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Posts Tagged ‘Quattro Giornate’

Presenrazionw 12-12-2017

Aspetto chi ama la storia, la bella scrittura e il canto fuori dal coro. Voi chiedete se vale la pena e io vi rispondo con le parole generose della cara amica Marcella Raiola:
Stavolta le foto dell’incontro dell’ANPI le ho fatte, ma non le pubblico, perché tradirebbero e traviserebbero l’atmosfera incredibile che si è creata in sala, rimandando un’idea di staticità, di normale “conferenza”… Invece, ieri sera, nella piccola Libreria di Torre del Greco che un tempo si chiamava significativamente “Alfa-beta”, per ricordare che i libri devono riportarci alle domande essenziali, al “che cos’è”, siamo stati investiti dall’energico e potente vento della Storia vera, quello che fa chiudere gli occhi per la violenza, ma che tuttavia piace, perché sembra voglia aiutarci a scuotere un’atmosfera plumbea, che opprime; quel vento che solleva polvere e qualche volta spazzatura nascosta, che porta brividi nelle ossa e che, soprattutto, sparge attorno, a distanze inimmaginabili, i semi della verità nella terra fertile di ogni anima pregna di rabbia in cerca di causa e sfogo. 
E’ stata una serata davvero galvanizzante. Uno di quegli incontri da cui gli uomini e le donne più giovani possono uscire cambiati per sempre, con quel peculio metodologico e logico che può bastare a impostare tutto un programma di vita, che non potrà mai più essere impolitico o “apolitico”. 
Il prof. Soverina ha rimarcato la specificità dell’approccio alle fonti dell’autore, lo storico dell’antifascismo e della Resistenza, nonché attivista mai pago e mai stanco Giuseppe Aragno, quelle fonti che non raccontano fatti “oggettivi” e inoppugnabili, da riportare senza interventi personali, né devono essere forzate a dire quel che un’argomentazione pregiudiziale e predeterminata pretende che dicano, magari occultandone o trascurandone una parte, ma che vanno interrogate nel rispetto della loro morfologia e finalità, della loro estrazione e qualità, e composte in un quadro di onesta ricostruzione di eventi e moventi. 
Il prof. Aragno ci ha tenuti inchiodati alle sedie ma ci ha attaccato le ali alle spalle, facendoci protendere verso una Napoli di stenti e di memoria, temuta dai gerarchi non perché c’era Benedetto Croce, innocuo quanto mai per il regime, ma perché c’era una pletora di ribelli, coltissimi, giovanissimi, ignoranti ma riscattati da una folgorazione, da un incontro, dalla consuetudine alla passività intollerabile connessa al loro ruolo sociale, come Salvatore Mauriello, ladruncolo di portafogli educato in galera da un anarchico, delegato a Mosca per gli operai italiani, amico di Mussolini socialista e poi dallo stesso ferocemente perseguitato, fino alla fame dei figli… Gente che scriveva e diffondeva fogli clandestini, che faceva accordi per ridimensionare e contrastare gli squadristi, come il ventenne Adolfo Pansini; gente che veniva da lontano, come il jugoslavo Zvab, a mettere su, tra i malati d’un ospedale, fino a venti unità di partigiani pronti all’azione, a Napoli e, dopo Napoli, fino alla Valsesia; gente che ha dato mente, organizzazione e vita, anche la vita, a chi era solo disperato, affamato o stanco di essere compresso tra tedeschi a terra e aviazione angloamericana che bombardava a tappeto dal cielo. Abbiamo visto una Napoli pullulante di storie mai raccontate, abbiamo visto mostri sacri della Storia “revisionista” marginalizzare le storie dei tanti sacrificati e umiliati, delle tante donne partigiane, come Vincenza Baiano, dimenticate perché donne, e cacciare via storici come Aragno, che hanno scelto di andare a leggere quelle fonti che i “maestri” hanno volutamente tralasciato, per meglio incastonare la realtà nel loro aprioristico schema eziologico e teleologico. 
Abbiamo riso per le trovate malandrine dei disperati, e pianto sui corpi martoriati dei giovani e di quei bambini dilaniati strumentalizzati puerilmente eppure efficacemente dalla Storia grande, che li ha resi protagonisti di una rivolta fatta apparire per calcolo e convenienza come “mossa di viscere” di un popolo incanaglito dalla fame (ma che sistematicamente e con alto rischio andava a rubare le armi ai tedeschi all’Arenaccia, presso cui erano ammassate)… Napoli, allora come ora, dà fastidio al potere. Dà più fastidio un popolo come quello di Napoli in armi che un esercito come il tedesco occupante. Il dopo-liberazione non è stato meno fascista e meno iniquo del ventennio. La Storia è stata epurata dai partigiani scomodi ma non dai fasci: quelli sono rimasti in carica, in onore e al potere. Ieri lo abbiamo capito con una lucidità e un’intensità nuova. Ieri abbiamo capito che vuol dire non trionfare mai, eppure non essere mai vinti. E abbiamo amato una volta di più, tanto di più, le nostre belle e apparenti sconfitte.
Il prossimo incontro sulla straordinaria ricerca condotta dal prof. Aragno, che è uno ktèma es aèi (guadagno eterno) per tutti, il 12 dicembre prossimo, alla Città Metropolitana, Piazza Matteotti!“.

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Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaAntonio Salzano, un amico blogger mi chiede una sintetica biografia, una breve scheda sul libro e le date delle presentazioni. Parlare di se stessi non è mai facile e la mia storia, lunga e complicata ha pagine sulle quali è meglio tacere. Dovrà contentarsi perciò di una versione riveduta e corretta di quella che si trova in questo blog dietro la parola About.
Le presentazioni previste per ora sono due: una, certa, il 21 settembre alle 17 all’ex OPG Occupato; un’altra, molto probabile, il 2 ottobre stessa ora alla Biblioteca Croce, a conclusione delle celebrazioni per le Quattro Giornate.
In quanto alla scheda, la riporto qui, perché in fondo spiega meglio e più della quarta di copertina.

Anzitutto ciò che il libro non è, per non ingannare chi pensa di acquistarlo. Come in parte annuncia il sottotitolo, con il suo esplicito cenno agli antifascisti, il lavoro non è – e non vuole essere – una ricostruzione di scontri armati, di cui altri si sono già occupati con una dovizia di particolari spesso in contrasto tra loro. Tranne sporadici cenni, la rivolta “militare” non c’è. Ci sono, invece, sono stati finora i grandi assenti della ricostruzione storiografica, i combattenti antifascisti e la loro lunga lotta contro la dittatura. Ci sono – e anche qui si tratta di un vuoto che andava colmato, le loro idee politiche, i motivi profondi per cui giungono a metter mano alle armi e l’idea di Paese per cui si battono. Un’idea che naturalmente non è uguale per tutti, perché tra i combattenti troviamo non solo comunisti, anarchici e socialisti, subito divisi dopo l’insurrezione, ma monarchici, repubblicani, cattolici, liberali e qualche fascista che salta abilmente sul carro dei vincitori o – sembra incredibile – attacca i nazisti per patriottismo e pensa di regolare poi i  conti con i comunisti. Di lì a qualche tempo alcuni di questi combattenti si ritrovano nelle formazioni paramilitari neofasciste. Ci sono, anch’esse di fatto “dimenticate”, splendide figure femminili, che combattono da protagoniste e una pattuglia di ebrei. A conti fatti e calcolando per difetto, oltre trecento antifascisti; una percentuale significativa sul totale di quanti sono coinvolti nella lotta, che non dura quattro giorni, ma inizia l’8 settembre con l’armistizio, prosegue senza interruzione durante la feroce occupazione della città e non termina l’uno ottobre, con la ritirata dei tedeschi. Una banda partigiana, infatti, non consegna le armi, dà la caccia ai fascisti e si ferma solo quando i carabinieri – ex fascisti, diventati badogliani e futuri “repubblicani” – arrestano il loro capo. In quanto agli altri, non manca chi prosegue la lotta partecipando alla Resistenza.
Con questa impostazione il libro è, di fatto, un andirivieni tra l’Italia prefascista, quella fascista e il Paese che nasce nel dopoguerra. Non è stato facile tenere insieme i fili del ragionamento ma, grazie ai percorsi di vita e alle esperienze politiche dei protagonisti, il libro non solo smantella lo stereotipo  degli “scugnizzi” e della “città di plebe”, ricostruendo il volto politico dell’insurrezione, ma fa luce sulle divisioni spesso aspre tra i combattenti negli anni successivi, su una “epurazione alla rovescia”, che vede la sinistra del Pci e del Psi messa ai margini e spesso cancellata dalla storia e gli squadristi impuniti, che conservano le loro posizioni nei gangli del potere non più fascista ma repubblicano. In questo senso Napoli, in cui si trovano a convivere Togliatti, Croce, De Nicola e Giovanni Leone, diventa il laboratorio politico in cui prende inizialmente corpo la repubblica con le sue luci e le moltissime ombre. Il libro, che restituisce la parola a chi non l’ha avuta, fa giustizia delle ricostruzioni ideologiche e dei luoghi comuni. Non ultimo, quello della celebrata disciplina e correttezza dei tedeschi, che sono invece collusi con i contrabbandieri della borsa nera, responsabili con i fascisti della fame che tormenta una popolazione che prende a disprezzarli ben prima che scoppi la rivolta. Il saggio diventa così anche una secca risposta all’intollerabile retorica sulla “formichina tedesca”, che assegna i “compiti a casa” alle “cicale” meridionali.

Contropiano, 12 settembre 2017

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imagesA Napoli la notte i camorristi fanno quello che gli pare. Indisturbati.
Perché non dovrebbero?
I carabinieri, se non sono a letto, organizzano rastrellamenti per colpire i ragazzi dei centri sociali e creare il caos nel centro storico della città. A Mezzocannone, epicentro della barbarie tedesca durante l’occupazione del settembre 1943, l’altra notte i napoletani hanno avuto modo di vedere un rastrellamento, con tanto di porte sfondate. Purtroppo non si trattava delle scene di un film sulle Quattro Giornate. All’opera c’erano solo carabinieri.
Il Questore, vale la pensa di ricordarlo, è sempre lui, quello che esprime valutazioni politiche sull’Amministrazione cittadina e dà la caccia a barboni e ambulanti. A questi nobiluomini, naturalmente, paghiamo lo stipendio. Per carabinieri, questori e simili, la crisi economica non è mai venuta. Sono un modello di inefficienza, ma non li licenzia nessuno.
Ecco l’ultima notte brava dei nostri “tutori dell’ordine“.

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22e2d91Anni fa, inserendosi nella polemica sulla Resistenza tra storici «ortodossi» e «revisionisti», tutti concentrati per lo più su «uomini armati […] con una diversa idea della patria e dei valori per cui combattere», una studiosa ha indicato una sorta di terza via, aperta ad «altri modi di pensare la patria e l’identità nazionale in una visione più ampia che prenda in considerazione anche chi non combatte […] e che consideri altri valori e altri ideali come cemento della comunità». Per chiarire il suo concetto, la studiosa si domandava come avrebbe mai potuto

«riconoscersi nella Resistenza e nella categoria di ‘liberazione’ una donna del basso Lazio, che prima ha visto il suo paese letteralmente raso al suolo dalle bombe alleate e poi, il giorno della ‘liberazione’ ha subito lo stupro d’una torma di marocchini» [1].

La quindicenne napoletana Claudina Tikson, che la sera del 10 settembre 1943, in una città semidistrutta dalle bombe alleate e dalle mine naziste, ha visto la madre crivellata di colpi, mentre tenta di sottrarla a due soldati tedeschi che la violentano, risponderebbe che in guerra torme di soldati che stuprano se ne trovano ovunque, non è detto che siano «marocchini»: possono indossare qualunque divisa. In quanto alla Resistenza, ha visto donne come lei sparare ai tedeschi e prova per loro un’autentica gratitudine: hanno liberato la sua città da «marocchini» tedeschi sperando che mai più donne in armi dovranno poi uccidere per non essere violate [2]. Di quelle donne purtroppo conosciamo ben poco. Ignare di quanto gli storici avrebbero poi scritto di loro, a Napoli, come in tutto il Paese, esse affrontano la bufera come possono, in modi diversi tra loro, ma vanno poi incontro a una sorte comune: tranne casi davvero fortunati, come quello di Maddalena Cerasuolo, di cui ci occuperemo più avanti, si sa che ci furono, non si sa chi furono e quale storia avevano alle spalle.

[1] Gabriella Gribaudi, Terra bruciata…, cit., pp. 12-13.
[2] Archivio di Stato di Napoli, Prefettura Gabinetto, II Versamento.

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showimg2Riuscirò a terminarlo? Non lo so, non conosciamo quanto tempo ci è dato e un libro prende la parte di te che gli occorre. Se potrò, gli darò ciò che chiede. Oggi non ho scritto. Ho trascorso un’intera giornata a riflettere su pochi righi di quella che a me pare una bellissima scoperta. Scugnizzi, si dice, lazzari che per una volta si sono trovati dalla parte giusta. Ma com’è stato possibile scrivere tante sciocchezze per settant’anni? Un’idea ce l’ho, ma la tengo per me e senza commentare riporto una nota di polizia. Luglio 1945.  In vista del referendum istituzionale, ci si organizza. Qualcuno, dopo lunghe riunioni e attente valutazioni, va dal notaio e registra la nascita di un partito. Sono combattenti delle Quattro Giornate di Napoli, scugnizzi, secondo le chiacchiere spacciate per storia o, per dirla con i tedeschi, protagonisti di una rissa tra prostitute e papponi. I tedeschi non hanno mai spiegato da quale parte stavano loro, ma questo è un dettaglio trascurabile. I fascisti hanno fatto di peggio: per loro non è accaduto nulla, nemmeno la rissa e gli storici repubblicani non sono molto più avanti dell’arroganza tedesca e della malafede fascista. I documenti, che negli archivi attendevano solo di essere letti, raccontano un’altra storia e io sono orgoglioso di essere napoletano. Eccolo qua il documento. Subito dopo il  referendum, a luglio del 1946, la neonata repubblica mostrò la sua parte peggiore – o la sua reale natura? – e la polizia mise a tacere i lazzari, diventati improvvisamente autentici combattenti. Importa poco da che parte fossero.
Questo il nome: «Partito Patriottico Democratico Difesa del Mezzogiorno». Questo il programma:  «Autonomia economico-amministrativa del Mezzogiorno, giusto il vecchio confine dell’ex Regno borbonico, primo passo verso una confederazione italica (Stati Uniti di Italia), da servire a modello di una confederazione europea (Stati Uniti d’Europa). Primi obiettivi: restituzione ai gloriosi Banco di Napoli e Banco di Sicilia delle rispettive loro riserve aure, depredate dal fascismo in pro della Banca d’Italia (nonché la restituzione dell’intero residuo ammontare del ricavato della vendita dei beni demaniali di manomorta dell’ex Regno delle Due Sicilie in £ 4.105.000), in esecuzione della legge Minghetti; lo stanziamento dell’ultimo prestito sottoscritto nel Meridione per la costituzione di un primo fondo destinato alla esclusiva ricostruzione del Mezzogiorno e l’assegnazione dell’intero gettito delle imposte pagate dai contribuenti  meridionali, per sopperire alle esigenze del solo bilancio meridionale; ricostruzione del Sud, piena libertà di scambi interni; libero commercio estero, rinascita dell’industria turistica, tutela per artigianato, agricoltura, industria e commercio; unioni libere di lavoratori e datori di lavoro; riconoscimento e sostegno per i combattenti delle “Quattro Giornate”, assistenza reduci, riforma dell’istruzione, tutela della famiglia, libertà di culto, pensiero, parola, stampa e associazione».

1947. un ignoto archivista della Pubblica sicurezza annota: «Il partito fu sciolto subito dopo il referendum, per provvedimento di polizia». Cercatelo in un libro questo programma e questo partito…
Nei libri ci sono gli scugnizzi, la rabbia, l’esplosione tellurica…

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Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Tutto si tiene. Il Parlamento dei nominati, la Costituzione di Trichet, la ministra che nella vita ha fatto solo la Madonna nel presepe vivente e il pupo analfabeta che si atteggia a statista. Poteva mai mancare la dirigente che scambia la scuola per un’azienda privata e vieta la commemorazione delle Quattro Giornate? Non poteva mancare, come non mancano i silenzi omertosi e gli avvocati d’ufficio. I tempi sono questi, il capo ha sempre ragione e la regola d’oro consiglia: schiena flessibile e tira a campare.
Tutto si tiene, ma siamo ben oltre i confini della decenza. Il liceo classico “Jacopo Sannazaro” non fu solo un posto di comando partigiano durante l’insurrezione contro il fascismo che torna. Fu camera ardente per i combattenti uccisi e luogo simbolo della Resistenza e della guerra di liberazione che da lì iniziarono il sanguinoso cammino verso la Repubblica e quella Costituzione che si vorrebbe cancellare in nome del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutto si tiene e il no della Dirigente scolastica si inserisce alla perfezione nel clima di crescente violenza istituzionale, di sovversivismo delle classi dirigenti, per cui si ignorano le sentenze della Consulta, si espellono i richiedenti asilo, si confinano gli immigrati e si uccide la scuola. Il no della dirigente scolastica del Sannazaro ha un obiettivo chiaro e tutto politico: impedire che la memoria storica rafforzi la coscienza critica degli studenti.
Non ci vuole molta immaginazione ed è facile capire che scuola avremo se al referendum dovesse vincere la premeditata ferocia delle banche. Quello che è veramente difficile da capire è la posizione scelta dagli esponenti del fronte del no, che hanno accettato il discorso sulla necessità di “entrare nel merito” di una riforma golpista, mettendo così in ombra il solo dato di fatto che conta: la legittimità morale e politica dei “riformatori”.
E’ Renzi il responsabile di quello che è accaduto al Sannazzaro. Renzi e la banda di abusivi che ha trasformato il Parlamento in una nuova Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Bisogna avere il coraggio di scriverlo in un documento e poi comportarsi di conseguenza: noi non riconosciamo la legittimità di questo Parlamento e di questo governo e non accetteremo il verdetto del Referendum.

Agoravox e Contropiano, 13 ottobre 2016

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