Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Letta’

visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

Annunci

Read Full Post »

Non mi va di citare me stesso, ma voglio tornare su quanto scrissi il 24 febbraio 2014, con Renzi sulla cresta dell’onda:

machiavelli«A proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che “le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della “virtù” del Principe, quindi, e capire se abbia saputo parare i colpi della “fortuna” occorre tempo. «Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così “tristi”, che ha dovuto decidersi a “intrare nel male”. Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una “crudeltà bene intesa”. Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia “necessitata”, capace di volgersi a una “bontà” delle scelte, che spieghi il “male” e lo riscatti in nome del “bene comune” che ne è venuto».

Il tempo, scrissi perciò, solo il tempo dirà se il Principe ha voluto “intrare nel male” per quella “virtù” che produce “vantaggi collettivi”, o per istinto da Giuda che il “suo” Machiavelli direbbe “azione egemonica”, mirata alla “gloria”, non alla necessità di un “bene” che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è “caritatevole” e disinteressato, ma risponde al criterio del “do ut des”: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale».
Renzi ha sfidato la sorte, ma governando dovrà dimostrare che, «dato il peggio di sé in ragione della “durezza dei tempi” e dei “venti della fortuna”, è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse “particolare” e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al “bene”».

Se Renzi conosce davvero le leggi della storia e l’arte della politica, sa che non ha scampo. Se sta vendendo fumo, se un governo umiliato e l’amico suo “Letta politicamente ucciso”, si riveleranno «“crudeltà male usate”, offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento […], stia certo […], “appena si presenterà l’occasione del proprio profitto”, la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con “colui che inganna” e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a “tenere il coltello in mano”. Il duca Valentino, privo di “virtù”, perirà, travolto da quella “fortuna” che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà “licito pigliare la Italia col gesso”, come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la “realtà effettuale”, direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro».

Ai “Comitati del no” tocca ricordare a Mattarella che questo Parlamento di abusivi non rappresenta più nemmeno se stesso.

Read Full Post »

Un bellissimo commento giunto poco fa da una collega per replicare a un dirigente scolastico che aveva commentato un articolo, cantando le lodi di Renzi su “Fuoriregistro”:
In bocca al lupo a Matteo Renzi che vuol fare una delle cose più difficili in Italia: cambiare la scuola, migliorare l’edilizia scolastica, premiare il merito, in un contesto dove si boicottano le prove Invalsi e come sempre si minaccia di bloccare gli scrutini!
Volere la buona scuola e attuarla sarà il compito di tutti coloro che alla scuola ci credono!
Francesco Semeraro, dirigente scolastico in pensione dal 1/9/2010″.

Potrà insistere quanto vuole il DS Semeraro, la collega lo ha fulminato:

In bocca al lupo ai nostri ragazzi. Per cambiare la scuola occorrono almeno tre qualità: cultura, onestà intellettuale e capacità di governo. Renzi è un analfabeta, sia sul piano delle conoscenze che dei valori; è molto disonesto intellettualmente, come ha dimostrato ampiamente in mille occasioni senza lasciare spazio a dubbi (e cito per tutte la vicenda Letta); in quanto alle capacità di governo, è riuscito a fare peggio di Berlusconi e pareva davvero impossibile.
Credere nella scuola? Anche Gentile ci credeva. Ciò non toglie che ne costruì una fascista, classista e nemica dei lavoratori
”.

Brava Cristina!

Read Full Post »

arton63405-57d9aRicordo ancora bene l’alba del nuovo millennio, con l’antrace e la caccia agli untori.
Ricordo come fosse oggi la dichiarazione della nuova Crociata contro la «barbarie islamica», la «guerra infinita» dopo la tragica farsa delle Twin Towers e la ferocia di Guantanamo.
L’integralismo del nostro remoto passato allunga sempre più velocemente le sue tragiche ombre sul presente e lo Stato laico si clericalizza a tappe forzate, diventando terra di martiri per amor patrio e per fede.
Ricordo bene i nostri «bravi soldati» che facevano il tiro a segno coi feriti sui ponti di Bagdad, in nome della lotta al «terrorismo islamico». Anche noi abbiamo un velo calato sul volto: è la Croce di Cristo. Un Cristo violentato che, da agnello di Dio, diventa il simbolico carnefice dei non credenti, occulti alleati dei terroristi.
Viviamo tempi di laicità occidentale. Dio ci scampi dalle Moschee nel cuore delle città, ma Dio scampi dalla vendetta della civiltà crociata lo scriteriato che canta fuori dal coro. Nel silenzio del circo mediatico, impegnato a cancellare ogni traccia di soldi, armi e addestramento fornito ai tagliagole dell’ISIS – utilissimo diavolo d’ultima generazione – a Terni si tolgono cattedra e stipendio a un professore che non vuole croci per i suoi studenti.
Croci e crociati, com’è nel sangue e nella storia della superiore civiltà nostrana. Crocefisso, crociati, cani e poliziotti. Dopo Davide Zotti, censurato nel Friuli, ecco Franco Coppoli sospeso a Terni. Siamo ormai tra gli ultimi per libertà di stampa e abbiamo ripudiato Verri e Beccaria, rifiutando di scrivere uno straccio di legge contro la tortura. Chi ricorda il passato, chiave preziosa per leggere il presente, sa che il binomio Chiesa-Stato è nato col fascismo nel 1929 e non s’è mai spezzato, sa che l’estremismo di destra, vigliacco e assassino, non è mai diventato un «dato della storia», checché ne dicano gli storici di corte.
La verità è che la Repubblica antifascista è rimasta prigioniera degli archivi che custodiscono gli atti dell’Assemblea Costituente, nei quali invano Croce affermò che la commistione tra Stato e Chiesa è «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico»; invano, di rincalzo, Calamandrei rilevò che a buon diritto la Chiesa può avere i suoi simboli e un’idea dell’insegnamento il cui fondamento e coronamento è la dottrina cristiana, ma accoglierne simboli e concezione nella scuola dello Stato conduce a una insolubile contraddizione. «Delle due l’una», sostenne infatti Calamandrei: «o il cittadino non cattolico dovrà rinunciare, pur avendone l’attitudine, a concorrere al pubblico impiego come insegnate, oppure dovrà essere reticente, dovrà insegnare contro la sua coscienza; parimenti un alunno non cattolico o dovrà rinunciare a frequentare la scuola pubblica, oppure contro coscienza dovrà subire un insegnamento conforme alla prassi cattolica. Questa non è eguaglianza».
Croce, Labriola, Nitti, Calamandrei, non sono bastati. Nell’amara realtà della vita quotidiana, nei territori occupati della Valsusa e del Casertano, nelle aule dei tribunali ancora governate dal codice Rocco, il clerico-fascismo in realtà non è mai diventato storia. L’Italia razzista, integralista e violenta, l’Italia della polizia impunita, dei crimini di guerra e dei rapporti inconfessabili tra affari, politica e malavita organizzata è più viva che mai.
Fu Mussolini che volle il crocefisso dietro i giudici, nei tribunali, e dietro le cattedre di docenti «costruiti» come giudici, crociati e fanatici propagandisti della civiltà littoria. La «civilissima Italia» è ancora come la volle il «duce»: un Paese in cui una consuetudine fascista ha valore di legge e prevale sulla legge costituzionale. Se questa non fosse ancora l’Italia, non avremmo registrato l’anomalia Napolitano e i tre ceffoni alla Costituzione che hanno nome, cognome e indirizzo e si chiamano Monti, Letta e poi Renzi.
In questo clima non c’è da farsi illusioni: nemmeno il papa «socialista» parlerà a difesa del professor Coppoli. Occorre perciò decidere se sia giunto il momento di prendere atto dei rischi che corre la democrazia e prepararsi allo scontro, secondo la tradizione dei nostri nonni e la lezione di uomini come Sandro Pertini, o attendere inerti e inermi il Sant’Uffizio, la colonna infame, i roghi, la caccia alle streghe e l’indice dei libri proibiti. Quale che sia la scelta, un punto dev’esser chiaro: la centralità della questione formativa si misura anche dal livello della repressione. La scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione di una svolta autoritaria che Renzi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Oggi si massacra il sistema formativo.

Fuoriregistro“, 4 aprile 2015, “Agoravox“, 6 aprile 2015 e “La Sinistra Quotidiana“, 7 aprile 2015

Read Full Post »

paperblog

paperblog

I decreti attuativi per il Job Act sono già pronti! C’è uno spirito animale nella vitalità del pupo fiorentino accampato a Palazzo Chigi. Ha il dono dell’ubiquità. Ovunque ti volti, lo trovi. E ovunque la voce chioccia insiste sulla “riforma a costo zero”, lo slogan demenziale che traduce in linguaggio parapolitico le promozioni da supermarket: “compri due e acquisti tre”.
Negli incubi che turbano i sonni del pugnalatore di Letta, Goebbels si presenta forse in compagnia di Giuda? Non è facile saperlo, ma qualcuno gliel’ordinerà ai propagandisti del Minculpop di ripetere ossessivamente l’indecente bugia: il Job Act non prevede licenziamenti discriminatori. Come se esistessero padroni così idioti, da mettere nero su bianco che ti cacciano perché sei omosessuale o sindacalista. Esistono padroni che non vogliono giudici autorizzati a ficcare il naso, questo sì. E il governo dei padroni li accontenta! Esistono imprenditori che chiedono una terra di nessuno in cui si licenzi a piacere e si assuma senza regole e diritti. Lo spirito animale sente il vento e gliela regala. Tutele crescenti ai padroni, ammortizzatori sociali ridotti a un’elemosina,  un sussidio da fame a tempo determinato poi, se non ce la fai, t’appendi a una corda e ti togli dai piedi, che l’elemosina non ce la possiamo permettere. Il cuore della riforma è questo: basta con gli uomini liberi. Sono già pronte per l’uso intere generazioni schiavizzate e i dubbi tormentosi sono solo dei padroni: licenzieranno per difficoltà economiche legate all’azienda, o gli basterà anche solo una contrazione del mercato di riferimento? E gli utili precedenti, i milioni incassati negli anni buoni? Questi sono affari che riguardano i lavoratori? Se licenzio per motivi disciplinari, qualcuno potrà dirmi per caso che è un abuso, perché il lavoratore è stato alle regole?
Dubbi infondati. Il merito principale del Job Act, è il principio che lo ispira: la legge riguarda solo i dipendenti e l’azienda è un museo degli orrori impuniti.
Non so come le chiameranno gli storici domani, queste leggi. So che sono le prove generali di un funerale dei diritti. Si pensa di celebrarlo, dimenticando il sangue versato da chi li ha conquistati, ma la risposta verrà. Non sarà immediata e giungerà certamente dopo un percorso di guerra lungo e doloroso. Nulla v’è al mondo che in eterno duri scrisse qualcuno su un muro di Pompei, davanti alla morte che piombava improvvisa dal vulcano. Le classi lavoratrici hanno a disposizione memoria storica e tradizione di lotte. Occorrerà che tutto si adatti ai tempi nuovi e al livello della sfida, ma chi pensa d’aver vinto sta regalando ai presunti sconfitti un’arma micidiale: la sua ebete convinzione che le ragioni della forza possano prevalere sulla forza della ragione. La storia è la scienza di un tragico errore: in ogni tempo la violenza cieca dei padroni si è illusa di annichilire il coraggio della dignità, ma non c’è mai riuscita.
Non è vero che la storia non si ripete. Nei percorsi della vicenda umana esistono variabili e costanti; chi osserva i fatti senza pregiudizio lo vede chiaro: nel momento stesso in cui si afferma, un regime prende a seminare i germi del suo tracollo. E’ così anche per i barbari che oggi si fanno scudo di un contenitore senza contenuti e lo chiamano “democrazia”.
Pagheranno. Invano, poi, all’ultimo momento, terrorizzati, si appelleranno vigliaccamente ai diritti che hanno cancellato. La storia non fa sconti.

Read Full Post »

TestacodaQuando il voto è segreto, la maggiominoranza non ha i numeri e le opposizioni – «fuoco nemico» e «fuoco amico» – fanno a pezzi il pupo fiorentino: 154 voti favorevoli, 147 contrari e 2 astenuti. Una macchina che pare perfetta ma è un catorcio che sbanda appena affronta la curva, il pilota scarso che frena puntualmente tardi, e patatrac, Renzi sbatte violentemente contro il muro.
Come un pugile suonato, al primo colpo vero, si affloscia rovinosamente al tappeto e quello che s’era capito diventa evidente: il pugno suscita il rumore caratteristico del vuoto, finisce su un contenitore senza contenuto e inutilmente la fedele Boschi si darà da fare per cercare qualcosa da mettere in quella zucca che il sole d’estate ha già rinsecchito.
Quando il medico lo sveglierà, non basteranno stracci bagnati, borse di giaccio e il bastone di un vecchio arnese che l’età ha salvato dalla galera. Per quanto fresca, l’estate ha fatto male al sindaco fiorentino che ironizzava sulle insolazioni di Grillo. Il colpo di sole è stato micidiale e sotto la sicumera ora si vede chiaro il sangue di Letta colpito a morte. Da oggi e finché durerà l’agonia del riformatore, sarà difficile per Renzi andare in giro in maniche di camicie a gesticolare: il sangue non si lava e dopo il colpo vibrato a Letta, sanguina ora nelle sue mani la Costituzione della Repubblica. Non basteranno chiacchiere e barzellette: Renzi ha finito la recita appena s’è aperto il sipario. Presto toccherà a Giorgio Napolitano.

Uscito su Agoravox il 4 agosto 2014

Read Full Post »

Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

Read Full Post »

Older Posts »