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Posts Tagged ‘Critica Fascista’

bottai36[1]Tiene banco il mercato. I tempi dalla riflessione sono perciò fatalmente affannosi e fanno posto alla notizia» da «consumare». Tutto si brucia così nello spazio d’un momento e pazienza se indietro ti lasci una zona d’ombra e il bisogno di far luce e provare a capire. Oggi è un processo pruriginoso, domani sarà la dichiarazione che minaccia lo sfascio e via così, toccata e fuga, a riempire l’archivio dei fatti inesplorati. Sono passati solo pochi giorni dalla scoperta del filo rosso che lega pericolosamente i disegni del capitale e le riforme costituzionali, ma non se ne parla più e il «caso» appare chiuso. «Occorre liberarsi delle costituzioni antifasciste», consigliava JP Morgan a chi ha poteri decisionali, e non è cosa da poco, perché conferma ciò che Pietro Grifone ha sostenuto in un lontano saggio che più passano gli anni e più diventa prezioso: per sua natura, il fascismo è il regime del capitale finanziario. Il dato, tutt’altro che marginale, ci dice che l’attacco alla Costituzione non è il prodotto di riflessioni nuove e originali, ma ha radici lontane ed è uno dei risvolti più pericolosi di quella lotta di classe dall’alto scatenata in questi ultimi anni da ceti dirigenti propensi all’eversione. Di fatto, poiché la Resistenza fu prevalentemente rossa, la Costituzione, che ne è figlia naturale, è da sempre un serio ostacolo per le aspirazioni autoritarie del capitalismo in crisi. La destra ne è perfettamente consapevole, il centro sinistra finge d’ignorarlo per connaturata doppiezza, ma dietro la ricetta suggerita da uno dei colossi della finanza globale ci sono le ragioni profonde delle «larghe intese» e i motivi cari a quella parte del fascismo che, dopo la guerra, conservò impunemente le sue radici, dando frutti via via più velenosi.
In questo senso, non è un caso se nella nascita della sedicente «seconda repubblica», gli azionisti di maggioranza della «pacificazione-parificazione», gli «sdoganatori» di Larussa e Gasparri e i più convinti fautori  della Bicamerale provengano per lo più dalle file dei comunisti pentiti, decisi a convergere a centro e pronti perciò a benedire i «ragazzi di Salò», ad agevolare l’operazione Foibe, a liquidare l’antifascismo e a tacere sui vergognosi processi alla Resistenza. A voler fare nomi, c’è l’imbarazzo della scelta: Luciano Violante, che per il ventennale della morte di Giorgio Almirante, partecipò alla giornata di lettura di passi dei discorsi tenuti alla Camera dall’ex sottosegretario di Salò, Massimo Dalema e il Napolitano del «giorno della memoria».
L’anticomunismo berlusconiano, che affligge buona parte degli ex comunisti, ha di fatto spianato la via alla formula dei «totalitarismi» tutti uguali tra loro e non c’è scelta: di fronte allo scandalo della Costituzione aggredita, non basta tenersi fuori dal centrosinistra, occorre riconoscere che è un pericoloso avversario politico, efficace protagonista di quel revisionismo che Gaetano Arfè definì giustamente «sovversivismo storiografico»; un revisionismo che ormai ha nel mirino la Carta costituzionale e si rivela così alleato fidato del capitalismo e acerrimo nemico dei lavoratori.
Alle radici della «seconda repubblica» c’è anzitutto l’equiparazione del fascismo al comunismo. Checché ne pensino i sostenitori della politica senza ideologie, l’equazione è fascista e, in quanto tale, ideologica; il valore della ics per cui essa risulta verificata l’aveva già trovato uno dei teorici dello Stato Corporativo, che nel dicembre 1945, scriveva: «Un antifascismo comunista, fondato sull’accusa di liberticidio, di dittatura, di pugno duro, d’accentramento di poteri, di statalismo, di ‘dirigismo’, e chi più ne ha più ne metta, è un non senso. Lo stesso non senso d’un anticomunismo fascista, basato sui medesimi argomenti. […] Quei democratici che collaborano coi comunisti in nome dell’antifascismo non sanno quel che fanno. L’antifascismo che intenda “restaurare” la libertà democratica, […] è implicitamente anticomunista e coincide col migliore e più autentico fascismo».
Il «democratico» così seriamente preoccupato delle sorti dell’antifascismo era nientemeno che Giuseppe Bottai,  fondatore e direttore di «Critica Fascista» e governatore di Addis Abeba, che aveva guidato il Ministero dell’Educazione Nazionale e legato il suo nome alla «Carta del Lavoro». Protagonista di primo piano del ventennio, alla resa dei conti  pensò e impose con Grandi l’ordine del giorno che al Gran Consiglio mise in minoranza Mussolini. «Custodito» in Vaticano, si era poi arruolato nella legione straniera, combattendo i nazisti, e si era evitato l’ergastolo cui era stato condannato per il suo passato di altissimo gerarca fascista, grazie alla sanatoria che consentì l’ennesimo «tutti a casa» di questo nostro disgraziato Paese. Tornato a Roma nel 1948, Bottai rifiutò di rientrare in politica – la DC premurosa gliene aveva offerto l’occasione – ma fu l’ispiratore del «Popolo di Roma», che seppe aggregare monarchici, liberali, missini e uomini della destra democristiana – fascisti riciclati come lui – pronti a sostenere la DC in modo che non dovesse fare apertamente ricorso al MSI di Almirante.
Bottai, che a suo modo da giovane era stato repubblicano e non fu repubblichino, non poteva giungere a vedere la crisi del sistema politico nato dalla Resistenza, ma la sua idea fascista di Italia antifascista ce la troviamo ormai davanti ogni giorno: è viva, concreta, ha anima e corpo. E’ l’Italia che vorrebbe JP Morgan e si propongono di costruire, Napolitano benedicente, Letta i suoi saggi. Vendetta postuma di uomini come Bottai e miseria morale di quanti a sinistra, badando a carriere e poltrone, hanno aperto la via a chi ha come principale fine politico la morte della Costituzione. Paradossalmente Bottai in forte dissenso con Violante, non avrebbe appuntato medaglie sul petto dei «ragazzi di Salò» che, se l’avessero avuto tra le mani, gli avrebbero fatto la pelle. Da fascista convinto e coerente, salvata la vita, egli non cercò «riabilitazioni». A riabilitarlo, ci penserà di fatto la «nuova repubblica», quella che ha le sue radici nella Bicamerale, nel sangue dei vinti e nei giorni della memoria smemorata. La repubblica che da giovane aveva sognato il fascista Bottai.

Uscito su “Report on line” e “Liberazione.it” il 26 giugno 2013; sul “Manifesto” il 3 luglio 2013.  

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