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Posts Tagged ‘Trichet’

Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

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emblem_of_italy-svgCosa pensereste di un uomo che, ricevuta una lettera da un estraneo che pretende di spiegargli come gestire casa sua, invece di mandarlo a farsi benedire, s’inchina e ubbidisce senza fiatare?
Napolitano ha fatto così con la lettera di Trichet…
Che opinione vi fareste di un uomo che giustamente chiede la massima trasparenza alla moglie e ai figli però, per suo conto, nasconde quello ciò che fa e non consente a nessuno, né moglie, né figli, di sapere che combina quando esce di casa?
Napolitano ha fatto così con le intercettazioni: le ha fatte distruggere e nessuno saprà mai quello che ha combinato…
Che diavolo direste di un amico fidato, al quale affidate un vostro bene prezioso e lui, dopo avervi giurato la massima cura, lascia che il primo venuto ci metta mano e lo rovini?
E’ proprio così che Napolitano ha fatto con la Costituzione…
Poiché a questo mondo accade di tutto e non si capisce più niente, un’altra domanda ve la voglio fare. Quanto pensate che valga un uomo pagato per tutelare la vostra salute, che vi nasconde i pericoli che correte a rischio di farvi ammazzare?
Beh, Napolitano ha fatto così con i veleni che ci circondano e mettono a rischio la nostra pelle…
Pensereste che uno di cui fidarsi? Direste che è un criminale, un traditore, un uomo ricattato, un inetto, un profittatore? Non so quale di queste risposte vi sembrerà più giusta e non mi pare un problema serio, perché vanno tutte bene per l’uomo di cui stiamo parlando. Il guaio vero è che quest’uomo pretende di essere il padre della nuova Costituzione.
Che fate a dicembre, votate sì?

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Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Tutto si tiene. Il Parlamento dei nominati, la Costituzione di Trichet, la ministra che nella vita ha fatto solo la Madonna nel presepe vivente e il pupo analfabeta che si atteggia a statista. Poteva mai mancare la dirigente che scambia la scuola per un’azienda privata e vieta la commemorazione delle Quattro Giornate? Non poteva mancare, come non mancano i silenzi omertosi e gli avvocati d’ufficio. I tempi sono questi, il capo ha sempre ragione e la regola d’oro consiglia: schiena flessibile e tira a campare.
Tutto si tiene, ma siamo ben oltre i confini della decenza. Il liceo classico “Jacopo Sannazaro” non fu solo un posto di comando partigiano durante l’insurrezione contro il fascismo che torna. Fu camera ardente per i combattenti uccisi e luogo simbolo della Resistenza e della guerra di liberazione che da lì iniziarono il sanguinoso cammino verso la Repubblica e quella Costituzione che si vorrebbe cancellare in nome del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutto si tiene e il no della Dirigente scolastica si inserisce alla perfezione nel clima di crescente violenza istituzionale, di sovversivismo delle classi dirigenti, per cui si ignorano le sentenze della Consulta, si espellono i richiedenti asilo, si confinano gli immigrati e si uccide la scuola. Il no della dirigente scolastica del Sannazaro ha un obiettivo chiaro e tutto politico: impedire che la memoria storica rafforzi la coscienza critica degli studenti.
Non ci vuole molta immaginazione ed è facile capire che scuola avremo se al referendum dovesse vincere la premeditata ferocia delle banche. Quello che è veramente difficile da capire è la posizione scelta dagli esponenti del fronte del no, che hanno accettato il discorso sulla necessità di “entrare nel merito” di una riforma golpista, mettendo così in ombra il solo dato di fatto che conta: la legittimità morale e politica dei “riformatori”.
E’ Renzi il responsabile di quello che è accaduto al Sannazzaro. Renzi e la banda di abusivi che ha trasformato il Parlamento in una nuova Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Bisogna avere il coraggio di scriverlo in un documento e poi comportarsi di conseguenza: noi non riconosciamo la legittimità di questo Parlamento e di questo governo e non accetteremo il verdetto del Referendum.

Agoravox e Contropiano, 13 ottobre 2016

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pistola_fumanteUn filo rosso percorre la Costituzione: uno spirito sociale e antifascista. Come e perché si è giunti alla decisione di cambiare? Non è un’idea nuova, ma quest’ultimo tentativo si inserisce in uno specifico contesto internazionale e diventa progetto operativo dopo un evento anomalo, che ha una data precisa. Cominciamo dal contesto internazionale.
Ormai è storia: dal dicembre del 2001 al luglio del 2003, la Convenzione Europea cerca invano soluzioni ai problemi istituzionali dell’Europa unita. I suoi membri, però, non sono eletti direttamente dai popoli ed è paradossale: l’organismo, nato per dare una mano di vernice democratica al processo di unificazione, non è un modello di democrazia. La Convenzione scrive una Costituzione, ma prima i Federalisti, che non sono certo nazionalisti, poi buona parte dell’opinione pubblica, puntano il dito: non è una Costituzione, si dice, ma un insieme di norme su economia e mercato. L’unica Istituzione eletta dal popolo è il Parlamento europeo, privo però di un vero potere di iniziativa legislativa, che spetta a una Commissione composta di membri di nomina governativa. Presto diventa chiaro che il documento non rispetta le Costituzioni democratiche delle nazioni aderenti, spesso più avanzate, e vincola i cittadini e gli Stati, più che le Istituzioni europee. Tutto sommato, è una discutibile bibbia neoliberista, che dà preminenza assoluta ai temi economici e capitalistici, non fa riferimento al ripudio della guerra e scarse, quando non assenti, sono le garanzie per lavoratori, immigrati e welfare state.
Sottoposta a referendum, la Costituzione riceve uno dietro l’altro i no della Francia e dei Paesi Bassi. Ero a Parigi, al tempo del «Grand debat» sull’identità europea e sul referendum per la Costituzione. Nulla di più lontano dal nazionalismo. Francesi erano Schuman, Monnet, Delors e Mitterrand. Se ora in Francia c’è la Le Pen, è perché l’Unione, invece di mutare registro, ha ripudiato il progetto. Dal punto di vista storico, la Convenzione Europea è l’equivalente di Costituente e la prova del fallimento storico dei tentativi di garantire legittimità democratica all’Unione e renderne le Istituzioni realmente rappresentative dei cittadini degli Stati membri. Ma la storia pesa sul futuro e non a caso l’Europa ha perso il Regno Unito e non ha una Costituzione.
In questo contesto si colloca un evento cruciale. Il 5 agosto 2011 Berlusconi, Presidente del Consiglio in carica, riceve una lettera riservata dal banchiere Jean Claude Trichet, cittadino francese senza ruoli politici riconosciuti dalle nostre leggi; a Trichet fa da spalla Draghi, un italiano di cui si sa solo che ha le mani in pasta nel disastro greco e nessuno l’ha eletto in ruoli politici. Rispettivamente presidente e vice presidente della Banca Centrale Europea, i due si occupano di monete, cambi, regolarità dei sistemi di pagamento e vigilanza sugli enti creditizi negli Stati membri. Nessun titolo per «consigliare» scelte politiche ai capi di Governo.
La lettera contiene una terapia per malati da rianimare; i farmaci sono misure antispeculazione che l’Italia deve attuare «con urgenza», per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali». Intrugli miracolosi da medico cerusico: liberalizzazioni; riforma del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva, per adeguare salari e condizioni di lavoro alle pretese delle aziende; revisione delle norme sul licenziamento, tagli per sanità, giustizia e istruzione, riforma delle pensioni, e, se occorre, riduzione degli stipendi. Per ricette come queste è andato in malora ormai mezzo mondo e, ciò che più conta, i farmaci sono inconciliabili con le regole di casa nostra. I rischi d’incostituzionalità sono dietro l’angolo, perché da noi il lavoro è valore fondativo della Costituzione, che lo tutela, fissa principi di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, riconosce pari diritti a lavoratori e lavoratrici e affida alla repubblica il compito di curarne la formazione e l’elevazione professionale. Né va meglio per le liberalizzazioni, che potrebbero fare i conti con la tutela della salute dell’individuo, dell’interesse collettivo e della salubrità dell’ambiente, minacciati dall’inquinamento che con il «libero mercato» ha molto da spartire. Senza contare la necessità di «stabilire equi rapporti sociali», il trasferimento «allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti di […] imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energie» che «abbiano preminente interesse generale». Certo, la Costituzione non assegna ai lavoratori e alle loro associazioni le terre espropriate, come propone alla Costituente il socialista Jacometti, e non accoglie l’invito a «rompere il sistema» giunto da Di Vittorio; l’on. Taviani, anzi, rassicura l’Assemblea: non c’è un «intervento dello Stato per la socializzazione»; tuttavia, quando il liberale Epicarmo Corbino chiede di riferire l’imposizione di limiti alla proprietà in generale, abolendo la parola «privata», la risposta è rivelatrice: «il pericolo che si smarrisca il senso della funzione sociale riflette […] la proprietà privata».
Per quanto riguarda, poi, l’istruzione, complemento necessario del suffragio universale, essa ha un ruolo vitale e Calamandrei individua in un articolo che la riguarda, il n. 34, il più importante della nostra Costituzione. L’apparente semplicità del testo – «La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» – è un baluardo contro ogni tentazione autoritaria; è la scuola, infatti, solo la scuola che «può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali», sicché la classe dirigente non «sia una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine», ma risulti «aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie». Prima di tutto, quindi, scuola di Stato, perché, recita l’art. 33, è la Repubblica che «detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». La scuola di Stato, però, non è estranea al disegno di una società democratica ed è, anzi, lo strumento principale per la realizzazione di due articoli fondamentali, il n. 3 per il quale, «tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali» e il n. 51, che così recita: «tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge». A scuola, nella scuola di Stato, si forma il sentimento di eguaglianza civica e si crea il rispetto di tutte le opinioni e di tutte le fedi. «Quando la scuola pubblica è così forte e sicura», scrive Calamandrei, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, […] può essere un bene».
Trichet e la sua lettera rientrano perfettamente nell’area privata che Calamandrei definisce «pericolosa»; è l’esponente di una scuola economica che abolisce la mediazione e sostiene una concezione classista e autoritaria della società. Per Trichet contano le leggi del mercato e la sua idea di società si fonda su principi che non si discutono e non prevedono conflitto. Per la nostra Costituzione il conflitto è un valore e la mediazione una legge di cambiamento; per Trichet la libertà si misura sul mercato, mentre la Costituzione della Repubblica regola il mercato e lo subordina ai diritti della società nel suo insieme. Trichet è l’equivalente di quello che Calamandrei definisce «partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura». Non a caso Renzi si è inventato la «buona scuola» e ha messo in ginocchio la scuola statale. Formando i giovani al senso critico e all’autonomia di pensiero, educa alla «resistenza» e produce «conflitto».
L’Europa di Trichet non ha una Costituzione, l’Italia ce l’ha, è antifascista ed è pensata per contrastare ogni forma di autoritarismo. Non potendo farne a meno, come si è potuto fare per l’Europa, bisogna se non altro cambiarla. E’ questo l’ultimo, velenoso intruglio che Trichet «consiglia» al nostro Governo. Un veleno che Renzi somministra volentieri al Paese con intenti eversivi: rompere gli equilibri e rafforzare il Governo.

Fuoriregistro, 4 settembre 2016

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imagesOnore al merito! Renzi e i suoi hanno trovato finalmente una sintesi fulminante per eseguire a puntino il programma del governo Draghi-Trichet, che prevede di cancellare dalla spesa pubblica il peso vergognoso dei costi per la salute dei poveri e dei vecchi. Soprattutto di quei cialtroni che, nonostante la Fornero, prendono ancora una maledettissima pensione. Per dire che vuoi mandare al camposanto rapidamente i poveri malati, ora c’è il verbo “efficientare”.

Il governo, infatti, sta efficientando le Asl, i medici di base e il “Soccorso troppo pronto” che hai sotto casa e finisce che poi qualcuno se la cava.

Sia chiaro, l’ASL non ti abbandona al tuo destino! Specchietto, carta e penna non mancheranno e il certificato di morte non costa niente. Tutto il resto, si sa, è uno spreco e se ci tieni a sapere come ti va il colesterolo, vecchio parassita, metti mano alla tasca e paga!

Di buono però c’è l’esempio. Come accade per le siringhe e gli aghi, ci sono pistole e pallottole per ogni tasca e i ragazzini delle babygangs trasformano una pistola giocattolo in un’economica colt a un colpo solo. Il tiratore, s’intende, non deve scialacquare, ma con l’applicazione ci si riesce presto: a ogni colpo, un cavaliere a terra. Il maestro ti detta il tempo: un colpo, un pupo, un colpo un pupo, un colpo un pupo… Di tutti i necessari risparmi, questo sta diventando il più necessario: un colpo un pupo, un colpo un pupo… Poi sarà il turno dei pupari.

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Da oggi la maggiominoranza può controllare i nostri conti, così non perderà tempo quando vorrà derubarci. Intanto, pare che nello scontro tra gruppi di potere e ceti borghesi, l’Europa delle banche stia mettendo sotto la parte che sta con un vecchio cialtrone. In giro c’è aria di festa grande. Controllino pure quello che vogliono, oggi si fa festa perché qualcuno fa tintinnare le manette – un tempo dicevamo forcaioli – e a nessuno viene in mente che, piaccia o no, sia furbizia o populismo, perde la parte che sta provato a dire un qualche no agli strozzini di Bruxelles. Nessuno ricorda che a novembre del 2011, mentre si cantava “bella ciao”, festeggiando la nuova Liberazione, una lettere dell’Europa di Trichet. ci imponeva Monti e Fornero che ci hanno massacrati.

Ormai siamo controllati come muoviamo un passo – telecamere, cellulari, pc, facebook e chissà quali altre diavolerie – eppure si fa festa per una galera minacciata dopo un processo strano che stuzzica pruriti e abbaglia. Un processo in cui dovrebbe esserci un omicidio, ma il morto è un testimone che si dichiara vivo. A me di Berlusconi non interessa nulla. E’ un cialtrone che ha fatto il bello e il cattivo tempo grazie a milioni di voti liberamente dati, a parlamentari venduti, opposizioni complici e leggi ignorate. Se fa schifo lui, non sono meglio gli altri e si vede chiaro: stiamo assistendo a un imbroglio colossale, c’è un governo che tradisce il voto degli elettori, un presidente che non se n’è andato, un Parlamento che non abbiamo eletto; non c’è nessuno che possa dirsi innocente, nemmeno la magistratura, ma sono in tanti a stare coi giudici  perché così vuole il lavaggio del cervello che dura da decenni.

Andando aventi di questo passo, applauso dopo applauso, controllo dopo controllo, verrà la censura sulla posta, verrà l’obbligo di firma al tramonto prima di chiudersi in casa. Verrà tutto questo, ma noi applaudiremo i giudici perché in questa sorta di immensa galera in cui ci stanno chiudendo, se non daremo troppo fastidio, ci consentiranno l’ora d’aria e un colloquio mensile con la famiglia.

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Avrebbero avuto ben altro senso, la condanna della violenza e l’improvvisa passione legalitaria, se ci si fosse sdegnati con pari veemenza per i patti con Gheddafi, gli omicidi libici e le leggi razziste di questi anni. Non è stato così e i nuovi ”nonviolenti“ hanno votato indifferenti due destre responsabili di violenze ben più gravi di quella che li indigna. Sarebbe stati credibile il palpito di “nonviolenza“, se dei presidi messi in piedi dai nostri figli contro i campi di concentramento per stranieri, avessimo fatto bandiera di legalità violata da una inaudita violenza di Stato. Se, dico per dire, quando i giovani, violentemente privati del futuro, lottavano per la scuola della Costituzione, tra cariche e lacrimogeni, i “neononviolenti”, nati evidentemente a Roma il 15 ottobre del 2011, fossero stati con loro per protestare sull’invalicabile linea rossa che il 14 dicembre scorso protesse i violentissimi tagli della Gelmini e la compravendita parlamentare. Mi sarei “tolto il cappello” se, in nome della “nonviolenza”, si fosse scesi in piazza per restarci, quando i responsabili dell’ordine pubblico condannati per i fatti di Genova furono premiati con oscene promozioni. Se, vado a caso, quando fu ucciso vilmente Cucchi, avessimo incrociato le braccia per condannare la violenza di Stato che l’ammazzò. Non è stato così, ma prendo atto: alleluia! Il 15 ottobre è resuscitata la “nonviolenza“. Forse non era ciò che volevano gli ignoti quindicenni incappucciati, che sono figli nostri, forse il parto è stato così travagliato che la creatura, se non cieca, ora è orba – qui combatte animosa la violenza, lì è complice e non sai perché – ma, dice il poeta, “nunc est bibendum“. Col tempo migliorerà.

In piazza il 15 ottobre parlava la gente che soffre. Più voci, certo, non ancora l’armonia del coro, qualche stecca, la nota stonata, ma un pullulare d’anticorpi e la rappresentazione plastica d’una “crisi di rigetto”. Era lampante: il circo Barnum ha messo le tende a Montecitorio, l’antipolitica governa la politica e invano pennivendoli e velinari aprono un fuoco di fila di analisi a “senso unico”, recitano l’opera buffa dello sdegno e fanno i paladini di “indignati” traditi da “teppisti”. “Buoni” contro “cattivi”. il potere sperimenta la sapienza latina: divide et impera. E’ il vizio di chi, perso il pelo, non solo rimane lupo ma, per sopramisura, si fa pure volpe.
Scatenato, il circo mediatico fa lo specchio deformante. Il punto, dice, è la violenza, ma lo sapevano tutti: c’era chi la voleva, chi la temeva e chi la preparava. nessuno parlava, perché, a cose fatte, serviva l’allarme: “è ora di reagire”. E via con le leggi speciali. Tempo perso. Se schiacci i popoli, la rabbia cresce e non bastano prediche di neopacifisti o minacce di provvedimenti. La storia non fa sconti e il punto non è la violenza, il punto è la sofferenza.

Violenza, si ripete. Qualcuno sta li a rivendicarla con passione quasi “estetica” – e magari se n’è stato prudentemente a casa – altri puntano il dito su compagni diventati d’un tratto nemici e non manca chi prende la via sperimentata del “complotto” e degli immancabili infiltrati. In tanti, e qui forse è il punto delicato, sorpresi e impauriti, danno l’addio alle armi e in piazza non si vedranno più. Non gli servirà a molto: la fame attraversa i muri e apre ogni porta.
Violenza, dite? D’accordo, violenza se ci tenete, ma una parola ha mille sfumature e spesso cela inganni. La violenza del dissenso siriano, per esempio, qui trova mercato, ha la bellezza struggente e il fascino della libertà. E’ una rivoluzione asettica, fa impazzire di passione democratica e non fa paura, tanto, si sa, che c’entriamo? “Lì c’è una dittatura”. Sfumature così sottili e ingannevoli, che s’è scoperta persino la violenza “umanitaria”, proditoria, sanguinosa e spudorata come in Libia, ma capace di passare per un’affermazione della “democrazia”. Il monopolio della violenza, che tocca allo Stato, fa i miracoli dei santi: le bombe per un verso sono una straordinaria “difesa dei civili”, per l’altro fanno a pezzi con tanto di diritto legale al macello. Bollo e timbro delle Nazioni Unite. Che volete di più? La violenza è il barbaro pilastro della guerra alla barbarie del terrorismo, un totem da venerare ovunque c’è una rapina di petrolio da legalizzare, diritti di popoli da negare e uno sconcio da contrabbandare per amara necessità di “esportare democrazia”. L’immancabile, ambigua, nobile e diabolica “democrazia occidentale”.

Ma cos’è oggi la democrazia cui si consente tutto e contro la quale la violenza è prima bestemmia e poi sacrilegio?
Il diritto riconosciuto a Trichet di imporre licenziamenti di massa e uccidere la speranza, l’arbitrio concesso a Marchionne, che schiavizza i lavoratori, la lettera di Draghi che affama i vecchi e rapina i giovani, questo è democrazia. Atroce messinscena. La violenza, oggi, si chiama così: democrazia. Violenza e democrazia sono allo stesso tempo i conti pubblici piegati agli interessi delle banche e la vita della povera gente sacrificata alle regole del mercato. La democrazia oggi è la violenza usata a Montesquieu in nome dei profitti, la restaurazione della Bastiglia, il commercio dei voti in un Parlamento che fu tabernacolo di “civiltà borghese”. Democrazia è violenza di leggi fuorilegge. Democrazia è polizia armata fino ai denti coi soldi di tutti noi, ipocriti moralisti, per internare gli immigrati, massacrare di botte i pastori sardi nel porto di Civitavecchia, sostenere con la forza armata bande di privilegiati, tutelare gli evasori, i “condonati” e i loro padrini politici, imporre a manganellate discariche velenose a popolazioni che non ci stanno. Questo è democrazia: lunghe file di immigrati davanti alle questure, il miserabile contrabbando di permessi di soggiorno e la guerra tra poveri e disperati.
Questa inaudita violenza è oggi la democrazia, ma va bene così e si dice che mercato e profitto son legge di natura, che il capitale non è un fenomeno storico intessuto di arbitrio e sopraffazione, ma l’ultima delle tavole consegnate a Mosè.

A ben vedere, la sola violenza che apre la porta della galera e accende i salotti buoni televisivi è la rabbia dei giovani che si rivoltano per tirarsi dietro precari scippati, lavorati sfruttati, disoccupati umiliati e poveri sempre più poveri e disperati. Questa sì, questa è violenza. E qui, tutti allerta, qui ci schieriamo contro scandalizzati: il fenomeno è italiano. E’ falso. Cameron insegue teppisti, la Grecia ha gli anarco-insurrezionalisti e se non ci sarà via d’uscita, non so quando, non so con quale nome, sarà rivolta ovunque una lettera di Draghi produrrà disperazione.
La verità è che quando i popoli lottano per la sopravvivenza e la dignità, quando si dice crisi per dire che si rifiuta la terapia del dolore ai malati terminali e si avvelenano l’aria, l’acqua e il suolo in nome del delirio neoliberista, quando lo sfruttamento feroce nega speranze a intere generazioni di giovani, la violenza è nelle cose, si chiama potere e colpisce le ragioni della civile convivenza. In queste condizioni, la rivolta, esito fatale di inaccettabili provocazione, è racconto di una indicibile sofferenza, narrazione leggibile e comprensibile di un terremoto annunciato. Non c’è dubbio, c’è una incalcolabile differenza tra un’auto bruciata e l’urto contro la “zona rossa”; tuttavia la tensione crescerà e, violenza o non violenza, conterà soprattutto l’efficacia della “narrazione”. Se i fatti parlano, il dolore aggrega. Si dice – ma andrebbe verificato – che questo non è politica, perché la politica suscita e orienta forze, indica modi e pratiche che producono incontri e “civilizzano” lo scontro. Ma dov’è la politica? E’ il dito di Bossi la politica? Lo è diventato perché per D’Alema è “costola della sinistra”? E’ D’Alema, che battezza Bossi? E’ Berlusconi, che il partito di Bersani salvò dall’inferno con la bicamerale? Sono Fini e Casini la politica, gli ex amici dell’amico di Mangano? Dov’è la politica che ora, scandalizzata, invoca leggi speciali? Si chiama Vendola che da sinistra fa blocco con sceriffi alla Di Pietro? E’ Draghi la politica o per caso Trichet? Dov’è la politica? In quanto all’etica, che d’un tratto trova mille amanti, se un ruolo vuole avere occupandosi di violenza, si guardi attorno: il campo della violenza del potere è inesplorato.
Non si governa senza crimine, insegnò Machiavelli, ma i rivoluzionari borghesi elessero la loro risposta a principio universale: la rivolta contro i governi ingiusti è diritto dei popoli, legittima difesa.
Il dito puntato di chi mi farà la lezione, lo metto nel conto: “questo è giustificazionismo delirante”.

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