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Posts Tagged ‘Brigate Rosse’

A Carpineto Romano, cittadina in provincia di Roma, la nostra “grande democrazia” ha dato ancora una volta forfait. La presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani, intitolato Lascia che il mare entri, prevista per il 21 agosto, è stata downloadannullata. La giunta comunale formata da SEL e PD, dopo averla patrocinata, ci ha ripensato per «evitare strumentalizzazioni di ogni genere o manifestazioni che possano turbare la tranquillità della nostra comunità». Così si legge in un comunicato che annuncia la disordinata Caporetto dell’Amministrazione di fronte alle polemiche dell’opposizione di destra, sostenuta da un giornale locale. Per salvare la faccia, poi, i liberi pensatori del sedicente centrosinistra hanno ribadito «la loro ferma contrarietà ad ogni forma di terrorismo e violenza nei confronti delle Istituzioni Democratiche».
La civiltà dell’Occidente e l’inesausta lotta al terrorismo si arricchisono così di un nuovo, originale e nobile principio: chi si azzarda a presentare un romanzo sul tema della donna fiancheggia pericolosi piani sovversivi che al momento non esistono, ma nessuno può escludere possano nascere. Per l’amministrazione comunale di Carpineto Romano, quindi, Barbara Balzerani, dopo ventinove anni trascorsi dietro le sbarre e in semilibertà per la sua militanza nelle Brigate Rosse, non ha diritto di parola. La pena scontata? La libertà riacquistata da tre anni? Siamo in guerra col terrorismo e la Costituzione è sospesa.
Chi si meraviglia della ferocia è un ingenuo. Un Paese che si scioglie nella retorica del Risorgimento, ma dimentica Mazzini morto clandestino in patria, sotto falso nome e Garibaldi circondato di spie e questurini, quand’era ormai vecchio e quasi paralitico, è un Paese nato male e destinato a vivere peggio. Lo so, i “democratici” alleati dell’estrema destra, i benpensanti per vocazione e i cialtroni di professione si scandalizzeranno per la bestemmia – la “terrorista” e i “padri della patria” – ma le cose stanno così e Mazzini e Garibaldi, per chi ha memoria corta o fa il finto tonto, ieri furono rivoluzionari e oggi sarebbero “terroristi”. Questo è un Paese geneticamente destinato a sostenere Crispi, che sputacchiò sul Parlamento fino al disastro di Adua, e a vantare tra i suoi “grandi statisti” Giovanni Giolitti, che Salvemini definì “ministro della malavita”. Un Paese che non s’è mai vergognato del suo passato fascista e dei suoi generali criminali; un Paese oggi targato Renzi e governato di fatto da un pregiudicato per reati comuni che, invece di eleggere domicilio tra Rebibbia e Regina Coeli, frequenta Palazzo Chigi e il Quirinale e cambia la Costituzione antifascista, accoppando diritti costati sangue. Piero Gobetti sostenne che il fascismo è stato l’autobiografia degli italiani e non aveva torno. Un Paese così, nato male e cresciuto peggio, non può comportarsi diversamente e gli pare normale: il pregiudicato che  sconta la risibile pena può governare, la scrittrice libera deve invece tacere.
Per ignorare la decomposizione della sua coscienza civile,  un Paese così in fondo non ha che una scelta: disprezzare tutto ciò che è insorto a difesa della dignità e della giustizia sociale e negare quel tanto di buono che ha saputo e sa dare. Lo so, beghine, cattocomunisti e benpensanti mi scomunicheranno, ma questa è la realtà: se ogni cosa marcisce e tutto si corrompe, la degenerazione diventa regola. Così Berlusconi frequenta Napolitano e un pensiero libero è imbavagliato.
A Barbara Balzerani, ieri brigatista, oggi scrittrice di forte sensibilità, si rinfacciano scelte lontane, benché i suoi conti con la giustizia siano chiusi e quelli con la storia, tutti ancora da sistemare, non è detto che risultino in passivo. In realtà, la condanna morale del passato è un alibi immorale che non sta in piedi; ciò che davvero non si tollera sono la coerenza d’una vita e l’umanità che traspare dalla scrittura. Una donna come Barbara Balzerani, di fatto, è un quesito inquietante e un involontario ceffone assestato in pieno viso a quanti – e sono tantissimi ormai – si trovano nella tragicomica condizione di chi fa il moralista, ma s’è venduto e ogni giorno si vende al migliore offerente. La gente che vive così accetta la più disumana cialtroneria, ma diventa immediatamente feroce con le manifestazioni di umanità.

Uscito su Agoravox il 25 agosto 2014

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Un’amica mi inoltra questo incredibile  comunicato stampa:

«Riapre il caso Moro, ma la casta dei partigiani non si tocca.
Sulla vicenda dello statista assassinato dalle BR emergono scottanti verità dalla “Storia segreta del PCI” di Rocco Turi

Proprio qualche giorno prima della notizia della riapertura ufficiale del caso Moro, Rubbettino ha lanciato in libreria una “Storia segreta del PCI”. Un libro che va a indicare con precisione quali furono i fili segreti che spinsero le BR a commettere quell’omicidio politico destinato a cambiare per sempre la storia d’Italia.
Storia segreta del Pci” ha di fatto già riaperto il caso Moro coinvolgendo a pieno titolo la casta dei partigiani mediante la pubblicazione di decine di documenti inediti destinati a porre in grande imbarazzo anche esponenti di spicco della politica italiana. Si tratta di un filone di indagine ignorato dalla diplomazia, dalla ricerca, dalla stampa e da una miriade di pubblicazioni. “Storia segreta del Pci” parte dal fallimento della Commissione parlamentare d’inchiesta su via Fani per esibire “rivelazioni politiche per un pubblico italiano forse non ancora pronto a recepirle e per una lobby partigiana che teme la verità”, come dice l’autore, il sociologo Rocco Turi; “ne è sintomo il silenzio eloquente sul mondo dei partigiani devianti, utilizzato per moltissimi anni come oggetto di scambio e come elemento di ricatto nel dibattito politico”.

Fu proprio a seguito del fallimento della Commissione d’Inchiesta su via Fani che nel 1981 il Governo italiano bandì una borsa di studio per indagare sui nodi irrisolti del caso Moro e sulle connessioni con i partigiani devianti aiutati dal Partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia. Rocco Turi fu riconosciuto come unico studioso italiano idoneo a compiere l’indagine promossa e, attraverso documenti di archivio, riuscì a stabilire la connessione fra i partigiani e il caso Moro. I risultati delle sue analisi furono recepite e pubblicate il 26 aprile 2001 nell’elaborato conclusivo della COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLA CAUSE DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI, presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino.
Ma molti partigiani comunisti, continua Rocco Turi, costruirono carriere lungimiranti in ogni attività “sensibile” e sulla conoscenza dei fatti fecero tutto il possibile (riuscendovi) per arginare, proteggere, deviare, canalizzare, occultare, minimizzare ogni riferimento al caso Moro e trasferire – tuttora – le responsabilità su altri scenari. Ne è sintomo il fatto che l’indagine sulla Gladio Rossa fu più volte archiviata dalla magistratura; che la Gladio Rossa non dovesse far parte di indagine della Commissione sul caso Mitrokhin, voluta dal Parlamento italiano; che la pubblicazione di un libro che dimostra scientificamente l’evidenza dei legami tra il caso Moro e la Cecoslovacchia, come “Storia segreta del Pci”, raccolga positivi riscontri di pubblico ma anche il silenzio imbarazzato di parte dell’opinione pubblica, nonostante siano trascorsi ben 35 anni da quei drammatici fatti.
Rocco Turi ha scritto “Storia segreta del Pci – Dai partigiani al caso Moro” a seguito di borse di studio assegnate dal Governo della Repubblica Socialista cecoslovacca e dal Governo italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, nell’ambito dell’Accordo di cooperazione scientifica. All’Università degli Studi di Cassino ha insegnato Sociologia della devianza, Sociologia del mutamento sociale, Metodi di ricerca nelle scienze sociali.
Da 30 anni analizza i mutamenti sociali e si occupa di devianza politica utilizzando i più sofisticati metodi della sociologia investigativa. In Ungheria è impegnato negli studi comparati sulla vita quotidiana ai tempi della guerra fredda».

Prima di precipitarmi nella chiesa più vicina per ringraziare domineddio che ha creato San Rubettino e la sociostoriografia, ho risposto alla lettera illuminante:

«Cara amica, mi fa piacere sapere che in questi tempi rivoluzionati di Paesi Nato che, dopo i fatti di Istanbul, non sanno più quale modello di democrazia esportare, tu lavori e studi da storica – non da sociologa prestata alla storia – e ti occupi di argomenti terreni, come i cinesi in Africa. Insomma, che tu non ti sia messa a ricostruire “storie segrete” di marziani, come i “partigiani deviati” e le loro “lobby”. Manderò la presentazione del libro di Turi a Renato Curcio e a Oreste Scalzone, che, ingenui e nulla sapendo di una Resistenza deviata e di sociostorici devianti, continuano a credere di aver tentato una qualche loro rivoluzione autonoma, mentre li tenevano in pugno e li manovrano a piacimento le lobby, li guidavano gli immancabili cecoslovacchi e dio sa quali altri “mutanti” scovati da Turi e Rubettino, grazie a innocenti borse di studio e democraticissimi governi come quello ungherese…
In quanto a me, che da un po’ mi sono messo in testa di studiare con metodi da ricercatore di storia le Quattro Giornate, il repubblicano Pansini, il socialista istriano Zvab, l’ex dannunziano Murolo e una manica di sedicenti partigiani, devo a tutti i costi contattare Turi. Ci metto le mani sul fuoco: appena mi avrà messo a parte dei suoi infallibili strumenti di ricerca sociale, scoprirò che, grazie a quel diavolo di Stalin e del togliattiano e deviato Pci, le Quattro Giornate, quelle vere, si sono combattute contro l’Armata Rossa, abilmente truccata da Divisone Goering.
E’ proprio vero: non c’è più limite all’indecenza.
Buon lavoro e stammi bene.
Giuseppe».

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Basta con le vostre maledette menzogne – gridò Ernesto, saltando su dal divano con impensabile agilità – BASTA!
L’urlo liberatorio sembrò calmarlo e tornò a sedersi, mormorando:
Eccola la bomba più terribile di tutte, la televisione. Bell’idiota che sono a darti retta
A poco a poco, nella solitudine del vecchio salotto, il desolato soliloquio riusciva in qualche modo a diventare dialogo col mondo virtuale che aveva di fronte; come l’avesse davanti in carne ed ossa, l’uomo faceva il verso alla giovane cronista che, microfono in mano e tono di allarme commosso, ripeteva il suo mantra: “Mai accaduto! Una bomba davanti a una scuola… mai!”
Così t’hanno istruita, certo, ma tu non sai nemmeno di che parli. E’ comoda questa tua “prima volta”, si capisce, ma è anche schifosamente falsa. Chi ti passa veline lo sa, ma non gliene frega niente. A lui la “prima volta ” serve a intimidire chi ascolta, ma non è la prima volta, cara la mia giornalista. Non è andata così. L’hanno già fatto due volte a Trieste, davanti a una scuola elementare slovena e l’antiterrorismo lo sa. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, qualcosa per fortuna s’inceppò e non ci furono morti; nel 1974, invece, la bomba fece il suo mestiere ma trovò la scuola chiusa e si evitò la strage. Era aprile, però, me lo ricordo bene, e a maggio il botto di Brescia fece morti e feriti in Piazza della Loggia. No, non è la prima volta e la mafia non c’entrava nulla. La mafia fa saltare saracinesche e auto se non paghi il pizzo e se mira più in alto c’è un potere “legale” a coprirle le spalle.

Gracchiava da un’ora la televisione. Le esclamazioni, le note banali e i dettagli più atroci, messi lì per solleticare interessi morbosi, si alternavano al cordoglio degli immancabili “servitori dello Stato”, pronti al rito composto, ma stranamente sconcio, delle dichiarazioni ufficiali, tutte uguali tra loro, tutte segnate da una sapiente miscela di lutto, commozione e insinuazioni. Mafia e terrorismo in ogni possibile salsa: o piste alternative, che si escludevano a vicenda, o un pericoloso intreccio per l’eterno attacco al cuore di uno Stato innocente per definizione e pronto a reagire con la forza e la severa maestà della giustizia. Ci sarebbe voluto ben poco a cogliere i tratti d’una scontata retorica, i dettagli “scollati” dai fatti e le falle di ricostruzioni che non stavano in piedi, ma i giornalisti se ne stavano zitti – “la gente è ormai carta assorbente“, rifletteva Ernesto – e si capiva che ormai bastava davvero poco a montare e smontare cervelli: parole dietro parole, senza un serio costrutto, senza la spina dorsale d’un cenno storico e d’una nota critica, senza il salutare tarlo del dubbio. Il solito copione: verità presto smentite da successive e più vere certezze, rivelazioni, ritrattazioni e un susseguirsi di effetti speciali, un incrociarsi di flash che accecavano un popolo di “senzastoria”. Cose sperimentate probabilmente da esperti prezzolati in terre sventurate. Chi muoveva i fili non cercava più la disinformazione. In campo c’erano progetti più ambiziosi e ad Ernesto il colpo pareva da tempo pienamente riuscito.

Per istinto più che per una ponderata riflessione, tutto era ben chiaro a Ernesto, il professore che in testa, sotto la neve candida dei capelli ancora folti, si portava un’idea di società che più il tempo passava, più era contraddetta e sconfitta dalla realtà, più gli cresceva dentro con la forza singolare della ragione che non si piega alle ragioni della forza. Non si trattava certo di un vecchio sognatore incapace di adattarsi ai cambiamenti. Aveva sessant’anni ma, a guardar bene oltre il velo delle lenti, gli occhi si mostravano così vivi e accompagnavano con tanta armonia di sfumature le parole e i moti dell’animo inquieto, che l’intelligenza, benché affaticata dagli anni e da una vita amara, s’intuiva lucida e penetrante. Così penetrante, che quando la cronista si avventurò in un’apologia della democrazia, con un brutto arnese che a Genova s’era distinto per la brutalità, le oppose subito parole taglienti:
E’ una verità scomoda e forse la conosci, ma io voglio dirtela. Nella tua santa democrazia il criterio quantitativo causa inevitabili storture: spesso la ragione sta dalla parte di sparute minoranze. Lo vedono tutti e ne sono convinti, ma quando ci si conta entrano in ballo i più svariati interessi e un torto evidente diventa ragione.

Le televisione gli dava ormai la nausea e si sentiva impotente, benché, per difendersi dalla valanga di menzogne, ricorreva a un suo sistema di difesa, forte di meccanismi logici così sperimentati da essere ormai automatici. Da anni s’era abituato a credere che quando il baraccone mediatico ti indirizzava al no, dovevi puntare sul sì; da anni faceva di ogni esclamativo un punto interrogativo e nella verità del potere cercava la menzogna che si voleva coprire. Stavolta il vecchio professore era partito da una riflessione apparentemente balzana: la scuola era da tempo nel mirino del potere e l’attentato che aveva dilaniato corpi, puntava a cancellare un più atroce massacro.
No, non è come racconti. Questa bomba che non è stata la prima come ci vuoi far credere, diceva a se stesso, questa bomba che ha dietro una storia di bombe mai punite, esplose ogni volta che si trattava di farci ingoiare medicine amare, questa bomba ha obiettivi più tragici di quello centrato. Ha dilaniato delle povere ragazze sventurate, ma ha anche levato un immenso polverone attorno a ciò che è accaduto alla scuola e ai giovani in questi ultimi anni…
Qui si fermava, quasi consapevole del suo isolamento e critico con se stesso. Gli pareva di sentirli gli eventuali interlocutori e le loro accuse di dietrologia e di becero complottiamo, ma mentre il diavoletto critico che gli viveva dentro pareva imporgli un pensiero parassita sulla valenza estetica di parole come dietrologia, egli si richiamava all’ordine e non smarriva il filo del ragionamento.

Quando i giovani hanno scoperto la reale portata della rapina e si sono accorti che tra formazione privatizzata, pensioni cancellate e precarietà levata al rango di feticcio, gli hanno rubato i sogni, sono comparse prima le solite squadre nere, poi son venute le bombe.
“Quali bombe?” avrebbe dovuto chiedergli la cronista dal maledetto televisore, ma non poteva e, d’altro canto, muta com’era persino quando poteva parlare, figurati se avrebbe pensato di fargli una domanda ora che le era impossibile intervenire. Per Ernesto, però, anche quell’obbligato mutismo era un modo di interloquire e rispose perciò alla domanda come se davvero gliel’avessero fatta:
E sottrarre fondi alla scuola pubblica per passarli ai privati non è stato un attentato gravissimo? La continuità didattica ammazzata, il diritto allo studio negato e i professori “fannulloni”, investiti da campagne di stampa che ne hanno fatto mangiapane a tradimento, tutto questo non è stato un sanguinoso massacro? Chiunque abbia messo una bomba oggi davanti a una scuola viene a completare un lavoro iniziato da tempo e cala una pesante cortina di paura su tutto e su tutti: qui c’è un pericolo immediato, si urla, e lo si fa per coprire il pericolo più grave, quello che non fa rumore, non esplode, non dilania e non brucia. Annichilire con la paura la coscienza critica – si diceva da tempo Ernesto – è l’obiettivo del terrorismo vero. Così è con la crisi. Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, ci ripetono ogni giorno, è ora di pagare. Anche questa è un bomba – pensa ora Ernesto – un colpo sparato nel mucchio, senza lasciare scampo. Ne ha fatto e ne farà di morti, questa paura, perché la gente dignitosa e onesta si lascia morire piuttosto che vivere nella vergogna.

Si sentiva in colpa il vecchio professore. Non perché avesse mai davvero vissuto prendendo più di quanto dava. In banca aveva un conto disperato e dopo quaranta e più anni di lavoro non possedeva praticamente nulla. Il suo primo stipendio superava di poco le 100.000 lire e l’ultimo, misurato in euro, sfiorava la miseria. In quanto alla pensione, che da un po’ figurava sui giornali come un furto ai danni di figli e nipoti, non gli sarebbe bastata a campare. Nella vita Ernesto non aveva guadagnato nemmeno la millesima parte di ciò che toccava in un anno ai mille Soloni che da qualche tempo andavano cancellando diritti, in nome d’un delirio chiamato mercato, però si sentiva in colpa.
Buona parte dei delinquenti che occupano oggi i posti di comando – si diceva con vera amarezza – l’abbiamo formata noi, io e i miei colleghi.
Si confortava, però, ricordando a se stesso che per decenni aveva tirato su tantissime intelligenze. I più s’erano poi distinti all’università e nelle libere professioni; i figli degli operai erano saliti su fino ai piani alti della società o avevano trovato lavori dignitosi. Non era vero nulla, pensava, il treno dei diritti aveva fatto onestamente la sua corsa. Era stato l’altro a truccare la corsa, il treno dei privilegi, che aveva continuato a viaggiare su un binario parallelo. Se tornava indietro e rifaceva il viaggio per intero tutto era chiaro: ogni volta che il treno dei diritti, aveva soprapassato quello dei privilegi era scoppiata la bomba. I criminali erano lì, su quel treno occorreva cercare fabbrica e proprietario delle bombe.
La televisione, intanto consumava con sperimentata perizia l’assurdo rituale di accuse sparate a caldo. I soliti anarchici, naturalmente, e l’anarchico Ernesto, che si sentiva d’un tratto chiamato in causa, sorrideva per vincere l’inquietudine. Al posto del “ballerino” Valpreda, era comparso ora un nuovo tipo di mostro: un sessantenne “asociale”.
Va a capire che vuol dire asociale, si chiese per un attimo Ernesto. E io, che di natura sono schivo e me ne sto da parte perché in questo condominio della malore si mangia pane e regolamento e non si vive senza sparlare dei vicini, io che sono?
“Un asociale” gli rispose qualcuno o qualcosa nascosto chissà dove nella sua testa. Un asociale.

La tragedia era nell’aria, pensò, e la televisione, pronta, lo confermò
“Qualcuno ha pensato bene di preannunciarla”, azzardava un funzionario di polizia, fermato al volo dal microfono infuocato dell’instancabile cronista. “Dopo il colpo di pistola tirato a un manager giorni fa, è apparso chiaro a tutti che non ci saremmo fermati a quel gesto folle. Non si tratta di bande armate. Sono anarchici di sicuro, ma, gente isolata , cani sciolti che agiscono da soli. Gente inserita tranquillamente nei gangli vitali della società. Magari un insegnante. Uno di quelli frustrati dal clima nuovo, che fa la battaglia di retroguardia contro la valutazione e la società del merito”.
E giù l’elenco inconsistente dei soliti indizi buoni per tutto e per niente: la lettera con polvere di esplosivo, il riferimento a Moro, Falcone e Borsellino, un incidente in cui s’era trovato coinvolto un mezzo dei carabinieri. Tutte cose che, chissà perché, a dar retta al funzionario, facevano pensare all’immancabile anarchico, che nell’intervista diventava d’un tratto proprio come occorre che un anarchico sia per la polizia. Non un tizio che si fa domande e ha un’opinione politica. No. Un mistero glorioso, uno che non si vede, non si sente e nessuno conosce tranne gli anarchici come lui e la polizia. Se l’opinione pubblica aveva bisogno di un uomo “geneticamente” colpevole, l’intervista ne aveva fornito un vero identikit. Tutti e nessuno tra i dissidenti, i diversi e gli strampalati.
L’anarchico così come lo hanno descritto, potrei essere tranquillamente io, si disse Ernesto, mentre si rendeva conto di non avere lo straccio di una alibi. E il suo sorriso intelligente si fece un po’ più teso. Si consolò, però:
Due voli dalla finestra d’una questura sarebbero certamente troppo anche per loro. La pelle la salvo. E tornò alla televisione non senza una spiacevole sensazione d’inquietudine.
La testa ora, chissà perché, s’applicava ai particolari. E’ un inestricabile groviglio, pensava. Una povera ragazza uccisa e mille contraddizioni. Mafia dice la televisione, ma il luogo e il movente sono fuori contesto. La mafia salda i conti in Sicilia, e le altre organizzazioni criminali non fanno attentati su commissione. E Moro, poi. Cosa c’entra l’omicidio di Moro con Borsellino? E’ la prima volta che si colpiscono ragazzi… Ma chi lo dice? I morti a Trieste si volevano fare e prima ancora si fecero a Portella della Ginestra; quanti ragazzi colpiti, in quella tragedia, pensò, scuotendo il capo. Anche una madre incinta. E non se ne parla. No, nemmeno una parola.
“Un maledetto imbroglio”, gli sussurrò il solito inquietante pensiero parassita. E aveva ragione. Chi spara nel mucchio, si disse, non sa chi prende e, a essere onesti, anche un anarchico lo deve ammettere: le Brigate Rosse tiravano. prendendo la mira.
“Ma è proprio per questo che serve un anarchico”, fece allora la voce parassita. Ed era vero. Non a caso, l’ordigno era rudimentale – la rozzezza dei mezzi sta nell’idea di anarchia – e se vuoi creare dal nulla un colpevole se cerchi di depistare un’indagine perché c’è da coprire qualcuno, l’anarchico è il meglio che passa il marcato. E’ la parola stessa che fa pensare ai mostri, c’è una storia pregressa, un percorso già fatto. E la gente si accontenta di poco. Basta scatenare la paura e subito si rintana, ti chiede che gli porti al più presto il capro espiatorio e crede in qualunque fandonia. Tu rivendichi e tuoi e i suoi diritti, ammise, ma quella ci rinuncia, ti guarda con sospetto e giunge a volerti morto.
“E’ un’operazione classica, da antologia della provocazione”, gli fece d’un tratto il pensiero parassita. Poi qualcuno bussò alla porta. Ernesto si fece di ghiaccio.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2012

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Un tempo carnevale era il cosmopolitismo e la partecipazione collettiva del mondo greco ai riti per Dioniso, o il gioco orgiastico dei Saturnali latini che simulava la sovversione dell’ordine sociale. Il punto politico, però, era chiaro: il carattere rituale della festa cancellava la connotazione di “classe” e – lo sapevano tutti – piuttosto che aprire, carnevale chiudeva lo scontro sociale. Di bello ci rimane il gioco delle parti, l’illusione dell’emancipazione dalle regole e del ribaltamento di ruoli e gerarchie. Una “finzione felice” che dissolve il potere nella caricatura, come voleva l’antica, feroce saggezza d’una società piramidale e classista, fondata sul sangue e sul censo, che concedeva divertita agli emarginati l’effimero e innocuo piacere del cambiamento.

Lontani dal significato reale di quello che va in scena, noi ci divertiamo: Venezia mostra dame mascherate, lustrini e cicisbei vanesi con parrucche incipriate, Acireale muove i suoi carri di cartapesta e cartone romano, coi fiori, le luci e la forza dell’acqua che dà il movimento, Tricarico se la gode con le antichissime “scaramucce” tra le maschere variopinte dei tori e delle mucche. Da un po’ il carnevale, a Napoli, lo fanno le “occupazioni” dei “bravi ragazzi fascisti” che odiano il SIM, lo “Stato Imperialista delle Multinazionali”, e senza saperlo, sposano così le tesi delle Brigate Rosse, attaccano la Charitas che, a sentirli, alimenta la guerra dei poveri favorendo gli immigrati, sognano l’autarchia e il ritorno alla geopolitica degli “anni Trenta”, con le “cannoniere” in rotta dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.

E’ solo un carnevale, un garbuglio cristiano che ha radici pagane e natura quasi “animale”, però stiamo attenti a non ribaltare l’antica logica e a non assegnare alla caricatura il valore della realtà. I quattro gatti emersi dal buio del passato non sono la causa, ma la conseguenza di un problema e ci farebbe certamente male seguire la tentazione di sciogliere il nodo inscenando un contro-carnevale fatto di “bella ciao”, di antifascismo messo in campo nei giorni comandati e dello scontro coi celerini come rito sacrificale e mimo di un Saturnale; la sconfitta della sinistra è anzitutto culturale e non sarà una maschera a cambiare la realtà. Se ancora sappiamo leggere e far di conto, su un dato possiamo convenire: dove si crea un vuoto di progettualità politica, là fatalmente s’infila chi un programma ce l’ha. Conta davvero poco se dietro la finzione del “fascismo del terzo millennio”, dietro un “sansepolcrismo” da rigattiere, si coglie il ghigno del “fascismo vero”, col razzismo, l’omofobia, il disprezzo per la donna e tutto il fango che ci va annegando. Napoli è un ideale banco di prova e una sede particolarmente adatta ad un laboratorio politico in cui sperimentare la nuova e più barbara concezione della vita che a tratti balena a livelli ben più alti di Casa Pound, che, per suo conto, vale quanto s’è visto dietro la maschera gettata a Piazza Navona. Una concezione della vita che trova consensi crescenti nella disgregazione sociale di cui le classi dirigenti, il governo col suo leader e parte dell’opposizione sono la naturale e logica espressione. Chi pensa di uscire dal tunnel senza una profonda riflessione politica, faccia pure a botte con la polizia, e saggi le forze in vista dell’assalto al manipolo fascista: le destre non attendono altro, mentre il veleno leghista e il virus del populismo infettano il corpo sociale e il vuoto politico prodotto dall’inerzia della sinistra, offre spazi impensati alla reazione. Nulla di meglio per alimentare l’offensiva battente che l’ala più retriva della borghesia ha sferrato da tempo per cancellare i valori dell’antifascismo e i diritti dei lavoratori. Una sinistra schiettamente alternativa avrebbe ben altro da mettere in campo ed è evidente: il rinascente fascismo uscirà battuto nel Paese solo se gli sapremo fare attorno la terra bruciata. O si parte dal basso e si torna a parlare alla gente, o non c’è dubbio: la partita è persa. E non basteranno gli slogan d’un antifascismo che non sia progetto politico e pratica collettiva quotidiana; non basterà correre a destra e a manca, ovunque nasca un’emergenza, per prendere “eroicamente” la manganellata di prammatica o la denuncia di rito. Certo, dietro tutto questo c’è lo sfascio della sinistra organizzata in partito, ma si vede anche – pesa terribilmente e occorre avere l’animo di dirlo – un contrasto sociale sclerotizzato e frantumato in mille rivoli, che non cerca la sintesi, non sa più riflettere sulle cause delle sconfitte, non si studia di saldare le diverse realtà di lotta che rappresentano i mille rovesci di un unico problema. C’è gente che apre la via, gente che stenta ma esiste, dai precari della scuola, a chi si batte per i “beni comuni”, ai lavoratori delle mille aziende “vaporizzate”; il fronte è forte ma spezzettato. Saldiamolo, lavoriamo per questo, e il neofascismo ripiegherà di corsa nelle fogne da cui è riemerso.

Carlo Rosselli, un antifascista che pose mano alle armi e pagò l’impegno e il coraggio con la vita, spezzata a tradimento da un pugnale fascista, ci ha insegnato che la retorica delle bandiere e degli slogan non serve a nulla. Lasciamo il suo carnevale a Casa Pound e costruiamo un percorso di lotta, parliamo alla gente dei problemi che vive e conosce e non ci sono dubbi, anche stavolta Rosselli avrà ragione: non vinceremo subito, ma vinceremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 ottobre del 2009 e su “Report On Line” il 3 ottobre 2009.

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Era giunto scortato e con l’auto blu. Da anni ormai si spostava così e non ricordava più quand’era stata l’ultima volta in cui era salito su un pullman. Era venuto fuori agilmente e s’era subito avviato a passo svelto e sicuro, col fresco lana antracite che scendeva a pennello sulle spalle dritte, i gorilla che gli facevano scudo tra la solita folla di curiosi e gli immancabili giornalisti.
Sembrava semplice e spontaneo, ma conosceva a memoria la lezione dei curatori d’immagine:
Sciolto, giovanile, deciso… un uomo che sa il fatto suo, uno che la gente lo guarda e si sente tranquilla, si fida. Anzi, no: si affida.
Sembrava che neanche il caldo appiccicoso, esploso inspiegabilmente in quel pomeriggio di primo maggio, sapesse infastidirlo, ma non era così. Da tempo i fine settimana di maggio li dedicava al mare e la testa era lì, nella barca lasciata all’ormeggio. Ma un prezzo ogni tanto occorreva pagarlo. Col segretario, che organizzava come meglio non si poteva la sua vita pubblica, era stato durissimo:
Questa cazzata proletaria me la potevi evitare! Avrò pure diritto ad una vita privata…
Non gli piaceva ammetterlo, ma c’era poco da fare. Luigi, il vecchio marpione amministratore del suo tempo, aveva perfettamente ragione:
Sai che vita privata, faresti, senza queste “cazzate proletarie”? Quella che fanno i poveri disgraziati per i quali uno come te rappresenta una speranza!
Poco da dire? No.
Mettimi dove vuoi, caro Luigi, dove e come vuoi, senza un aiuto, un soldo, un amico. Riparto da zero. Fallo e vedrai. Uno come me la sua strada la trova e ti assicuro: sale in alto. I deboli hanno bisogno di uno forte che li faccia sognare. I rassegnati di un ribelle che li sappia scuotere. Gli ingenui di un furbo che gli eviti le fregature. Poi certo, se sei forte, furbo, ribelle, qualcosa per te la guadagni. Ma è poco, pochissimo per quello che dai. Il mondo è questo. Io vendo speranze? Può darsi, però rispondimi: quanto vale una speranza per chi è disperato? Che c’è, non rispondi, stai zitto? E allora la risposta te la do io: non ha prezzo, Luigi. Una speranza non ha prezzo, non importa se puoi realizzarla. Se ci credi, non è una patacca.
Quel posto era uno schifo. Per i “centri sociali” provava ormai da tempo un vero e proprio fastidio fisico. Ne aveva le tasche piene di giovani tutti uguali che ripetevano il sogno che era stato della sua giovinezza, di quegli illusi che pretendevano di poter fare un mondo migliore: quale mondo e migliore in che cosa? Ecco ciò che desiderava chiedere a quella teppa che diceva di fare politica. Ma i curatori dell’immagine avrebbero certamente disapprovato, la macchina elettorale ne avrebbe risentito e poi a che sarebbe servito? In politica la verità è un veleno e, se vuoi riuscire, alla gente devi raccontare ciò che vuole sentirsi dire. La verità non la vuole sentire nessuno e perciò non lo avrebbe detto che il “battesimo” di “Insugenzia Okkupato” era un sacramento che si sarebbe volentieri evitato. Non l’avrebbe detto, no. Meglio sorridere e alzare il pugno chiuso, tanto tutto sarebbe durato solo il tempo necessario: Luigi in queste cose valeva quasi quanto le sue inarrivabili speranze. Entrando, s’era rassegnato alla rituale monotonia delle bandiere rosse, allo sguardo severo di Che Guevara che, gira gira, s’era fatto ammazzare come un idiota, all’immancabile kefia prevista dal cerimoniale, che i soliti fanatici avrebbero indossato, alle chiacchiere sull’Intifada, all’esercizio di autoerotismo sulla globalizzazione.
Sursum corda, s’era detto, ravviandosi i capelli tinti alla perfezione. Mi volevate? Ci sono. La fabbrica chiude? Vedremo, non è detto. Farete il diavolo a quattro? Lasciate stare, che è peggio. Una via la troviamo, ma occorre pazienza.
Scherzo di pessimo gusto o trappola anacronistica che fosse, s’era sentito soffocare quando il lampo della digitale l’aveva avvolto: in mano teneva “La Repubblica” e alle spalle una striscia di stoffa con la scritta “Nuove Brigate Rosse“. La scorta era svanita nel nulla, non c’erano kefie o bandiere, non c’erano immagini di Che Guevara, non c’era Luigi a spiegargli che cazzo fosse quella messinscena e in tanti anni di politica nessun curatore d’immagine gli aveva mai spiegato come vendere fumo a uno che ti sta di fronte con la pistola spianata.
Qui, caro compagno, si ferma la tua storia di mascalzone nemico della povera gente – gli diceva il giovane bruno e smilzo che lo aveva fotografato, corrugando la fronte larga sotto ciocche di capelli neri e fini.
Ai miei tempi dicevamo nemico di classe – trovò la forza di obiettare con un filo di voce e d’ironia, ma ottenne solo che l’altro gli spiegasse:
Ai tuoi tempi, i figli di buona mamma della tua razza non avevano avuto il tempo di trasformarci tutti in disperati senza identità.
In condizioni normali avrebbe certamente risposto che aveva fatto sempre e solo ciò che la gente gli aveva chiesto di fare, ma non gli era nemmeno venuto in mente di provarci. La vecchia e collaudata capacità di valutare uomini e fatti, lo aveva subito avvertito: aveva di fronte gente decisa a fargli male. Uno parlava con lui, gli altri parlottavano tra loro, ma gli occhi li avevano tutti carichi di un odio gelido e irriducibile. Venivano da mezzo mondo: uno slavo freddo e tagliente, uno più nero della pece che si mordicchiava le labbra tumide e screpolate, una specie di mongolo inquietante per il viso olivastro e inespressivo. Gente di mezzo mondo: coalizzata.
Guardate che siete fuori tempo. La foto, il panno rosso, il tribunale del popolo, la trattativa per la liberazione. Domani sarete già tutti in galera.
Aveva preso a parlare per gettare un ponte tra sé ed i fantasmi che aveva di fronte, ma il suono delle sue parole lo atterriva.
Non ci sperare. Non si farà nessuna trattativa. La foto che ti abbiamo fatto è il “prima”. Poi verrà il “dopo”, ma sarai già in viaggio.
Replicando trovò che nella voce s’avvertiva un brivido invincibile:
Quale viaggio?
Non hai scampo e non farti illusioni: non abbiamo progetti politici. Ve la siete rubata la politica e non c’interessa. Non sappiamo che farcene., tenetevela pure. Non abbiamo nulla da chiedere e non sogniamo di cambiare il mondo. A noi basta ammazzarti.
Il panico lo sorprendeva e la voce era spezzata:
Ammazzarmi perché?
Perché se cominciamo ad ammazzarvi avrete paura. E tanto basta: sapere che vivrete tremando, che avrete paura di uscire di casa, che avrete paura della vostra ombra. Paura per voi, paura per quelli che vi stanno attorno, paura e basta. Un mondo migliore non c’è, non è possibile costruirlo. E noi non ci proviamo nemmeno. Noi vogliamo solo che abbiate paura. Tutta la paura possibile. Voi che vendete speranze siete i padroni della disperazione. I padroni veri. Tu non immagini quanto bene ci faccia mettervi paura. La vostra paura è la nostra sola ricchezza. Una speranza disperata che non si vende nei vostri magazzini.
Il colpo non era partito. La paura l’aveva svegliato di soprassalto. Aveva sognato. Un incubo pensò. Ma c’era un buio profondo e, per quanti sforzi facesse, il lume sul comodino rimaneva spento.

Uscito su “Furoriregistro” il 27 settembre 2006.

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