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Posts Tagged ‘Report On Line’

A Genova, nel luglio 2001, Francesco Puglisi non uccise e non torturò. La Cassazione, però, che per Bolzaneto e la Diaz ha evitato la galera ai poliziotti, gli ha dato 14 anni e chi s’è visto s’è visto. Un avviso chiaro: se ti prudono le mani, fa la trafila legale e passa all’incasso. Una «guerra per la pace», un’idea di democrazia da esportazione, tutta ammazzamenti umanitari e bombe intelligenti, che se centrano ospedali e scuole è un caso di fuoco amico o nemico sbagliato, poi la carriera in polizia. Ai modi bruschi lì si bada poco.
Genova, per dirla con Labriola, evoca gli «spettri del ’98» e chi sa di storia ricorda processi politici messi su ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio che dava voce alle loro ragioni e ammoniva le classi dirigenti: «Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!». I tribunali li «fecero delinquenti» e Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.
Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte del dissidente politico è peggiorata.
Cultura della crisi, normativa emergenziale, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono da allora i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che non muta nemmeno nel gennaio 1890, col codice Zanardelli. Per il giurista liberale, la sanzione rispetta i diritti dell’uomo. Di qui la libertà condizionale, l’abolizione della pena capitale e la discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Zanardelli, però, affida la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un “Testo unico” di Polizia, cui offre forti basi teoriche e strumenti efficaci, ma pericolosi: vilipendio delle istituzioni, incitamento all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esalta «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga del reato offre agili strumenti repressivi e lo Stato, deciso a non dare risposte positive al malessere delle classi subalterne, può criminalizzare le lotte operaie, grazie a norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento è pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante apparati normativi che consentono di tarare gli strumenti repressivi sulle necessità dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme introdotte da Zanardelli, finché nel 1930 si dà un «suo» codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla continuità dello Stato l’iniziale intento di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, molto più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno, in attesa di un nuovo codice che non verrà. E’ grazie a quell’attesa delusa, a quella grave scelta, che oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, si può tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: la criminalizzazione del dissenso, l’indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e l’impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Una voce libera che domandi perché il codice penale italiano che non prevede il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.
Si fa un gran parlare di democrazia, ma si finge d’ignorare il nodo storico che la soffoca, un nodo che non si è sciolto col mutare della vicenda storica e ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera alle repressione. E’ una sorta di blando “Cile dormiente”, che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, mediazione e regole democratiche siano merci costose e prive di mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Cucchi, Uva, Aldrovandi e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà – la repubblica cancella la verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il “Daspo” che Maroni e la Cancellieri, avrebbero voluto estendere al dissenso di piazza, è sanzione amministrativa. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di eccezionale da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, mentre una protesta di piazza costa a un giovane dodici anni di galera e un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista?

Uscito su “Report on Line” il 19 giugno 2013 e su “Liberazione.it” il 30 giugno 2013

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Non ne parlo. Salto a piè pari il fosso dei temi dominanti: “escort“, calzini e bisogni sessuali di politici e giornalisti. Non faccio distinguo e non generalizzo. E’ su questa via che si tende a costringere la riflessione. Non so né voglio sapere se il caso sia diverso, se in fondo “questo è il mondo“, se il più bravo è chi lascia o è migliore chi resta.
Non è questo che conta.
Il tragico fango di Messina è povera cosa di fronte alla melma in cui stiamo affondando. Politica e sesso hanno avuto da sempre rapporti più o meno stretti. Per Cleopatra Marco Antonio perse tutto, l’onore, la gloria e la vita; le regine sopportarono “favorite” e “cocottes” e i sovrani ignorarono amanti e cicisbei. In America un Kennedy si giocò la presidenza, ma gli americani, per ritornare ad oggi, non hanno consentito a nessuno di seppellire sotto un letamaio la bandiera a stelle e strisce solo perché la “stagista” Monica Lewinski aveva avuto rapporti sessuali col presidente Clinton. Qui da noi, al contrario, c’è chi spinge il Paese nel fango e non ci ribelliamo.

La cronaca è breve e giova ricordare. Per un caso che è stato solo personale, la moglie del Presidente del Consiglio, tradita, delusa e nauseata, ci mette sull’avviso: attorno al marito ruota un meccanismo di scambio diffuso, efficiente, capillare e collaudato. Sesso in cambio di carriere politiche, spasso e scialo per un successo televisivo. Ed è stato subito chiaro: qui da noi, il cuore del problema non sono “stagiste” e prostitute, ma la prostituzione del Paese. Qui da noi, il Presidente del Consiglio non è solo un capopartito che guida la maggioranza, ma anche un fior d’imprenditore, un editore ingordo e straripante e l’imputato perenne in processi per corruzione. Il cuore del problema, qui da noi, sono le conseguenze di questa aberrazione.
Clinton, negli Usa, messo in croce, confessa la sua relazione, ma non azzarda la reazione. Non ci prova. Qui da noi, con una protervia senza precedenti, l’imperatore in un primo tempo prova a negare l’evidenza sconcia, poi decide di cambiare le carte in tavola e dimostare che lo sconcio è la norma. Se non si può negare, meglio allora esaltare. Un’armata di spie, velinari e maestri della disinformazione prende così a lavorare per costruire l’immagine d’un capo che è marcio solo perché la regola è il marciume. E’ l’ora del “big brother“, il fratello maggiore. Un “Grande Fratello” permanente esce così in edizione straordinaria, confonde dai teleschermi il virtuale e il reale e tutt’intero un Paese diventa protagonista d’una indecente rappresentazione. Giorno dopo giorno, impotente di fronte alla sperimentata capacità ipnotica di monitor e conduttori, il cittadino, ridotto a suddito telespettatore, assorbe il veleno che, in un’unica dose, potrebbe ammazzarlo e, goccia a goccia, invece l’immunizza.
Annichilita la coscienza critica dalla successione preordinata degli scandali quotidiani, non si salva nulla e presto ce n’è per tutti. Vecchie foto discinte della moglie del premier servono a screditare l’idea stessa della moralità, mentre sordide storie prendono a circolare in forma di minacciosa barzelletta. L’invisibile manganello si abbatte con violenza inaudita sulla capacità di ragionare. Tutto è confuso e tutto si confonde; per ogni regola sono pronti un’accusa e una dose devastante di olio di ricino virtuale. Si mesta nel fango e l’aria si appesta: se una donna non si vende è un prodotto scadente, il giudice che non si compra è una “toga rossa“, un uomo che pensa con la sua testa è il solito “moralista veterocomunista”. Il modello ideale è il neofascista di Piazza Navona. Va di moda Corona dopo la carcerazione e il terreno è infine spianato, quando sotto i riflettori fa rumore il primo caso esemplare: il direttore di un giornale d’opposizione fatto a pezzi pubblicamente sulla scorta di carte e documenti “compromettenti“. Lo scandalo, montato ad arte, turba qualche coscienza e accende discussioni, ma nei salotti buoni della televisione medici prezzolati, accorsi al capezzale della democrazia, spiegano ai sudditi spettatori la loro accativante terapia da talk show: “chi non ha peccato, scagli la prima pietra…“.
Il Paese si adagia, la coscienza critica vacilla e una doppia morale afferma i suoi diritti. “Sì, però…” è la formula ricorrente e, se qualcuno fa ancora resistenza, d’improvviso ecco in luce meridiana i magistrati. Si scava nelle amicizie, si pubblicano conversazioni private, si fanno illazioni su quelli pubblici, si passano al microscopio le frequentazioni. Tutto contribuisce a far crescere il fango che ci insozza e c’è chi fa notare: “ognuno ha i suoi vizi, vedete?“. Uno stuolo di professionisti della guerra psicologica e dello spionaggio ci tiene d’occhio, ci scandaglia, vigilia, scava, scarta, sorveglia, raccoglie documenti, conserva dossier. E se quattro cialtroni in divisa, manovrati da misteriosi pupari, possono mettere in scena il ricatto dei transessuali per pugnalare un avversario politico del “Grande fratello“, il corpo del Paese mitridatizzato non si rivolta. Assuefatto al veleno, l’uomo comune si congratula addirittura con se stesso, strizza l’occhio all’amico e gli batte la mano sulla spalla: “la politica è questo, io l’ho sempre saputo. Tutti uguali, tutti corrotti. E sai che ti dico? Fanno bene, si vive una volta sola e farei come loro“.
Sono tutti convinti: il meglio della vita sta nella corruzione a viso aperto, nell’orgia dichiarata, nel successo assicurato a chi passa dal banco degli accusati al Parlamento. Ormai è l’imputato a segnare il confine tra il lecito e l’illecito di fronte al giudice intimidito. E non sembra esserci scampo: la lotta è per la vita. Darwin, che se ne intendeva, ha osservato che “quando una specie, grazie a circostanze oltremodo favorevoli, aumenta disordinatamente di numero in un piccolo territorio, spesso sorgono epidemie“.

Uscito su “Report On Line” il 28 ottobre 2009 e su “Fuoriregistro” il 29 ottobre 2009

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A inizio secolo – il “primo del nuovo millennio” ricorda la retorica dei pennivendoli – la terribile risposta del capitalismo ha spento sul nascere una voglia di cambiamento attraversata dai brividi di un’autentica ribellione. Sorpresa dalla luce di un’alba livida, la fragile impalcatura dei sogni, tuttavia, s’è sfasciata e il risveglio è stato doloroso.
Sono passati anni e, a ben vedere, tra i nostri giorni bui e le speranze di Genova 2001, non ci sono solo i “democratici” alla Fini installati nella cabina di regia della repressione, il colpo mortale tirato a Carlo Giuliani – ma il bersaglio vero qual era? – la Diaz, Bolzaneto e l’intoccabile De Gennaro. C’è, quantomeno, l’insanguinato stillicidio dei “testimoni scomodi”, i giornalisti e quei fotografi che, per dirla con Josef Koudelka, le foto le “fanno coi piedi”, perché camminano per chilometri tra mille rischi, e fissano in uno scatto o in una frase le rare verità che giungono ormai nelle nostre case assediate da menzogne di Stato. Chi ricorda Maria Grazia Cutuli? Chi conserva memoria di Baldoni o di Raffaele Ciriello freddato dal mitra d’un carro israeliano?
C’è dell’altro. E di peggio: un sonno pericoloso della ragione.
Se Tremonti, folgorato con Saulo sulla via di Damasco, si riscopre socialista e carezza con la mano destra i 130.000 precari della scuola che con la sinistra va decimando, non ci sono dubbi: questo decennio di secolo presenta finalmente la sua natura vera, doppia e schizofrenica nei tratti dominanti: la costruzione artificiosa del consenso su base mediatica e puramente virtuale e la manipolazione del reale, per cui tutto è vero, ma vero è anche il contrario di tutto.
La distruzione del sistema formativo, che giunge alla fine del decennio, si incarna metaforicamente in un San Precario che illumina il Tremonti tornato “socialista”, ma non sa e non può parlare al Tremonti ministro e non lo induce a rompere col “terrorismo psicologico” di quella Confindustria che di Genova s’è servita cinicamente per annientare la resistenza dei lavoratori. Non facciamoci illusioni. Non c’è spazio per la speranza e non ci sono dubbi: il lavoro non verrà da questo miserabile “gioco delle tre carte”. Non verrà, perché è chiaro che il precariato e la critica al precariato sono i due rovesci della stessa medaglia: il capitale “buono”, che cerca consensi alimentando i sogni che la politica di classe si incarica di soffocare con l’inaudita violenza scatenata a Genova. E’ meglio dirselo: il miliardo di analfabeti che popolano il pianeta, l’infinita sequela di disperati e morti per fame sono un’umanità di scarto, una merce avariata che non ha mercato. Merce, spiegava non a torto Marx, sono per il capitale i lavoratori, i poveri e gli emarginati. E merce sono i precari d’ogni specie, i clandestini, i lavoratori al nero, i disoccupati che formano l’esercito sterminato dei crumiri. Merce e null’altro, che si vende e si compra a tanto al chilo, come gli studenti rapinati della scuola, gli immigrati respinti in un rinnovato Medio Evo, i cristiani lanciati strumentalmente contro i musulmani, mentre i bianchi tornano “padroni dei neri” e i neri sono costretti a una nuova servitù.
Il dramma dei precari della scuola è una piccola e dolorosa goccia di sangue nell’emorragia provocata nel corpo sociale dalla sconfitta epocale del socialismo e dall’effimera vittoria d’un capitalismo stretto alla gola dalle sue stesse contraddizioni. E’ parte della svalutazione dei diritti elementari – persino quello di vivere – della marginalizzazione e della repressione spietata d’ogni forma di dissenso e di qualsivoglia volontà di riscatto. Il sogno di una nuova “narrazione del mondo” è morto a Genova, ucciso da una brutalità che pretende il silenzio su ogni vergogna del mercato, anche sui milioni di bambini che lavorano o muoiono di fame, comprati e venduti, merce tra merci, in nome del profitto. D’altra parte è innegabile: abbiamo le nostre colpe. Nuova democrazia, sussidiarietà, sostenibilità ecologica, eredità comune, diritti umani, lavoro, cibo sufficiente e sicuro, equità e diversità, le tante parole d’ordine del nostro “nuovo mondo” sono state dall’inizio un sogno affascinante che non si è mai tradotto in un programma. E’ mancata la consapevolezza. Se un nemico ti affronta con la forza, devi approntare macchine da guerra; noi marciamo invece in ordine sparso e ognuno contratta per la sua parrocchia. Contro la guerra preventiva dichiarata dal capitale siamo divisi e disarmati e questo ci condanna alla sconfitta. Per costruire un mondo nuovo occorrono buone penne, ma anche lettori avvertiti, armi taglienti, ma in mano a buoni soldati. Occorre che sia sveglio l’istinto vitale della legittima difesa. A Tremonti che riscopre l’anima socialista, timoroso delle conseguenze del malgoverno liberista, Robespierre chiederebbe “come può il tiranno invocare il patto sociale, se egli stesso l’ha distrutto” [1]. E non avrebbe torto: il patto è stato violato.

1) Maximilien Francois Marie Isidore de Robespierre, Sul processo del re. 3-12-1792, in Opere complete, IX, Discuors, (quatriéme partie, Septembre 1792-27 Julliet 1793 Phenix, Ivry, 2000.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre del 2009 e su “Report on line” il 24 ottobre 2009

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clip_image001Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.

Il “dialogo” colpito a tradimento

La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo,Immag004 spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli002 6 febbraio 2009 Chiaiano Intervista a Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2009, su “Report on Line” il 13 ottobre 2009 e su “il Manifesto” il 15 ottobre 2009.

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Un tempo carnevale era il cosmopolitismo e la partecipazione collettiva del mondo greco ai riti per Dioniso, o il gioco orgiastico dei Saturnali latini che simulava la sovversione dell’ordine sociale. Il punto politico, però, era chiaro: il carattere rituale della festa cancellava la connotazione di “classe” e – lo sapevano tutti – piuttosto che aprire, carnevale chiudeva lo scontro sociale. Di bello ci rimane il gioco delle parti, l’illusione dell’emancipazione dalle regole e del ribaltamento di ruoli e gerarchie. Una “finzione felice” che dissolve il potere nella caricatura, come voleva l’antica, feroce saggezza d’una società piramidale e classista, fondata sul sangue e sul censo, che concedeva divertita agli emarginati l’effimero e innocuo piacere del cambiamento.

Lontani dal significato reale di quello che va in scena, noi ci divertiamo: Venezia mostra dame mascherate, lustrini e cicisbei vanesi con parrucche incipriate, Acireale muove i suoi carri di cartapesta e cartone romano, coi fiori, le luci e la forza dell’acqua che dà il movimento, Tricarico se la gode con le antichissime “scaramucce” tra le maschere variopinte dei tori e delle mucche. Da un po’ il carnevale, a Napoli, lo fanno le “occupazioni” dei “bravi ragazzi fascisti” che odiano il SIM, lo “Stato Imperialista delle Multinazionali”, e senza saperlo, sposano così le tesi delle Brigate Rosse, attaccano la Charitas che, a sentirli, alimenta la guerra dei poveri favorendo gli immigrati, sognano l’autarchia e il ritorno alla geopolitica degli “anni Trenta”, con le “cannoniere” in rotta dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.

E’ solo un carnevale, un garbuglio cristiano che ha radici pagane e natura quasi “animale”, però stiamo attenti a non ribaltare l’antica logica e a non assegnare alla caricatura il valore della realtà. I quattro gatti emersi dal buio del passato non sono la causa, ma la conseguenza di un problema e ci farebbe certamente male seguire la tentazione di sciogliere il nodo inscenando un contro-carnevale fatto di “bella ciao”, di antifascismo messo in campo nei giorni comandati e dello scontro coi celerini come rito sacrificale e mimo di un Saturnale; la sconfitta della sinistra è anzitutto culturale e non sarà una maschera a cambiare la realtà. Se ancora sappiamo leggere e far di conto, su un dato possiamo convenire: dove si crea un vuoto di progettualità politica, là fatalmente s’infila chi un programma ce l’ha. Conta davvero poco se dietro la finzione del “fascismo del terzo millennio”, dietro un “sansepolcrismo” da rigattiere, si coglie il ghigno del “fascismo vero”, col razzismo, l’omofobia, il disprezzo per la donna e tutto il fango che ci va annegando. Napoli è un ideale banco di prova e una sede particolarmente adatta ad un laboratorio politico in cui sperimentare la nuova e più barbara concezione della vita che a tratti balena a livelli ben più alti di Casa Pound, che, per suo conto, vale quanto s’è visto dietro la maschera gettata a Piazza Navona. Una concezione della vita che trova consensi crescenti nella disgregazione sociale di cui le classi dirigenti, il governo col suo leader e parte dell’opposizione sono la naturale e logica espressione. Chi pensa di uscire dal tunnel senza una profonda riflessione politica, faccia pure a botte con la polizia, e saggi le forze in vista dell’assalto al manipolo fascista: le destre non attendono altro, mentre il veleno leghista e il virus del populismo infettano il corpo sociale e il vuoto politico prodotto dall’inerzia della sinistra, offre spazi impensati alla reazione. Nulla di meglio per alimentare l’offensiva battente che l’ala più retriva della borghesia ha sferrato da tempo per cancellare i valori dell’antifascismo e i diritti dei lavoratori. Una sinistra schiettamente alternativa avrebbe ben altro da mettere in campo ed è evidente: il rinascente fascismo uscirà battuto nel Paese solo se gli sapremo fare attorno la terra bruciata. O si parte dal basso e si torna a parlare alla gente, o non c’è dubbio: la partita è persa. E non basteranno gli slogan d’un antifascismo che non sia progetto politico e pratica collettiva quotidiana; non basterà correre a destra e a manca, ovunque nasca un’emergenza, per prendere “eroicamente” la manganellata di prammatica o la denuncia di rito. Certo, dietro tutto questo c’è lo sfascio della sinistra organizzata in partito, ma si vede anche – pesa terribilmente e occorre avere l’animo di dirlo – un contrasto sociale sclerotizzato e frantumato in mille rivoli, che non cerca la sintesi, non sa più riflettere sulle cause delle sconfitte, non si studia di saldare le diverse realtà di lotta che rappresentano i mille rovesci di un unico problema. C’è gente che apre la via, gente che stenta ma esiste, dai precari della scuola, a chi si batte per i “beni comuni”, ai lavoratori delle mille aziende “vaporizzate”; il fronte è forte ma spezzettato. Saldiamolo, lavoriamo per questo, e il neofascismo ripiegherà di corsa nelle fogne da cui è riemerso.

Carlo Rosselli, un antifascista che pose mano alle armi e pagò l’impegno e il coraggio con la vita, spezzata a tradimento da un pugnale fascista, ci ha insegnato che la retorica delle bandiere e degli slogan non serve a nulla. Lasciamo il suo carnevale a Casa Pound e costruiamo un percorso di lotta, parliamo alla gente dei problemi che vive e conosce e non ci sono dubbi, anche stavolta Rosselli avrà ragione: non vinceremo subito, ma vinceremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 ottobre del 2009 e su “Report On Line” il 3 ottobre 2009.

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