pronità a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio come il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del “teaching to the test” e della “somministrazione” dei quiz.

Chi vuole distruggere la Scuola sostiene che essa debba “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come inevitabili, quasi metafisici, e che invece sono il frutto di esiziali e regressive scelte economico-politiche.

Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche e, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza di un provvedimento legislativo.

A tal proposito, ci è grato condividere con Voi questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ill.ma Preside, cari Colleghi: abbiamo un’enorme responsabilità, in questa triste congiuntura politica, che usa la crisi come un alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole renderci ridicoli ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo. Eludere la responsabilità significherebbe deludere un’intera generazione. Nessuna paura, per chi insegna, dovrebbe essere più forte.

Coordinamento Precari della Scuola di Napoli
Docenti in lotta contro la 107
Cobas Scuola Napoli
Firmatario aderente: Prof. Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo

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Non una parola è mia. Ognuna della parole che seguono, tuttavia, ha un così forte senso di libertà, da trovare legittima cittadinanza nel mio blog. E’ una regola che violo molto raramente. Qui scrivo io. Questa è la regola, certo. Ma che senso ha una regola, se non c’è un’eccezione e se non è possibile violarla? Nessun senso. Ecco perché do la parola all’USI-AIT Educazione.

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A seguito dei numerosi attacchi alla riforma “La Buona Scuola” portati avanti da studenti e docenti, il Presidente del Consiglio Renzi non ha trovato di meglio da fare, se non allestire l’ennesimo show televisivo in cui lui, e non il Ministro dell’Istruzione Giannini, spiega, in uno scenario precostruito, i fini e gli obiettivi del suo governo in materia di istruzione.
renzibugieEbbene, Renzi può mettere in scena ciò che meglio crede, ma assolutamente non può far passare per riforma scolastica la “sua“: una riforma che non parla affatto di “didattica” e che assomiglia sempre di più ad un piano di organizzazione della forza lavoro. Nelle ultime sue dichiarazioni ha parlato di apertura e disponibilità al dialogo, ma ha puntato l’accento su un unico termine: valutazione. Approfondendo da un punto di vista più ampio la questione, si potrebbe dire che Renzi miri a tenere in piedi e rafforzare ulteriormente quei meccanismi di etichettatura che ruotano intorno all’ Istituto Nazionale di Valutazione. Dopo il boicottaggio delle Prove Nazionali Invalsi, infatti, ecco la forzatura politica che restituisce “dignità” ad un organo fortemente attaccato e ridicolizzato recentemente. La questione è la seguente. La scuola è ancora il luogo dove il mercato non ha trovato completa agibilità, quantomeno ideologica.
reNel momento in cui lo Stato ha da tempo rinunciato al suo ruolo politico delegando proprio al mercato i compiti propositivi e decisionali, la scuola è risultata essere un organo resistente, difficile da riempire e modificare a proprio piacimento. Il ruolo che lo stato si è riservato rispetto al mercato è quello di amministratore e di poliziotto. E quale compito svolge l’amministrazione zelante di una azienda se non quello di valutare, ovvero “attribuire valore e spendibilità“? Quali compiti svolge la polizia se non quello di far rientrare in un “utile” per lo Stato ogni attività umana, reprimendola in caso essa non corrisponda ai criteri di legge imposti dallo Stato stesso? Ecco cosa significa “valutare“: appiattire l’essere umano su criteri di mercato; stimolarlo attraverso la punizione e il premio. “Valutare” e “reprimere” sono, infatti, gli ultimi drammatici scampoli di rappresentazione attraverso cui lo stato si manifesta, attraverso i quali giustifica la propria esistenza. “Valutare e “reprimere” sono, infatti, questi gli ultimi principi fondanti della “governance“. “Valutare” e “reprimere” equivalgono quindi a governare, e “governare e sfruttare significano la stessa cosa” diceva a suo tempo Bakunin.
Agevolare lo sfruttamento, questo è il disegno di legge che si trova raffigurato dietro la lavagna di Renzi. Questo significheranno in realtà le parole propagandistiche del governo: alternanza Scuola/Lavoro; competitività; merito; ecc. Ecco dunque che la battaglia contro “La Buona Scuola” è una battaglia di tutti e tutte e non solo di insegnanti e studenti.
E NOI CHE COSA FACCIAMO?
re1Senza una vera, forte, corale risposta i governanti, guidati da poteri forti, riusciranno nel loro intento. Occorre rafforzare la mobilitazione permanente una delle poche forme che ha sinora funzionato nella storia dei popoli. Occupare le scuole, viverle della nostra presenza, adulti e piccoli esseri, liberarle con la nostra presenza in lezioni libertarie ad oltranza, cultura e scambio di idee, cibo, arti, il suono dei nostri sonni pieni di utopie, porterebbe di certo un cambio rivoluzionario. Sceglierle/adottarle come nostre case, collettive, comunitarie e lì praticare una politica libertaria altra che faccia vedere com’è bello farne parte. Una simile prospettiva è possibile ma abbiamo le forze dal basso per farlo? Forse cercandole in quei movimenti che da tempo praticano lotte di esistenza sui territori si potrebbe trovare nel mutuo soccorso e nella solidarietà una ulteriore spinta per andare avanti nella lotta che non è di rivendicazione di una lavoro ma rappresenta una presa di coscienza della grave minaccia che subiscono le vite di tutti e tutte se questo decreto entrerà effettivamente in vigore. Occorre cercare/tessere aiuto fuori dalle gabbie che il sistema ha districato per portare all’immobilismo di quanti invece fondamentalmente rifiutano questo stato di cose esistenti. L’immobilismo di oggi, a seguito dello sciopero del cinque maggio scorso, fortemente voluto dalla base dei lavoratori – cosa che ha costretto i grandi sindacati a mobilitarsi – è stato o meno un fallimento? In termini di numeri certamente no, in relazione agli effetti sortiti è stato un frustrante buco nell’acqua che ha mostrato, se ve ne fosse ancora bisogno, l’inadeguatezza di talune metodologie di lotta sindacale che non ci hanno mai convinto, non ci convinceranno mai. Dopo le trattative volute, non dal governo, ma dal PD i sindacati concertativi escono sconfitti dal tavolo mentre l’iter di discussione del DDL in parlamento procede spedito come un treno, Renzi dichiara che è pronto all’ascolto di tutti ma poi deciderà e deciderà, da solo, senza modificare di una virgola l’impianto della sedicente riforma. Intanto alcuni sindacati cominciano a prendere le distanze dalla lotta, si mostrano i primi segni del cedimento e, nel frattempo, si continua a perdere tempo, il fronte della lotta rischia di sfaldarsi, la sfiducia e l’impotenza potrebbero, in questo caso, giocare un ruolo fondamentale, anzi è probabilmente questo il vero obiettivo del governo: così si spiegano i beceri tentativi di mostrare qualche lieve apertura, come l’approvazione del ridicolo emendamento che vieta ai Dirigenti di assumere i familiari. Ad ogni modo si potrebbe concludere che non vi è nulla di nuovo sotto al sole, si continua ad assistere al vecchio pompieraggio sociale ma, in verità, qualcosa di nuovo si intravede, ovvero si pensi alla capacità di molti lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di unirsi e lottare in maniera autorganizzata. Noi dell’USI-AIT Educazione, poiché sindacato che si ispira all’anarcosindacalismo che rifiuta la delega e i leaderismi, sosteniamo queste pratiche di lotta e le riteniamo le sole possibili. Occorre fare informazione e pressioni per disvelare gli inganni dei governi, ma anche per denunciare le manovrine di quelle realtà che si dicono a tutela dei lavoratori ma poi sono sempre disposte alla concertazione più becera, quelle che oggi rimangono nel silenzio quelle che non hanno saputo e voluto andare all’incasso della giornata del cinque maggio e si sono lasciate perdere nei meandri dei palazzi. Denunciamo con forza questo stato di cose, invitiamo i mobilitati a mantenere alta l’attenzione sulle questioni sopra evidenziate, riteniamo che sia tuttavia, necessario rifuggire da ogni strumentalizzazione, quindi occorre perseverare sulla strada dell’autogestione della lotta, senza deleghe e accordi taciti.
re2Attraverso l’aggiornamento obbligatorio dei docenti si può prospettare un panorama che forse ancora non tutti hanno pienamente conto, malgrado sia convinzione diffusa che il DDL sia la morte della scuola. Tramite questi corsi obbligatori il governo di turno potrebbe agilmente indicare la linea politica delle materie di insegnamento e i docenti ultra-precarizzati e sottoposti al placet del Dirigente dovranno “aggiornarsi” pena …. il licenziamento o lo spostamento in altra sede attraverso l’iscrizione “d’ufficio” negli albi regionali. Certamente questo stato di cose conviene alle grandi aziende ma non solo, infatti questi corsi di aggiornamento saranno gestiti anche dai sindacati stessi attraverso le proprie appendici “culturali“: sarà, forse questo il motivo per il quale la cisl (ma non solo) si mostra conciliante? Sono questi dubbi irrisolti ma guardando a quello che è successo con il concorso a cattedra del ministro Profumo si ricorderà che, in buona sostanza, i docenti precari in mobilitazione rimasero i soli a protestare mentre i grandi sindacati nel pieno della protesta scaturita dal basso, già organizzavano i corsi di formazione per sostenere il concorso. Forse è per questo che oggi i docenti che hanno superato il concorso Profumo ricevono un, apparente, trattamento di favore dal Governo che afferma come questi saranno tutti stabilizzati. Tutte queste riflessioni devono indurci a propagare due azioni fondamentali: astensionismo elettorale attivo, perché noi non crediamo nella delega e oggi per colpire le forze di governo che hanno sostenuto il DDL “la buona scuola”, inoltre per danneggiare seriamente le forze sindacali che agitano le piazze con un dito (giusto l’apparenza necessaria per non perdere il consenso degli iscritti) mentre a piene mani affossano con le loro attese, silenzi e false promesse, la mobilitazione. Ci appelliamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, a tutti gli studenti e le studentesse, a tutti coloro i quali hanno a cuore la libertà: boicottate tramite il non voto il PD e affini, presentate il ritiro della delega sindacale a quelle grandi organizzazioni che oggi hanno svenduto la lotta consegnando all’oblio della meritocrazia PD il nostro futuro, le nostre felicità e bisogni.
Alcune sigle sindacali hanno agitato lo spauracchio dello sciopero degli scrutini quasi fosse una panacea, capace di risolvere tutti i problemi, poiché costringerebbe il governo a fare retromarcia. In realtà sappiamo tutti che non è così … perlomeno all’interno della “cornice” normo/contrattuale esistente: si tratterebbe, al massimo, di un “differimento” che non coinvolgerebbe le classi terminali e che – nell’immediato – serve solo a dare visibilità mediatica ai soliti – e sempiterni – leader. Se è blocco che sia vero e non fittizio. La ricerca di taluni effetti speciali che rispondono a una mera estetica della lotta non incantano noi, non incantano i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le studentesse. La lotta deve essere efficace e non un mero momento carnascialesco che poi riconduce tutto alla norma. Talune “grandi” sigle che prima agitavano le piazze oggi rimangono in silenzio o iniziano a buttare giù la maschera. In questo momento di estremo pericolo occorre fare chiarezza e questa chiarezza non la chiediamo noi, ma la chiedono coloro i quali vivono la scuola. Chiarezza sulle proprie reali intenzioni, chiarezza su alleanze accordi e simili. Gli attori sociali della scuola ormai non si ingannano e non devono fermarsi. La mobilitazione sarà lunga e non certo si fermerà a giugno, anche in caso di approvazione del DDL infatti, occorrerà continuare la lotta più convinti e determinati che mai e in tutto questo panorama l’USI AIT Educzione c’è lotta e vive insieme ai lavoratori e alle lavoratrici, agli studenti e alle studentesse, perché è di queste categorie, non di stipendiati, che il nostro sindacato è fatto.
Evviva l’Unione!

U.S.I.- A.I.T. EDUCAZIONE
c/o U.S.I.-A.I.T. Milano (sede Ticinese)
Via Torricelli 19
Tel/fax 0289415932
email: info-usieducazione@autistici.org
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Un bellissimo commento giunto poco fa da una collega per replicare a un dirigente scolastico che aveva commentato un articolo, cantando le lodi di Renzi su “Fuoriregistro”:
In bocca al lupo a Matteo Renzi che vuol fare una delle cose più difficili in Italia: cambiare la scuola, migliorare l’edilizia scolastica, premiare il merito, in un contesto dove si boicottano le prove Invalsi e come sempre si minaccia di bloccare gli scrutini!
Volere la buona scuola e attuarla sarà il compito di tutti coloro che alla scuola ci credono!
Francesco Semeraro, dirigente scolastico in pensione dal 1/9/2010″.

Potrà insistere quanto vuole il DS Semeraro, la collega lo ha fulminato:

In bocca al lupo ai nostri ragazzi. Per cambiare la scuola occorrono almeno tre qualità: cultura, onestà intellettuale e capacità di governo. Renzi è un analfabeta, sia sul piano delle conoscenze che dei valori; è molto disonesto intellettualmente, come ha dimostrato ampiamente in mille occasioni senza lasciare spazio a dubbi (e cito per tutte la vicenda Letta); in quanto alle capacità di governo, è riuscito a fare peggio di Berlusconi e pareva davvero impossibile.
Credere nella scuola? Anche Gentile ci credeva. Ciò non toglie che ne costruì una fascista, classista e nemica dei lavoratori
”.

Brava Cristina!

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hqdefaultIl caudillo vuole trattare. E si capisce: hai voglia di fare il gradasso, lo sciopero è stato un fiume in piena e i numeri in piazza fanno paura. Diciamolo chiaro: la riforma è un disastro. Presentando le sua “Buona Scuola”, Renzi parlò di opportunità per gli studenti, introdotti nel mondo del lavoro. Una menzogna pericolosa. La riforma produrrà solo sfruttamento: lavoro gratuito e nessuna garanzia di assunzione dopo il percorso formativo. I contratti di apprendistato terminano con il ciclo di studi e sono solo un regalo ai padroni: mano d’opera abbondante a costo zero e chi se frega dei disoccupati! In cambio, ragazzi derubati del tempo scuola, una preparazione peggiore e tanta rassegnazione, come da anni sogna Confindustria.
Sulle assunzioni ancora menzogne. “Assumerò 150.000 docenti!”, annunciò Renzi, ma a stento si arriva a 100.000. Il ricambio fisiologico tra generazioni, con qualche aggiunta imposta dalla mega multa europea al peggior sfruttatore di lavoratori dell’intera Europa: lo Stato italiano. Fuori comunque i 6.000 idonei dell’ultimo concorso e 30.000 docenti di scuola dell’infanzia. Qualcuno lavora da oltre 10 anni! In quanto agli “assunti”, Renzi mente di nuovo: niente lavoro stabile, solo contratti triennali col rinnovo in mano ai Dirigenti e licenziamento sicuro per chi difenderà la libertà d’insegnamento e la dignità personale. Non bastasse, il DDL prevede la mobilità anche per i docenti di ruolo, cui si minaccia la perdita della titolarità della cattedra: potranno insegnare “materie affini”, per le quali non sono abilitati. Gli Ata, infine. Assicurano l’igiene, badano alla sicurezza delle scuole, ma non avranno nemmeno un’assunzione. In compenso, Renzi introduce Il privato nella scuola pubblica e poiché nessuno ti dà soldi per nulla, il prezzo da pagare è chiaro: l’intromissione nella didattica e nella gestione finanziaria. E’ la fine degli Organi Collegiali e la nascita d’una scuola in cui chi più spende più ha. Così si uccide la democrazia.
Inutile parlare delle prove Invalsi: nei Paesi anglosassoni, chi le ha inventate è sotto accusa. La scuola si può e si deve valutare, ma prima occorre restituirle quanto le è stato rubato e metterla in condizione di funzionare. In ogni caso, fuori dai piedi Confindustria, ha già procurato troppi danni al Paese, per occuparsi di scuola.
Nota dolente: poteri ai Dirigenti, che sono accontentati: potere esclusivo e discrezionale sui soldi della scuola, che investiranno come gli pare. Come datori di lavoro, decideranno quali docenti assumere, quali mandare a casa e quali premiare e formeranno le classi come vorranno. Aspettiamoci ,quindi, abusi, discriminazioni, classi piene zeppe di studenti con bisogni educativi speciali e docenti costretti a inventarsi competenze che non hanno o a snaturare quelle acquisite. Aspettiamoci, perché è fatale, docenti di sostegno ridotti ad assistenti, impossibilitati a progettare e realizzare percorsi didattici in grado di affrontare situazioni troppo problematiche per poterle gestire.
C’è poi Il luogo comune: gli insegnanti lavorano poco. Pennivendoli e velinari insistono sul criminale slogan dei “fannulloni”, ma statistiche e studi scientifici provano che, in ambito europeo, i docenti italiani lavorano quanto gli altri (circa 40 ore settimanali) ma prendono lo stipendio peggiore. Chi governa la scuola ignora che non fai lezione frontale senza prepararla spendendo tempo, ignora che le verifiche costano tempo e fatica, che esistono – e sono lavoro – progettazione, riunioni, incontri con le famiglie. Per non parlare dell’accompagnamento nei viaggi d’istruzione. Tutto più o meno a titolo gratuito.
C’è infine uno “specifico” dell’insegnamento. La nostra classe dirigente, selezionata ormai con l’esclusivo criterio della fedeltà al capo, soffre di analfabetismo di valori e non ha strumenti culturali e spessore umano per coglierne il senso e il peso. C’è chi inforna pizze e chi insegna. Pari dignità, ma differenze profonde. I docenti investono sul futuro. Lavorano su una materia preziosa: i nostri ragazzi. E’ un lavoro appassionante e gratificante, ma anche estremamente logorante. La scuola è fortemente condizionata dall’ambiente in cui opera; la crisi economica, l’assenza di riferimenti, il pessimo esempio offerto dalle classi dirigenti, aggravano la fatica dei docenti. In un Paese malato di sessismo, razzismo, rigurgiti di fascismo, vittima di una violenza che parte soprattutto dall’alto e di una corruzione che ha reso marce le Istituzioni, la scuola è un baluardo di democrazia, un punto di riferimento etico fortissimo, ma lo è a costo di immensi sacrifici. Per quello che ricevono in cambio, in termini di retribuzione, di collocazione sociale e di considerazione per la loro funzione, i docenti fanno indiscutibilmente molto e sono di gran lunga migliori di quanti pretendono di valutarli. Essi costituiscono una delle più serie, equilibrate e dignitose risorse del Paese. Se un punto c’è a loro sfavore, beh, questo è costituito certamente dalla preparazione scadente dei dei nostri leader, che, tuttavia, non sono stati i docenti a scegliere come “capi”. La scarsa qualità della classe dirigente può essere anche parziale responsabilità dei docenti, ma non ci sono dubbi e i fatti lo dimostrano: per senso morale, spessore culturale, soprattutto per coscienza democratica, il novanta per cento dei nostri insegnati è nettamente superiore a tutti i membri di questo sciagurato governo.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 maggio 2015

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