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Posts Tagged ‘Europa’

115_Tvk8jthumbSalvini non è un uomo colto. Non a caso fino al 2018 ha vissuto come cittadino di un Paese che non c’è – la Padania – e ha diretto un partito che ne chiedeva la separazione dall’Italia: la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.
Cresciuto nella convinzione che la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Venezie costituissero una comunità di valori armonici, un’unica realtà geografica, economica, storica e – ciò che più conta – etnica, si è poi convertito a un tragicomico nazionalismo italico, cambiando così cittadinanza e razza. Oggi infatti non è più figlio dell’inesistente etnia padana, con i suoi codicilli celtici, transpadani e cispadani, la sua identità economica, produttiva e linguistica.
Svanito il razzista secessionista, è nato dal nulla il difensore dell’etnia italiana, minacciata da fantomatiche orde di barbari immigrati. Ministro di polizia della Repubblica ieri rinnegata, Salvini è ossessionato dalla difesa dell’identità culturale italiana e se la prende con l’Europa alla quale, in realtà, è molto più vicino di quanto creda. Certo, per secoli l’Europa ha affermato il diritto di emigrare e Kant riconobbe quello di immigrare, facendo appello a una universale ospitalità garante di una pace perpetua. Quell’Europa, però non esiste più e oggi l’antico diritto è diventato un delitto.
Salvini non lo sa, ma non inventa nulla. Dice semplicemente, con la brutalità di un ignorante, ciò che pensano le classi dirigenti dell’Unione Europea, imbarbarita da una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza: il diritto di emigrare non è mai stato un principio di civiltà, ma la copertura legale del colonialismo. Oggi, che i popoli colonizzati premono ai confini dei privilegi occidentali, quel diritto è ovunque negato, costi quel che costi, anche un ritorno al nazifascismo.
Il capo degli autonomisti settentrionali non è in grado di fare ragionamenti complessi, ma lo guida l’istinto; non  sa, ma sente che le ragioni profonde del suo razzismo – ieri padano, oggi italiano – non derivano dall’emigrazione, ma nascono dalla necessità feroce di difendere privilegi. E’ per questo che ripete la solfa del negro stupratore, punta il dito sulla minaccia dei Rom, cavilla sul clandestino economico, lancia quotidianamente lo slogan dello straniero pericoloso e se occorre fa esplodere il caso della docente che non ha sorvegliato gli studenti. Da perfetto ignorante, si affida all’istinto: guai se gli insegnanti riusciranno a far capire agli studenti che il razzismo è un’invenzione del capitalismo, un’esigenza del neoliberismo che difende il diritto di sfruttamento.
Se il leghista istintivamente capisce che la sinistra si è suicidata quando ha inseguito la destra sui temi della formazione e attacca chi fa scuola come si deve, a noi tocca difendere in ogni modo Rosa Maria Dell’Aria: la sola via d’uscita dalla tragedia che viviamo passa per la capacità che avremo di coltivare intelligenza critica e libero pensiero. E’ questa la prima e forse l’ultima trincea.

Agoravox e Fuoriregistro, 21 maggio 2019

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Le prossime settimane ci vedranno impegnati in un dibattito fondamentale dentro e fuori la nostra organizzazione. A questo proposito non possiamo non dire quale è la nostra prospettiva, quale è l’Europa che immaginiamo dopo aver detto perché l’Unione Europea è indigeribile così com’è. Il presente documento sintetizza una posizione espressa da Giuseppe Aragno in diverse assemblee di Potere al Popolo! e vuole essere un contributo alla discussione verso le elezioni europee. Si sottopone il documento alle assemblee metropolitane e provinciali di Potere al Popolo! nonché al coordinamento nazionale chiedendone l’eventuale approvazione affinché una prospettiva politica di costruzione possa diventare patrimonio condiviso e comune di tutte le comunità e dei singoli aderenti a Potere al Popolo!.

EUROPA SOLIDALE O BARBARIE

Premessa

Negli anni della resistenza dei popoli sottomessi dal nazifascismo, gli antifascisti hanno sognato come via di uscita dall’immane tragedia l’unione dei popoli europei sulla base di un’equa ripartizione della ricchezza e di principi di libertà e giustizia sociale. Sin dalla guerra di Spagna, per esempio, Rosselli definì i fascismi «antieuropa» e immaginò,in antitesi, una federazione di Stati europei nata da un processo costituente profondamente democratico: un’assemblea di delegati eletti dai popoli per scrivere e approvare una carta costituzionale federale basata sui principi fondamentali della convivenza tra i popoli, l’eliminazione delle frontiere e delle dogane, le regole da cui far nascere un primo governo federale e un nuovo diritto europeo.

Dopo la seconda guerra mondiale, quel sogno, finito poi nelle mani dei sacerdoti del dogma neoliberista, è stato stravolto e l’unione politica dei popoli è diventata unione economica e monetaria. Negli ultimi anni, sotto i colpi di una incalzante crisi economica, che è diventata crisi della democrazia, l’Unione Europea ha assunto i connotati di un insieme di “patrie nazionali”, di una nuova “antieuropa”, che cancella diritti, sottomette i popoli alle leggi del mercato e sacrifica sull’altare della concorrenza e del profitto l’idea di una “patria umana”, fatta di libertà, cooperazione e fratellanza. La situazione è ormai così grave, che le imminenti elezioni europee ci pongono di fronte a una domanda ineludibile: per uscire da questo incubo, nato soprattutto da trattati di discutibile legittimità, occorre rinunciare al sogno degli antifascisti o,sconfitto l’incubo,si può rimettere mano al progetto nato dalla resistenza europea?

Non è una domanda banale. Poiché si tratta di partecipare a elezioni, chiedere un voto a sostegno di una rottura è doveroso, ma non sarà facile delineare una prospettiva e ottenere consensi se si assumerà una posizione solo negativa, se accanto alla rottura dei trattati non ci saranno proposte concrete, che dimostrino una capacità propositiva e la volontà di rimettere in moto quel processo di fondazione di un’Europa dei popoli che è stato per molti anni tradito. Se, com’è probabile, un «programma costituente» incontrerà il netto rifiuto delle forze garanti dell’Unione delle banche e del capitale, allora l’uscita diventerà comprensibile e sarà giustificata da una consapevolezza: un’Europa intesa come casa comune della democrazia parlamentare, della giustizia sociale, della pace e del progresso non può essere realizzata con le forze che hanno voluto l’Unione così com’è e si ostinano a sostenerla.

Un antifascista disse

Da decenni alla parola Europa si associano tre nomi e una sorta di bibbia: Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e il loro “Manifesto di Ventotene”, che riprese e perfezionò l’idea federalista di Carlo Rosselli. Da un punto di vista storico, infatti, non si può parlare di Europa unita senza ricordare che essa fu pensata anzitutto da antifascisti durante gli anni del fascismo. E’ molto raro, tuttavia, che, tornando a quegli anni e a quel testo, ci sia chi ricordi cosa pensavano Spinelli e i suoi compagni dei falsi europeisti; cosa pensavano cioè di coloro che tutti i giorni alzano la bandiera dell’Europa e però poi fanno tutto, tranne che costruire l’Europa di Ventotene:

«Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle Istituzioni fondamentali degli Stati Nazionali, i quadri superiori delle forze armate, […] quei gruppi del capitalismo che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelli degli Stati, […] hanno uomini e quadri abili, abituati a comandare, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Senza dubbio […] saranno la forza più pericolosa con cui bisognerà fare i conti». Così si legge nel testo del 1941. «Il punto sul quale essi cercheranno di fare leva – prosegue il Manifesto – sarà il sentimento popolare più diffuso e più facilmente adoperabile a scopi reazionari: la rabbia e la disperazione per l’ingiustizia del potere e quindi il patriottismo. […] Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo».

Quel tempo pare sia arrivato. Qual è il messaggio? I nostri nemici sono le forze del capitalismo, che non hanno patria, però fanno appello alla patria tutte le volte che vogliono scatenare guerre tra i poveri. Sembra che Spinelli parli del nostro presente. Se per europeismo si intende difendere questa Europa, non si può essere europeisti. D’altra parte, le domande che ci pongono queste parole sono chiare: come si sconfigge questa Unione? Come si scelgono gli alleati con cui fare la battaglia? La «France insoumise» è un’alleata. Insieme abbiamo una bussola e una teoria: siamo comunisti e crediamo che il capitale non abbia patria e che i popoli non si dividano in europeisti e antieuropeisti, ma in sfruttati e sfruttatori.

Ci ripetono spesso – ed è una narrazione completamente falsa – che «ce l’ha detto l’Europa» e perciò non si può fare in nessun altro modo. Ma è veramente così? Se gli spagnoli, che hanno una Costituzione nata dopo il franchismo, se gli italiani, che hanno una Costituzione nata dopo la caduta del fascismo e la Resistenza, dovessero decidere di non calare la testa di fronte ai diktat dell’Europa, se decidessero di contestare questo principio, allora sarebbero sovranisti? Sì, lo sarebbero; difenderebbero, però, non una astratta e falsa sovranità nazionale ma la concreta e giusta sovranità dei lavoratori e delle classi subalterne sul loro destino, sul loro diritto di decidere su tutto quello che riguarda la loro vita.

Una Costituente, una Costituzione

Nel 1980 Spinelli fonda il «club del Coccodrillo». Perché un uomo che apparentemente sta per vincere la sua battaglia – in fondo l’Europa sta nascendo in quegli anni – decide di raccogliere le intelligenze internazionali più sensibili ai problemi dell’antifascismo e dell’Unione europea dei popoli? Lo fa perché l’organismo che nasce in nome suo e del Manifesto che aveva firmato a Ventotene manca di una Costituzione. Manca e mancherà di una Costituzione, perché quattro anni dopo, nel 1984, benché fosse stato approvato dal Parlamento europeo, il suo progetto di Trattato costituzionale farà naufragio urtando contro gli scogli delle assemblee parlamentari e dei governi nazionali. Cos’è la Costituzione per un organismo statale? E’ un insieme di valori fondanti sui quali si regola la convivenza dei popoli. Senza una Carta costituzionale approvata dai popoli, può esistere una Europa unita? Spinelli pensava che no, non può realmente esistere. E non aveva torto.

D’altro canto, se l’Europa non si dà una Costituzione, qual è la gerarchia tra le leggi? Si può cavillare quanto si vuole su formule inventate ad arte per confondere le idee, come si è fatto con il sovranismo, ma la legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione. E questo principio vale per ogni Paese. La Merkel non può imporre alla Germania una regola europea contraria alla Costituzione tedesca. Non si deve obbedire a leggi europee, se esse sono in contrasto con la legge fondamentale del mio Stato.

L’articolo 1 della nostra Costituzione, che andrebbe letto avendo lo sguardo attento al suo valore storico, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e nella sua formulazione originaria non si parlava di lavoro ma di lavoratori. Se si pensa che l’80 % di coloro che scrissero e approvarono la Costituzione erano antifascisti e si legge questo articolo in termini di diritti riconosciuti, diventa chiaro che l’orientamento dell’Assemblea Costituente era di taglio profondamente sociale. Ed è altrettanto chiaro che se una regola proveniente da un organismo politico esterno alla Repubblica, che non è stato mai legittimato da una carta costituzionale votata e approvata dal nostro popolo, pone dei limiti ai diritti dei lavoratori, entra evidentemente in rotta di collisione con un principio della nostra Costituzione e non ha per noi alcun valore.

Questo non è sovranismo. In questo caso, quella che la propaganda di sedicenti europeisti presenta come una rivendicazione nazionale è di fatto una giusta reazione alla cancellazione di diritti garantiti dalla Costituzione. La resistenza contro il fascismo è nata anche perché ci si voleva riappropriare di diritti dei lavoratori che il fascismo aveva cancellato. È pensabile, del resto, che l’Unione dei popoli europei tenda a negare i diritti del lavoro? Rifiutare una simile Unione non significa volere tornare al nazionalismo. Vuol dire difendere diritti ed estenderli.

Le leggi, del resto, esistono in ordine gerarchico tra di loro. A noi la parola gerarchia non piace, ma in questo caso è necessaria perché non si può obbedire contemporaneamente a leggi che sono in contrasto tra loro. Si obbedisce a quella di grado superiore e tutte devono essere compatibili con essa, ovvero la Costituzione. Una circolare non ha valore di legge, una legge vale più di una circolare, ma tutte le leggi devono essere in linea con i principi costituzionali.

È vero, si è convenuto che le fonti del diritto della Comunità europea sono di primo grado, ma nessuno potrà seriamente sostenere che un trattato sia valido anche se viola i principi della Costituzione. Non c’è trattato che possa obbligare l’Italia a fare guerre di aggressione.  La mancanza di una Costituzione europea è stata di fatto sempre un problema per l’Europa unita, tant’è che sia pure ventiquattro anni dopo la nascita del «club del Coccodrillo», nel 2004, si è giunti alla firma di un Trattato per la Costituzione dell’Unione europea. Per avere un valore reale, quella Costituzione aveva naturalmente bisogno di una ratifica. Là dove poteva essere ratificata da organismi Istituzionali – in Italia, per esempio – la sedicente Costituzione è passata. E’ passata poi in Spagna con un referendum, ma è stata bocciata dai successivi referendum e rifiutata dai Federalisti europei.

Nella Francia nel 2005, l’anno del referendum sull’Europa, si diede vita al «grand debat», alla discussione pubblica che coinvolse larghi strati della popolazione. Le scuole del Paese erano aperte la sera – le aprivano e le chiudevano i cittadini – e la gente discuteva del proprio destino.

La stampa italiana presentava quel dibattito come uno scontro tra europeisti e nazionalisti. Non era affatto vero. Lo scontro riguardava i diritti. I francesi votarono no perché si resero perfettamente conto che li stavano espropriando di diritti. Quel testo non aveva i caratteri di una Costituzione: presentava principi neoliberisti come valori fondanti dell’organismo sovranazionale, si occupava solo di temi economici, santificava il capitalismo, mancava di ogni riferimento al ripudio della guerra, agevolava l’intervento di eserciti europei, cancellava diritti dei lavoratori, smantellava lo stato sociale e negava garanzie agli immigrati.

A conti fatti, la sedicente Costituzione non passò in Francia, non passò in Belgio e più tardi fu bocciata in Irlanda. La risposta dei vertici dell’Unione – e qui Spinelli aveva visto lontano – fu terribilmente antidemocratica. Si decise di annullare i referendum programmati e di redigere un nuovo testo che sarebbe stato approvato dai parlamenti nazionali. Di fatto i trattati assunsero così valore costituzionale. Un autentico inganno, un inganno di carattere eversivo nei confronti delle popolazioni.
Questo è il modo in cui ci sono stati sottratti diritti e conquiste ottenuti con lotte che sono spesso costate sangue. Nessuno ci ha regalato nulla e per quanto sia il prodotto di una mediazione, la Costituzione ha un’anima sociale dentro la quale trovano garanzia i nostri diritti sociali. Nel momento in cui la si manomette, inserendo tra i suoi articoli il pareggio di bilancio, si trasforma il Parlamento in una sede per ragionieri che fanno la partita doppia, il dare e l’avere, e poiché i conti sono in rosso, non puoi muovere un dito, non puoi fare niente. Che significa non poter far niente? Che è vero, sì, la Costituzione prevede il diritto alla salute, però per assicurarlo, lo Stato deve spendere soldi; poiché l’Europa glielo proibisce, la gente che non ha la possibilità di farlo a proprie spese non può curarsi.

Bisogna ubbidire all’Europa, ci dicono. E dov’è scritto? Dov’è scritto che la nostra legge costituzionale, così come le leggi costituzionali di altri Paesi membri dell’Unione, debba cedere il passo a un trattato? Soprattutto a un trattato che ne viola un principio e ha una caratteristica negativa inaccettabile: non è stato approvato dai popoli dell’Unione.

Con l’articolo 11 della nostra Costituzione l’Italia ripudia la guerra. È un principio fondante della Repubblica. Qualora ci si trovi di fronte a una crisi internazionale l’articolo prevede una limitazione della sovranità – la Costituzione parla di sovranità, ma non è certo sovranista – e consente di mandare uomini in armi fuori dai confini nazionali. Essi devono essere però sotto l’egida dell’ONU e operare per fermare la guerra, non per farla. Che c’entra questo con la NATO, con i bombardamenti in Libia, con Sarajevo bombardata da aerei italiani? E come si concilia con il ripudio della guerra?

Ci dicono che sono settant’anni che non si fanno guerre. Niente di più falso. Le bombe tirate sulla testa dei libici cos’erano? La verità è che aerei europei – e noi assieme agli altri – hanno bombardato la Libia, l’hanno resa un inferno, costringendo la popolazione a scappare e l’Europa ha negato l’accoglienza, facendo morire i profughi nel Mediterraneo, negandogli il diritto di sopravvivere, internandoli, alimentando il razzismo. Tutto questo è in sintonia con gli ideali di chi volle un’Europa unita? Ed è compatibile con la nostra Costituzione?

Come si è giunti a tal punto e come si è avverata la profezia di Spinelli? Nel 2011 due illustri sconosciuti, guarda caso, uomini del capitalismo, proprio come temeva Spinelli, hanno assunto un ruolo decisivo per il nostro Paese. Si chiamano Draghi e Trichet. Chi sono? Qualcuno li ha eletti? Qualcuno li ha incaricati di decidere quale sarà il futuro politico di un Paese dell’Unione? No, nessuno li ha eletti, eppure hanno potuto inviare una lettera al governo italiano per elencare i provvedimenti che doveva prendere. Quali provvedimenti? Tagliare le pensioni, tagliare la Sanità, cancellare uno a uno diritti costituzionalmente riconosciuti.

Se contestare questo potere è sovranismo, benissimo, possiamo definirci sovranisti. Se difendere i diritti dei lavoratori, minacciati dal capitalismo che si è impadronito di un’idea antifascista per trasformarla nella base ideologica di una Istituzione sovranazionale feroce quanto il fascismo, io sono sovranista. Stupisce l’uso della parola fascismo per parlare di questa Europa? Non dovrebbe. In un libro pregevole, Pietro Grifone, un antifascista confinato come Spinelli, ricostruendo la storia della finanza nel nostro Paese, mostrò come il modello politico del capitale finanziario fosse il fascismo stesso. La lettera di Draghi e Trichet conduce difilato a Salvini. Altro che europeismo. Chi, infatti, ha prodotto il neofascismo gialloverde in Italia se non quella lettera illegale che di fatto ci impose la cancellazione dei diritti?

Ecco, dunque, la nostra responsabilità, la responsabilità di Potere al Popolo!. Chiedere la ripresa di un processo costituente per un’Assemblea Costituente Europea, per una Costituzione Europea, per un Parlamento Europeo con pieni poteri e un Governo Europeo votati dai popoli europei. Solo di fronte a un eventuale rifiuto di questo processo che conserva un principio di orizzontalità pienamente democratico si potrà poi costruire, insieme alle altre forze europee nostre alleate, percorsi e pratiche di uscita da un sistema asfissiante.

Noi non dobbiamo fermarci alle formule vaghe, alle polemiche su sovranisti ed europeisti. Possiamo farlo, perché conosciamo e riconosciamo come nostri fratelli e sorelle gli sfruttati di tutti i Paesi dell’Unione e i migranti perseguitati e scacciati; consideriamo nemici gli sfruttatori di tutti i Paesi.

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visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

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Provo a mettere insieme i dati taciuti e ne tiro fuori l’insegnamento. Lo faccio ora, prima dell’esito di un bassorilievoreferendum che, comunque vada, segna la vittoria dei popoli sugli egoismi nazionali, le spinte autoritarie e l’Unione Bancaria Europea.
Che la tragedia greca non sia un banale fallimento economico, ma una battaglia di democrazia, condotta contro organismi economici che recitano ruoli politici impropri, diventa chiaro il 4 febbraio scorso, quando Draghi esclude i bond greci dai titoli utilizzabili dalle banche come “collaterale”. Il governo Tspiras è in carica solo da nove giorni e senza un motivo “tecnico” che giustifichi l’intervento Draghi lo costringe a dipendere totalmente dalla liquidità di emergenza fornita dal contagocce della BCE.
In gergo mafioso si dice “incaprettare”.
Com’è facile prevedere, la decisione è un colpo di pistola da starter che fa partire la fuga di capitali. Non contento, per stringere meglio il cappio, Draghi fissa un tetto per le banche greche in tema di acquisto di titoli di Stato. E’ trascorso così poco tempo dal passaggio di consegne destra-sinistra, la situazione è così uguale a se stessa, che lo strangolamento progressivo ha una sola possibile spiegazione: la BCE intende mandare a gambe all’aria il governo di sinistra, che rivendica il diritto di governare la crisi e oppone le sue proposte all’ukase dell’Europa. Un contegno che riduce l’Europa a una dittatura economica di organismi mai eletti, decisi a ridurre la Grecia al rango di colonia e ad impedire al governo Tsipras di prendere misure economiche a tutela degli strati più deboli e provati del Paese. Si è andati avanti così fino alla fine della trattativa e non aveva torto Grifone, quando sostenne che il regime politico del capitale finanziario è l’autoritarismo di stampo fascista.
Per quanto il circo mediatico abbia provato a fare da cassa di risonanza delle menzogne padronali, dal 4 febbraio la questione è diventata apertamente politica e ormai non c’è dubbio: la lotta per la sopravvivenza dei greci è anzitutto scontro per la democrazia in Europa. La scelta di Draghi è gravissima e si configura come il deliberato tentativo di un organismo di natura economica di alterare a fini politici la situazione finanziaria di un Paese sovrano. Fatte le debite proporzioni, si prepara così un golpe di tipo cileno, che non ha bisogno, però, di metter mano alle armi. Bastano i bancomat. Per vie traverse e meno scopertamente, si vuole fare a Tsipras e ai greci ciò che fu fatto a Salvador Allende e ai cileni.
Con questa pesantissima ipoteca si sono aperte e sono andate avanti le trattative tra l’Unione delle Banche Europee e la Grecia di Tsipras, che ha posto subito e invano un problema: la presenza al tavolo del Fondo Monetario Internazionale, che ha fatto la sua apparizione al livello politico solo da qualche anno – fu imposta dalla Germania nel 2010 – era ed è una contraddizione in termini. Il FMI, infatti, non ha nulla da spartire con l’Europa, è una “banca” mondiale, non ha dignità e legittimazione democratica per sedere a un tavolo politico e, particolare non del tutto marginale, è creditore di 32 miliardi contro i 300 degli Stati dell’Unione, ma risulta spesso decisivo.
Invano Tsipras ha prodotto un documento firmato nel 2012, in cui i creditori si impegnavano a ristrutturare il debito in cambio del conseguimento di un obiettivo che la Grecia ha centrato: 1.300 milioni di avanzo primario nel 2013. Per i creditori, l’accordo firmato è solo carta straccia. Invano si sono opposte controproposte a proposte ferocemente ultimative. Il 12% sui redditi superiori al milione di euro, un consistente aumento di tasse per le imprese, una forte sforbiciata alle spese militari, insomma otto miliardi di tagli in due anni – il 4,4 % del Pil – aggiunti a un rialzo dell’Iva, non sono bastati. La signora Lagarde è stata irremovibile. Ex serva sciocca di Sarkozy, giunta alla testa del Fondo Monetario Internazionale dopo il misterioso siluramento di Strauss-Kahn, che, si disse, allungava le zampe sulle cameriere d’albergo, è un disco incantato: tagli delle pensioni e degli stipendi. Tagli, per un Paese in cui il 60 % della popolazione supera o si accinge a superare la soglia di povertà e la mortalità infantile è salita a percentuali da Medio Evo.
Nessun creditore nega che cinque anni fa gli “scienziati” delle banche giuravano che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% in conseguenza del salasso imposto alla culla della civiltà europea. Siamo ormai a una contrazione del 25%, la medicina sta uccidendo il malato, ma il medico è lì e pretende di imporre ancora la sua ricetta: tagli di salario, pensioni ridotte all’elemosina, privatizzazioni selvagge, aumenti  indiscriminati di tasse e cancellazione di ciò che resta del welfare.
Se chiedete a Renzi cosa sia andato ad approvare a Bruxelles, non lo sa. I negoziati sono sempre stati in mano a tecnici non eletti e i ministri hanno firmato documenti di cui ignorano i particolari. Renzi, d’altra parte, nessuno l’ha eletto. Si è giunti al punto che il ministro d’Irlanda ha denunciato scandalizzato di non aver nemmeno potuto leggere la proposta presentata alla Grecia. L’avesse fatto, vi avrebbe trovato solo un esempio istruttivo di neonazismo economico: la paranoia di Schauble sulla sostenibilità del debito.
Per mesi le banche hanno creduto ottusamente nel loro potere d’intimidazione, ma gli è andata male. La forza superiore non spegne il conflitto e il greco Eraclito insegnò: “Avvengono le cose secondo contesa […]. Per l’anima morte è divenire acqua, per l’acqua morte il divenire terra, ma dalla terra vien l’acqua, dell’acqua l’anima”. L’unno Schauble non poteva capirlo: la parola è passata al popolo, che in queste ore sta decidendo. Non è retorica. E’ una stupenda pagina di storia e ancora una volta la potentissima flotta imperiale, che sognava il trionfo sulla piccola Atene, è intrappolata a Salamina. Uno a uno i grandi e impotenti vascelli colano a picco sotto l’urto delle agili imbarcazioni della democrazia. E’ una costante della storia: la forza delle ragioni sconfigge le ragioni della forza.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 luglio 2015

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1549497_1564135247161829_2775798583555018969_nMi inviano una petizione con la richiesta di diffonderla. Lo faccio, dopo avere firmato. Va bene sì. Petizioni, presidi e manifestazioni, occorrono e bisogna farli. Lasciatami dire, però fino in fondo qual è la mia opinione e non pensate che sia impazzito: da questa tragedia non usciremo così. La sola via possibile è la lotta dei popoli armati. Bisogna che ce lo diciamo e che lavoriamo per organizzarla. Tempo per aspettare, però, non ce n’è e le destre sono pronte a fare qui quello che stanno facendo in Ucraina. Non so lì come vada e chi lotti contro i nazifascisti finanziati dall’Europa e dagli USA. Non so se ci sia un partito, ma so che se i macellai del capitale passano in Ucraina e schiacciano la Grecia subito, tutto diventerà così difficile da essere poi quasi impossibile.
L’UE non ha una Costituzione democratica, approvata dai popoli ed è guidata da delinquenti che nessuno elegge e non rispondono al Parlamento. Quella che si è scatenata con l’unificazione della Germania è una guerra di classe dei ceti dirigenti, guerra dall’alto che non è condotta solo con le parole o le misure economiche. Le armi sparano ormai da tempo e tutto si tiene. Con la riunificazione della Germania il capitalismo ha gettato la maschera, tornando al nazifascismo. Questo è e da qui occorre partire. Cremaschi ha ragione: occorre insorgere e combattere con ogni mezzo. Cosa vuol dire insorgere? Per me significa organizzare la lotta dei popoli armati contro il capitalismo nazifascista risorto con la riunificazione tedesca. Dovrebbero muoversi anzitutto proprio i lavoratori tedeschi ai quali idealmente invio questo messaggio.

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Ecco la petizione diretta a Cittadini Europei.

“Questa petizione sarà consegnata a:Cittadini Europei
Diffondere una Campagna europea a sostegno della Grecia e del suo governo democratico nella difficile negoziazione per il ripristino dei diritti del popolo greco e dei popoli europei

E’ importantissimo far sentire in questi giorni, la voce dei cittadini europei a favore delle posizioni del legittimo e democratico governo greco che si sta battendo per una revisione e del debito. Un debito che è nato privato ed è diventato “pubblico” solo per salvare banche e istituzioni finanziarie (nord europee) che hanno speculato e giocato col fuoco dei derivati.

La battaglia della Grecia è la battaglia di tutti i cittadini europei contro le elites nazionali e internazionali dell’1-10% che negli anni della crisi si sono arricchiti oltre ogni limite a danno dei lavoratori, dei precari dei disoccupati.

L’Europa avrà un futuro solo se sarà ripristinato un equilibrio sostenibile tra paesi del nord e paesi del sud, solo se la ricchezza sarà ridistribuita all’interno dei singoli paesi, solo se le istituzioni finanziarie torneranno a rispondere ai governi democratici.

Lanciamo e diffondiamo una campagna europea a sostegno del governo greco. Dagli esiti della negoziazione in corso, dipenderà il futuro del nostro continente e delle generazioni future”.

Rodolfo Ricci

Per aderire, clicca sul link.

Uscito su Contropiano, 7 febbrai

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milano45A Strasburgo, nel 1985, Sandro Pertini spiegò al mondo qual era il  ruolo dell’Italia nell’Europa e quale Europa unita volessero gli italiani: “L’Italia, ebbe a dire, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire”.
Mentre stravolgono la Costituzione e si rimangiano una dietro l’altra le loro solenni promesse, Renzi e la Boschi. che moltiplicati per cento non basterebbero a restituirci Pertini, sfilano grossolanamente quattrini dalle tasche dei contribuenti e li passano ai generali…
Nel religioso silenzio dei media, il 23 luglio il Consiglio dei ministri del sedicente Governo Renzi, non s’è occupato di pensioni bloccate e fabbriche che chiudono, tanto chi se ne frega? Sono affari della povera gente. Tra una barzelletta toscana, una comparsata più o meno cinematografica della Madia e un’esibizione da “Madonna del presepe” della ministra Boschi, Renzi ha sfilato 450 milioni di euro dalle tasche dei contribuenti e li ha utilizzate per spese di guerra.
Gli ospedali sono in ginocchio, le scuole agonizzano, le università non sanno come andare avanti? E chi se ne frega? Senza quel mezzo miliardo come si potrebbero fare esercitazioni con i criminali israeliani? Come si manderebbero in giro tiratori scelti ad ammazzare pescatori? Come si farebba la guerra per la pace in Afghanistan e in giro per il mondo?
Dieci milioni di italiani vivono ormai al di sotto della soglia di sopravvivenza e che ti fa il nuovissimo Renzi? Quello che avrebbe fatto al suo posto un qualunque Matusalemme: tira fuori un fiume di soldi per finanziare la “proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia”! I soldati possono dormire soldi tranquilli: il furto con destrezza è riuscito perfettamente e fino al 31 dicembre l’Italia guerriera scialerà. La spartizione della torta non delude nessuno.
Per la sola Europa, 336 milioni di euro sono andati al personale militare che ha messo radici nella Jugoslavia squartata; 3 milioni e mezzo se ne sono andati per l’incredibile presenza delle nostre Forze di polizia in Albania e nei Paesi dell’area balcanica (da noi evidentemente la criminalità organizzata l’abbiamo debellata); 133.921 euro c’è costata la proroga della partecipazione di personale militare alla missione delle Nazioni Unite a Cipro e 7.732.311 euro quella del personale militare addetto alla missione nel Mediterraneo denominata Active Endeavour.
Non è finita. Per tenere in piedi la baracca in Libano, Afghanistan e nelle missioni inviate negli Emirati Arabi, n Bahrain, Qatar, in Palestina, al valico di Rafah e in Georgia, invece di aiutare i milioni di sventurati creati dal neoliberismo, abbiamo finanziato il personale militare, quello appartenente al Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana e della Polizia di Stato con la bellezza di 262.214.956 euro. Più “economica” l’Africa, dove teniamo uomini e mezzi in Libia, nei mari per il contrasto della pirateria, in Somalia, nel Corno d’Africa, nell’Oceano indiano occidentale, nella Repubblica di Gibuti, in Mali e nella Repubblica Centrafricana per la “modica” spesa di 42. 843.003 euro.
Mezzo miliardo, euro più euro, in meno, che il pupo fiorentino ha tolto di bocca alla povera gente, Poi verranno i cacciabombardieri. Andrà avanti così, finché la gente non capirà che aveva ragione Pertini: “Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’uno presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. La libertà non integrata da una politica che s’ispiri al principio della giustizia sociale, si risolve spesso nella libertà di morire di fame”. Pertini era quello che oggi si definirebbe un estremista. Bene. E’ tempo che tutti lo diventiamo. Non possiamo lasciare il futuro dei nostri figli in mano a questa gente.

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Mi scrive un lettoreIl commento è un po’ romanzato ma la sostanza è questa: «La Scuola? Massimo rispetto, per carità, ci metto la maiuscola. Un’importante funzione sociale, un vasto potenziale per numero di addetti, ma»… C’è un ma che hai sentito milioni di volte. Una litania, un ritornello assillante, giornali, televisione, autobus, famiglia, metropolitana: «Oggi, salvo lodevolissime ma rare eccezioni, la scuola è infestata da una classe docente ignorante, parassitaria, conservatrice e indisponibile ad ogni forma di evoluzione».
Altro che maiuscola! Non fai in tempo a replicare che arriva la minuscola:
«Gli insegnanti si muovono solo per protestare in piazza, orientati da un’appartenenza politica che ne fa un tradizionale bacino elettorale. Insomma, una categoria funzionale al mantenimento della “casta”.
Nell’immaginario collettivo è così: gli insegnanti, massacrati dalla politica, sono il solido sostegno dei politici. Salvo lodevolissime ma rare eccezioni, non c’è famiglia in cui i genitori non sentano il bisogno di impartire ai figli studenti la doverosa lezione: «Gli insegnati non li stimiamo. Li conosciamo bene e non li stimiamo. Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti».
E’ vero, la prima reazione è un moto di stupore e la risposta è acuta: «Più dei tuoi colleghi, papà?», chiedono, sorpresi e un po’ insospettiti, i ragazzini, che ne sanno ormai di cotte e di crude su tutto e su tutti. La risposta, però, tocca la corda morale e liquida i dubbi:
«No, non più di altre categorie. A loro però è affidata la futura possibilità che i giovani possano inserirsi da cittadini e non da “sudditi furbi” in un mondo nuovo che in altri Paesi, in Europa soprattutto, stanno disegnando».
Una condanna senza appello e un ragionamento che a prima vista non fa una piega: «come esempio, noi facciamo pena, è vero, ma loro, i docenti, stanno lì apposta per rimediare». Cacchio, che fa un insegnante in cinque ore di scuola, se non riesce a ripulire le piaghe purulente d’una società messa ormai veramente male? L’imprenditore evade? L’avvocato e l’architetto danno i numeri? La sanità è un affare da miliardi e non si capisce più chi è la guardia e chi il ladro, sicché la casa crolla? Beh, l’insegnante faccia il suo mestiere, no? Glielo dica ai ragazzi: non fate anche voi così, mi raccomando, non rubate.
Ormai, i panni sporchi non si lavano più in famiglia. E’ la scuola la grande lavandaia d’Italia! La scuola, sì, che tuttavia, guarda caso, non sa che pesci pigliare ed è sempre più a corto di detersivo. Agli insegnanti, d’altra parte, tanti ragazzi non credono più e non hanno torto; papà li ha avvisati: «Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti». E’ vero, ci sono i dirigenti scolastici, ma li si vuole “capi” e autoritari e anche per loro non sono rose e fiori. Quando gli va bene, «sono l’espressione relativa dell’attuale classe dirigente italiana e, come tale, agiscono e dirigono il loro piccolo “regno”».
In un paese così ridotto, è facile sognare e ancora più facile scambiare fischi per fiaschi. Quanti siano i fischi e quanti i fiaschi, non è possibile dire, perché sui numeri ormai imbrogliano tutti, ma in queste condizioni, c’è sempre più gente che apertamente dichiara: «credo che Renzi debba “decapitare” l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese in ogni direzione. Lo so che è brutale e richiede qualche compromesso ma, al momento, non vedo alternativa».

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Temo che questa maniera di ragionare non sia figlia del caso e non sia una novità. La conclusione del breve commento offre, di fatto, una sintesi illuminante del rapporto che lega Renzi a quanti si attendono dall’ex sindaco la “rivoluzione” che cambi il Paese: «credo che Renzi debba “decapitare”… in ogni direzione».
Non penso di sbagliare, se dico che questa speranza corrisponde, persino nelle parole, a quella che nell’immediato primo dopoguerra condusse a Roma un avventuriero senza storia. I giornali dell’epoca sono testimoni di quel suicidio della democrazia liberale. Fu un’aspettativa di cambiamento, irrazionale e del tutto infondata, che aprì la via al fascismo, come ricorda il titolo che Renzo De Felice volle dare al primo volume della sua biografia del duce: “Mussolini il rivoluzionario”.
La storia non si ripete, è vero, se non per diventare farsa; il fascismo è ufficialmente morto e chissà  che accadrà domani. E’ singolare, però, l’incoscienza con cui, di fronte a ogni crisi economica, soprattutto se finanziaria, il nostro Paese affronta il tema dei diritti e della democrazia. Renzi è probabilmente il clone meglio riuscito di quella classe dirigente che dovrebbe “decapitare”; lavora gomito a gomito con Berlusconi, ha il consenso indiscusso dei grandi monopoli dell’informazione, gode dell’appoggio dei Monti, dei Casini e degli Alfano e ha per padrini “uomini nuovi” come Giorgio Napolitano, uno che ha messo le tende a Montecitorio nei primi anni cinquanta e – caso unico nella nostra storia – è al secondo mandato da Presidente della repubblica. Renzi ha il compito di fare il boia, questo è vero, ma decapiterà solo i diritti sanciti dalla Costituzione. Non so dove abbiano studiato i ferocissimi critici dei nostri docenti, in quali scuole e in quali università si siano formati e non so nemmeno quanti tra loro pensino per davvero che i loro insegnanti siano stati individui “piccoli” e disonesti. So che su un punto hanno certamente ragione: il nostro sistema formativo ha fallito. Ciò che pensa ormai tanta gente, anche intellettualmente onesta, ne è una prova. Amara ma inconfutabile. Quando in buona fede si scambia l’effetto con la causa, vuol dire che il senso critico è stato davvero messo al bando.
Non c’è nulla di più sconcertante della convinzione ferma, quanto ottusa, che in un Paese molto malato possa esistere una scuola in piena salute. L’Italia ha una febbre da cavallo e nel delirio ha un incubo ricorrente: pensa che la terapia in grado di curarla sia nelle mani di un pupo pronto a usare la scure. Il microscopio, però, non ha dubbi: il virus che ci ammazzerà è proprio l’attesa terapia. In quanto all’Europa che andrebbe disegnando un mondo migliore, non so quale sia quella che suscita speranze disperate; io la vedo all’opera ogni giorno: è quella dei CIE e degli affogamenti nel Canale di Sicilia, quella che appoggia i nazisti ucraini e tace sulla Palestina. L’Europa sempre più razzista che dilaga e ci avverte: non vuole la guerra, ma non la esclude.
In quali riforme speri chi ha scelto Renzi come salutare boia della democrazia non è chiaro a nessuno. Le uniche di cui si ha notizia sono quelle del misterioso “accordo del Nazzareno”. Il patto con Berlusconi. Una strage probabilmente ci sarà, ma non cadranno di certo le teste di coloro che costituiscono “l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese”. Non s’è mai visto un boia che decapiti se stesso.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2014

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