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Posts Tagged ‘rivoluzione’

4207658665_bf6e64c452_oAnche se probabilmente collegato a un’eccessiva dimestichezza col Prosecco – Zaia si è diplomato alla scuola Enologica di Conegliano – l’invito alla rivoluzione rivolto ieri ai Veneti è indiscutibilmente un reato di cui dovrà giocoforza occuparsi la Magistratura.
Il «rivolgimento» chiesto infatti dal Presidente della Regione Veneta non riguarda genericamente il significato scientifico della parola. Benché probabilmente avvinazzato, Zaia sapeva quello che diceva e non ha chiesto infatti ai cittadini di girare l’uno attorno all’altro per compiere un giro completo e nemmeno di trasformarsi in singolari solidi di rotazione. Nel suo delirio, Zaia non ha confuso cittadini e corpi celesti e la situazione non si è presentata come un serio problema di salute mentale.
Con incoscienza caratteristica dei leader della Padania, Zaia ha incitato la popolazione a realizzare una trasformazione radicale dell’ordine Costituzionale dello Stato e della Società italiana, in modo rapido e violento, sovvertendo le Istituzioni e minacciando i Meridionali: voi non ci date la secessione camuffata da autonomia? Noi ce la prendiamo con la forza!
Chi ricorda la recente tragedia nei Balcani ora sa sin dove siamo giunti e capisce che i casi sono due: o Zaia sarà immediatamente incriminato per i suoi reati, o i cittadini settentrionali e meridionali minacciati dalle bande di Zaia e non più tutelati dallo Stato, dovranno prepararsi a difendersi assieme dal Masaniello veneto.

 

 

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Copia di !cid_PART_1467902187146Ieri assistevo in piazza a una sorta di autentico miracolo: un sindaco appena eletto che ascoltava la voglia di cambiamento di una piazza piena di gente.
Che grande strumento si è ritrovata tra le mani la mia città!
La gente però è stata zitta. Parlavano come sempre, uno dietro l’altro, i piccoli capi del niente. La gente era lì che ascoltava e non era facile credere fino in fondo a quello che si vedeva. E’ uno dei grandi problemi che si nascondono spesso come un’insidia mortale dietro le rivoluzioni, le vere, le finte e quelle metà vere e metà finte. Non ci credevo fino in fondo, perché più sentivo parlare, più capivo che tutti vogliono cambiare tutto, nessuno vuol cambiare se stesso. Hai voglia di mettere in cerchio una piazza senza nessuno al centro. Quella si chiama apparenza e tutto poi resta com’è.
Pensare di cambiare gli altri è facile e non costa niente; riuscire a cambiare se stessi è la cosa più difficile che si possa tentare e nessuno ci pensa. Ognuno ritiene di andare bene com’è e qualcuno non lo dice, ma è convinto: meglio di lui non ce n’è.
E però non le cambi le cose, se prima non metti anzitutto in discussione te stesso.

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logo1Il binomio arte-rivoluzione a Napoli non chiude la realtà in una gabbia di simboli astratti. Entra piuttosto nel corpo vivo della città e ne svela l’anima. Come quello della rivoluzione, infatti, il linguaggio innovativo dell’arte anticipa o accompagna le trasformazioni e mette in circolazione modelli alternativi di organizzazione sociale e nuove visioni del mondo.
Per Napoli e i napoletani, l’accento purtroppo cade spesso su un’anima creativa, che solo di rado si associa alla tempra dei rivoluzionari. E’ vero, Fernard Braudel, il grande  storico della “École des Annales”, scrive che Napoli è “luogo di creazione” e accenna al “suo abbagliante Settecento”, il secolo in cui la città “donò all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia” ma nel fiorire di cultura e d’arte il secolo si chiuse con la sfortunata rivoluzione del 1799, che privò Napoli del fior fiore della classe dirigente. In realtà, la storia degli eventi e i suoi orizzonti chiusi dominano una cultura troppo legata al potere e lasciano in ombra la visione della vicenda umana fondata sullo studio dei caratteri della civiltà e delle trasformazioni nei tempi lunghi. Braudel, non salva dalla sua amara sorte l’ex capitale del Sud, ridotta a provincia e costretta ai margini della storia nazionale.
Quanti conoscono la fierezza di un popolo, pronto a levarsi contro l’Inquisizione spagnola, cui negò cittadinanza entro le sue mura? Quanti ricordano che Domenico Cimarosa, ultimo esponente della musica operistica napoletana, forse non riuscì a innovarne il linguaggio, ma nel 1799 colse la carica innovativa della rivoluzione e musicò l’Inno di Luigi Rossi “per lo bruciamento delle immagini dei tiranni”, suonato poi per la festa dell’albero della libertà? Di lui si sa che cercò il compromesso col Borbone, ma è raro si dica che patì il carcere e un esilio da cui non tornò più.
Amara sorte, quella di Napoli, eterna “capitale della camorra”, a cui un uso politico della storia, impedisce di superare il filtro dei pregiudizi. Quando si tratta di Napoli, persino lo scontro più sanguinoso coi padroni di turno passa per la lente deformante dello stereotipo e la “città di plebe”  non conosce rivolta politica. E’ furia plebea, ad esempio, la rivolta del 7 luglio 1647, perché il popolo grida con Tommaso Aniello “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno” e non distingue tra sovrano e governo. A ben vedere, però, è difficile capire se il passato sia stato letto con gli occhi di chi lo visse o con il sistema di valori del presente. Se ne sarebbe dovuta ricavare una grande lezione storica, ma si tende invece a tacerla: nacque così la camorra, supplente dello Stato, se lo Stato si disinteressa della gente. Una lezione così attuale e rivelatrice, che ce n’è voluta una più comoda, per deformare il passato e impedire di leggere il presente: l’insurrezione effimera, senz’anima politica o, se si vuole, la “rivolta di Masaniello”, il “rivoluzionario napoletano” per antonomasia.
E sì che per vent’anni l’italiano medio, non il napoletano, distinse tra Duce e fascismo: Mussolini fu il “padre buono”, i gerarchi simbolo di malgoverno. Nessuno però legge la Resistenza come rivolta effimera. L’esplosione di rabbia inconsulta, il fuoco di paglia, la rivolta di lazzari e scugnizzi sono geneticamente napoletani.
Quanto razzismo ci sia in questa secolare deformazione, che va dal disprezzo piemontese per i “briganti” al “pensiero politico” del lombardo Salvini, è difficile dire; tuttavia, nel solco di una storia “manipolata” si collocano “vuoti di memoria”, inspiegabili amnesie e figure cancellate dalla storia politica di un Paese la cui cultura media esprime Rosy Bindi, quando, volendo colpire il laboratorio politico messo su da Luigi De Magistris – guarda caso, il “sindaco Masaniello” – giunge a definire Napoli città “strutturalmente” camorrista. Rosy Bindi, che dovrebbe spiegare a se stessa, prima che ai napoletani, come potrebbe vivere la camorra senza sostegni politici e quali legami politici uniscono Milano da bere, capitale di “Mani pulite”, a Roma di “mafia capitale” e ai crimini veneziani. Spiegarci – e senza giri di parole – il silenzio del potere che lei rappresenta su tante nobili figure di antifascisti napoletani, inconciliabili con la sua costruzione ideologica. Ignoranza o malafede?

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Giustizia e LibertàI padroni sono allegri in questo fine d’anno e fanno festa. Si sentono sicuri. In Turchia, nell’Africa mediterranea, in Grecia, ovunque le masse sono state schiacciate. Se non fossero ubriachi di facili vittorie, si accorgerebbero, che più vincono, più aumenta la gente che lotta. Ai Parlamenti non crede più nessuno, perché non contano più nulla. «Una dittatura non si abbatte col decalogo di Mosè né con eccezioni procedurali», ci ha insegnato Rosselli, e «una banda non abbandona la preda per il Sermone della Montagna». Noi lo sappiamo bene e non ci sfugge che «la necessità rivoluzionaria della lotta non può sentirla che chi abbia acquistato una coscienza adeguata». La coscienza, tuttavia, si crea e non c’è maestra migliore dell’ingiustizia sociale. E’ evidente, perciò: l’insurrezione per ora è schiacciata, ma la rivoluzione avanza ed è solo questione di tempo. Un nuovo fascismo si è accampato nel cuore dell’Europa. Ha espropriato gli elettori, ha annichilito i Parlamenti e a chi si rivolta per fame o per amore di libertà, oggi come ieri risponde con lo scherno. Messe a tacere le opposizioni e create maggioranze che non rappresentano più nemmeno se stesse, schiera nelle piazze i suoi sgherri, «tiene in pugno le armi e dice: ‘solo con le armi discuto’. Bisogna dunque parlare di guerra».
Nel deserto che ci circonda, sotto la cenere della civiltà del lavoro, c’è un sistema di valori più vivo che mai. Quando il precario troverà la solidarietà attiva di chi lavora e sentirà la rabbia del disoccupato sommarsi alla sua, vorrà dire che gli sfruttati sono di nuovo uniti. Lentamente, forse confusamente, ma inesorabilmente questo sta accadendo. E’ un processo lento, ma sicuro e inarrestabile. Si avvicina il momento della resa dei conti. Quel giorno i padroni e i loro servi sciocchi cominceranno a tremare e avranno ragione di farlo, perché non faremo prigionieri e chi verrà a parlarci di clemenza sarà il peggiore dei nemici e come tale verrà trattato. Il tempo della clemenza si è ormai consumato e la pietà è morta: l’hanno uccisa gli sfruttatori in nome del profitto.
Molti pensano che l’unità degli sfruttati sia solo un’utopia irrealizzabile, un’inutile eredità del Novecento. I secoli, però, non esistono, sono solo un modo come un altro per misurare il tempo e non si cambia il mondo solo perché si gira di pagina al calendario. Ieri come oggi, ci sono sventurati che preferiscono pregare, invece di lottare. Porgono l’altra guancia e credono di risolvere i loro problemi – che sono quelli di tutti gli sfruttati – affrontandoli individualmente, accordandosi con chi li deruba, accettando condizioni sempre più penose, convinti come sono che per loro la discesa poi si fermerà. Altri, rassegnati, si chiudono in se stessi e finiscono per odiare tutto e tutti. Noi siamo tanti, però, e cresciamo così tanto ogni giorno, che gli untorelli, gli individualisti, i furbi, i pennivendoli e gli sbirri non potranno fermaci. Ingoieremo ancora rospi e faticheremo da morire, questo è vero, però difenderemo la speranza e coltiveremo la passione. Noi lo sappiamo e i padroni se ne accorgeranno: non gli basteranno scorte armate e piazze presidiate. Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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Agli studenti, in questi anni di guerra che non è guerra, non ho mai nascosto di essere di parte. Ho detto a chiare lettere che una cosa sono i fatti, altra la loro interpretazione. E mi sono sforzato di essere estremo. I ragazzi devono sapere che si può esserlo.
Ho messo molta passione parlando delle idee in cui credo, non ce ne ho messa nessuna presentando quelle in cui non credo, ma le ho descritte come avrebbe fatto un insegnante di idee opposte alle mie.
Mi sono ostinato su un concetto: io ho abbracciato ideali che hanno fatto piangere sangue a intere generazioni. Dall’altra parte c’erano ideali diversi e altrettanto sangue. Un sistema di valori, i comportamenti che ne conseguivano, i fatti che essi determinavano, i rapporti economici che ne erano alla base e producevano le leggi, gli statuti, la realtà sociale, la visione del mondo, questo groviglio, per il quale vivere e nel quale perdersi, era il mondo in cui ho vissuto buona parte della mia vita. Sapevo benissimo che un altro groviglio esisteva. Lo disprezzavo, ci potevo far la guerra e sapevo che poteva portarla al mio groviglio. Si contrapponevano sempre almeno due concezioni del mondo – oggi si dice ideologia e ci si scandalizza – e nessuno si spingeva sino al punto di coinvolgere le verità assolute. Lasciavamo da parte volutamente il bene ed il male, affidati alla dimensione dell’etica e della fede, ci scontravamo su ciò che è giusto o ingiusto e avevamo il rispetto necessario a fare una guerra: stimare di avere un nemico per cui valga la pena di farla. Guerra e pace erano agli antipodi, e nessuno faceva confusione tra esercito e polizia.
Oggi non è più così. Oggi che non esistono ideologie, regna l’integralismo. La quarta guerra mondiale, quella che non poteva cominciare, perché il nemico non ci sarebbe stato, è iniziata probabilmente nel 2001 in nome del bene. E’ il conflitto del bene contro il male. Il bene si autodefinisce, fonde in sé, confonde, anzi, senza separazione alcuna, i tre poteri classici della democrazia di Montesquieu e individua il suo contrario, portandogli guerra. Non riesce a fermarlo nemmeno la considerazione elementare per cui senza male non troveresti bene. Non è consentito ragionare: è un delirio lucido che prevede l’assassinio delle libertà individuali e civili, perché il bene universale le trascende e le comprende. Come ogni verità assoluta è solo una menzogna. Falsa soprattutto quando è divinità politica.
Estrema è la mia attuale opinione sui fatti – che sono di per sé estremi -estreme le conseguenze cui giungo, estremo il momento che viviamo: non credo ai fatti, perché sono chiamato a crederci per fede. Sono ormai così profondamente corrotto dall’inveterata pratica ideologica, che giungo a ritenere che i fatti siano virtuali. Di fronte al condizionale assurto al rango di indicativo, nego la presunta verità: se tutto si riduce ai “sarebbero” delle “fonti attendibili”, se le congetture degli analisti sono il prodotto finito della ricerca, non credo alla ricerca. Non ci sono torri cadute, non ci sono terroristi, non c’è un casus belli. C’è un’alterazione tragica della realtà. Quanto basta per invitare i ragazzi a rivoltarsi in armi per difesa legittima.
Quando sulle rovine di antichissimi imperi, donne, vecchi e bambini muoiono perché non è possibile curarli, aiutarli, sollevarli dal dolore, sotto il volume crescente del fuoco omicida del bene che porta la libertà al male, quando tutto questo accade, alzare le mani in segno di pace può essere disertare. Io non sono religioso, ma credo davvero che la scelta finale di campo tocchi a noi. Non c’è dio che tenga. Forse sarebbe il caso di cominciare a disobbedire in massa; l’armata dei mercenari liberatori deve sapere che dopo millenni di storia l’abbiamo imparato: il bene ed il male non esistono. Esistono scelte giuste e scelte sbagliate in relazione a interessi economici, sistemi di valori che ne derivano e disegni politici. Se il potere diventa religione, ai popoli non resta che una via: la rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 aprile del 2003

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Abbiamo una teoria e una filosofia della storia. Sappiamo che non sarà dalle urne che verrà fuori la soluzione di questa crisi epocale e siamo convinti che la via del cambiamento si può costruire solo con le lotte dei lavoratori uniti. Noi però concordiamo con Lenin: “Chiunque aspetta una ‘pura’ rivoluzione sociale, non vivrà abbastanza per vederla”. Noi sappiamo che l’opposizione al capitalismo si fa anzitutto fuori dal parlamento, ma non per questo pensiamo di doverne stare fuori, perché la reazione si combatte nei luoghi fisici della sua organizzazione e perciò anche nel cuore delle istituzioni borghesi.
Noi, quando serve, scegliamo e non abbiamo paura di sporcarci le mani votando. Anche così si costruisce la rivoluzione.

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Voglio passar per pazzo. Approntate la nave dei matti che un tempo navigava senza soste sui corsi d’acqua tedeschi e ospitava chi non s’integrava. Mandatemi a spasso per fiumi e per laghi, ma lo scrivo. Era nell’aria, ma ci rifiutavamo di crederci. Manca forse la psicopolizia, ma la staranno di certo organizzando. Orwell ha fatto scuola: la verità è ormai rappresentazione e la rappresentazione manipola il passato e “ricostruisce” il presente. Nelle biografie di Giorgio Napolitano la notizia è stata accuratamente cancellata, ma c’è chi ricorda e occorrerà curarlo: gli elettori lo hanno sbattuto fuori dalle Camere. Ci è tornato solo perché Ciampi, ignorando la volontà del popolo, ce lo ha riportato a viva forza, nominandolo senatore a vita. Le drammatiche conseguenze di quel ceffone alla democrazia sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo dice – la verità ormai è figlia naturale del tempo e due più due fanno quattro, fanno cinque o fanno tre. Decide il potere.

Avevamo un Parlamento di nominati, ma un governo eletto. Bello o brutto, aveva un regolare mandato elettorale. Oggi, un senatore a vita bocciato dagli elettori, eletto presidente della repubblica da un Parlamento di nominati con una legge incostituzionale che la destra ha voluto e la sinistra ha mantenuto, un nominato da nominati, o se volete un signor nessuno, ha aperto la via a un governo che nessuno ha votato e ha la fiducia di un Parlamento che nessuno ha eletto.

Così stando le cose, sono costretto a dar ragione a Scilipoti e alla Mussolini; sono in pessima compagnia, me ne vergogno, ma è così: questo governo non c’entra nulla con la democrazia. Se questo è il frutto avvelenato dell’antiberlusconismo, occorre dirlo, la sedicente sinistra di suo ci ha messo molto. Parigi val bene una messa, lo so, ma la vergogna è infinita. Aveva ragione Monicelli poco prima di porre fine ai suoi giorni, quando lo disse chiaro: non c’è altra via che la rivoluzione. La gente, però, ha paura, non vuol capire, ora è complice di uno, ora di un altro e non si può fare. Ci attendono anni bui, peggiori di quelli fascisti. Siamo passati dal conflitto d’interesse alla guerra di classe che si muove dall’alto. Non c’è da farsi illusioni: l’uscita dalla crisi sarà necessariamente traumatica e peserà sui giovani. Tocca a loro tirarsi fuori dalla tragedia in cui li abbiamo cacciati.

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà […] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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Nelle mie vecchie storie il primo maggio
il sol dell’avvenir mandava un raggio
anche a carabinieri e questurini.
In piazza rose rosse e contadini
chiedevano giustizia e libertà,
pane, lavoro e solidarietà.
L’anarchico ignorava dio e padroni
e minacciava la rivoluzione…
In testa ho ancora un canto di protesta:
di tante storie, solo questo resta.
Perché tremare se giunge la sera
e anche di giorno pare notte nera?
Questa è le morte, amico mio dottore,
che, scuro in volto, ora m’ascolti il cuore
e non lo vedi: il tempo mio è passato,
non resta niente e tutto se n’è andato.

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