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Posts Tagged ‘Epifani’

ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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Dice re Giorgio che è inutile far cadere il governo da lui fortemente voluto. Non scioglierebbe mai le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale e non si può votare. 22563_20260_bloglive-81c45c141eae14fbf835ef6818a1bc46_ImageA dirla come si deve, senza girarci attorno con mezze parole che nessuno capisce bene, la legge che ha determinato la formazione delle Camere e l’inconsueta rielezione di Napolitano al Quirinale è una «legge-truffa». Questo, però, non è il linguaggio che usano i re.
Dice Epifani che il Partito democratico sta con Berlusconi perché non può piantare in asso baracca e burattini e, per suo conto, il senatore pericolante ripete pari pari il ragionamento di Epifani: ci vuole una legge elettorale, quella che c’è non va più bene ed è finita nel mirino della Corte Costituzionale. Né l’uno né l’altro, però, ammette apertamente che la legge Calderoli è un vero e proprio imbroglio. Gli «uomini delle Istituzioni» non parlano mai chiaro: c’è il rischio che la gente capisca.
Dice Alfano che se, come pare ormai certo, troverà il coraggio di tradire definitivamente il suo ex padre padrone, avrà un partito vero e finalmente suo, ma non potrà certamente far cadere il governo. Giocando d’anticipo, l’ex delfino del più celebre pregiudicato d’Italia, interroga direttamente gli elettori: si può mandare il popolo a votare, se la legge elettorale è un’autentica vergogna?
A sentirli parlare, con le loro mezze parole, i sottintesi e quel disaccordo totale su tutto, tranne che sulle impossibili elezioni, non si capisce praticamente nulla, ma emerge la verità puntigliosamente negata: questa vituperata legge elettorale, che tutti hanno voluto e nessuno ha mai fatto qualcosa per cambiare, ha un’importanza fondamentale per re Giorgio, per Epifani, per Berlusconi, per Alfano, per la sgangherata banda Monti, per Casini e la sua malconcia compagnia di ventura. In questo nostro sventurato Paese, per capirci, chiunque prometta cambiamenti che non intende realizzare, si affretta a chiamare in causa la legge elettorale per spiegarci che cambiare vorrebbe ma cambiare non si può. Nel guazzabuglio da Regia Marina – ciò che è vero la sera non vale la mattina – la legge Calderoli è l’alibi per una sporca faccenda, un pasticciaccio tale da fare impallidire Germi e la sua via Merulana. L’inganno più grave, però, l’oltraggio sanguinoso all’intelligenza degli elettori, non va cercato in quello che i galantuomini autonominati ripetono con esasperante monotonia. Il peggio si cela in quello che nessuno dice, ma è sempre più chiaro a tutti: poiché la legge elettorale è fatta apposta per vanificare il voto espresso dal mitico «popolo sovrano», Senato e Camera dei Deputati sono attualmente formati da alcune centinaia di persone elette illegalmente e perciò prive di una autentica legittimità democratica. Sono loro, questa nuova specie di clandestini, che hanno voluto per la seconda volta Napolitano al Colle e sempre loro, i figli di una «legge-truffa», il 23 ottobre, al Senato, hanno votato una gravissima modifica dell’articolo 138 della Costituzione.
Dice re Giorgio che lui non scioglierebbe le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale. C’è da chiedersi dove sarebbe Napolitano, Presidente praticamente a vita, se l’Italia fosse un Paese retto da Istituzioni democratiche legalmente elette; molto probabilmente non sarebbe dov’è, in Parlamento non vedremmo accampati deputati e senatori «espropriati» dai segretari di partito e da saggi di nomina regia e nessuno avrebbe osato mettere ai voti una modifica della Costituzione che fa di uno «Statuto rigido», una inutile dichiarazione d’intenti alla mercé di ogni «golpe bianco».
Dice Formigoni che chi si è astenuto sull’articolo 138 intendeva far cadere il governo. La verità è che il Senato ha approvato un ddl costituzionale sul Comitato per le riforme costituzionali, che per soli quattro voti evita anche il ricorso al referendum confermativo. Giulietto Chiesa, giornalista prestato alla politica, è stato invece brutalmente chiaro: «questo Senato non ci rappresenta», ha detto, «ha una maggioranza di provocatori, di lanzichenecchi che operano contro l’ordine e la pace sociale. […] Un parlamento di nominati non rappresenta il paese e, tanto meno, può arrogarsi il diritto di cambiarne la carta costituzionale […]. Questo è un golpe bianco, che esegue il piano eversivo della P2. Noi faremo resistenza». Non è facile capire che intenda Chiesa, quando dice «Resistenza», ma a far chiarezza hanno pensato in questi giorni di ottobre le piazze, colme di gente e di rabbia composta, che pacificamente tornavano al monito che in anni ormai lontani, ma molto simili a quelli che viviamo, venne da Giovanni Bovio: «Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici».
Umberto I, il re di quegli anni tragici, non gli diede ascolto. Finì come tutti sanno, coi moti del ’98, la cavalleria accampata nelle piazze e le tragiche cannonate milanesi di Bava Beccaris.

Liberazione e Report on Line , 25 ottobre 2013

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Poche parole chiare e pazienza se Pierino insinuerà che sei un “grillino“. Dal Fatto Quotidiano al Bergamasconews, i “titolisti” hanno dato fondo alle risorse: Addio Movimento 5 Stelle! Due deputati grillini passano al gruppo misto. Per carità, la notizia è interessante, però non si capisce bene perché nessun giornalista ha avuto un sussulto pochi giorni fa, quando Lello Di Gioia, Marco Di Lello, Pia Elda Locatelli e Oreste Pastorelli, quattro “nominati” del sedicente “Partito Democratico” hanno deciso di precedere al Gruppo Misto della camera Vincenza Labriola e Alessandro Furnari, giunti poi dal Movimento 5 Stelle. Per i due “grillini” titoloni e polemiche, per i “Democratici”, un  silenzio a dir poco misterioso.  
Checché ne pensino Stella e Rizzo, in tema di “casta” i giornalisti del giro buono non hanno nulla da invidiare ai politici. Grazie alla nostra “libera stampa”, sono mesi che dei 5 Stelle conosciamo soprattutto litigi e incongruenze ma non c’è stato un pennivendolo che si sia occupato dei 47 progetti di legge che il Movimento ha presentato. Giorni fa, nel religioso silenzio di giornali e televisioni, l’armata Brancaleone dell’italico “progressismo”, guidata da Epifani, ha scelto di astenersi persino su un emendamento voluto da Sel per consentire l’effettivo  funzionamento della legge 194 e permettere alle donne italiane di abortire senza ricorrere a sciamani e cucchiai d’oro. Sarà che per il PD, nato male e peggio cresciuto, anche solo far cenno all’aborto è come parlare di funerali in casa di un moribondo, sta di fatto che assieme ai Cinque Stelle hanno votato quelli di Berlusconi. Poiché Scalfari e tutti i suoi democratici camerati erano impegnati nelle immancabili interviste ai due disastri della nostra vita politica – il vecchio Napolitano e il giovane Renzi – il silenzio è caduto  sulla vergogna infinita.             
Parliamoci chiaro: Grillo non convince, può non piacere, è un’occasione persa o un tragicomico bluff. Ognuno la pensi come vuole. Nella tragedia italiana, però, le responsabilità sue e dei deputati del suo Movimento sono di fatto pari a zero. I killer della nostra democrazia vanno ricercati tutti nel mercato zoologico e ortofrutticolo che tiene banco a centrosinistra dall’ormai lontana sparizione del PCI e della DC. E’ lì che bisogna cercare, partendo dall’ambigua Quercia, giungendo all’Asinello e fermandosi all’Ulivo e a quel Giorgio Napolitano, che di quest’opera buffa è stato ed è il funambolico protagonista dai primi anni Cinquanta ad oggi; è lui, infatti, Napolitano, non Grillo che ha incarnato il ruolo del trasfromista, passando con inimitabile disinvoltura dall’ortodossia bolscevica a quella capitalista.

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il costituzionalissimo ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, il Maroni, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno. Con discutibile coerenza, però, il Maroni – per dirla com’è senza badare alla forma – ha continuato a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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