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Posts Tagged ‘Turchia’

amazzonia-2-1Probabilmente è vero: basterebbe che il sedicente “mondo civile” imponesse sanzioni, ritirasse dalla Turchia il suo personale diplomatico e rimandasse a casa gli ambasciatori di Erdogan. Basterebbe forse che i cosiddetti “Stati democratici” interrompessero ogni rapporto economico con la Turchia, ogni fornitura d’armi.
Se esistessero, i Paesi “civili” avrebbero tutti i mezzi per impedire il massacro.
Se non accade, se gli ambasciatori restano al loro posto, se le aziende continuano a fare affari, se le armi assassine passano i confini e rafforzano i criminali, è semplicemente perché la “civiltà” neoliberale è una risibile favola e ovunque sul pianeta morente regna incontrastata e sovrana la barbarie.

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Giustizia e LibertàI padroni sono allegri in questo fine d’anno e fanno festa. Si sentono sicuri. In Turchia, nell’Africa mediterranea, in Grecia, ovunque le masse sono state schiacciate. Se non fossero ubriachi di facili vittorie, si accorgerebbero, che più vincono, più aumenta la gente che lotta. Ai Parlamenti non crede più nessuno, perché non contano più nulla. «Una dittatura non si abbatte col decalogo di Mosè né con eccezioni procedurali», ci ha insegnato Rosselli, e «una banda non abbandona la preda per il Sermone della Montagna». Noi lo sappiamo bene e non ci sfugge che «la necessità rivoluzionaria della lotta non può sentirla che chi abbia acquistato una coscienza adeguata». La coscienza, tuttavia, si crea e non c’è maestra migliore dell’ingiustizia sociale. E’ evidente, perciò: l’insurrezione per ora è schiacciata, ma la rivoluzione avanza ed è solo questione di tempo. Un nuovo fascismo si è accampato nel cuore dell’Europa. Ha espropriato gli elettori, ha annichilito i Parlamenti e a chi si rivolta per fame o per amore di libertà, oggi come ieri risponde con lo scherno. Messe a tacere le opposizioni e create maggioranze che non rappresentano più nemmeno se stesse, schiera nelle piazze i suoi sgherri, «tiene in pugno le armi e dice: ‘solo con le armi discuto’. Bisogna dunque parlare di guerra».
Nel deserto che ci circonda, sotto la cenere della civiltà del lavoro, c’è un sistema di valori più vivo che mai. Quando il precario troverà la solidarietà attiva di chi lavora e sentirà la rabbia del disoccupato sommarsi alla sua, vorrà dire che gli sfruttati sono di nuovo uniti. Lentamente, forse confusamente, ma inesorabilmente questo sta accadendo. E’ un processo lento, ma sicuro e inarrestabile. Si avvicina il momento della resa dei conti. Quel giorno i padroni e i loro servi sciocchi cominceranno a tremare e avranno ragione di farlo, perché non faremo prigionieri e chi verrà a parlarci di clemenza sarà il peggiore dei nemici e come tale verrà trattato. Il tempo della clemenza si è ormai consumato e la pietà è morta: l’hanno uccisa gli sfruttatori in nome del profitto.
Molti pensano che l’unità degli sfruttati sia solo un’utopia irrealizzabile, un’inutile eredità del Novecento. I secoli, però, non esistono, sono solo un modo come un altro per misurare il tempo e non si cambia il mondo solo perché si gira di pagina al calendario. Ieri come oggi, ci sono sventurati che preferiscono pregare, invece di lottare. Porgono l’altra guancia e credono di risolvere i loro problemi – che sono quelli di tutti gli sfruttati – affrontandoli individualmente, accordandosi con chi li deruba, accettando condizioni sempre più penose, convinti come sono che per loro la discesa poi si fermerà. Altri, rassegnati, si chiudono in se stessi e finiscono per odiare tutto e tutti. Noi siamo tanti, però, e cresciamo così tanto ogni giorno, che gli untorelli, gli individualisti, i furbi, i pennivendoli e gli sbirri non potranno fermaci. Ingoieremo ancora rospi e faticheremo da morire, questo è vero, però difenderemo la speranza e coltiveremo la passione. Noi lo sappiamo e i padroni se ne accorgeranno: non gli basteranno scorte armate e piazze presidiate. Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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Il senso del ridicolo è un dono che manca a Letta e ai suoi ministri. Quando si trattò di vender tappeti e sbrigare la «pratica fiducia» in un simulacro di Parlamento, il Presidente del Consiglio, benché complice del mancato omicidio volontario di Profumo, non esitò a dichiarare: «La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori». In altri tempi, quando alle Camere c’era gente che se non altro leggeva, scriveva e faceva di conto, Letta e le sue piroette da avanspettacolo sarebbero stati sepolti sotto una risata e lì sarebbero caduti. Tutto invece filò come l’olio ed è segno dei tempi.
La scelta delle parole, si sa, non è mai neutra e dopo le coltellate di Gelmini e le virulente campagne di Brunetta, che oggi sostengono il governo delle «larghe intese», recitando da cani, Letta si guardò bene dal dare ai quei «mezzi idonei» la concretezza d’uno «stipendio europeo». In quanto alla genericità del riferimento, il neo presidente citò gli «educatori» evitando volutamente i professori. Non si trattò solo di un escamotage per risparmiarsi una parola caduta in disgrazia e ormai sinonimo di «mangiapane a tradimento»; la ragione vera era un’altra: piaccia o no, se dici professori chiami in causa una “professionalità” che andrebbe retribuita ben diversamente da quello che accade. Di qui la reticenza.
Sono passati mesi, ma la linea è sempre quella. Si va avanti così, tra pochi fatti insignificanti e un diluvio di parole vaghe e reticenti, degne del lettino d’un analista. Finora il governo Letta non ha avuto dimensione storica e qualità politica e la chiave di lettura delle sue scelte rimanda a Freud e all’analisi dei processi mentali. In una logica di equilibri tutti interni al Palazzo, infatti, ha scelto di auto paralizzarsi, nell’illusione che l’immobilismo cristallizzi il devastante conflitto di classe di cui in realtà è ormai una delle cause principali.
In questo senso va la patetica ripresa del discorso sulla scuola tentata dalla ministra Carrozza. Dopo il lungo silenzio e la ridicola altalena tra minaccia di piantar baracche e burattini, se non si tirano fuori almeno i quattrini per la respirazione bocca a bocca, e minaccia di licenziamenti, siamo tornati alle dichiarazioni d’intenti: «piano piano vogliamo riportare la scuola al centro delle strategie del governo», ha dichiarato infatti a Firenze la titolare di Viale Trastevere, parlando ai giornalisti in occasione di un convegno. Sia pure reticente, la confessione è chiara: da quando è nato, il governo se n’è disinteressato. La ministra, però, non si riferiva al sistema malato nel suo insieme, La sua preoccupazione reale, in realtà, è emersa, inevitabile come un lapsus freudiano, quando ha precisato che le politiche per la formazione vanno pensate «in funzione dell’occupazione giovanile».
C’è poco da fare. Nella neolingua adottata dal governo, cambiare la scuola per cambiare il Paese vuol dire solo pensare al mercato. Nella fattispecie a quello del lavoro. Le priorità, per Carrozza e Letta, quindi, non vanno ricercate assieme alle associazioni professionali dei docenti e agli studiosi di didattica e pedagogia e non servono nemmeno ingegneri per frenare l’inarrestabile degrado del patrimonio edilizio scolastico. Interventi e priorità, ha chiarito la Carrozza, riguardano il ministro dell’Economia. Sbaglia, perciò, chi, fermo a Socrate, vede nella scuola lo strumento di formazione della coscienza critica e si perde dietro l’idea costituzionale che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». La libertà del sistema formativo è condizionata dai parametri dettati dall’economia e la logica della ministra è a suo modo stringente: «Dobbiamo vedere la scuola come uno strumento per l’occupazione». In questo senso, quindi, il Governo parla di centralità del tema dell’istruzione. Il giorno in cui potremo provare a Marchionne, alla Troika e a Confindustria che stiamo puntando davvero «sull’alternanza scuola-lavoro» o meglio, su percorsi che «vedono uno scivolo verso il lavoro», allora saremo usciti da una crisi culturale che è anzitutto analfabetismo di valori. Una crisi che chiama alla mente l’Italia di Coppino e della lunga lotta per l’alfabetizzazione delle masse. In quanto allo stato fatiscente delle strutture, il governo danza il minuetto con le parole. Ci vuole rapidità: «Dal bando all’assegnazione, fino al cantiere occorre troppo tempo e bisogna velocizzare il processo per l’edilizia scolastica». Carrozza lo sa e proclama: «stiamo lavorando alla semplificazione e alla sburocratizzazione». Sburocratizzare non è cosa da poco. Poi, certo, giunti al dunque, occorreranno quattrini, ma qui tutto diventa vago. E’ vero, «la società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola…», ma di ridare mezzi idonei agli educatori, nessuno parla più. Per tirar fuori i soldi il governo pensa forse a corsi accelerati per la moltiplicazione dei pani e dei pesci; per il momento è il solito bla bla: si pensa «a una valutazione dei fondi immobiliari» e si va, cappello in mano, a elemosinare «una misura di finanziamento alle nuove scuole anche attraverso la Banca europea degli investimenti», mentre i controllori europei son lì per stringere il cappio.
Incredibile a dirsi, nessun giornalista azzarda la bestemmia: «e i soldi dei cacciabombardieri?». In uno Stato che ha per Corano il mercato selvaggio e le guerre umanitarie, bestemmiare è reato grave. Si dice che la storia non insegni niente e forse è vero. Bisognerà convincersi che anche la cronaca è una docente scadente. Ognuna delle ragioni per cui la Turchia brucia vive e opera nella nostra realtà quotidiana. Come se non c’entrassero nulla, però, Letta e i suoi ministri continuano a raccontarsi un Paese che non c’è.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 giugno 2013

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mekan_sismanoglio-megaro-sismanoglu-konag_jazjaiqjjNon è finita, ma appare chiaro: questa non è l’ennesima “primavera”. I turchi stanno provando a smontare una buffonata che da tempo riduce la democrazia al voto d’un giorno e a un imbroglio perenne.
Prendiamone atto fuori da schemi ideologici: una leadership costruita sul nulla, che ha fatto di un mediocre politico un sedicente statista, va in pezzi sotto i colpi della piazza e il messaggio per l’Europa dell’austerità è così chiaro che fa tremare i Palazzi. Non possiamo leggerli i preoccupati scambi tra i consoli generali annidati a ridosso di Piazza Taksim, sul viale Istikal, ma dal giardino della villa che ospita gli svedesi, alla romantica e ormai malinconica rappresentanza greca, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito ce l’hanno sotto gli occhi e sono certamente  preoccupati: non è più tempo di religioni. Non si può più giocare tra loro il Corano contro il Vangelo, perché in crisi c’è andata la fede, senza la quale non c’è religione. Dopo tanto correre per il mondo, il Dio mercato, l’assioma che non si dimostra, vero in sé per assunto, ha trovato tanti sacerdoti, ma la sua religione non parla alla gente, non suscita sogni, non ha promesse di paradisi credibili; gli stregoni non incantano più e la corda della pazienza, lungamente tesa, ora si sta spezzando. Per salvare il saggio di profitto, non bastano più illusionisti: Erdogan, le fumose alchimie di Monti o le larghe intese di Napolitano e Letta. In Germania Merkell, in Spagna Rakoy, in Francia Holland, e chi più ne ha più ne metta, i sacerdoti del Capitale non sanno più addomesticare le masse. Il conflitto che s’è scatenato nel mondo non è guerra di religione e non ha precedenti nella storia dei nostri tempi: un’élite di sacerdoti invasati fronteggia masse di senza fede e l’incendio divampa non a caso, feroce e privo di regole note, sulle storiche bocche del Bosforo, là dove l’Europa si specchia nell’Asia e s’è visto in un baleno che il ferreo controllo di Obama su tutto e su tutti non è meno islamico e orientale della reazione turca.
Messo allo scoperto dalla promessa d’un benessere che s’è fatto sfruttamento, il sovversivismo delle classi dirigenti mostra l’inganno dell’età dell’oro e restituisce forza alla risposta popolare. E’ l’alfabeto della lotta di classe. In Turchia è diventato d’un tratto facile capire come una “medesima base economica” possa “manifestarsi in infinite variazioni o gradazioni, dovute a numerose circostanze empiriche, condizioni naturali, rapporti di razza, influenze storiche”. Nessuno tra i nostri dotti analisti, né quelli assoldati dal potere, né i vecchi arnesi della sacre scritture dell’agonizzante sinistra, avrebbe giocato un centesimo bucato sull’accelerazione violenta che un gruppo di alberi a rischio abbattimento, in un parco di cui il mondo non conosceva l’esistenza, avrebbe spinto la Turchia sull’orlo d’una rivolta. Eppure gli alberi hanno dato un’unica voce ai dissidenti. La farsa della democrazia, producendo un’irreversibile crisi di rappresentanza, ha unito migliaia di turchi al di là della condizione sociale. L’integralismo, ogni integralismo, anche e soprattutto il fondamentalismo economico, ha rivelato la sua capacità di aggregazione antisistema. E’ vero, la rivolta di Istanbul ha i suoi protagonisti in esponenti di tendenze politiche disparate. Assieme al marxista, lotta chi ha coscienza civile, il vecchio militante, il moderno ecologista e il curdo indipendentista. E’ probabile che tra chi osserva e sta a guardare presto comincerà la gara dei distinguo e la caccia alle contraddizioni. Qualcuno sentenzierà che anime d’una protesta così diverse tra loro non  potranno dar vita a un movimento coeso. Può darsi che sia vero, ma vero è anche che nelle analisi, anche quelle più ardite, non s’era trovato posto per alberi in grado di scatenare rivolte.
Negli anni Quaranta del secolo scorso il totalitarismo mise insieme gli opposti e non fu solo illusione. La globalizzazione è per sua natura processo totalitario che ha aperto il grandangolo sulla scena planetaria: se per un verso il “consenso” non è più questione locale, per l’altro, l’equilibrio tra popoli e potere si regge sulla coesione sociale. Chi ha scommesso su un mescolamento delle carte che desse l’illusione d’una progressiva cancellazione delle classi ora  fa i conti con una crisi che non consente la sopravvivenza di una base di consenso popolare conservatrice, destinataria di un qualche beneficio della produttività crescente ed esclusa dal peso della repressione destinato ai reietti. La crisi turca pare dimostrare che l’esperimento è miseramente fallito: l’inganno democratico non sopravvive alle condizioni impossibili dello sfruttamento dell’uomo e della natura. Prenderne coscienza significa compiere un passo nella direzione che Salvatore Prinzi ha laicamente indicato: la comprensione e quindi la costruzione di un “mondo globale che resta da fare, non tornando all’indietro, verso un eden irrimediabilmente perduto, ma andando avanti, verso qualcosa da guadagnare”. La disperazione delle masse di perseguitati e reietti si è saldata alla protesta della borghesia moderata, in un’opposizione che ha natura, se non coscienza, rivoluzionaria. La storia, è vero, non si ripete, tuttavia è un fatto: per emergere come classe rivoluzionaria vittoriosa, la borghesia marciò col Terzo Stato. E, d’altra parte, non a caso, come ricorda Marcuse, ricorrendo al Benjamin dell’alba del fascismo, quando tutto sembra perso, l’unica speranza che regge ci viene dai disperati.

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260520131353Alla scuola di un Paese per molti versi «vaticano», le tragiche giornate di Istanbul pongono più di un quesito e ricordano quanto conti, quanto costi e soprattutto quanto possa diventare decisiva un’estrema difesa della formazione statale laica, così come la disegna la Costituzione. 
Ci sono momenti in cui la storia volta pagina. Da noi capitò poco più di tre anni fa; era il 14 di dicembre del 2010, vivevamo una crisi istituzionale di natura irreversibile come s’è visto poi, col Parlamento uscito malconcio dalla vicenda Englaro, impegnato in un’oscena compravendita di voti, l’università e le scuole ridotte allo sbando, il diritto allo studio cancellato e fiumi di quattrini pubblici dirottati verso il privato. In piazza, però, quel giorno si videro solo gli studenti e i soliti pappagalli indottrinati parlarono di violenza. Per un giorno Roma bruciò, è vero, – l’incendio era tutto in Parlamento – ma si inferocì sulla piazza e c’è ancora chi paga. Gli apologisti delle rivolte in casa d’altri puntarono subito il dito e in quanto ai docenti, quelli se ne stettero eroicamente a casa. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti, ma non ce lo diciamo. Meglio ammirare stupiti il coraggio dei turchi.
Mi sono trovato per caso a Istanbul mentre la protesta si accendeva. Quasi come un’ossessione, mi accompagnava, bella come una speranza, minacciosa come una profezia, la chiusa d’una poesia di Hikmet: «so che ancora non è finito / il banchetto della miseria ma / finirà…». Ho sentito la rabbia pulsare nelle vie eternamente chiassose, come senti talora, nelle notti insonni, l’inesorabile ticchettio d’un orologio. «Non c’è nulla di sereno nel rumore apparentemente festoso delle vie», mi son trovato a pensare, poi, come d’incanto, da improvvisate barricate, del loro grande poeta i giovani hanno preso a ricordare una massima che ignoravo: «Muore un albero. Si sveglia una nazione». 
La Turchia si è svegliata. 260520131354Doveva accadere, era questione di tempo e a me pareva di saperlo quando lasciavo gli altri e me ne andavo in giro da solo per provare a capire. I motivi profondi della protesta pronta a sfociare in rivolta si intuivano. Bastava osservarla, la Turchia laica con i segni evidenti d’una recente ferita; li scoprivi nella birra rifiutata al passante che si fermava stanco, in cerca d’ombra, nel dedalo di viuzze e locali ai piedi della collinetta dei musei archeologici, cento metri più in là dal saliscendi di Sirkeci, la fermata dei tram perennemente affollati; l’impronta di Ataturk sembrava sparita nel pullulare dei veli, nella funerea «mise» nera di tante giovani donne, su cui si aprivano a stento fessure per gli occhi. Cos’era, se non minaccia d’incendio, l’ira straripante di un italiano trapiantato sul Bosforo, che rimuginava sulla triste sorte della sua fede greca ortodossa? Cos’era se non un segno di forte sofferenza quel suo fermarsi ripetuto e insistente su un pericoloso «processo strisciante di islamizzazione», quel suo segnare a dito «pipistrelli» e «bacarozzi», come definiva le giovanissime fondamentaliste, in un linguaggio feroce che sapeva di razzismo?  Non era facile comunicare, ma bastava uscire dai circuiti del turismo, per sentire la lotta che si stava accendendo; bastava uno sguardo al contegno d’una polizia, tutta elmetti, scudi e lacrimogeni, pronta a materializzarsi dal nulla al primo fruscio d’una foglia persino nella turistica Piazza del Sultano, per cogliere la decisione: difendere con ogni mezzi una islamizzazione subdola e sottotono, ma non per questo meno minacciosa e virulenta. A grattare sulla superficie dorata dell’apparenza, nonostante la prudenza, le difficoltà della lingua e la distanza delle culture, c’era chi te lo diceva chiaro che nelle scuole i docenti, «invitati» a favorire comportamenti ispirati a valori e regole tipiche dell’Islam, «mordono il freno». 
260520131315La lotta non è nata per gli alberi di un parco. C’è un Paese esposto a un lavoro metodico, lento ma inesorabile, che lo spinge verso un’idea religiosa dello Stato; un Paese in cui chi può manda i figli a studiare all’estero e spera di non vederli tornare. Certo, ognuno a suo modo e sono apparentemente due mondi: lì si «indirizza» pesantemente verso un cambiamento che è arretramento, qui da noi si accentua progressivamente una sottomissione antica; lì Erdoğan «confessionalizza» prudentemente ciò che il kemalismo rese laico, qui si torna a «istituzionalizzare», parificando e finanziando ciò che dopo il Fascismo la Costituzione aveva messo ai margini della politica. Nell’uno come nell’altro caso, però, la formazione è la chiave di volta nello schieramento confessionale. Lì, ai primi seri segnali, la risposta è giunta compatta e in piazza i docenti hanno rischiato coi loro studenti. Qui è tutto chiaro da almeno tre anni e poiché l’ostacolo è la Costituzione, si mette mano alla Carta. In un Paese pieno di piazze, però, una risposta compatta non viene. A lasciarli soli anche stavolta gli studenti, in nome dei mille particolari orticelli, ognuno coglierà forse una sua effimera vittoria tattica, qui l’acqua, lì la spazzatura, ma tutti assieme rischiamo di perdere definitivamente la partita strategica. Francesco impazza, Letta risponde all’incartapecorito sovrano del Quirinale e le Camere ammutolite si fanno garanti del colpo di mano. La Turchia s’è svegliata. L’Italia finora una piazza Taksim non l’ha trovata. 
Eterni spettatori del nostro dramma, noi ci elettrizziamo a guardare chi scende in campo e gioca la sua partita: «Viva la Turchia laica!» si è sentito gridare. A nessuno però è passato per la testa che molta tragedia turca è italiana. Qui, in fondo, tutto riguarda gli altri: spari, urla, lacrimogeni, elicotteri della polizia che si alzano in volo, i gas con la loro nuvola cupa. Da noi accade di tutto, ma tutto finisce quando il telecomando spegne il televisore.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 giugno 2013 e su Liberazione.it l’11 giugno 2013 col titolo Turchia: «Muore un albero si sveglia una nazione».

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