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Posts Tagged ‘codice Rocco’


Se un padrone che non è in regola con la sicurezza uccide un operaio, teoricamente gli tocca una pena massima di 5 anni. In realtà il peggio che gli può può capitare è una condanna a un anno con la condizionale. La pena di Mimmo Lucano per la sua idea di umanità e solidarietà, equivale, quindi, a quella massima che dovrebbe toccare a un padrone che ha ucciso due o tre lavoratori.
Il punto, però, ora non è se la sentenza sia da considerare “giusta”, perché evidentemente non lo è. Il punto è che il capitalismo riconosce il fascismo come suo modello di organizzazione e governo della società. E’ che il nuovo fascismo, ridotti a carta straccia la Costituzione e a un inutile fastidio il Parlamento, comincia purtroppo a gettare la maschera.

Agoravox, 1 ottobre 2021

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Non so se delinquenza comune e manovalanza mafiosa ne abbiano profittato, ma il ministro dell’Interno del «governo dei migliori» l’occasione gliel’ha offerta. Martedì 8 giugno, infatti, agenti di tre diversi servizi della Polizia di Stato – Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale – non hanno trovato altro da fare che perder tempo nel sequestro di documenti raccolti in anni di ricerca da Paolo Persichetti, ricercatore storico che si occupa degli anni Settanta. Per un intero giorno, i custodi del quotidiano disordine pubblico hanno ritenuto l’archivio di uno storico più pericoloso del malaffare; hanno fatto così il primo passo verso quello che potrebbe diventare il processo politico a una maniera di leggere la storia che non collima con la “verità” del Potere.
Nel Paese in cui il Presidente del Consiglio non sbaglia mai e se necessario cammina sulle acque e  moltiplica i pani e i pesci, le cose vanno purtroppo così: se vuol vivere tranquillo, un ricercatore storico non deve occuparsi di argomenti ormai prigionieri d‘una qualche verità di Stato. A me anni fa capitò di finire sul Corsera in un piccolo ma vergognoso elenco di “negazionisti”, perché m’ero azzardato a ricostruire la vicenda delle foibe e del confine orientale fuori dai canoni della verità di Stato. Non contenta, l’onorevole Frassinetti presentò una risoluzione rivolta contro gli studiosi che non raccontavano i tragici fatti delle foibe così come voleva la sua verità e propose l’istituzione presso il Ministero dell’Istruzione di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti”. La lista degli abilitati a parlare non si fece, ma si decise – all’unanimità! – che fossero i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri.
Hai ragione Paolo: da tempo ormai la ricerca storica è sotto minaccia. Io però non mi meraviglio. Qui da noi si fa ancora giustizia col codice del fascista Rocco e abbiamo una Magistratura figlia dell’amnistia Togliatti. Per chi non lo sapesse, quell’amnistia fu scritta da Gaetano Azzariti, Presiedente del Tribunale fascista della razza e poi della Corte Costituzionale! E’ la Magistratura dei Palamara, dei giudici che hanno appioppato 14 anni di carcere a Francesco Puglisi, condannato per aver messo fuori uso un bancomat, secondo regole fissate dai fascisti nel 1930: “devastazione e saccheggio”! Gli stessi giudici che non toccano i padroni, quando ammazzano i lavoratori negandogli la sicurezza. Quelli che hanno incarcerato l’ultrasettantenne Nicoletta Dosio, esponente dei NO Tav, per un danno erariale di poche centinaia di euro e applicano il principio fascista della “pericolosità sociale” a Eddi Marcucci, tenuta sotto stretta sorveglianza e sottoposta a mille privazioni di libertà perché, armi in pugno, ha difeso dai turchi di Erdogan la libertà dei Curdi. Il beato Draghi, che si avvia a diventare santo, l’ha detto chiaramente, del resto: a noi i dittatori servono. Non l’ha detto, ma è chiaro: ci dà invece molto fastidio chi li combatte e lotta per la libertà.
Tu, caro Paolo, hai chiesto a giusta ragione a chi ama la storia una risposta civile, ferma, forte e indignata. Che – aggiungo io – non si limiti alle parole di circostanza e al bla bla sulla solidarietà.
Per quanto mi riguarda ho un archivio pieno zeppo di malefatte di giudici servi del potere e ci ho scritto libri: Crispi che chiede ai giudici di imbastire un processo farsa per far fuori i socialisti e il processo si fa; un magistrato che si contenta della dichiarazione congiunta e bugiarda di un pool di Commissari di P.S. che raccontano Biancaneve e i sette nani su un omicidio di Stato, commesso nei giorni di fuoco della settimana Rossa e via di questo passo. Mettiamo insieme qualche libero ricercatore. Ognuno ricostruisce, in ordine più o meno cronologico, una o due pagine «nobili» di questa storia infame e facciamone un libro. Raccontiamo alla gente cosa contengono le nostre carte e vediamo quanti sequestri e quanti processi i camerati di Palamara avranno l’ardire di organizzare.

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Mi mancano dati e competenze. Tutto è ancora molto vago e non sono un giurista. Questo non vuol dire, però, che non possa legittimamente esprimere il mio sconcerto per una riforma della Giustizia che riconosco urgente, ma si presenta con la solita inaccettabile premessa – «è l’Europa che ce lo chiede» – accompagnata stavolta da una sorta di ricatto. «Se non accetteremo di cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di svolgere i nostri compiti istituzionali e professionali, se opporremo resistenze ai cambiamenti», ci ha avvisati Marta Cartabia, «mancheremo gli obiettivi che la Commissione ci richiede quanto alla durata dei processi» e «l’Italia dovrà restituire quella imponente cifra che l’Europa sta per immettere nella vita economica e sociale del paese». 
O la borsa o la vita, quindi, che non è un bel modo di parlare di Giustizia, anche perché cambiare non è sininimo di migliorare.

E’ vero, abbiamo processi che durano un’eternità e c’è il problema della prescrizione. Sono cose serie che vanno risolte. I tecnici ci diranno come regolamentare la prescrizione e decideranno se impedire l’appello dopo un’assoluzione servirà a migliorare le cose, anche se la Consulta nel 2006 dichiarò questa soluzione incostituzionale, perché creava uno squilibrio nei rapporti fra accusa e difesa.
Di questioni tecniche, comunque, è bene si occupi chi ha le competenze per farlo e proceda senza pregiudiziali ideologiche. Da cittadino, io mi pongo invece domande che non non sembrano avere cittadinanza nell’idea di giustizia che muove l’Europa e la Guardasigilli Cartabia.

Avremo una Giustizia più giusta, se la cambieremo in pochi mesi e decideremo con l’acqua alla gola?
La nostra giustizia diventerà più giusta solo perché sarà più veloce?
Una giustizia giusta tratta i detenuti come bestie?
Si può avere una giustizia giusta, partendo da un Codice penale scritto da un fascista nel 1930?
Una giustizia è giusta se è così immorale, da prevedere una pena massima di sette anni per il padrone che ammazza un lavoratore ignorando la sicurezza sul lavoro, e mandare in galera per 14 anni un cittadino che distrugge un bancomat durante una manifestazione?
Una giustizia è giusta se prevede severe limitazioni di libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma è ritenuto «socialmente pericoloso», perché – secondo il giudice – dimostra un’attitudine al delitto?

Per quello che mi riguarda, la risposta è no.

Agoravox, 13 maggio 2021

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Com’era facile prevedere, nove protagonisti dei fatti di Napoli del 23 ottobre scorso sono stati denunciati per «devastazione e saccheggio». Fossero o no estranei ai movimenti sociali, sulla vicenda, tra le tante chiacchiere inutili, ho letto un intervento acuto, in cui c’è un punto fermo, che fissa una data e segna un confine. Il reato, certo, risale ai tempi di Rocco, ma la nostra borghesia è riuscita a imporci il codice fascista anche dopo la guerra di liberazione, la repubblica e la Costituzione e lo troviamo sempre più spesso, pericoloso e intimidatorio, in mano a magistrati ai quali nessuno ha spiegato che il fascismo è caduto. Lascio da parte l’intreccio forte tra disastro del sistema formativo e qualità della Giustizia – scuola e università dovrebbero essere la nostra prima preoccupazione – e mi fermo all’intervento cui ho fatto cenno.
Dopo il fascismo, c’è scritto giustamente, fino al 2001, l’articolo del Codice fu utilizzato solo raramente. Da quell’anno maledetto, invece, entra spesso in gioco, vince la partita in tribunale e ottiene l’effetto intimidatorio che si propone. A me pare che il caso Puglisi e il suicidio della povera Paola Ferla avrebbero dovuto essere un forte campanello di allarme, ma l’agenda purtroppo ce la detta da tempo chi ha in mano il potere e corriamo di qua e di là senza fare bilanci e verificare una linea.
Al 2001, in sostanza, al momento di svolta, si ferma l’analisi, che sarebbe stato invece utile proseguire, per provare a capire come mai «devastazioni e saccheggi» siamo diventati sempre più frequenti. È solo questione di rapporti di forza o c’entra in qualche modo anche la nostra capacità di organizzarci? E quanto pesano su questa capacità le divisioni, la tendenza a marciare in ordine sparso, la volontà di questo o quel gruppo di stare in testa a un corteo, l’attenzione volta a «noi dentro la piazza», invece che a chi ci sta intorno? Non è forse per questo che non blindiamo uniti le manifestazioni? Eppure uniti, per questo almeno, se non per altro, dovremmo essere.
Qui l’analisi però non giunge. A me pare perciò «storicamente» corretta l’individuazione di un anno di svolta, ma credo anche che occorrerebbe andare oltre e approfondire. Credo – e temo – che fino a quando ragioneremo solo degli altri e non ci occuperemo anche – e direi soprattutto – di noi, saremo responsabili di saccheggi e devastazioni di cui nessun tribunale ci chiamerà a rispondere: quelli che il capitalismo realizza a nostro danno, profittando abilmente dei nostri errori.
In questi giorni, se n’è andato Francesco Ruotolo, amico e compagno di grande spessore umano, politico e culturale. L’ha ucciso il Covid, in conseguenza del disastro della Sanità, della distruzione dell’ambiente e – per non farla lunga – delle colpe imperdonabili di una classe dirigente che meriterebbe di essere fucilata nella schiena per alto tradimento. La perdita è stata così dolorosa, che non ho trovato la forza di ricordarlo. Mi sono limitato a poche parole in un commento su Facebook. Francesco, gli ho detto, «quando se ne vanno quelli come te, le parole, che in genere non mancano mai, spariscono. Io non ne ho. Ciò che resta di una generazione di compagni se ne sta andando e non c’è rimedio. Sono convinto però che quelli come te lasciano un vuoto fisico, ma non muoiono per davvero. Tu ci sei, vivi e vivrai nel ricordo di chi ti ha conosciuto e visto all’opera. È da stamattina che me lo dico. Non è vero che non ci sei più. Chi è stato un esempio continua a vivere fra noi. Tra i giovani soprattutto, che portano con loro tutto quanto hai saputo dare. E hai dato tanto. Tantissimo. Non ti saluto, perciò. Ti ringrazio».
Avrei dovuto continuare, ma non ne avevo la forza e la voglia. Avrei dovuto dire che Francesco ci lascia una domanda che attende risposta. Mentre giungeva alla fine, benché molto sofferente, tornava infatti su ciò che a molti sembra forse la «fissazione» di vecchi un po’ rimbambiti: l’unità dei compagni, oggi soprattutto, dopo lo sfascio della Costituzione. Era un cruccio che condividevo. Quando gli raccontai che, insistendo su questo tema, avevo avuto una risposta dura – «l’unità è diventata la tua droga», mi fu detto – osservò che da quando la Costituzione conta poco o nulla, non siamo più in grado di difendere le nostre conquiste e siamo diventati residuali. Non riusciamo nemmeno a stare assieme in lotte come queste, sulle quali dividersi è imperdonabile.
Questa sua «fissazione», molto simile alla mia «droga», Francesco l’ha difesa, finché un’oncia di forza l’ha sostenuto. La sua domanda di unità sui problemi di fondo, però, se n’è andata con lui e non ha avuto risposta. Io non insisto più: la Costituzione è fuori gioco e il Paese è andato a destra. Francesco invece ha insistito finché ha potuto e se ci penso, credo che questa attesa sempre più inutile sia stata per lui, come per gran parte della generazione di vecchi militanti che il Covid va sterminando, l’ultima, amara sconfitta.

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Uno Stato socialmente pericoloso

Oggi si discute a Torino il ricorso in appello presentato da Maria Edgarda Marcucci contro il provvedimento soffocante e fascista della Sorveglianza Speciale, che subisce dal 17 aprile scorso. Eddi – così la chiama che la conosce – non ha commesso reati. Ha combattuto l’Isis e ha difeso la libertà e la giustizia. In segno di solidarietà e per ricordare a chi non conosce il suo caso, pubblico un articolo che scrissi per lei e le auguro di tutto cuore che i giudici vogliano cancellare questa triste e vergognosa pagina della nostra storia.

Maria Edgarda Martucci, Eddi per i compagni, tornata tra noi dopo aver combattuto per la libertà dei curdi, è stata sottoposta per due anni ai vincoli della sorveglianza speciale. Come tutti i sorvegliati speciali Eddi non ha commesso reati ma le autorità di pubblica sicurezza pensano che potrebbe commetterne. Il provvedimento che la colpisce, quindi, si fonda sull’opinione di un funzionario e di un giudice, che, secondo criteri lombrosiani, vedono in Eddi una tendenza a delinquere.
Se confermata nei successivi gradi del processo, questa opinabile scienza – che riduce lo Stato e un’entità socialmente pericolosa – priverà Eddi di alcuni diritti e di buona parte della sua libertà personale. Trasformata in suddita, la cittadina incensurata Maria Edgarda Martucci si vedrà sottrarre passaporto e patente e dovrà sottostare a obblighi stringenti: comunicare alla polizia l’indirizzo di casa, da cui non potrà allontanarsi senza informare le autorità; la mattina non potrà uscire prima di una certa ora e la sera dovrà rincasare presto. Dovrà lavorare, ma senza chiedere licenze di alcun genere, potrà svolgere solo mansioni di dipendente o fare un lavoro autonomo per cui non è richiesta l’iscrizione a un albo. Nessuna riunione, nessuna manifestazione, nessun compagno sottoposto a provvedimenti di polizia e per finire, niente bettole e osterie.
E’ opinione di funzionari e giudici, che questo trattamento impedirà a Eddi di creare problemi di ordine pubblico. Per dirla chiara, le insegnerà – o dovrebbe insegnarle – che è pericoloso agire secondo coscienza e manifestare liberamente le proprie opinioni. Tutto legale? Sì, ma è la legalità autoritaria, quella del codice Rocco, che consente ai giudici della Repubblica antifascista di esercitare la loro funzione secondo provvedimenti di ispirazione chiaramente fascista.
C’è un libro uscito pochi anni fa che pare scritto solo per “specialisti” e invece dovremmo leggere tutti, per capire come possa accadere che un Tribunale della Repubblica nata dalla guerra di  liberazione, giunga a condannare a due anni di sorveglianza speciale una giovane donna che – come riconosce la stessa accusa – non ha commesso  reati.
Il libro, scritto da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, uno storico e un magistrato, è intitolato Un’odissea partigiana e ricostruisce l’incredibile storia di alcuni combattenti della guerra di Liberazione che, quando l’amnistia di Togliatti aprì le porte ai fascisti reclusi, si trovarono a fare i conti con giudici mussoliniani dal dente avvelenato, che inquinavano i Tribunali della Repubblica. La persecuzione fu così spietata che, pur di sottrarli alla vendetta, Terracini si rassegnò a ottenere condanne giustificate dalla pazzia. Amnistie e indulti, si disse l’avvocato comunista che aveva firmato la Costituzione con De Gasperi e De Nicola, avrebbero poi provveduto a tirarli fuori dai manicomi.
Le cose però non andarono così  e i “pazzi per la libertà” rimasero quasi tutti in manicomio, perché il codice fascista, che non abbiamo mai cancellato dalla vita della Repubblica, esclude da indulti e amnistie chi è considerato “socialmente pericoloso”. Si spiega così, con questa regola fascista che annichilisce la Costituzione quanto è capitato in questi giorni a Eddi, cha di fatto ha ripercorso la via amara di tanti partigiani.
Una esperienza di questo genere può capitare solo in un Paese come il nostro, che non ha fatto i conti col fascismo e ignora purtroppo la sua storia. Un Paese di sedicenti “liberali”, in cui è facile incontrare giudici che non conoscono il monumento levato in piazza dopo l’unità d’Italia a Santorre di Santarosa, il rivoluzionario borghese che passò dai moti carbonari, all’esilio inglese – cui l’aveva costretto un Tribunale – e incontrò la morte per mano turca, combattendo in Grecia per la libertà dei padri della democrazia.
Se non fossimo un popolo di “senzastoria”, Emanuela Pedrotta, Pubblico Ministero a Torino, si sarebbe guardata bene dall’utilizzare il codice penale secondo lo spirito che ispirò il fascista Rocco. La storia, maestra di vita, che trova purtroppo sempre meno allievi in grado di apprenderne la lezione, l’avrebbe indotta a riflettere, a ricordare che nel 1897, l’Italia liberale, che pure non fu modello di democrazia, non osò ricorrere al codice Zanardelli e non condannò i giovani tornati in Italia, dopo aver combattuto per la libertà di Candia, assalita dai Turchi. L’idea universale di libertà l’avrebbe fermata, benché tra quei volontari ci fossero soprattutto rivoluzionari, come il comunardo Amilcare Cipriani, Ettore Croce, futuro deputato comunista, poi perseguitato dai fascisti, e Arturo Labriola, futuro sindacalista rivoluzionario, sindaco di Napoli e ministro del Lavoro con Giolitti.
Qualora questi nomi non fossero bastati a imporle rispetto per chi difende della libertà di tutti i popoli, avrebbe certamente fatto un passo indietro di fronte al sacrificio di Antonio Fratti, giovane deputato repubblicano, partito con Cipriani, Croce e Labriola, ucciso in combattimento dai Turchi, ricordato in versi appassionati da Giovanni Pascoli e salutato dalla commemorazione rispettosa  dei colleghi parlamentari di ogni parte politica. Purtroppo l’Italia d’oggi ignora la sua storia. Eddi perciò, ideale compagna del giovane Fratti, di Cipriani, Croce e Labriola, non ha trovato ad attenderla il poeta e i suoi versi appassionati, gli sguardi rispettosi del Parlamento e un popolo che le si è stretto attorno come avrebbe meritato. Per lei ci sono stati solo la ferocia del Codice fascista e un giudice che ignora la storia del suo Paese e non si inchina ai grandi valori che ci fanno sperare in un mondo migliore.
Centoventi anni dopo il sacrificio di Fratti, questo nostro sventurato Paese è tornato purtroppo un modello di barbarie. Io però ricordo – e mi sembrano scritte per Eddi – le parole che in quei giorni lontani ebbe a scrivere Matteo Renato Imbriani Poerio. Parole troppo presto dimenticate, che vale la pena di ripetere per Eddi:
“In cospetto di un delitto che non ha nome contro un popolo che fronteggia la barbarie dell’Europa […] sappia il popolo italiano imporre al suo governo una politica che non significhi vergogna”.
Sono parole che non moriranno, come vivi saranno per sempre, al di là di sentenze che si commentano da sole, i nomi e le storie di quei giovani che hanno il coraggio delle loro idee e le difendono in ogni modo possibile, come hanno fatto sui monti i partigiani.

Agoravox, 27 marzo 2020

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Maria Edgarda Martucci, Eddi per i compagni, tornata tra noi dopo aver combattuto per la libertà dei curdi, è stata sottoposta per due anni ai vincoli della sorveglianza speciale. Come tutti i sorvegliati speciali Eddi non ha commesso reati ma le autorità di pubblica sicurezza pensano che potrebbe commetterne. Il provvedimento che la colpisce, quindi, si fonda sull’opinione di un funzionario e di un giudice, che, secondo criteri lombrosiani, vedono in Eddi una tendenza a delinquere.
Se confermata nei successivi gradi del processo, questa opinabile scienza – che riduce lo Stato e un’entità socialmente pericolosa – priverà Eddi di alcuni diritti e di buona parte della sua libertà personale. Trasformata in suddita, la cittadina incensurata Maria Edgarda Martucci si vedrà sottrarre passaporto e patente e dovrà sottostare a obblighi stringenti: comunicare alla polizia l’indirizzo di casa, da cui non potrà allontanarsi senza informare le autorità; la mattina non potrà uscire prima di una certa ora e la sera dovrà rincasare presto. Dovrà lavorare, ma senza chiedere licenze di alcun genere, potrà svolgere solo mansioni di dipendente o fare un lavoro autonomo per cui non è richiesta l’iscrizione a un albo. Nessuna riunione, nessuna manifestazione, nessun compagno sottoposto a provvedimenti di polizia e per finire, niente bettole e osterie.
E’ opinione di funzionari e giudici, che questo trattamento impedirà a Eddi di creare problemi di ordine pubblico. Per dirla chiara, le insegnerà – o dovrebbe insegnarle – che è pericoloso agire secondo coscienza e manifestare liberamente le proprie opinioni. Tutto legale? Sì, ma è la legalità autoritaria, quella del codice Rocco, che consente ai giudici della Repubblica antifascista di esercitare la loro funzione secondo provvedimenti di ispirazione chiaramente fascista.
C’è un libro uscito pochi anni fa che pare scritto solo per “specialisti” e invece dovremmo leggere tutti, per capire come possa accadere che un Tribunale della Repubblica nata dalla guerra di  liberazione, giunga a condannare a due anni di sorveglianza speciale una giovane donna che – come riconosce la stessa accusa – non ha commesso  reati.
Il libro, scritto da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, uno storico e un magistrato, è intitolato Un’odissea partigiana e ricostruisce l’incredibile storia di alcuni combattenti della guerra di Liberazione che, quando l’amnistia di Togliatti aprì le porte ai fascisti reclusi, si trovarono a fare i conti con giudici mussoliniani dal dente avvelenato, che inquinavano i Tribunali della Repubblica. La persecuzione fu così spietata che, pur di sottrarli alla vendetta, Terracini si rassegnò a ottenere condanne giustificate dalla pazzia. Amnistie e indulti, si disse l’avvocato comunista che aveva firmato la Costituzione con De Gasperi e De Nicola, avrebbero poi provveduto a tirarli fuori dai manicomi.
Le cose però non andarono così  e i “pazzi per la libertà” rimasero quasi tutti in manicomio, perché il codice fascista, che non abbiamo mai cancellato dalla vita della Repubblica, esclude da indulti e amnistie chi è considerato “socialmente pericoloso”. Si spiega così, con questa regola fascista che annichilisce la Costituzione quanto è capitato in questi giorni a Eddi, cha di fatto ha ripercorso la via amara di tanti partigiani.
Una esperienza di questo genere può capitare solo in un Paese come il nostro, che non ha fatto i conti col fascismo e ignora purtroppo la sua storia. Un Paese di sedicenti “liberali”, in cui è facile incontrare giudici che non conoscono il monumento levato in piazza dopo l’unità d’Italia a Santorre di Santarosa, il rivoluzionario borghese che passò dai moti carbonari, all’esilio inglese – cui l’aveva costretto un Tribunale – e incontrò la morte per mano turca, combattendo in Grecia per la libertà dei padri della democrazia.
Se non fossimo un popolo di “senzastoria”, Emanuela Pedrotta, Pubblico Ministero a Torino, si sarebbe guardata bene dall’utilizzare il codice penale secondo lo spirito che ispirò il fascista Rocco. La storia, maestra di vita, che trova purtroppo sempre meno allievi in grado di apprenderne la lezione, l’avrebbe indotta a riflettere, a ricordare che nel 1897, l’Italia liberale, che pure non fu modello di democrazia, non osò ricorrere al codice Zanardelli e non condannò i giovani tornati in Italia, dopo aver combattuto per la libertà di Candia, assalita dai Turchi. L’idea universale di libertà l’avrebbe fermata, benché tra quei volontari ci fossero soprattutto rivoluzionari, come il comunardo Amilcare Cipriani, Ettore Croce, futuro deputato comunista, poi perseguitato dai fascisti, e Arturo Labriola, futuro sindacalista rivoluzionario, sindaco di Napoli e ministro del Lavoro con Giolitti.
Qualora questi nomi non fossero bastati a imporle rispetto per chi difende della libertà di tutti i popoli, avrebbe certamente fatto un passo indietro di fronte al sacrificio di Antonio Fratti, giovane deputato repubblicano, partito con Cipriani, Croce e Labriola, ucciso in combattimento dai Turchi, ricordato in versi appassionati da Giovanni Pascoli e salutato dalla commemorazione rispettosa  dei colleghi parlamentari di ogni parte politica. Purtroppo l’Italia d’oggi ignora la sua storia. Eddi perciò, ideale compagna del giovane Fratti, di Cipriani, Croce e Labriola, non ha trovato ad attenderla il poeta e i suoi versi appassionati, gli sguardi rispettosi del Parlamento e un popolo che le si è stretto attorno come avrebbe meritato. Per lei ci sono stati solo la ferocia del Codice fascista e un giudice che ignora la storia del suo Paese e non si inchina ai grandi valori che ci fanno sperare in un mondo migliore.
Centoventi anni dopo il sacrificio di Fratti, questo nostro sventurato Paese è tornato purtroppo un modello di barbarie. Io però ricordo – e mi sembrano scritte per Eddi – le parole che in quei giorni lontani ebbe a scrivere Matteo Renato Imbriani Poerio. Parole troppo presto dimenticate, che vale la pena di ripetere per Eddi:
“In cospetto di un delitto che non ha nome contro un popolo che fronteggia la barbarie dell’Europa […] sappia il popolo italiano imporre al suo governo una politica che non significhi vergogna”.
Sono parole che non moriranno, come vivi saranno per sempre, al di là di sentenze che si commentano da sole, i nomi e le storie di quei giovani che hanno il coraggio delle loro idee e le difendono in ogni modo possibile, come hanno fatto sui monti i partigiani.

Agoravox, 27 marzo 2020

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downloadIncarcerando Nicoletta Dosio, come comanda il codice firmato dal fascista Rocco, la magistratura torinese sogna di mettere in gabbia un esempio e impedire a un un’idea di circolare. Tutti sanno invece, tranne il potere geneticamente ottuso, che non c’è galera capace di cancellare un esempio e fermare un’idea di libertà.
Mentre questa consapevolezza aiuterà Nicoletta a sopportare con forza e dignità l’eventuale carcerazione, diverrà sempre più chiaro che giudici, gabbie e provvedimenti restrittivi possono ottenere solo un inevitabile risultato: moltiplicare il suo esempio e rendere più che mai forte e inarrestabile la sua idea di libertà.

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Dal Blog di Carlo Mazzucchelli

Dal Blog di Carlo Mazzucchelli

«Non è ammessa la pena di morte». Così recita, lapidario, l’articolo 27 della Costituzione. E sai che ha dietro Beccaria, il secolo dei lumi e valori universali. L’articolo 37, che riconosce alle donne «gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore», non sarebbe nato senza Anna Kulisciov, Argentina Altobelli, Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, Lina Merlin, Teresa Mattei e tante altre donne. Tutto oro, quindi? No. Dietro c’è anche quella «essenziale funzione familiare», che fa della donna anzitutto la moglie e la madre, e ci sono i limiti del movimento operaio, con Di Vittorio che fino al ‘45 ritiene demagogica la parità salariale. Anche l’articolo 29, che fonda il matrimonio «sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi», reca i segni dei colpi di conservatori come Vittorio Emanuele Orlando, per il quale «finirà per prevalere l’anarchia», e persino di Togliatti, che, per motivi tattici, definisce il divorzio «innaturale e anzi dannoso». Molti hanno votato «sì» con una riserva mentale: per le leggi ordinarie, la donna è ancora soggetta al marito e l’articolo è indebolito da un comma che richiama «i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Limiti che il cattolico Camillo Corsanego fissa nella «naturale gerarchia della famiglia», in cui «ci vuole pure qualcuno […] che dia il cognome, che scelga il domicilio, che abbia diritto di rappresentanza, che amministri i beni dei minori». Divorzio, riforma del diritto di famiglia e aborto verranno negli anni Settanta.
L’articolo 51, che prevede l’accesso a tutte le carriere senza distinzione di sesso, è una vittoria storica che rimanda a Lidia Poët, Teresa Labriola e alla loro lotta per esercitare la professione di avvocato, ma la partita non è vinta se, nel ’69, Mortati, difendendo Rosa Oliva, otterrà che si cancelli la legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare.
La Costituzione non cambia il Paese nascendo, ma impegna al cambiamento la legge futura; è un «programma» da attuare, uno strumento da utilizzare. Tornare indietro, tenendosi il Codice Rocco, invocando il feticcio della «governabilità» e la foglia di fico dei «principi» che non si sono toccati, significa arretrare. Abbiamo visto quanto pesa sull’articolo 41 la cancellazione dell’articolo 99, ma è facile immaginare gli effetti devastanti che avrebbe sull’intero impianto l’abolizione della XII disposizione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Non si tratta di un principio fondante, ma individua un disvalore in contrasto con ogni valore su cui fonda la Costituzione. Chi l’ha scritta conosceva la storia, sapeva che pochi anni prima il nazifascismo aveva utilizzato istituti democratici per cancellare la democrazia, perciò volle un corpo unico e organico di norme unite tra loro da un criterio di «socialità» che ispira ogni sua parte. Non c’è un articolo che ne parli, ma la cultura dell’antifascismo è la sua anima vera.
Se le cose stanno così, perché invece di attuarla pienamente, si vuole cambiarla? La risposta è semplice: per la sua natura «sociale», perché il lavoro è il cuore della Repubblica e l’utilità sociale prevale sull’utile aziendale. Perché disegna uno Stato interventista, garante di equilibri democratici e protagonista in campo economico e sociale. Un’idea antifascista, nemica di ogni assolutismo, dice il cattolico Tosato alla Costituente, parlando di bicameralismo: «come v’è stato un assolutismo monarchico, così si potrebbe avere un assolutismo democratico, se tutti i poteri fossero concentrati in un solo organismo. Di qui la necessità, una volta approvato il sistema bicamerale, di istituire una seconda Camera con i medesimi poteri della prima». E’ una scelta di fondo, un «principio», ma anche un elemento di riflessione: la Costituzione non è un corpo imbalsamato, si può cambiare. Mettere mano al Senato, però, nei modi e con le ragioni che accampa il Governo vuol dire mettere mano all’equilibrio del sistema.

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FucilatiDue parole, prima di segnalare un articolo di Contropiano sulla reazione targata Alfano.
Intanto un invito: dopo aver letto, aderiamo. Faccio da riferimento. Subito dopo una considerazione: bisogna stare uniti, raccogliere forze, soprattutto uscire dalla solita cerchia dei militanti e parlare alla gente. Non siamo di fronte a un fatto eccezionale, purtroppo, questa è la regola nella tradizone dei nostri legislatori. Dall’unità fino a oggi, le peggiori leggi, quelle più liberticide, sono state sempre presentate inizialmente come strumenti di lotta alla criminalità organizzata. La legge Pica si fece per i “briganti” e colpì la sacrosanta protesta del Sud colonizzato. Non c’è stato mai freno, si è giunti a consentire la discrezionalità nell’uso delle armi e non a caso ci siamo tenuti il Codice del fascista Rocco. Qui da noi la civiltà giuridica pare sovversione: non si fa una legge sulla tortura, non si mette un numero identificativo perché sennò non si possono mettere in piazza impuniti mazzieri. Genova insegna.
La Costituzione, per quel tanto che è stata applicata, si è dimostrata un freno alla deriva autoritaria e neofascista. E’ per questo che la si vuole cambiare. Credo che l’occasione offerta dal referendum sia preziosa e non vada persa. In una campagna forte per il no, ci sono sia l’opportunità di inserire il tema della repressione negli argomenti a difesa della Costituzione sempre più ignorata, sia di contattare quanta più gente possibile. Marcella Raiola, valorosa docente precaria che ha combattuto in questi mesi la battaglia per raccogliere firme a sostegno dei referendum sociali, mi diceva ieri che questo obiettivo l’hanno certamente raggiunto con i loro banchetti.
Su questa linea bisogna muoversi, farlo presto, farlo tutti.
Ecco la denuncia dell’USB

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costituzione_italiana_dettaglio_firmeGiù il capello: Lucio Garofalo, di professione maestro, ha mostrato un gran coraggio, denunciando la violenza di un potere che da tempo ce l’ha con il sistema formativo: scuola, università, ricerca e docenti. Forse perché sa che una scuola democratica, aperta persino ai contadini, tirò su i rivoluzionari russi. L’aveva voluta uno zar modernizzatore, che l’abolì troppo tardi; aveva ormai formato cittadini coscienti che conoscevano la lezione: ci sono valori per cui spendi la vita.
Ha mostrato coraggio, Garofalo, perché ciò che non riuscì ai rivoluzionari sedicenti o veri, è facile per i proconsoli dell’UE: colpire uno per educare tutti. La «bastonatura» oggi è asettica, invisibile, come la violenza della legalità che ignora la giustizia sociale: non scorre sangue, ma ti fanno a pezzi senza sporcarsi le mani coi manganelli. Costi minimi, buoni profitti e un valore aggiunto: più vai giù duro, più trovi consensi, come accade sempre quando il moralismo prevale sulla morale. Basta poco a sciogliere i cani: un tizio che, chissà perché, timbra in mutande la prova dell’assenteismo sotto l’occhio del «grande fratello», l’ingenuità sospetta della stampa, che prende per buone «prove» manipolate, un Pico della Mirandola taverniere, capace di tirare fuori dalla memoria una cena che ti servì anni fa, gli ospiti, il conto e il modo in cui l’hai saldato.
Ridotti in trincea dal fuoco amico e nemico, alle prese con psicopoliziotti infiltrati tra i giornalisti come squadristi mediatici esperti di neolinguaggio, i più hanno gli occhi bassi e le bocche cucite, sperando di farla franca. Per i duri, smagliature del sistema filtrano moniti terrificanti: Almirante, razzista e fascista repubblichino, commemorato del capo dello Stato. I polsi tremano. E’ vero, più ti allinei, più facile è la vita, ma in fondo alla via del triste compromesso sempre più spesso ci sono crisi di panico, male di vivere, pasticche e polverine. Prozac o cocaina, non fa differenza: la libertà di coscienza è sempre più tossicodipendente. E se proprio vai fuori giri, il Codice Rocco ha le sue «soluzioni finali» collaudate e modernizzate da ritrovati delle scienze mediche e giuridiche: carcere duro, manicomio «breve» e T.S.O, il trattamento sanitario obbligatorio, che apre la via alla «pericolosità sociale», la tomba dei diritti. Se infine sei un intruso, un richiedente asilo, un «effetto collaterale» della democrazia esportata, un disperato di colore, sbarcato nel regno dei Salvini, ecco i campi di concentramento, gestiti in tandem dalla politica e dalla malavita organizzata. La rete è una miniera d’esempi e vale per tutti il caso Mastrogiovanni, maestro e per giunta anarchico, giustiziato con il vecchio, ma efficiente letto di contenzione.
«Vi informo su un episodio quantomeno avvilente ed increscioso, accaduto nella mia scuola». ha scritto Garofalo. «Promosso un convegno con i soliti personaggi politici […] hanno costretto gli insegnanti ad essere presenti in seguito ad un ordine di servizio, convocando ufficialmente un collegio dei docenti che non si è mai tenuto». Il gioco delle tre carte, insomma: i docenti «sono stati convocati per partecipare ad una seduta collegiale, ma il collegio non si è riunito per dare spazio ad un convegno, durante il quale gli insegnanti hanno fatto da uditorio a disposizione dei politici».
Chi pensa che sia cosa banale, si sbaglia. E’ stato, ha ragione Garofalo, un atto illecito e il maestro sa bene che la denuncia comporta rischi: «non temo nulla», scrive, «nel malaugurato caso, userò le mie abituali ‘armi’, vale a dire la parola scritta».
Forse gli basterà, ma presto potrebbe cominciare una campagna televisiva a base di maestri in mutande, perché la denuncia pone l’accento sul primo, allarmante esempio di scuola statale dopo la legge 107 del 9 luglio 2015, fatta apposta per sopprimervi libertà e democrazia. La libertà che Garofalo rivendica, ben sapendo che Renzi ha decretato la fine della funzione civile dell’istruzione statale, frantumandone l’unitarietà e vincolandola a obiettivi didattici fissati da un Sistema Nazionale di Valutazione legato a filo doppio al potere politico. La scuola ormai non deve formare cittadini, ma sfornare merce a buon mercato, da inserire nel gioco della domanda e dell’offerta. «Bestiame votante» per la fabbrica del consenso. Così come l’ha disegnata Renzi, essa somiglia maledettamente alle istituzioni formative di tutti i regimi autoritari: sottopone i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti, precarizza gli insegnanti di ruolo, sottoposti a Dirigenti in grado di collocarli in mobilità a propria discrezione, demansionarli e sanzionarli con procedura monocratica. Grazie alla «Buona scuola di Renzi», nasce un «caporalato istituzionale» che, utilizza l’alternanza Scuola-Lavoro per passare dal diritto allo studio allo sfruttamento del lavoro minorile e si espropriano i docenti dell’autonomia professionale, trasferendo a un Ente esterno, l’Invalsi, la scelta dei parametri di giudizio e la valutazione dell’attività di insegnamento.
Una simile legge poteva nascere solo da una torsione della Costituzione e si capisce perché Renzi e Giannini non hanno consentito al Parlamento di definire principi, criteri direttivi e durata della delega affidata al governo. La «buona scuola» ignora il dovere di imparzialità dell’Amministrazione e l’obbligo di utilità sociale per l’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla libertà e alla dignità umana; essa non ritiene il lavoro un valore fondante della Repubblica, cancella il diritto di libera manifestazione del pensiero e fa carta straccia della libertà d’insegnamento.
La denuncia di Garofalo si inserisce pertanto a pieno titolo in una tradizione di civiltà democratica, che ha profonde radici nella storia della repubblica e ricorda un principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente che, nei lavori dell’Assemblea Costituente, si riassume nelle parole di Dossetti, oggi, più attuali che mai: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
La questione, quindi, non riguarda la scuola che, da sola, non può contrastare questa micidiale ondata di reazione, ignoranza e disprezzo dei valori da cui nacque la Repubblica. Chiama in causa la società nel suo insieme, cui tocca ribadire quel no che settanta e più anni fa unì l’Italia migliore nella battaglia per la dignità dei lavoratori e la libertà delle idee.

Fuoriregistro“, 9 novembre 2015

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