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Posts Tagged ‘larghe intese’

Il senso del ridicolo è un dono che manca a Letta e ai suoi ministri. Quando si trattò di vender tappeti e sbrigare la «pratica fiducia» in un simulacro di Parlamento, il Presidente del Consiglio, benché complice del mancato omicidio volontario di Profumo, non esitò a dichiarare: «La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori». In altri tempi, quando alle Camere c’era gente che se non altro leggeva, scriveva e faceva di conto, Letta e le sue piroette da avanspettacolo sarebbero stati sepolti sotto una risata e lì sarebbero caduti. Tutto invece filò come l’olio ed è segno dei tempi.
La scelta delle parole, si sa, non è mai neutra e dopo le coltellate di Gelmini e le virulente campagne di Brunetta, che oggi sostengono il governo delle «larghe intese», recitando da cani, Letta si guardò bene dal dare ai quei «mezzi idonei» la concretezza d’uno «stipendio europeo». In quanto alla genericità del riferimento, il neo presidente citò gli «educatori» evitando volutamente i professori. Non si trattò solo di un escamotage per risparmiarsi una parola caduta in disgrazia e ormai sinonimo di «mangiapane a tradimento»; la ragione vera era un’altra: piaccia o no, se dici professori chiami in causa una “professionalità” che andrebbe retribuita ben diversamente da quello che accade. Di qui la reticenza.
Sono passati mesi, ma la linea è sempre quella. Si va avanti così, tra pochi fatti insignificanti e un diluvio di parole vaghe e reticenti, degne del lettino d’un analista. Finora il governo Letta non ha avuto dimensione storica e qualità politica e la chiave di lettura delle sue scelte rimanda a Freud e all’analisi dei processi mentali. In una logica di equilibri tutti interni al Palazzo, infatti, ha scelto di auto paralizzarsi, nell’illusione che l’immobilismo cristallizzi il devastante conflitto di classe di cui in realtà è ormai una delle cause principali.
In questo senso va la patetica ripresa del discorso sulla scuola tentata dalla ministra Carrozza. Dopo il lungo silenzio e la ridicola altalena tra minaccia di piantar baracche e burattini, se non si tirano fuori almeno i quattrini per la respirazione bocca a bocca, e minaccia di licenziamenti, siamo tornati alle dichiarazioni d’intenti: «piano piano vogliamo riportare la scuola al centro delle strategie del governo», ha dichiarato infatti a Firenze la titolare di Viale Trastevere, parlando ai giornalisti in occasione di un convegno. Sia pure reticente, la confessione è chiara: da quando è nato, il governo se n’è disinteressato. La ministra, però, non si riferiva al sistema malato nel suo insieme, La sua preoccupazione reale, in realtà, è emersa, inevitabile come un lapsus freudiano, quando ha precisato che le politiche per la formazione vanno pensate «in funzione dell’occupazione giovanile».
C’è poco da fare. Nella neolingua adottata dal governo, cambiare la scuola per cambiare il Paese vuol dire solo pensare al mercato. Nella fattispecie a quello del lavoro. Le priorità, per Carrozza e Letta, quindi, non vanno ricercate assieme alle associazioni professionali dei docenti e agli studiosi di didattica e pedagogia e non servono nemmeno ingegneri per frenare l’inarrestabile degrado del patrimonio edilizio scolastico. Interventi e priorità, ha chiarito la Carrozza, riguardano il ministro dell’Economia. Sbaglia, perciò, chi, fermo a Socrate, vede nella scuola lo strumento di formazione della coscienza critica e si perde dietro l’idea costituzionale che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». La libertà del sistema formativo è condizionata dai parametri dettati dall’economia e la logica della ministra è a suo modo stringente: «Dobbiamo vedere la scuola come uno strumento per l’occupazione». In questo senso, quindi, il Governo parla di centralità del tema dell’istruzione. Il giorno in cui potremo provare a Marchionne, alla Troika e a Confindustria che stiamo puntando davvero «sull’alternanza scuola-lavoro» o meglio, su percorsi che «vedono uno scivolo verso il lavoro», allora saremo usciti da una crisi culturale che è anzitutto analfabetismo di valori. Una crisi che chiama alla mente l’Italia di Coppino e della lunga lotta per l’alfabetizzazione delle masse. In quanto allo stato fatiscente delle strutture, il governo danza il minuetto con le parole. Ci vuole rapidità: «Dal bando all’assegnazione, fino al cantiere occorre troppo tempo e bisogna velocizzare il processo per l’edilizia scolastica». Carrozza lo sa e proclama: «stiamo lavorando alla semplificazione e alla sburocratizzazione». Sburocratizzare non è cosa da poco. Poi, certo, giunti al dunque, occorreranno quattrini, ma qui tutto diventa vago. E’ vero, «la società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola…», ma di ridare mezzi idonei agli educatori, nessuno parla più. Per tirar fuori i soldi il governo pensa forse a corsi accelerati per la moltiplicazione dei pani e dei pesci; per il momento è il solito bla bla: si pensa «a una valutazione dei fondi immobiliari» e si va, cappello in mano, a elemosinare «una misura di finanziamento alle nuove scuole anche attraverso la Banca europea degli investimenti», mentre i controllori europei son lì per stringere il cappio.
Incredibile a dirsi, nessun giornalista azzarda la bestemmia: «e i soldi dei cacciabombardieri?». In uno Stato che ha per Corano il mercato selvaggio e le guerre umanitarie, bestemmiare è reato grave. Si dice che la storia non insegni niente e forse è vero. Bisognerà convincersi che anche la cronaca è una docente scadente. Ognuna delle ragioni per cui la Turchia brucia vive e opera nella nostra realtà quotidiana. Come se non c’entrassero nulla, però, Letta e i suoi ministri continuano a raccontarsi un Paese che non c’è.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 giugno 2013

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Ha torto Napolitano. L’orrore per gli “accordi” tra forze politiche inconciliabili non solo è del tutto comprensibile, ma ha radici profonde nella storia della repubblica e riguarda direttamente la vicenda della parte politica in cui ha militato per buona parte della sua vita. Di quell’orrore di cui egli si fa giudice sprezzante, la sua carriera e le sue scelte di dirigente sono, a ben vedere, una delle cause non secondarie.

Per quanto m’è dato sapere, non se n’è mai scritto o parlato. L’ho scoperto da un po’, cercando il “volto politico” delle Quattro Giornate di Napoli, che furono davvero l’inizio della Resistenza, con cui condividono pagine eroiche e domande che attendono invano risposte. Non so se avrò forze e vita per proseguire le mie ricerche e giungere a raccontare in un libro il mondo che sto scoprendo, ma ho promesso a me stesso di non sprecare tempo. Intanto, come s’usa fare talora ai dotti convegni, voglio annunciare qui i primi risultati della mia appassionante ricerca.

Un valoroso partigiano, Edoardo Pansini, che aveva preso parte all’insurrezione col figlio Adolfo, studente di architettura caduto al Vomero, armi in pugno, negli scontri sanguinosi coi tedeschi alla Masseria Pezzalonga, lo aveva sostenuto subito, sin dal dicembre del 1943: nell’Italia dilaniata dalla guerra, non c’erano “liberatori”. C’era un popolo che aveva ritrovato se stesso e la sua dignità e lottava per un mondo migliore. Lo diceva chiaro, Eduardo Pansini, in un discorso che avrebbe voluto leggere alla radio e finì invece censurato dagli “alleati” assieme al “Cimento”, una sua rivista soppressa dai fascisti, tornata in vita subito dopo la rivolta e prontamente “silenziata” dagli anglo-americani. Già perseguitato politico durante il fascismo, poche settimane dopo le Quattro Giornate, di cui era stato protagonista, nell’indifferenza di buona parte della sinistra, che non aveva “orrore” per le “intese” con forze politiche incompatibili, il Pansini finì addirittura in manette, arrestato da quei carabinieri che, nonostante il sacrificio di alcuni tra loro – l’eroico Salvo D’Acquisto, il manipolo di militi fucilato dopo la strenua difesa della Centrale telefonica – non vennero meno alla loro tradizionale fedeltà al padrone di turno.

Repubblicano di formazione mazziniana, Edoardo Pansini, che aveva visto il figlio sacrificare la sua giovane vita agli ideali cui egli l’aveva educato, non si piegò ai compromessi con la monarchia, non accettò gli accordi tra partiti incompatibili, i cavilli legali cui si attaccava con successo il futuro Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, difendendo in Tribunale e nella battaglia politica gli esponenti del regime; egli pagò con una spietata cancellazione dalla storia il suo rifiuto della “larga intesa” e il tentativo di proseguire la lotta iniziata con le Quattro Giornate, per stanare i gerarchi impuniti e impedire che si riciclassero all’ombra degli anglo-americani, della Democrazia Cristiana e di parte della rinascente sinistra, che si mostrò subito più papalina del papa. Quella sinistra che, intesa dopo intesa, disfatta dopo disfatta, uomini come Napolitano hanno prima snaturato, poi condotto all’estinzione assieme alla Costituzione, esempio nobile di compromesso che, non a caso, il “nuovo” Presidente ha barattato con il fatale marciume di intese così “larghe”, da mettere assieme la politica nobile e quella ignobile, nella nebbia di una retorica nazionale che assolve persino chi, corrotto, corrompe.

Nessuno ci ha fatto mai caso, ma il figlio di Pansini, ucciso in combattimento, non fu decorato. Si preferì confermare la ricostruzione americana e la prima, nobile pagina della Resistenza fu ridotta così alla rivolta degli “scugnizzi”. Eppure non si trattava di un caduto senza storia o di un “eroe per caso”. Appena ventunenne, il giovane studente di architettura, era un antifascista conosciuto dalla polizia politica perché anni prima, dopo aver organizzato un gruppo di giovani cospiratori, era stato scoperto, aveva subito un processo ed era stato in carcere per quasi un anno. Non uno “scugnizzo”, quindi, ma un valoroso militante dell’Italia che nasceva. All’epoca Giorgio Napolitano, più o meno coetaneo di Adolfo Pansini, si dilettava a fare il critico teatrale nel gruppo universitario fascista, collaborava con il settimanale “IX maggio” e faceva la fronda, civettando molto prudentemente con alcuni antifascisti. Lì forse, all’università, fermo a metà del guado tra fascismo e antifascismo, in attesa che giovani come Pansini decidessero il corso della Storia e dessero la vita perché nascesse la Repubblica che oggi presiede, Napolitano sperimentava per la prima volta la sua dottrina delle “larghe intese”.

Perché Pansini non fu proposto per la decorazione? Perché guastava il “quadro” della città di plebe che si rivolta solo per disperazione? E perché gli altri capi delle rivolta prima non protestarono e poi non hanno mai raccontato? Forse perché la scelta della “continuità dello Stato” e la prima “larga intesa” non lo consentivano? Per quanto mi riguarda, più scavo nel passato e più mi pare di capire perché l’ombra lunga del “compromesso” giunge fino ai giorni nostri. Nel passato negato o taciuto c’è molto probabilmente la spiegazione profonda della  sconfitta di oggi. Nella lettura di ciò che sta accadendo alla repubblica c’è un equivoco di fondo. Napolitano non è, come i lascia credere, l’inevitabile figlio della crisi. No. Lui e molti dei suoi sedicenti “compagni” ne sono evidentemente i naturali e legittimi genitori.

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