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Posts Tagged ‘Merkell’

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Confesso di avere sbagliato. La pandemia non è stata, come avevo creduto, il campanello di allarme che avrebbe risvegliato le coscienze intorpidite. Né la lunga reclusione, né il massacro della mia generazione, né lo spettro di un futuro agghiacciante sono bastati a produrre quella incontenibile insofferenza destinata a diventare sdegno, protesta, e ribellione.
Tutto ciò che aspettava la gente reclusa o mandata a morire inerme nei posti di lavoro era un fischio del padrone che restituisse la libera uscita. I giovani senza scuola, i precari ridotti alla fame, le famiglie segnate dal lutto, sciamano per le vie felici d’una libertà condizionata da guanti e mascherine e miseria. Nessun moto di orgoglio, nessun rifiuto spontaneo, nessun serio segnale di rivolta.
Le barche velenose tornano a mare, senza dar conto della ricchezza che hanno dietro, pronte ad ammazzare i rinati delfini che presto spariranno. Al loro posto vedremo un oceano di mascherine e guanti e lì ci tufferemo felici. Tutto tornerà com’era e sarà anche peggio. Come se il mondo non stesse andando a rotoli, noi ci perdiamo dietro chi chiede il linciaggio di una giovane donna rapita e liberata.
Confesso di avere sbagliato, perché se in questi giorni avessimo veramente pensato al futuro, le scimmie antropomorfe che esibiscono la loro miseria morale persino in Parlamento avrebbero pagato a caro prezzo le loro terribili colpe. Invece non accade nulla ed è ormai evidente: l’immunità di gregge l’abbiamo raggiunta da tempo. Non ci colpisce più nulla e tutto è consentito. Solo così si spiegano il voto dei meridionali per la Lega, la sicurezza ben pasciuta e sazia esibita da Salvini in mezzo agli affamati, la viperina e impunita malignità della Meloni, che a pancia piena mette l’uno contro l’altro chi non ha di che mangiare.
Bisogna cancellare l’idea che l’uomo d’oggi sia il prodotto di un processo evolutivo. Come si fa a crederlo, se ogni giorno si vedono all’opera Trump, Merkell e compagnia cantante?
Confesso di avere sbagliato e riconosco le ragioni di chi detiene il potere: non si può avere pietà dello schiavo che non si ribella.

Agoravox, 14 maggio 2020

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67899_267973096666457_1843914851_nDopo l’atto eroico di Holland, che prima è scappato come una lepre da uno stadio parigino, poi, quando si è sentito al sicuro, ha dichiarato la guerra santa che altri combatteranno, in Italia tutti sono francesi, gli interventisti la fanno da padroni e non si capisce più nulla.
Ieri la polizia mi ha bloccato a cento metri dal casello della tangenziale. Nessuna spiegazione, nessun preavviso. Una paletta muta e prepotente e uno stop perentorio alla mia libertà. Mi sono trovato così capofila di una sequela di auto, fermate una dopo l’altra senza uno straccio di spiegazione. Avrei potuto avere mille importanti ragioni per correre da qualche parte: un appuntamento decisivo cui non mancare, la madre che spirava, un aereo che non mi avrebbe aspettato, ma non contavo nulla. Dovevo restare fermo e non muovermi, senza andare avanti, né indietro. Inchiodato da un caporale che si sentiva generale e sapeva di avere dalla sua la legalità fascista che regola ormai i rapporti tra cittadini e potere in questo tempo di droni assassini, che producono morti, partigiani e pennivendoli interventisti.
Quando ho perso la pazienza, sono uscito dall’auto e ho investito il generale sconcertato:
“Lo so perché siamo qui, non ci vuole molto a capirlo. La mia vita e i miei diritti lei li ha sospesi, per dare via libera a qualche nobiluomo nascosto in un’auto blu!”.
Nemmeno il tempo di replicare e l’aspirante generale si è irrigidito, salutando militarmente un corteo di auto blu scortate. E’ passato così Mattarella, protetto da un esercito di agenti. Anche lui, come Hollande, non vuol rischiare fucilate e si lascia aperte attorno le vie di fuga. A noi, comuni mortali, tocca sopportare lui e i pennivendoli di regime, che finora hanno fatto più morti degli uomini bomba, uccidendo per primi a sangue freddo i diritti costituzionali, la libertà di stampa e buona parte dei principi e dei valori che sono alla base della repubblica.

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11709244_963679683674847_6782447407768886380_nYanis Varoufakis si è dimesso ed è giusto sottolinearne la dichiarazione. I Greci hanno resuscitato la politica e tornano alla ribalta le parole che fanno paura ai padroni: sinistra e dignità.
Si è dimesso ma la lotta continua.
Ne hanno chiesto la testa i terroristi di Bruxelles: Merkell in testa, poi la banda di delinquenti che arma e finanzia il neonazismo ucraino. Renzi compreso, kapò dei kapò. L’hanno chiesto terroristi e traditori come Martin Schultz, nel quale giustamente Berlusconi, che forse se ne intende, riconobbe un kapò.
Li aveva chiamati terroristi, è vero, ma non c’è un’altra parola per definire la banda di delinquenti che l’Europa democratica si accinge a spazzar via. Terroristi terrorizzati, questo sì, e quindi più pericolosi. Terroristi e kapò disperati perché l’hanno capito: questo è solo l’inizio.
Onore al compagno Yanis Varoufakis!

“Non più ministro!
Il referendum del 5 luglio resterà nella storia come un momento unico per una piccola nazione che si è ribellata alla stretta del debito.
Come tutte le battaglie per i diritti democratici, lo storico rifiuto dell’ultimo Eurogruppo del 25 giugno porta con sé un caro prezzo. È quindi essenziale che il grande capitale ottenuto dal nostro governo con lo splendido risultato del “No” sia investito immediatamente in un “Sì” a una soluzione più consona: a un accordo che comprenda la ristrutturazione del debito, meno austerità, la redistribuzione per i più bisognosi e nuove riforme.
Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, mi hanno fatto intendere che ci fosse una certa preferenza per una mia “assenza” da parte dei partecipanti all’Eurogruppo e di altri partner; un’idea che il primo ministro ha considerato potenzialmente favorevole per raggiungere un nuovo accordo. Per questo motivo lascio oggi l’incarico di ministro delle Finanze.
Considero un mio dovere quello di aiutare Alexis Tsipras, nel modo che ritiene più opportuno, per ottenere il massimo dal risultato che ci ha affidato ieri il popolo greco tramite il referendum.
Mi farò carico con orgoglio del disprezzo dei creditori.
Noi di sinistra sappiamo come agire insieme senza curarci dei privilegi che comportano i nostri incarichi. Per questo motivo sosterrò pienamente il primo ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo.
Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo della Grecia, e il “No” che ha consegnato al mondo, è appena iniziato”.

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11205493_473099272859211_3845585372630580146_nStamattina tutto mi pareva cominciasse bene e mi ero anche divertito a leggere i commenti demenziali di una sorta di serial killer, che mi spara spesso con una pistola ad acqua e si dispera perché poi lo cestino. Purtroppo non posso ringraziarlo per il divertimento che mi regala, né consolarlo per il cestino in cui finisce puntualmente. Si nasconde dietro falsi indirizzi mail e non c’è che fare. Avrei dovuto fermarmi allo scemo divertente, ma non avevo voglia di lavorare e ho voluto dare uno sguardo a facebook. La prima cosa che ci ho trovato risaliva a qualche giorno fa: era l’affermazione di un principio rivoluzionario che spiega la natura maligna dei referendum. Una truffa, un ricatto e un inganno. Il gioco delle tre carte.
Caspita, come ho fatto a non pensarci? Il ricattatore è Tsipras! Va beh, maledetto controrivoluzionario, ora basta. Tu ti credi che sono fesso ma ti sbagli, cacchio di greco imbroglione. Mò vengo ad Atene, ti prendo a calci in culo, ti metto agli arresti, ti affido a un tribunale del popolo, poi salgo velocemente sull’Acropoli e dalle sacre colonne dal Partenone dichiaro solennemente che stamattina, di buon ora, dopo aver fatto colazione, ho cominciato la rivoluzione. Farò delle pause per riposare e andare a mensa all’ora di pranzo, ma state tranquilli che dopo la siesta tornerò al lavoro. L’immancabile vittoria è prevista per stasera. A che ora? In tempo per la cena. Non posso andare a letto digiuno. Ho la gastrite.
Mentre preparavo alacremente la rivoluzione, ecco un amico sconsiderato che mi segnala un capolavoro molto meno divertente delle amenità dell’anonimo killer: un articolo del solito Giannuli, che vi consiglio di leggere perché di buono una cosa ce l’ha: dimostra che Renzi non ha il primato della stupidaggine. Al mondo c’è di peggio. Ecco Giannuli. Non ho mai letto un articolo più superficiale, fazioso e inconcludente. L’autore vede tutto, tranne la pazzia dei sacerdoti fondamentalisti dell’austerity, che hanno inchiodato la trattativa con Tsipras ad una verità di fede, puntualmente smentita dalla realtà. Tsipras ha fatto la sua parte, ma non ha né il potere di ammanettare delinquenti come Draghi, né la facoltà di mettere la camicia di forza a neonazisti, matti da legare come Merkell, Dijsselbloem Schäuble e compagnia cantante.
Possibile che questo sia tutto quanto passi il convento? No. Per fortuna ci sono anche segnali positivi e piccole soddisfazioni. Intanto una bella analisi su EuroNomade. Scrittura collettiva, mi dice Francesco Festa che ci ha messo mano, e questo la rende ancora più preziosa.
Oggi, poi, per dirne una, presidio in piazza a Napoli, davanti al Municipio, con la bandiera greca esposta al balcone del sindaco (eh, cari miei, ci sono anche i buoni consiglieri!) e mercoledì all’ex OPG occupato,  due compagni greci di Syriza verranno a parlarci di ciò che accade in queste ore e si prenderanno contatti per costruire la rete della solidarietà.
Non è molto, ma non è nemmeno poco e chi vuole vederla si accorge che una luce si è accesa nel buio.
Mi metto al lavoro.

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ghettoGaza noi la conosciamo bene tutti da più di settant’anni: è il terrore di un bambino che un mitra nazista minaccia di morte, è il ghetto di Varsavia con gli ebrei polacchi massacrati dai lanzichenecchi di Hitler, è Napoli messa a ferro e fuoco della divisione Goering, col litorale sgombrato e la popolazione costretta a vivere in condizioni subumane.
Nessuno lo dice, ma lo sappiamo tutti: la tragedia va in scena a ruoli invertiti e c’è una banalità del male di stampo israeliano.

Noi conosciamo bene la verità che l’Europa targata Merkell pretende dai russi: è una verità messa in catene ed è prigioniera di Obama a Guantanamo. La verità che Obama, Cameron e Merkel pretendono da Putin, dopo la Baia dei Porci e l’embargo che ha strangolato Cuba, dopo Pinochet e il Cile violentato, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e mezzo milione di iracheni ammazzati, la Jugoslavia fatta a pezzi, la verità la conosciamo tutti: è stuprata ogni giorno nei barconi dei migranti nel Mediterraneo

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L’Italia benpensante e «progressista» crede – o finge di credere? – che Renzi sia il segretario di un partito della sinistra democratica, che l’Unione Europea sia il paradiso della democrazia e la nuova Germania un Paese che non ha più nulla da dividere con quel nazismo, che – non sarà una bestemmia ricordarlo – è parte importante della storia contemporanea tedesca, come da noi il fascismo.
Poiché dopo la guerra l’università s’è tenuto caro il corpo docente che aveva giurato in massa fedeltà al fascismo, provando addirittura a dare «fondamento scientifico» alle leggi sulla razza, il filo della cultura fascista qui da noi non s’è mai spezzato e le tesi di Ernst Nolte, uno dei massimi storici della Germania contemporanea, per il quale sarebbe un errore attribuire carattere di bontà e di giustizia a tutto ciò che si oppone al nazionalsocialismo, non  suscitarono particolare allarme. Eppure, per lo studioso tedesco – che mise in ombra lo sterminio dei comunisti e di tutti gli oppositori del nazismo – l’antisemitismo di Hitler si spiega con un presunto appoggio degli ebrei ai bolscevichi e giunge allo «sterminio etnico» come risposta allo «sterminio di classe» attuato dai sovietici. Senza la «barbarie asiatica», insomma, non ci sarebbe stato l’Olocausto e Hitler, in fondo, si sarebbe «limitato» a copiare i gulag, contrapponendo alla «ferocia» della «lotta di classe», la sua atroce «lotta di razza». Può sembrare un delirio, ma il messaggio è chiaro: il nazismo nacque per colpa dei comunisti. Non contento, lo storico tedesco riconobbe onestà intellettuale e rigore scientifico a Carlo Mattogno, maggior esponente della corrente storiografica che, senza negare la persecuzione, i lager e le sofferenze, sostiene che mancano prove dell’Olocausto. Per nulla scandalizzata, all’inizio del nostro secolo, la Germania ha poi assegnato al suo storico il «Premio Konrad Adenauer» per la scienza, la cui tesi della consequenzialità, qui da noi, aveva già trovato in De Felice il suo propagandista nelle università.
E’ difficile immaginare che sarebbe accaduto al mondo, se l’Armata Rossa non fosse giunta a Berlino e la Germania avesse conquistato la Russia, perché la storia non si fa coi se, ma non farà male a nessuno, alla vigilia di un voto sull’Europa a trazione tedesca, ricordare che con questi precedenti l’UE è giunta alla crisi Ucraina e si è prontamente impegnata a sostenere i neonazisti, come micidiale strumento di morte da usare a favore delle ambizioni della Nato e del capitalismo occidentale. E val la pena rammentare anche, agli smemorati elettori del «democratico» Renzi, che il processo di criminalizzazione del comunismo, vero pilastro della lotta al nazifascismo – di fatto, una tacita «rivalutazione» del ruolo di Hitler – è iniziato da tempo ed è perfettamente in linea con le scandalose tesi del premiato storico tedesco. Nel 2003 il vicepresidente del Partito dei Lavoratori ungherese, Attila Vajnai, fu processato per essersi presentato a una conferenza stampa con una stella rossa sul bavero della giacca. All’epoca, presidente della Commissione Europea era Romano Prodi, democratico della più bell’acqua, che col Partito di Renzi ha molto da dividere; interrogato da un europarlamentare comunista greco sul caso Vajnai, Prodi non ebbe esitazioni. Per lui, la messa al bando del Partito Comunista in un paese che entra nell’UE non può generare critiche o particolari dibattiti.
Tutto ciò, nel silenzio dei nostri ex comunisti che, passati intanto al seguito di Prodi e oggi agli ordini di Renzi, non solo non difesero la loro storia e i loro simboli, ma provarono a inventarsi un Gramsci ostile al PCI, perché non sarebbe poi facile mettere al bando un uomo della sua statura morale e la sua eredità politica e culturale. Non a caso, qui da noi, in quegli anni, presero ad impazzare, impuniti, vecchi e nuovi fascisti, si mise mano alla Costituzione e si prese a processare la Resistenza: si volevano creare condizioni adatte a una futura estensione del bando a tutti gli Stati membri dell’Unione. Erano gli anni in cui si parlava di «Costituzione Europea» e si fingeva di ignorare che l’Europa Unita aveva già avuto una sua buona legge fondamentale, approvata dal Parlamento Europeo, ma rifiutata dagli Stati Nazionali.
Alla vigilia delle elezioni europee, non sarà male ricordare gli arrestati di Budapest, colpevoli di aver mostrato un distintivo con la stella rossa alla manifestazione che si tiene ogni anno al Piazzale degli Eroi, e rammentare a Renzi e ai suoi smemorati elettori che la nostra Repubblica e l’Unione Europea non sarebbero mai nate senza il sangue versato dai partigiani comunisti e dai milioni di sovietici caduti combattendo contro i tedeschi di Hitler. Quei tedeschi che oggi riconoscono i nazisti golpisti di Kiev.
E’ vero, sì, dai tempi di Marx ed Engels la stella rossa accompagna il movimento operaio e la lotta di classe, ma proprio per questo è diventata simbolo delle conquiste dei lavoratori e di una grande stagione di lotte per il riscatto delle classi subalterne. Un simbolo di civiltà. Quella civiltà che il capitalismo, ben rappresentato da Nolte, sta cancellando dalla storia dell’Europa a trazione tedesca, facendo appello una volta ancora a svastiche naziste, alla sistematica violazione del diritto internazionale e della sbandierata autodeterminazione dei popoli.
Chi finge di ignorare tutto questo, votando il pupo fiorentino, non s’illuda di punire Stalin: darà solo una mano ai padroni del vapore che sostennero i nazifascisti. Quei nazifascisti ai quali l’Unione Europea, Merkel in testa, copre oggi le spalle a est.
E’ vero, la storia non si ripete, ma le tragedie sì. Le tragedie si ripetono.

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Abu_Ghraib_17aChe un cialtrone come Barak Obama si sia messo in testa di fare la lezione di democrazia a Putin, un manigoldo della sua stessa razza, non meraviglia nessuno. Il male è notoriamente banale e non ci sono cani di attori che recitino peggio dei cosiddetti “grandi” quando la malasorte dei popoli li chiama sul palcoscenico della storia. Stupisce, questo sì, che teste pagate a suon di milioni per imbottire di frottole la povera gente e suscitare attorno al caso Crimea un clima da “union sacrée”, non trovino di meglio che attaccarsi al tifo per una partita che non si gioca più: l’Unione Sovietica s’è sciolta come la neve al sole e il comunismo reale non esiste più.
Sarò solo un fortunato imbonitore, ma Grillo ha certamente ragione: la malafede, la sciatteria e la grossolana ignoranza della stampa tocca ormai livelli da fare invidia a specialisti come Mario Appelius e Teresio Interlandi. E’ vero che il mirabolante sistema formativo di marca anglosassone voluto da Berlinguer mira da tempo a creare scimuniti e tenta d’insegnare agli studenti la storia scritta dai padroni, però,  piaccia o meno ai criminali aguzzini di Guantanamo e al rinascente pangermanismo tedesco, qui da noi uno studente decentemente preparato conosce la “Questione degli Stretti” e sa che la “Grande madre Russia” ha un orgoglio nazionale. Lo capì  Napoleone in fuga sulla Beresina, lo scoprì a sue spese quell’Adolf Hitler, che, giova ricordarlo, scrisse una pagina di storia particolarmente istruttiva sulla “democratica” Germania, oggi pericolosamente guidata dalla teutonica rozzezza di Angela Merkell.
Qui da noi, uno studente di scuola superiore sa perfettamente che Barak Obama custodisce le chiavi di Guantanamo, il più atroce campo di concentramento partorito dalla ferocia umana dopo le glorie naziste. Perfino l’uomo della strada conosce i tragici nomi di Hiroshima e Nagasaki e c’è chi, stimolato, si ricorda ancora il Cile di Salvador Allende, quel delinquente  di Colin Powell che mostrava all’Onu le sue false prove sull’Iraq e sulle sue armi di distruzione di massa chimiche e biologiche. Qui da noi, c’è ancora chi ha abbastanza memoria per ricordarsi i Balcani fatti a pezzi, il Kosovo strappato alla Serbia, la Libia violentata, Gheddafi linciato e l’Egitto col suo presidente legalmente eletto e illegalmente deposto. Qui da noi c’è chi ricorda bene la confessione sfrontata di quel criminale di Wolfowitz, costretto a riconoscere che gli Usa avevano mentito spudoratamente sulle armi di distruzione di massa, che usarono poi per l’ennesima strage.
Lasci stare la Crimea, Barak Obama. Chiuda Guantanamo, piuttosto, se i padroni di cui è servo glielo consentiranno. Gli manca il fegato, ha paura di fare la fine di Kennedy? Si dimetta allora, in segno di vergogna e la pianti con le lezioni di democrazia. I lavoratori e gli sfruttati della Crimea non stanno con Putin e non vogliono la Merkell. Se ne sono andati coi russi perché Gli USA e l’Unione Europea hanno armato mercenari nazisti per destabilizzare l’Ucraina. Lo sanno bene, però: la loro autentica salvezza dipende solo dalla capacità che avranno di organizzarsi e imboccare la via della rivoluzione

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Nei documenti di archivio i fatti del settembre ’43 sono diversi da quelli che racconta il rituale delle commemorazioni; l’armistizio non è la «morte della patria» e le Quattro Giornate non le ha fatte una città di lazzari e scugnizzi. Mentre osservo avvilito carte preziose, minacciate dai tagli alle spese e dalle ingiurie del tempo, mi assale l’angoscia. Il mio sogno è un settembre senza retorica.
Adolfo Pansini nel carcere di Sant'Eframo 1940Dei tragici giorni in cui i «compiti a casa» li assegnava la storia, vorrei parlare alla Merkell per raccontarle di soldati tedeschi pallidi come cenci – la paura non è un’esclusiva dei PIGS – con un fazzoletto bianco stretto al braccio in segno d’una pace che non verrà. Era il 9 settembre e quegli uomini conoscevano i buoni motivi per cui la gente li stimava poco. Non era questione di un banale dissidio tra presunte cicale e sedicenti formiche. Nonostante la scuola prussiana, per troppo tempo si erano dovute difendere le donne da militari «alleati» che non confermavano la favola tradizionale della galanteria teutonica; per troppo tempo s’era lottato coi depositi di munizioni celati dai «furbi» soldati del Reich in condomini esposti a bombe angloamericane. Nemmeno la furbizia è merce tutta mediterranea. In quanto al mito della «corretta amministrazione», il contrabbando di carne, messo su dal Comando Aeronautico tedesco, aveva arricchito la mensa ufficiali e «privatizzato» i velivoli della  Luftwaffe, per portare la merce nel Reich e farci affari d’oro.
Nessuno dei nostri politici, dopo l’anticamera col cappello in mano, ha ricordato alla Merkell che ognuno ha la sua storia e meglio sarebbe non salire in cattedra. Nessuno ha mostrato alla «maestra» tedesca gli ordini dei Comandi della Wermacht che autorizzavano furti e rapine. Eppure anche questo è amministrare. Per il buon esito della guerra, Kesserling e i suoi incorruttibili ufficiali non si limitarono a requisire armi, automobili e autocarri; arraffarono anche «apparecchi radio, strumenti musicali, orologi da polso e da tasca, macchine fotografiche e strumenti ottici». E poiché, come vuole la dottrina Merkell, anzitutto si bada al bilancio, l’ordine era chiaro: «il controvalore degli oggetti è da mettere in conto alla Prefettura». Gli italiani derubati pagarono così il debito tedesco.
Fa pena al cuore un settembre che tornerà sugli scugnizzi. A me piacerebbe raccontare di Edoardo Pansini e del figlio Adolfo, che nessuno ricorda perché la loro insurrezione non è compatibile con lo stereotipo degli Alleati «liberatori» e del popolo lazzarone che si leva in armi per fame, poi vende il voto al miglior offerente. Come inserire in questo rozzo cliché Adolfo Pansini? Come farci entrare uno studente che a diciott’anni va in galera perché organizza giovani antifascisti e a venti cade, armi in pugno, nelle Quattro Giornate? Come far posto a Edoardo, il padre, che l’ha educato agli ideali di Mazzini e sta con gli azionisti? Meglio, mille volte meglio, gli scugnizzi incoscienti e sanfedisti.
Edoardo Pansini, che sopravvive al figlio, è un personaggio scomodo: rappresenta idealmente quella parte di città che non accetta di essere «liberata», come i settantaquattro militari napoletani che, nei Balcani, dopo l’armistizio, entrano nella «Divisione Italia» e danno man forte ai partigiani di Tito. Non a caso, Pansini non scioglie il suo gruppo, prova a stanare i gerarchi, sfonda le porte delle loro case, sequestra il cibo che vi nascondono per alimentare il mercato nero e lo distribuisce al popolo stremato. Ha replicato con fermezza alla tracotanza nazifascista, ha messo i «democratici» Alleati di fronte a un popolo che possiede coraggio e dignità, ma questo non conta. Pansini è un intralcio per gli americani, che non vogliono colpire i fascisti e lasciarsi alle spalle gente libera di cui temere. Sono loro, gli americani, a chiudere una sua rivista già censurata dal regime, mentre le manette dei carabinieri chiudono la sua carriera di rivoluzionario. Il Codice Rocco, ancora oggi prodigo di aiuti per chiunque miri alla dignità d’un popolo, giunge a immediato sostegno e il capo partigiano dovrà difendersi dall’accusa di violazione di domicilio e furto della merce sottratta al contrabbando.
La repubblica per cui Adolfo Pansini morì e uomini come suo padre lottarono non è forse mai nata. Prevalsero la fedeltà ai blocchi nati a Yalta e l’antifascismo degli «uomini d’ordine» come Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, che in Tribunale difese i collaborazionisti, nemici giurati dei partigiani. Per il grande avvocato s’era trattato solo di cause di forza maggiore, per il politico si poteva accettare tutto, tranne un popolo che decide di sé. Un modo come un altro per saldare conservatori e reazionari a tutela di interessi di classe. Un’intesa spuria che l’Europa delle banche ha rafforzato e non riguarda più solo l’Italia. E’ per questa sintonia classista che la Cancelliera tedesca può farci lezione e assegnarci i suoi  «compiti» deliranti.

Uscito su Report on Line il 3 settembre 2013, su Liberazione il 5 settembre 2013 e sul Manifesto l’8 settembre 2013

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mekan_sismanoglio-megaro-sismanoglu-konag_jazjaiqjjNon è finita, ma appare chiaro: questa non è l’ennesima “primavera”. I turchi stanno provando a smontare una buffonata che da tempo riduce la democrazia al voto d’un giorno e a un imbroglio perenne.
Prendiamone atto fuori da schemi ideologici: una leadership costruita sul nulla, che ha fatto di un mediocre politico un sedicente statista, va in pezzi sotto i colpi della piazza e il messaggio per l’Europa dell’austerità è così chiaro che fa tremare i Palazzi. Non possiamo leggerli i preoccupati scambi tra i consoli generali annidati a ridosso di Piazza Taksim, sul viale Istikal, ma dal giardino della villa che ospita gli svedesi, alla romantica e ormai malinconica rappresentanza greca, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito ce l’hanno sotto gli occhi e sono certamente  preoccupati: non è più tempo di religioni. Non si può più giocare tra loro il Corano contro il Vangelo, perché in crisi c’è andata la fede, senza la quale non c’è religione. Dopo tanto correre per il mondo, il Dio mercato, l’assioma che non si dimostra, vero in sé per assunto, ha trovato tanti sacerdoti, ma la sua religione non parla alla gente, non suscita sogni, non ha promesse di paradisi credibili; gli stregoni non incantano più e la corda della pazienza, lungamente tesa, ora si sta spezzando. Per salvare il saggio di profitto, non bastano più illusionisti: Erdogan, le fumose alchimie di Monti o le larghe intese di Napolitano e Letta. In Germania Merkell, in Spagna Rakoy, in Francia Holland, e chi più ne ha più ne metta, i sacerdoti del Capitale non sanno più addomesticare le masse. Il conflitto che s’è scatenato nel mondo non è guerra di religione e non ha precedenti nella storia dei nostri tempi: un’élite di sacerdoti invasati fronteggia masse di senza fede e l’incendio divampa non a caso, feroce e privo di regole note, sulle storiche bocche del Bosforo, là dove l’Europa si specchia nell’Asia e s’è visto in un baleno che il ferreo controllo di Obama su tutto e su tutti non è meno islamico e orientale della reazione turca.
Messo allo scoperto dalla promessa d’un benessere che s’è fatto sfruttamento, il sovversivismo delle classi dirigenti mostra l’inganno dell’età dell’oro e restituisce forza alla risposta popolare. E’ l’alfabeto della lotta di classe. In Turchia è diventato d’un tratto facile capire come una “medesima base economica” possa “manifestarsi in infinite variazioni o gradazioni, dovute a numerose circostanze empiriche, condizioni naturali, rapporti di razza, influenze storiche”. Nessuno tra i nostri dotti analisti, né quelli assoldati dal potere, né i vecchi arnesi della sacre scritture dell’agonizzante sinistra, avrebbe giocato un centesimo bucato sull’accelerazione violenta che un gruppo di alberi a rischio abbattimento, in un parco di cui il mondo non conosceva l’esistenza, avrebbe spinto la Turchia sull’orlo d’una rivolta. Eppure gli alberi hanno dato un’unica voce ai dissidenti. La farsa della democrazia, producendo un’irreversibile crisi di rappresentanza, ha unito migliaia di turchi al di là della condizione sociale. L’integralismo, ogni integralismo, anche e soprattutto il fondamentalismo economico, ha rivelato la sua capacità di aggregazione antisistema. E’ vero, la rivolta di Istanbul ha i suoi protagonisti in esponenti di tendenze politiche disparate. Assieme al marxista, lotta chi ha coscienza civile, il vecchio militante, il moderno ecologista e il curdo indipendentista. E’ probabile che tra chi osserva e sta a guardare presto comincerà la gara dei distinguo e la caccia alle contraddizioni. Qualcuno sentenzierà che anime d’una protesta così diverse tra loro non  potranno dar vita a un movimento coeso. Può darsi che sia vero, ma vero è anche che nelle analisi, anche quelle più ardite, non s’era trovato posto per alberi in grado di scatenare rivolte.
Negli anni Quaranta del secolo scorso il totalitarismo mise insieme gli opposti e non fu solo illusione. La globalizzazione è per sua natura processo totalitario che ha aperto il grandangolo sulla scena planetaria: se per un verso il “consenso” non è più questione locale, per l’altro, l’equilibrio tra popoli e potere si regge sulla coesione sociale. Chi ha scommesso su un mescolamento delle carte che desse l’illusione d’una progressiva cancellazione delle classi ora  fa i conti con una crisi che non consente la sopravvivenza di una base di consenso popolare conservatrice, destinataria di un qualche beneficio della produttività crescente ed esclusa dal peso della repressione destinato ai reietti. La crisi turca pare dimostrare che l’esperimento è miseramente fallito: l’inganno democratico non sopravvive alle condizioni impossibili dello sfruttamento dell’uomo e della natura. Prenderne coscienza significa compiere un passo nella direzione che Salvatore Prinzi ha laicamente indicato: la comprensione e quindi la costruzione di un “mondo globale che resta da fare, non tornando all’indietro, verso un eden irrimediabilmente perduto, ma andando avanti, verso qualcosa da guadagnare”. La disperazione delle masse di perseguitati e reietti si è saldata alla protesta della borghesia moderata, in un’opposizione che ha natura, se non coscienza, rivoluzionaria. La storia, è vero, non si ripete, tuttavia è un fatto: per emergere come classe rivoluzionaria vittoriosa, la borghesia marciò col Terzo Stato. E, d’altra parte, non a caso, come ricorda Marcuse, ricorrendo al Benjamin dell’alba del fascismo, quando tutto sembra perso, l’unica speranza che regge ci viene dai disperati.

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La storia non si fa coi se, ma i se possono dirci ciò che non sarebbe stato. Senza gli Occhetto, i D’Alema e i Napolitano, il Pci non si sarebbe sciolto, Monti e Letta non avrebbero mai fatto un governo e questa crisi, se fosse venuta, sarebbe stata affrontata diversamente. Non è andata così e in un quadro di dubbia legalità costituzionale eccoci a Monti e Letta. Dopo il “professore”, con Letta cambia qualcosa? Sì, certo. Letta è molto peggio. Col primo era salva la forma: un presidente della repubblica, sia pure discutibilmente, decise per un governo tecnico e i partiti consentirono. Non sci furono elezioni. Letta invece ha fatto un governo dopo un voto politico e contro l’impegno preso con gli elettori. Questo in un contesto europeo sempre più cupo.
Quando si parla di Europa, il riferimento al Manifesto di Ventotene è di prammatica. Lo fanno tutti. Tutti però evitano accuratamente di ricordare due dati: il primo è che si tratta di un documento antifascista, il secondo che individua lucidamente i futuri nemici dell’Europa dei popoli. Chi sono per Spinelli, Colorni e Rossi questi nemici? Le idee a Ventotene erano chiare: i “gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli Stati” e “le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie”. Di tali forze il Manifesto tenta una descrizione che fa pensare subito a Monti, Letta e, più in generale, al PD e ai nostri ultimi governi. Una somiglianza straordinaria: “uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti”.
Alla luce dell’esperienza, sbaglieremmo a cercare in queste parole il blocco sociale e il groviglio di interessi che si schiera oggi in campo antieuropeista; quando non è nazionalista, infatti, quel campo è una conseguenza della tragedia che viviamo. Sono piuttosto forze che hanno elaborato e  imposto un’altra idea di Unione Europea, un’idea antitetica a quella antifascista di Ventotene. L’Europa, per dirla con Monti, in cui l’Esecutivo assume un ruolo pedagogico rispetto al Parlamento, l’Europa delle élite, delle banche e dei poteri forti. In una parola: l’Europa antipopolare che oggi ci soffoca e non bada alla sua legittimità democratica e alla rappresentatività politica; la governano infatti una Commissione di nominati e non ha una Costituzione votata che sancisca la nascita di una sovranità. Se uno ci pensa, uno strumento di attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori – cuore pulsante della storia contemporanea – che ci conduce ben oltre il Novecento e salta indietro a piè pari oltre Montesquieu, oltre la divisione di poteri che si controllano reciprocamente e oltre la sovranità popolare, Un nuovo “antico regime”. Si addolcisce la pillola parlando di “postdemocrazia”, ma chi ha formazione marxista ricorda un monito terribile: socialismo o barbarie.
In questo quadro si collocano gli eventi di casa nostra, soprattutto se, da Monti a Letta, si esaminano in rapporto a un dato di fatto: la forzatura della Costituzione. Tutti sanno che la Consulta non ha ritenuto legittimi molti punti della legge Calderoli, nessuno dice però che, così stando le cose, potrebbe essere illegittimo l’operato delle Camere e dei Governi. Nessuno dice che la legge del fascista Acerbo nel 1923 poneva soglie di sbarramento per giungere al premio di maggioranza che quella Calderoli non prevede. E’ il dato storico a suggerire quello politico: la repubblica antifascista ha leggi meno democratiche di quelle fasciste. Questo spiega l’intento di Letta – riscrivere la Costituzione nata dall’esperienza antifascista – e dà un chiaro significato politico alla rivalutazione storiografica del fascismo e alla pietra tombale caduta sull’antifascismo. Non è un caso se, per giustificare la sostanziale saldatura del blocco borghese reazionario che è alla base del governo Letta, si tiri fuori la “pacificazione”. Di pacificazione si parlò, dopo la caduta del fascismo, quando si riciclò il personale fascista con la legge sull’epurazione di Azzariti, ex presidente del tribunale della razza e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, e in piena repubblica magistrati e questori di provenienza fascista poterono colpire partigiani e lavoratori, fiancheggiare camerati e stragisti e gettare la croce sugli anarchici. Di pacificazione si riparlò, quando fu messo da parte l’antifascismo, riesumando i cosiddetti “ragazzi di Salò”, e di pacificazione si torna a parlare oggi, per giustificare un tradimento del voto popolare, che somma la destra e la sedicente sinistra e le schiera a difesa dell’Europa delle banche. Una difesa che impone la riscrittura della Costituzione.
Senza una sinistra schiettamente anticapitalista e internazionalista questo progetto è destinato al successo. Rimettere in campo una sinistra, però, non significa decidere a priori se essa debba essere riformista o rivoluzionaria: sarebbe come preparare la guerra e non avere esercito. Delle modalità di lotta è inutile discutere se, per rimetterla in campo, non si torna prima ai suoi valori di riferimento. Il tema della legalità, per dirne una, bandiera dei governi alla Letta, storicamente non riguarda la sinistra, nata lottando con una legalità che si faceva scudo dei codici per imporre lo sfruttamento. La sinistra sa bene che ci sono state la “legalità” crispina e quella fascista e sa che Terracini e Pertini detenuti furono ben più onesti dei loro giudici e carcerieri. La sinistra e la Costituzione sono per la giustizia sociale. L’idea delle relazioni tra le classi nelle vertenze sindacali, che unisce Marchionne e Letta non è liberale o liberista; è corporativa e, quindi, neofascista. La sinistra è per il sindacato di classe che non rinuncia al conflitto. Se non sono tempi da consigli di fabbrica e soviet, si può e si deve difendere da Napolitano e soci una democrazia parlamentare. Non ci sono guerre umanitarie. Sinistra e Costituzione ripudiano la guerra che non sia di liberazione. La sinistra è antimperialista e non ritiene terrorista chi ci combatte nei Paesi che occupiamo. Per la sinistra si tratta di partigiani, come partigiani e non banditi furono i nostri ragazzi nella Resistenza. Per la sinistra la scuola è statale; i privati istituiscono loro scuole ma lo fanno senza oneri per lo Stato. Si conviene che il voto è l’espressione della volontà popolare? D’accordo. Storicamente, però, la sinistra sta con la parte di Europa in cui il diritto ha radici latine e ha sempre visto nel sistema proporzionale la via maestra della rappresentatività in Stati di democrazia. Non si tratta di un dato tecnico, ma di un valore storico. La legge “truffa” del 1953, proposta dal democristiano Scelba e passata coi voti della sola maggioranza, modificò in senso maggioritario la legge proporzionale nata nel 1946, assegnando il 65% dei seggi della Camera alla lista o alla coalizione che avessero superato il 50% dei voti validi. La sinistra lottò compatta per non farla passare – il ricordo del fascismo bruciava ancora troppo per dividersi – la subì in Parlamento, ma la sconfisse nel Paese; nessuno opinò che Parri e Calamandrei col movimento di Unità Popolare non fossero “sinistra” e il loro 0,6% fece mancare al blocco di potere conservatore il quorum per ottenere il premio di maggioranza.
Per battere Monti, Letta, Merkell, la BCE e il dilagante autoritarismo reazionario, l’Italia di sinistra e l’Europa dei popoli devono passano per un crocevia: l’unità rispetto al quadro dei valori storici di riferimento.

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