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Posts Tagged ‘Renzi’

Dopo la sentenza della Consulta, che nel gennaio 2014  ha dichiarato illegittima la legge che li ha condotti in Parlamento, i sedicenti parlamentari, gli abusivi che nessuno ha mai eletto non si sono dimessi e non ci hanno consentito di andare a votare con la costituzionalissima legge indicata dai giudici della Consulta. Sono rimasti tutti incollati alle poltrone, hanno difeso tutti i privilegi e colpito tutti i diritti. Per loro mano è morto di morte violenta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la scuola è diventata riserva di caccia dei padroni e gli studenti involontari crumiri. Casa, salute, ricerca, ambiente, non c’è una conquista sociale o bene comune che non sia a rischio. I sedicenti “eletti dal popolo”, non rappresentano nemmeno se stessi, ma pretendono di rappresentarci.
Dopo il risultato del referendum del dicembre scorso, che li ha licenziati e invitati a fare velocemente le valigie, si sono trincerati nelle aule parlamentari, decisi a rimanrci vita natural durante.  Per riuscirci, ogni giorno studiano inganni, apprestano trappole e inventano truffe; la “nuova” legge elettorale, per esempio, il cosiddetto “Rosatellum”, è un osceno inganno, che fa cartastaccia della Costituzione.

Il “Rosatellum” non è solo una mina vagante per la credibilità del Paese – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2005 censurò i bulgari quando mutarono la legge elettorale alla vigilia del voto per colpire il partito degli ambientalisti –  ma è un oltraggio alla dignità degli elettori. Il popolo del referendum, però, i cittadini che hanno impedito a questa gentaglia di cambiare la Costituzione non assisteranno inerti a questa autentica infamia. Hanno già una bandiera – la Costituzione – e un programma vincente, come vincente fu il “no”: ripristinare le regole e i diritti negati, restituire ai lavoratori l’articolo 18 e cancellare tutte le leggi antipopolari, dal pareggio di bilancio, al fiscal compact, al patto di stabilità.  Contro la vergognosa ammucchiata Renzi, Verdini, Alfano e Berlusconi si radunerà la parte sana del Paese, che è di gran lunga maggioritaria. Avanti così non si può più andare!

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Migranti: Msf non firma codice Ong

Non mi stupisce che Renzi si studi di scavalcare Salvini a destra sull’infamia dei migranti. Tempo fa, un giorno parlava del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un suo piano miracoloso che in breve avrebbe chiuso quella «Questione meridionale» che già Mussolini prima dichiarò risolta e poi per anni finse di non vedere. Qui da noi la gente si è ormai convinta che la storia non insegni niente a nessuno, mentre è vero il contrario: poiché per sua natura produce libero pensiero e opposizione, la politica l’ha sottomessa, creando l’Anvur, un’agenzia di valutazione che ingabbia la ricerca, premia i servi sciocchi e punisce quelli che non si piegano al sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gente pensa che l’Italia razzista fu la  dolorosa conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Le cose però non stanno così. Sin dai tempi dell’unificazione nazionale, i settentrionali che ricoprirono ruoli di primo piano nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud. Per Ricasoli, essa era «un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX» e per la stampa piemontese dell’epoca i meridionali erano figli di una terra «da spopolare», sicché ci fu chi propose di spedirne gli abitanti «in Africa a farsi civili». Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. «Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini», affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, che sarà poi Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, nei panni di luogotenente del re nelle terre del Sud, scriveva a Minghetti che «Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione».

Muovendo da queste posizioni, la Desta storica e i suoi «galantuomini» produssero infamie come la Legge Pica, processi sommari, fucilazioni, villaggi bruciati assieme agli abitanti, deportazioni e carcere a vita. Fu un fiume di sangue a battezzare la «nazione unita» prima del macello di proletari che alcuni chiamano «Grande Guerra».

In realtà, ieri come oggi dietro il razzismo ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della «razza italiana» e si dotò di leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato molto significativo, che invece si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri «scienziati», autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; ci fu chi fece addirittura una brillante carriera e tutti conservarono il ruolo di «formatori» delle giovani generazioni.

Ciò che accade oggi affonda le sue radici in un passato con il quale non si sono mai fatti i conti con un minimo di serietà. Il giornale che pubblicò il famigerato «Manifesto» del 1938 – «La difesa della razza» – aveva come segretario di redazione un equivoco personaggio, che anni fa Giorgio Napolitano, presidente della «Repubblica nata dall’antifascismo», volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, ch’era stato capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia come «Repubblica Sociale». Almirante, coinvolto poi in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, sfuggì al processo, trincerandosi dietro l’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Tutt’altro. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica «antifascista» e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea «politica» di Salvini, che Il PD insegue ora a destra. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.

Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

Mentre la riforma della scuola cade come una pietra tombale sulla conoscenza della storia e chi vorrà insegnarla nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento, un moderno fascismo si va imponendo nel Paese. Nell’antica tradizione razzista e nella scuola di cultura razzista si inseriscono i provvedimenti di Minniti e l’attacco senza precedenti alle navi delle Ong. Se e quando sarà possibile ricostruire la storia di questi anni, di noi si dirà ciò che si dice dei popoli che furono spettatori indifferenti dei crimini nazifascisti.

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pisapia sìGiunge da più parti, sommesso ma pressante, probabilmente con l’intenzione maligna di costringerti a scelte frettolose, l’invito a prendere parte attiva al tentativo in atto di ricomporre le forze della sinistra. Quello che insospettisce è soprattutto un errore grossolano, che pare banale ma non lo è: il ricorso al singolare, quel “tentativo” tendenzioso e inappropriato che, di fatto, non consente di capire di che e di chi si parli e lascia credere a una via obbligata. E allora diciamocelo: di tentativi in campo ce ne sono due: uno è di Pisapia, l’altro fa capo ad Anna Falcone e Tommaso Montanari.
D’accordo, gli incontrollabili “ben informati” o, peggio ancora, fonti così “riservate”, da risultare anonime e quindi – fino a prova contraria – totalmente inattendibili, fanno girar la voce di un accordo preso sottobanco sin dall’inizio, per il quale dopo un gran polverone, si finisce tutti sotto la stessa bandiera: quella del centrosinistra capeggiato dal PD. E allora sarà meglio dirlo subito: il PD di Renzi, azionista di maggioranza di un governo che produce decreti come quello Minniti, è del tutto estraneo alla sinistra.
Se fosse necessaria, ma non lo è, la risposta alla scorretta sollecitazione genera anzitutto una inevitabile domanda: Pisapia o Falcone? In realtà, chi prova a ragionare con la propria testa, scopre che il percorso è chiaro, così come chiaro si mostra il punto partenza: un progetto politico ha un futuro solo se rappresenta una risposta possibile a una domanda che nasce dalla realtà politica e sociale; se ha, cioè, una sua stringente attualità storica. Ricostruire una sinistra nel nostro Paese è una necessità storica. L’Italia, così come la conosciamo, è figlia di tre culture politiche ben distinte tra loro: liberale, cattolica e socialista. Ognuna aveva valori, pensatori di riferimento e un’idea di società e ognuna si era andata strutturando in grandi partiti di massa. Oggi non è così; oggi nessuna di quelle grandi famiglie politiche è autonomamente presente nella nostra vita politica; quel vuoto di rappresentanza ha determinato un’altissima astensione e la nascita di un nuovo, anomalo “terzo polo” senza storia e senza cultura di riferimento, costituito dal movimento di Grillo. Ci sono liberali dispersi nei diversi campi – anche in quello di una destra illiberale con fortissime venature autoritarie – ma non c’è una destra liberale. Non esiste un centro autonomo, ma una formazione berlusconiana, che non ha vita autonoma e sembra poter sopravvivere solo in simbiosi con un’altra parte politica – il cosiddetto centrodestra – e una sinistra snaturata e priva di identità, che a sua volta mostra di saper esistere solo come ala avanzata di un partito – il PD – che si definisce di “centro-sinistra”, ma scavalca continuamente  a destra la Lega di Salvini e riporta in vita addirittura piccoli capolavori di violenza fascista, come ha fatto recentemente Minniti.
Di una sinistra autonoma, c’è solo un’abbondanza di sigle che stentano a rappresentare persino se stesse. Così stando le cose, la rinascita di una moderna e autentica sinistra non può e non deve coincidere con la proposta in campo di chi intende di fatto tornare a una formazione programmaticamente pensata come ala avanzata di uno schieramento di centrosinistra. Una iniziativa che rischia di cristallizzare un recente, fallimentare passato e allo stesso tempo un azzardo, perché, nei fatti, l’alleato di “centro” non c’è e se c’è vuole essere un baluardo del neoliberismo. Il cuore del problema è proprio qui.
Una sinistra autentica, che non intenda ripudiare la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione  è, infatti,  geneticamente anticapitalista  e assolutamente ostile al neoliberismo. In questo senso, personalità e gruppi politici che hanno finora professato dottrine neoliberiste, dando di fatto una mano a chi ha ridotto il Paese nella condizione in cui si trova, non possono essere legittimamente accolti nella sinistra che si va riaggregando. Né, d’altra parte, in una formazione che solleva la bandiera della Costituzione, può esservi posto per chi ha difeso il sì al referendum o si è schierato strumentalmente per il no, dopo aver lungamente negli anni contribuito a stravolgerla, portando il Paese in guerra e varando Bicamerali che meritarono l’elogio di Berlusconi e i voti leghisti.
Il compito di chi intende ricostruire la sinistra è quello di delimitare un perimetro difeso da un sistema  valori , entro cui raccogliere esclusivamente forze che condividono un’idea di società anticapitalista e antiliberista. Dar vita a un organismo che sia la sinistra di uno schieramento parlamentare – il centrosinistra – destinato a governare il Paese più o meno come hanno fatto Renzi e Berlusconi, non solo non è la risposta a una necessità della storia, ma diventa un azzardo, perché un “centro” per la “sinistra” non c’è. Esiste una formazione di destra che presenta chiaro il suo biglietto da vista: il decreto fascista del Ministro Minniti.
Tracciare questo perimetro non è difficile; si può considerare, infatti, di sinistra chi ha pensato, sostenuto o anche solo votato per una malintesa “disciplina di partito”, la Buona Scuola di Renzi? E’ possibile caricarsi sulle spalle il peso di chi ha lasciato passare il Jobs Act e l’abolizione dello “Statuto dei lavoratori”? Che c’entra con la sinistra chi ha seguito Renzi e Berlusconi ai tempi dello sciagurato patto del Nazareno e chi ha consentito che un governo di dubbia legittimità, tenuto in piedi da un Parlamento di nominati, grazie a una legge fuorilegge, stravolgesse la Costituzione, inserendovi il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact , con tutto quanto ne è poi derivato?  Questi personaggi dovrebbero cercare casa a centro e se un centro non esiste, dovrebbero lavorare per farlo nascere. In questo senso, lavorare concretamente per la rinascita di un’autentica sinistra, vuol dire anche creare le condizioni per spingere altri a ripristinare un quadro politico realmente  costituzionale.
C‘è poi il mondo dei movimenti, ci sono le grandi esperienze di lotte territoriali, come quelle della Valsusa, c’è il laboratorio Napoli, con un esperimento di neomunicipalismo e quella “rivoluzione con il diritto” che significa, in estrema sintesi, stretta osservanza delle leggi costituzionali, rispetto a quelle ordinarie, quindi “disobbedienza”. Sullo sfondo c’è il vasto popolo della sinistra che non vota, perché non è rappresentato e che, però, quando decide di votare fa saltare il banco, com’è accaduto con il referendum.
Ecco, questo significa lavorare per riaggregare la sinistra.  Una sinistra anticapitalista e costituzionale, quindi nemica della guerra, decisa ad abolire una ad una le riforme incostituzionali di Monti e di Renzi, a ripristinare e applicare all’intero mondo del lavoro lo statuto dei lavoratori , pronta a cancellare l’Invalsi e l’Anvur, a difendere l’Europa di Spinelli, chiedendo che L’Unione Europea si dia una Costituzione fondata su un modello parlamentare e approvata dai popoli che intende unire.
E’ vero, questo comporta dei sacrifici e mette fuori gioco figure di rilievo che hanno un nome e una storia, ma  si tratta di gente che da molto tempo ormai ha divorziato dalla sinistra. Di un peso di cui occorre liberarsi.
Chi avrebbe giocato un centesimo bucato sull’esito così clamoroso del referendum? Sarà un’illusione, ma quel risultato può essere ripetuto.

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Laura Bismuto Consigliera Comunale DemA tra gli operai

Laura Bismuto, consigliera comunale DemA tra i lavoratori dell’Hitachi

I “CAUR”, i “Comitati d’Azione per l’Universalità di Roma”, furono gli strumenti operativi per la realizzazione di un incubo: l’internazionalizzazione del fascismo e la sua egemonia culturale. Gli errori del “duce” e la coraggiosa Resistenza popolare impedirono che si realizzasse, ma c’è un volto della “globalizzazione” che sembra aver resuscitato quell’incubo, dandogli la forza dell’esperienza e il vantaggio di un contesto internazionale più favorevole. Lì, ai CAUR, infatti, sembra condurre difilato il dramma che si consuma all’esterno dei cancelli di quella “Ansaldo”, che per anni produsse il 75/32 Mod 1937, non solo un cannone, ma la fortuna di padroni, in grado di accumulare incalcolabili profitti.

Guerra, cannoni e carne da macello. Ansaldo, Perrone e prima ancora Armstrong e il capitale straniero, fanno la storia di famiglie che hanno vissuto di questi principi e di queste tragedie: guerra e sfruttamento. Sono quelli che le guerre non le hanno mai perse, nemmeno quella distruttiva che dal 1940 al 1943 ridusse Napoli in un cumulo di macerie. Basta chiudere gli occhi, per vederle, le lunghe file di operai che nel “secolo dei lavoratori” hanno prodotto ricchezza, entrando in fabbrica quotidianamente attraverso quei cancelli ai quali oggi quattro lavoratori hanno incatenato la loro vita e quella dei loro familiari. Sono i cancelli della Hitachi, ultima arrivata nel manipolo dei “prenditori”, per usare una felice espressione di De Magistris.

Dove non giunse il capitale straniero, accolto in Italia con tappeti rossi e invitato a massacrare i lavoratori in cambio di agevolazioni fiscali e materie prime a prezzi stacciati assicurati dalla protezione dello Stato, dove non ci condussero gli effetti drammatici per il Sud della rivoluzione industriale all’italiana negli anni di Giolitti, dove non si spinse il fascismo, che un’anima sociale l’aveva conservata, passa oggi il padronato senza orbace, forte della “Carta del lavoro” in formato Marchionne, della benedizione di Draghi e delle sanguinose scelte di Renzi: il Jobs Act, le “tutele crescenti” e l’abolizione dell’articolo 18. E non è un caso che nessuna forza politica, tranne DemA, si sia fatta vedere. Chi vuol capire quanto avanti abbia spinto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di quanti secoli indietro ci abbia condotti sulla via di una nuova e barbarie la “sinistra” del centro sinistra – o, per dir meglio, il più efficace strumento della reazione mai visto all’opera dall’Unità ad oggi – vada in via Argine, a Napoli, ai cancelli di quella Hitachi, che oggi può fare ciò che vuole della dignità dei lavoratori e del destino delle loro famiglie. Ci troverà operai incatenati ai cancelli, vite mortificate, sogni infranti e un futuro negato senza alcuna ragione, per volontà di padroni che fanno cartastraccia della Costituzione e del suo articolo 41 che invano impone all’attività economica privata di non “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale” e di non “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Oltre il paravento delle menzogne – la fine del conflitto, la sparizione degli operai, l‘Eden capitalista dopo la fine del “male comunista”, l’età dell’oro e il mito dell’imprenditore di se stesso – attraverserà il labirinto delle responsabilità rimpallate – i padroni? I sindacati? La politica? – e troverà, avvolto nella nebbia della disinformazione, uno dei gironi di un nuovo inferno: il mondo del lavoro così come l’ha voluto il neofascismo che ci governa, più duro e più violento di quello “storico”. Dietro – e contro – i quattro operai incatenati, che un lavoro da difendere ce l’hanno, c’è l’esercito di chi un lavoro non l’ha mai avuto ed è pronto a vendersi per fame; l’esercito di chi ormai pensa al lavoro che non ha come rinuncia alla dignità e sottomissione ai limiti della schiavitù.

La lezione che viene da via Argine è chiara; o ripristiniamo la Costituzione, invano difesa con il recente referendum, o il salto nel buio ci condurrà a destra. Quella peggiore, quella guidata da Renzi e dal PD, che fa le prove generali nel genocidio mediterraneo.

Contropiano, 10 luglio 2017

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BOCCHE-Sketch26322130E’ una domanda che non si può più ignorare: l’anomalia Napoli è ormai al capolinea? Sono in molti a pensarlo tra quanti ne sono stati protagonisti, sia pure marginali e perciò fanno pesare il voto e alzano la posta per un consenso che non è leale. Ci sperano in tanti, soprattutto quanti vedono in questi anni napoletani una minaccia per camarille e comitati d’affari che prosperano all’ombra delle maggiori forze dalla destra: il PD e Forza Italia.
Ci sono dati incontestabili che hanno conseguenze immediate – negarlo sarebbe inutile e controproducente – e si riassumono in una oggettiva e crescente difficoltà di dare risposta a bisogni che fanno capo a diritti costituzionalmente riconosciuti: la sanità pubblica praticamente cancellata, i tagli pesanti ai servizi sociali, i trasporti pubblici vicini al collasso, l’emergenza abitativa, la marginalità delle periferie. Sullo sfondo, gli elementi storici caratteristici della società senza diritti figlia del neoliberismo: lavoro nero, disoccupazione, sfruttamento selvaggio dell’uomo sull’uomo, precarizzazione della vita, crescita devastante del disagio mentale. In prospettiva, ma in tempi tutt’altro che lunghi, la cancellazione delle realtà produttive, la riduzione di fatto a realtà coloniale, in cui la metropoli diventa “città di consumi” e campo di battaglia di una guerra tra i poveri da cui vengono fuori solo sconfitti.

Tutto questo, però, che non chiama in causa l’Amministrazione della città, costretta a “fare le nozze con i fichi secchi”, ha naturalmente un “prima” e un “dopo”. A monte c’è l’Europa dell’ingiustizia sociale e del razzismo, con le regole imposte dal capitale e la riduzione a colonia dell’Italia e della Grecia, equivalenti a una sorta di Libia dell’Unione, area di parcheggio della disperazione che rompe gli argini. Anche qui, sullo sfondo, la gabbia di accordi paralizzanti: fiscal compact, pareggio di bilancio, patto di stabilità, armi che sanciscono una velenosa priorità dell’economia rispetto alla politica e costringono i governi nazionali a scaricare sugli Enti locali le conseguenze delle politiche di “austerità” e gli effetti dell’ingessatura dei bilanci. Renzi prima, Gentiloni poi, hanno utilizzato, come strumento bellico l’erogazione dei già miseri fondi, praticamente negati agli avversari politici.
Se questa è la situazione a monte, si capisce perché a valle l’Amministrazione di Napoli, gravata dall’ennesimo, pesantissimo debito, che non ha contratto ma deve saldare, diventa il bersaglio di mille proteste. Nei movimenti, l’obiettivo politico diventa sempre più quello di “far esplodere le contraddizioni da un punto di vista di classe”. Così, per esempio, si è scelto di occupare Palazzo San Giacomo per il problema del disagio abitativo. In realtà, spazio per il confronto ce n’era, come hanno dimostrato l’incontro successivo e l’apertura di un tavolo di confronto. Resta il fatto che si è voluta rompere una prassi, negare un  metodo, mettere da parte un patto non scritto. Una scelta che rischia di silurare quel “modello Napoli”, del quale i movimenti stessi sono stati coprotagonisti. Non c’è dubbio: la scelta è figlia di ragionamenti politici in linea con la storia e la tradizione dei movimenti. Produrrà risultati apprezzabili? E’ molto difficile che accada. Di certo, però, c’è che intanto agevola il gioco di chi punta a liberarsi di un’Amministrazione che non si è allineata.

Esistono vie di uscita? Sostanzialmente ce n’è una sola, ma non può essere di tempo breve: quella che vede l’Amministrazione assediata tornare su posizioni di rottura e “disobbedienza”, legittimate dalla volontà di stare nei binari della Costituzione, che ha la netta prevalenza sulle leggi ordinarie, nonostante le gravi manomissioni al testo costituzionale volute da un Parlamento la cui legittimità è molto discutibile. Una via che richiede una maggioranza compatta, che ti segua e non ti lasci per strada. Se l’agitazione di piazza non diventerà una regola – un bersaglio ben più comprensibile c’è ed è la Regione – ci sarà tempo per mettere ordine, consolidare la maggioranza e sfidare gli eventuali opportunisti.
Intanto, uscire dalla realtà locale, guardarsi un po’ intorno e riflettere su ciò che accade non farà male a nessuno. Basterà fermarsi per un attimo sulla sorte di un giornalista, Marco Lillo, sottoposto a perquisizione domiciliare e al sequestro del cellulare. Il reato? Ha colpito il potere di Renzi e il suo familismo amorale. Chi aspetta il manganello e l’olio di ricino, per parlare di crisi della democrazia, invecchierà nell’attesa. Il fascismo moderato di Minniti è più che sufficiente a fare terra bruciata del dissenso, mentre una domanda è lì che si pone inascoltata e non trova risposta: a chi conviene massacrare la “città ribelle”?

Contropiano“, 7 luglio 2017

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Torino-cariche-sulla-movida-Stefano-Bertolino-1-564x423Tiriamo le somme.
Abbiamo la malavita organizzata più impunita del pianeta.
Gli evasori fiscali fanno più danni delle cavallette, però non li tocca nessuno.
Nei rapporti politica-malaffare, siamo il Paese pilota.
Da noi non si muove una foglia, se non la spinge il vento di una tangente.
Siamo una repubblica parlamentare, ma non eleggiamo i deputati: le Camere si formano grazie a una legge che truffa i cittadini.
Siamo con le pezze al culo, ma paghiamo stipendi d’oro a un oggetto misterioso che è nato in Parlamento nel 1953. Più o meno quando Napoleone sbarcò a Sant’Elena.
Da noi i direttori dei “grandi giornali” fanno soldi a palate, però la “grande stampa” ha i conti in sospeso con la verità. La sua vocazione è la disinformazione.
Abbiamo un primato: i comici d’avanspettacolo. In nessuna parte del mondo calcano le scene assieme Salvini, Berlusconi, Renzi e compagnia cantante.
Siamo messi come Cristo in croce, non abbiamo un centesimo, ma non ci facciamo mancare navi, aerei,  bombe e carri armati.
Poiché siamo l’unico Paese al mondo che ha abbattuto una dittatura e si è tenuto il codice penale del dittatore, paghiamo gli stipendi a tre o quattro corpi di polizia specializzati nella caccia ai barboni e nell’assalto ai cittadini.

Contropiano e Agoravox.

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punire-310x232Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo. Due anni di scelte arroganti che, ignorando la totale contrarietà del mondo della scuola, hanno imposto una riforma che stronca la mobilità sociale, trasforma in merce un diritto inalienabile e stravolge la facies e la funzione della Scuola, modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.
Dopo quel moto suscitato da chi ha sempre respinto dalle fondamenta l’impianto economicistico e classista della riforma sfociata nel varo della L. 107, la sacrosanta protesta è rientrata, complici le confederazioni sindacali, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che, ancorché “legalizzata”, non può essere accettata, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione dell’istruzione e
di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato fanno tabula rasa, a monte, delle opzioni didattiche e della programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – una classifica degli studenti, degli insegnanti e delle scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali e contestuali o per le peculiarità individuali.
Nonostante siano risultate fin dall’inizio invise sia agli studenti, che vedono assai spesso pregiudicata la loro intera carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, che ai docenti, costretti ad “addestrare” gli alunni alla risoluzione dei test, trascurando l’articolazione dei contenuti delle singole discipline, queste asfittiche prove, che certificano discrepanze già a tutti ben note e sperperano ingentissime risorse, allo scopo di commissariare e, infine, liquidare le istituzioni scolastiche ritenute “improduttive”, vengono ogni anno imposte con la minaccia di ritorsioni e la precettazione da parte dei dirigenti, dotati di nuovi poteri dalla L. 107; salvo rare eccezioni, questi ultimi, senza esprimere un giudizio di valore, vantano inesistenti benefici dei test (ripudiati e proscritti, com’è noto, perfino dai loro teorici americani) e minimizzano la portata del danno, sostenendo che si tratta di una prassi “ormai” divenuta consuetudinaria.
E’ bene allora ricordarlo: la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; risulta intuitivo, inoltre, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Noi ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile, discriminatorio, che non ha contribuito ad elaborare.
Ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di Istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento. I fondi dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale.
Ci intristisce non poco, ogni anno, la lettura di avvisi dirigenziali e delibere collegiali in cui si comunica a studenti e studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometria, legata ai quiz INVALSI, che saranno loro comminate sanzioni più o meno pesanti, alcune delle quali controproducenti
per la Scuola e la percezione del suo ruolo da parte dei giovani, come, ad esempio, l’interdizione dalla partecipazione ai viaggi di istruzione, declassati, così, da attività didattica integrativa e formativa a momento puramente ludico ed avasivo.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti!), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non meccanico e puramente sincronico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?
E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo, con viva preoccupazione, che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe, de facto, un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.
Ci chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.
Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa escluderli da attività che non sono accessorie, ma che costituiscono altrettante tappe del percorso educativo.
Ci chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a considerare gli effetti sperequatori e sclerotizzanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di complice resa a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio, come, ad esempio,
il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del teaching to the test e
della “somministrazione” dei quiz.

I legislatori e i passivi esecutori delle loro riforme, violentemente imposte a colpi di fiducia, ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come
epocali, inevitabili, quasi legati a una volontà metafisica, e che invece sono solo il frutto temporaneo e congiunturale di scelte economico-politiche regressive ed esiziali.
Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza
di un provvedimento legislativo.
A tal proposito, ci è grato riproporre questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza
del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte)
essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ci rivolgiamo alla Scuola e all’Università, perché reagiscano con la necessaria fermezza e intransigenza;
ci rivolgiamo ai docenti precari, umiliati e traditi da una riforma che li ha demansionati e trasferiti coattamente; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, ai cittadini e alle cittadine di ogni convinzione e condizione che hanno difeso la Costituzione dal recente tentativo di smantellamento: vi chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale e puntuale non
solo alla pratica dei test Invalsi ma a tutta la legge di riforma della Scuola, la cui revisione o abrogazione parziale, per colmo di scherno, viene oggi offerta dai suoi promotori e imbonitori come merce di squallido scambio elettorale.

Abbiamo un’enorme responsabilità, in questo desolante momento di crisi democratica e politica, che usa la crisi economica come alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole ridicolizzarci ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo, per dealfabetizzarla, sfruttarla (con l’alternanza Scuola-lavoro) e corromperla.
Eludere una simile responsabilità significherebbe deludere e tradire un’intera generazione.
Nessuna paura, specie per chi insegna, dovrebbe essere più angosciosamente e fortemente avvertita.

Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli

Firmatari
Giuseppe Aragno, Storico, Napoli.

Promotori
Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107
Cobas Scuola Napoli
(Per l’adesione scrivere a questo indirizzo: giuseppearagno@libero.it)

Primi firmatari:

Giuseppe Aragno, Storico, Napoli; Piero Bevilacqua, prof, emerito di Storia, Università “la Sapienza”, Roma; Amalia Collisani, prof. Ordinario Musicologia, Università di Palermo;
Lidia Decandia, prof. Associata Urbanistica, Università di Sassari; Paolo Favilli, Storia Contemporanea: Università di Genova; Laura Marchetti, Università di Foggia; Ugo Maria Olivieri, prof. Associato, Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Enzo Scandurra, Sviluppo Urbanistico sostenibile, Università “la Sapienza”, Roma; Lucinia Speciale prof. Associato, Storia dell’Arte Medievale, Università del salento; Luigi Vavalà, liceo classico “De Sanctis” di Trani;

Adesioni:
Velio Abati, Liceo Rosmini, Grosseto; Giovanna Aquaro,  Docente lettere, latino e greco, Liceo classico “Socrate” – Bari; Ilaria Agostini, ricercatrice urbanistica, Università di Bologna; Miriam Andrisani, docente, Napoli; Elena Astore; Paolo Baldanzi Massarosa (Lucca);  Angelo Baracca, Professore associato di Fisica, Università di Firenze; Daniele Barbieri, genitore, ex giornalista, ora blogger – IMOLA; Giuliana Barone, docente scuola primaria, Monreale (Palermo); Marco Barone, avvocato, blogger, attivista; Alessandro Bianchi, Dipartimento di Informatica, Università di Bari; Marco Biuzzi architetto,  roma; Vittorio Boarini, docente universitario di cinema; Marco Bonaccorso, docente; Ireo Bono, medico, Savona; Pier Paolo Bontempelli, Letteratura tedesca, università “D’Annunzio”, Chieti; Roberto Bongini, Liceo Rosmini, Grosseto; Federica Bordoni, insegnante scuola secondaria primo grado, Perugia; Roberto Budini Gattai, (già Università di Firenze, Facoltà di Architettura);  Giuseppe Caccavale, docente di Storia e Filosofia, Liceo classico “Carducci”, Napoli; Elisa Caruso, docente; Alessandro Casiccia, Sociologo, Università di Torino; Licia Cataldi, docente di scienze presso il Liceo Scientifico “Galilei”, Pescara; Alessandro Sandro Centrola; Augusto Cerri, docente a riposo, Giurisprudenza, Università “la Sapienza”, Roma;  Ludovico Chianese, docente Storia e Filosofia, Napoli; Annamaria Chiariello, docente; Antonella Chiellini, Docente Scuola secondaria di 2° grado,  Salerno; Anna Ciotola, docente; Elena Ciotola, docente di Lettere Scuola Media I grado, Napoli; Gaetano Colantuono, coordinamento scuola Risorgimento socialista; Antonio Giuseppe Condorelli, docente Catania; Tullio Coppola, docente;  Danilo Corradi, Liceo classico e linguistico Frascati;  Luigi Cozza docente ITAS “Bruno Chimirri”, Catanzaro; Maria Antonietta Danieli, docente Inglese presso Liceo artistico di Treviso;  Maria Rosaria De Lucia; Riccardo de Sanctis, giornalista e storico;  Lorenzo Desidery, docente di pianoforte, Scuola secondaria di I grado, Napoli; Giuseppe Antonio Di Marco Università di Napoli “Federico II”; Tiziana Drago, ricercatore confermato, Università di Bari; Aristide Donadio, sociologo e docente scuola II grado; Ferdinando Dubla, docente scienze umane e filosofia, liceo “Vittorino da Feltre”, Taranto; Mauro Farina, docente Scuola sup., Napoli;  Ilaria Ferrara, docente; Adele Fiordoliva, di Montecarotto (An), genitore; Vincenzo Franciosi, archeologo, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”; Ugo Gbaldi, Docente Liceo Scientifico Leonardo da Vinvci, Genova; Alfonso Gambardella, Dirigente Scolastico in pensione; Gemma Gentile, docente di Lettere in pensione; Agata Anna Giannelli, docente; Rosanna Giovinazzo, docente; Maria Giuliano, docente; Ferdinando Goglia, docente di Lettere, Scuola Media I grado, Napoli; Dario Giugliano Ph.D. Docente di prima fascia, Cattedra di estetica, Accademia di Belle Arti di Napoli; Donatella Guarino, docente Storia dell’Arte, Napoli; Piera Guazzoni, docente, Piano di Sorrento; Alba Gnazi, docente; Mari Pia Guermandi, Università di Pavia; Roberto Iraci; Salvatore La Marca, docente di ed. fisica nella scuola sec. di 2 grado; Anna Immordino , nata a Valledolmo (pa) il 24/06/1968 residente a Palermo, , madre e professionista ( psicologa ); Marcella Leva, docente in pensione; Maria Lubrano, docente; Giuseppina Maggi, docente di inglese, liceo “L. da Vinci”, Casalecchio di Reno (BO); Francesco Paolo Magno, Ispettore tecnico MIUR in quiescenza; Angelo Mancone, docente in pensione; Luisa Marchini, Università di Foggia; Mariarosaria Marino, docente di Filosofia e Storia, Napoli; Antonio Masin, docente di chimica e tecnologie chimiche; Ignazio Masulli, storico, Università di Bologna; Enrico Milani, docente di diritto/ economia I.S. “MATTEI” – Caserta – avvocato lavorista; Daniela Minardi, docente scuola primaria, Napoli;  Maria Morone, docente scuola primaria; Maria Mucci, docente di lingua e lett. inglese, scuola secondaria di 2 grado; Dr Franco Nanni, Psicologo scolastico, San Lazzaro di Savena, BO; Vito Nanni, insegnante; Salvatore Napolitano, docente e Cobas; Antonello Nave, docente di Storia dell’Arte, Firenze; Italo Nobile; Gianluca Paciucci, liceo “Galilei”, Fulvio Padulano, docente di Storia e Fil., Napoli ; Rossano Pazzagli, Università del Molise; Gianfranca Pisani, docente; Paolo Piscina, I.S. Zappa-Fermi, Borgo Val di Taro (PR); Livia Ragosta, docente di italiano e storia presso il “Mario Pagano” di Napoli; Laura Raiola, docente Materie Letterarie, Napoli; Marcella Raiola, docente di Lettere Classiche precaria, Napoli; Angelo Recupero, docente presso Ist. “L. Fantini” di Vergato (Bologna); Andrea Ricci, genitore; Ida Rotunno, docente di filosofia e storia, liceo scientifico Fermi di Aversa. Giuseppe Sapio, docente; Francesco Santopalo. Agronomo; Angelo Semeraro, ordinario fuori ruolo di Pedagogia generale, Università del Salento; Nicola Siciliani De Cumis, Pedagogia; Franca Sirignano, docente di sostegno; Anna Solimini; Francesco Trane, architetto; Stefano Ulliana, insegnante; Mauro Van Aken, Antropologo, univ. Milano- Bicocca; Sono Cinzia Valentini, docente di Lettere Ist. Comprensivo “G. Leopardi”, Pesaro; Vincenzo Vecchia, maestro elementare; Nicola Vetrano, avvocato, Napoli; Claudia Villani, Storia Contemporanea, Università di Bari; Giuseppe Vollono, docente, Castellammare di Stabia (Na); Pasquale Voza, professore emerito, Università di Bari; Alberto Zigari, Urbanista, Firenze.

Fuoriregistro, 15 maggio 2017; L’officina dei Saperi, 15 maggio 2107, il Manifesto, 20 MAGGIO 2017.

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