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Posts Tagged ‘Gramsci’

Sea-Watch-a-Lampedusa-arrestata-la-capitana-Carola-Rackete-e1561793655305.jpgNon a  caso alla facoltà di storia Salvini diede forfait. L’analfabetismo di valori non gli consentì di cogliere il valore della ribellione morale, così come oggi  non coglie la forza di una fede autentica. Dovrebbe saperlo, ma certamente lo ignora: il suo Mussolini tremò quando colse il valore profetico di un’opposizione che lo sfidava senza temere le conseguenze della sfida.
“Non vinceremo in un giorno ma vinceremo”, dichiarò Rosselli e gli costò la vita. Le idee però non si uccidono e il 25 aprile del 1945 non c’era forse nulla di più vivo dell’esempio che aveva dato. Anche oggi, del resto, più vive e contagiose che mai sono le parole di Don Milani: l’obbedienza non è più una virtù.
Troppo rozzi per temere il valore di un insegnamento diventato esempio immortale, Salvini e i barbari che lo circondano sono fermi a un delirio di onnipotenza del potere  morto coi gerarchi nazisti: non si ubbidisce a un ordine criminale. Lo spiegava  ai giudici che lo accusavano di sovvertire gli ordinamenti dello Stato un maestro immortale, per il quale ricercare la verità e il bene significa rendere la vita degna di essere vissuta. Certo, occorre rispettare le leggi, insegnava Socrate, ma è fondamentale che le leggi siano in armonia con la giustizia.
Cinque secoli prima di Cristo, un Salvini ateniese si illuse di imprigionare il senso di giustizia. Così facendo, condannò Socrate a morte ma non impedì che poi eternamente egli parlasse ai giovani di ogni età della storia.
Venticinque secoli dopo la morte di Socrate, un nuovo distributore di cicuta ammanetta Carola Rackete e non si accorge che, così facendo, prova a imbavagliare Rosselli, a zittire Don Milani e a mettere a tacere per sempre l’antico maestro greco. Questo cervello non deve pensare, ordinò prima di lui il suo duce e Gramsci, morto di galera fascista, insegna libertà.
Salvini è fuori dalla storia della civiltà umana. Farà qualche danno, poi morirà e starà zitto per sempre. Carola Rackete non morirà. Immortali sono e saranno gli uomini, le donne e i valori contro i quali Salvini si scaglia.

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Turati

Nella storia del movimento operaio e socialista esistono le teorie e le loro «letture». Il dato è fisiologico ma va difeso con molta onestà intellettuale dalle sue frequenti degenerazioni patologiche. In questo senso il dibattito in corso nel corpo vivo di «Potere al Popolo!» fa suonare per me come un campanello di allarme.
Nel 1892, quando nasce a Genova il primo grande partito di massa e organizza operai, artigiani e contadini, le condizioni economiche e sociali – e di conseguenza il livello della coscienza di classe – sembrano inadeguate. Il partito, pensano molti contemporanei, nasce decisamente prematuro. Non a caso, mentre gli anarchici gridano subito allo scandalo e gli appiccicano  l’etichetta di «legalitario», Antonio Labriola vede nel partito di Filippo Turati un movimento di intellettuali borghesi e un allevamento di «bestiame votante».
Spero che oggi siamo d’accordo: benché fosse un riformista, Turati aveva ragione. Il Partito dei lavoratori nasce da una necessità della storia, sicché, come talvolta capita, corregge la dottrina e si trasforma in una lezione da non dimenticare: non possiamo ordinare i fatti in virtù della nostra lettura di una teoria.
Di lì a poco, le posizioni si rovesciano e Labriola rompe lo schema. In una Sicilia simbolo di arretratezza, l’incontro tra intellettuali di formazione borghese e contadini ferocemente sfruttati segna infatti per lui una forte crescita della coscienza di classe. Turati, invece, per una volta operaista e più marxista del filosofo materialista, si interroga sulla maturità della coscienza di classe dei contadini siciliani – non si tratta per caso dell’endemico ribellismo del Sud? – e diffida dei Fasci Siciliani. Il leader socialista immagina quel movimento di un Sud che non conosce come una sorta di figlio del brigantaggio, nato e cresciuto in un covo di malfattori, agitato da arruffapopoli repubblicani. E’ così che ancora oggi noi meridionali siamo per tanta parte del Paese, come dimostra la ricostruzione storica delle cosiddette Quattro Giornate.
Turati, tuttavia, è un uomo scrupoloso e non vuole fermarsi alle apparenze. Mentre Crispi occupa militarmente l’isola e ricorre allo stato d’assedio, calpestando lo Statuto Albertino, a gennaio del 1894 assieme ad Anna Kuliscioff, si rivolge a Federico Engels, giunto alla fine del suo percorso, per sapere quale contegno deve tenere il partito di fronte ai Fasci Siciliani, «un movimento rivoluzionario non lontano, che ciascuno sente nell’aria».
Engels mette mano alla teoria e detta la sua regola: «La vittoria della piccola borghesia in disintegrazione», scrive, così come quella «dei contadini porterà a un ministero di repubblicani convertiti. Ciò ci procurerà il suffragio elettorale e una libertà di movimento assai più considerevole. Oppure ci porterà la repubblica borghese, con gli stessi uomini e qualche mazziniano con essi. Ciò allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà. Evidentemente non è a noi che spetta di preparare direttamente un movimento che non è quello che noi rappresentiamo. Se […] il movimento è davvero nazionale, i nostri uomini non staranno nascosti. Ma dovrà essere ben inteso, e […] dovremo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato ai radicali e ai repubblicani, ma […] distinto da essi».
Naturalmente, mentre Turati e compagni verificano le intenzioni dei possibili alleati, Crispi schiaccia il movimento siciliano e scioglie il partito socialista.
Oggi, mentre la «repubblica borghese» c’è e vacilla, mentre su alcuni argomenti si mette in discussione il diritto di voto e molte libertà conquistate sono cancellate, noi che facciamo? Dimentichiamo il disastro che nasce dallo schematismo dottrinario? Ci collochiamo più indietro di Turati, mentre la reazione avanza, e aspettiamo di costruire il movimento che rappresentiamo o immaginiamo di rappresentare? Eppure – anche questo dimentichiamo? – di lì a pochi anni, senza la collaborazione della borghesia costituzionale, i socialisti da soli non avrebbero mai potuto fermare gli «spettri del ‘98» e una feroce svolta autoritaria.
Non credo che le alleanze tattiche debbano essere una costante, ma vorrei sapere se la logica della transizione cui fa cenno Engels sia per «Potere al Popolo!» un’eresia e non vada nemmeno tentata. Ho bisogno di capire se posso essere così comunista da sentire molto lontani da me i socialdemocratici e ricordare, tuttavia, che Giacomo Matteotti, un socialdemocratico, si fa uccidere dai fascisti nel 1924, perché ha capito in quale baratro siamo caduti, mentre un altro martire, Antonio Gramsci, un grande comunista, immagina che «le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, giornali, Vaticano, massoneria […] passano dalla parte delle opposizioni», sicché «se il fascismo volesse resistere […] sarebbe distrutto in una lunga guerra civile».
Vorrei capire, insomma, se siamo davvero così capaci di «fare tutto al contrario», da riuscire a svincolarci dalla morsa di letture e lettori di teorie e guardare con senso politico ai fatti, come ci si presentano nel momento che viviamo.

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Nella millenaria storia del potere l’impostura è una costante e non a caso il cardinale Mazzarino ebbe chiaro un principio: il trono si conquista con le armi ma la sua conservazione si affida poi alle verità di fede e alle superstizioni.
Dopo il 1789, De Maistre, teorico della controrivoluzione e protagonista della Restaurazione, approfondì la riflessione sul potere, tracciando il confine invalicabile che ne assicura la conservazione: “fuori dalla portata di comprensione della folla dei governati”. Non solo una dichiarazione di guerra senza quartiere alla formazione del popolo e all’educazione della sua coscienza critica, ma anche una considerazione di estrema attualità, che conduce a una nuova caratteristica costante nell’esercizio del potere: più ignoranti sono i governati, più garantiti risultano i governanti e gli interessi che rappresentano.
L’educazione popolare non deve puntare alla ragione, ma ai sentimenti. Leggere, scrivere e fare di conto sono armi pericolose, che il popolo non deve possedere. La condizione naturale dell’ignoranza è una delle garanzie del potere e nulla indebolisce la capacità di valutare, quanto i classici strumenti utilizzati contro il senso critico dei popoli: la religione, la tradizione, il patriottismo e via così fino al pregiudizio.
Costruire imposture è compito degli intellettuali, per i quali condizione sociale, popolarità e reddito dipendono molto spesso dalla capacità di soddisfare il potere convincendo i popoli ad accettare ciò che, se potessero valutare con senso critico, certamente rifiuterebbero. Rivelatore in questo senso è il significato etimologico del sostantivo impostura, che deriva dal latino imponere e vuol dire anche “far portare un peso”.
Naturalmente questa riflessione sul potere non è fine a se stessa ma ha un preciso intento politico: indurre a discutere sul presente, per valutare l’impostura dei 5 Stelle – un inganno che sfocia nel tradimento – inserirla nel contesto di una crisi della democrazia e ragionare sul percorso di resistenza e liberazione da costruire.
In questi giorni ho voluto rileggere Pietro Grifone e la sua storia del capitale finanziario come cornice delle politiche fasciste. Non è stato tempo perso. Quando ascolto Freccero e Mieli, due dei più attivi costruttori di inganni del potere, autentici manipolatori della realtà, e attorno a me vedo le conseguenze del devastante attacco portato al sistema formativo, la tragedia di sterminate masse di sfruttati e le giovani generazioni derubate del futuro, non mi lascio ingannare. Per quanto cresciuto alla scuola del dubbio, ho maturato alcune certezze e so di avere un sogno. Sono certo che, come in ogni stagione di crisi del capitale finanziario, il rischio dell’avventura autoritaria è dietro l’angolo. Accadde col crispismo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando esplosero lo scandalo della Banca Romana e la bolla immobiliare; avvenne di nuovo col fascismo, nato dalla crisi del dopoguerra e dalla necessità di decidere chi dovesse pagare i costi del primo conflitto mondiale; accade oggi, mentre una crisi economica epocale diventa crisi delle Istituzioni e nasce un governo di estrema destra che non ha precedenti nella storia della repubblica.
Se e quando ci decideremo a farlo – e tempo non ce n’è più – capiremo che la vittoria dei 5 Stelle è una nuova impostura. Dopo aver sbandierato lo slogan del “mai con la Lega”, oggi fanno il governo con Salvini, il leader dell’estrema destra che al Sud ha occupato la zona grigia degli ex feudi berlusconiani.
C’è una parte sana di questo nostro Paese malato disposta a battersi per fermare il fiume di fango che ci travolge? Lo sapremo solo – ed ecco il sogno – quando proveremo a costruire un fronte unito di resistenza democratica , una unità reale dei movimenti e delle forze disperse di quella che è stata l’Italia antifascista. Un’Italia che esiste, che va dai cattolici di base impegnati nel sociale a ciò che resta dell’estrema sinistra. Unita, questa Italia può smascherare l’impostura e denunciare il tradimento.
Lo faremo?
Ai tempi di Gramsci, Amendola e Turati ognuno pensò di far da solo e per venirne fuori ci vollero poi vent’anni di dittatura, infinite tragedie e la faticosa unità del fronte antifascista . Un vantaggio però oggi c’è: la Costituzione, attorno alla quale unire le forze di una nuova resistenza.

Agoravox, 16 maggio 2018.

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Faccetta-neraAgoravox riprende ciò che scrissi ieri e scriverei anche oggi (https://www.agoravox.it/Riprendiamoci-il-futuro.html).
Siamo a un tornante cruciale della storia con un regime autoriario gradito al capitale finanziario che si consolida ovunque assumendo i connotati più adatti alle vicenda storica e politica dei singoli Paesi. E’ un lavoro che parte da lontano e giunge in vista del traguardo. Il punto all’ordine del giorno è uno, e dovrebbe suonare come un allarme rosso: un moderno e pericolossissimo fascismo mette radici in Italia e in buona parte dell’Occidente?
Per quanto mi riguarda le prossime elezioni politiche costituiscono probabilmente l’ultima occasione per impedire una tragedia. I sedicenti partiti della sinistra, quelli che ci hanno condotto al nodo che ci strangola, ormai incapaci di analisi serie e approfondite, non se ne danno, però, per inteso e navigano a vista, preoccupati solo della propria sopravvivenza. L’appello del Brancaccio è stato probabilmente vanificato. Di fatto, si è data così una mano alla reazione che incalza. Tempo non ce n’è quasi più, ma quanti se ne rendono conto? Si sta costruendo il tegime più adatto al capitale finanziario; la sinistra intanto non può contare su Gramsci e non vedo all’orizzonte Amendola, don Minzoni, Gobetti e Matteotti. Stavolta si riparte da zero e non dura vent’anni. Che faremo, continueremo a mettere la testa nella sabbia? Quando la tireremo fuori, sarà probabilmente tardi.

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biennio1Si dice che la storia non si fa con i se ed è vero. Non meno vero è, tuttavia, che spesso i se aiutano a capire quello che veramente si nasconde dietro i cosiddetti “documenti”.
Partendo da questa funzione del “dubbio”, rispetto alle presunte “certezze” dei fatti, tenterò, per una volta, contro le regole del gioco, una breve analisi alla rovescia, fondata su di una “ipotesi impossibile”: se la Giunta De Magistris non fosse mai esistita, quale sarebbe stata la sorte di Napoli in questi anni? Quale, per fare un esempio, il destino di Bagnoli, rispetto a quello che, dopo il recente accordo, si delinea per sommi capi persino nelle dichiarazioni più critiche dei movimenti? In altri termini, e per essere chiari, Bagnoli avrebbe avuto la grande spiaggia pubblica, il parco verde di 130 ettari, l’indietreggiamento della Città della Scienza, del Circolo Ilva, la rimozione della colmata e gli impegni per la bonifica, che tra le mille critiche si danno per acquisiti persino nei commenti dei comitati più radicali?
Se questo sia un risultato significativo o una Caporetto, come pare ritengano alcuni comitati, non si può decidere in base a criteri soggettivi o, peggio ancora, a tentazioni massimalistiche che storicamente hanno sempre causato disastri. C’è un solo criterio valido per definire l’esito di una trattativa, a meno che non si abbia in mente come modello la “presa del palazzo d’inverno” che è una prospettiva affascinante ma al momento irrealizzabile. E’ il contesto in cui ci si è mossi che dà la misura del risultato. Avendo di fronte un governo di ampia visione democratica, popolare nel senso costituzionale della parola, e cioè rispettoso della sovranità che la Costituzione assegna al popolo, diremmo tutti che si sarebbe potuto fare di più. E qualcuno potrebbe anche parlare di una parziale “sconfitta”. Qui però di governi democratici non si vede l’ombra; i conti si fanno con esecutivi di dubbia legittimità, in un panorama nazionale e internazionale di neofascismo dilagante.
La domanda, quindi, per restare nel campo dei se e dei ma, è un’altra: che avrebbe mai fatto concretamente un’Amministrazione comunale diversa da quella di De Magistris, oggi, con i rapporti di forza reali e nel momento storico in cui ci muoviamo? Quale sarebbe stato il risultato della trattativa, se il Comune si fosse schierato contro i movimenti, dalla parte del Governo centrale, giocando nel campo designato da Renzi, con il regolamento scritto dal pupo fiorentino, nel quadro del “pensiero romano” fissato in quel provvedimento legislativo che si chiama “Sblocca Italia” ed è una cambiale firmata in bianco vantaggio della speculazione? I movimenti, da soli, senza alcuna copertura istituzionale, avrebbero avuto la “forza militare” e la capacità politica di vincere la partita? Non c’è la controprova, ma non è azzardato supporre che il Governo avrebbe imposto l’espropriazione totale e incondizionata dell’intera area con il consenso del Comune, con la prepotenza di chi sa di essere forte. Oggi parleremmo di un trionfo assoluto della speculazione, delle logiche di profitto e di una totale ignoranza di ogni benché minima richiesta di bonifiche e di tutela per la salute.
L’assalto ai forni e il controllo popolare sulla produzione e sui prezzi, l’occupazione delle fabbriche e la tragedia conclusiva del movimento operaio nel “biennio rosso”, non furono come ha preteso poi la vulgata comunista dopo Livorno e il 1921, la conseguenza fatale dei “tradimento dei riformisti”. I rivoluzionari sbagliarono l’analisi della fase storica e aprirono la porte al fascismo. Noi questa lezione non l’abbiamo mai appresa. Fu Matteotti a cadere sotto il pugnale fascista. Di ferro fascista morì Rosselli – il socialfascista – per aver portato per primo l’antifascismo armato nella Spagna repubblicana. Non sapremo mai quale distanza si era prodotta tra Gramsci carcerato e i “compagni” che ne fecero un’icona, ma sappiamo che Buozzi, il “traditore”, morì per mano tedesca mentre tentava di riorganizzare il sindacato. Di formule e formulette astratte è costellata la storia dei grandi sogni e delle tragiche sconfitte.
Napoli, per uscire dall’esperimento dei se, con le sue mille contraddizioni, è un baluardo contro la reazione. Si dovrebbe stimolare l’Amministrazione a fare meglio, si può lavorare per spostare equilibri a sinistra, si può e si deve puntare il dito sulle scelte sbagliate, quello che non si dovrebbe fare è il tiro a segno sulla croce rossa, mentre il Vesuvio brucia non solo perché si vuole creare l’emergenza e fare soldi. Quello che veramente si sta cercando di fare è più semplice e più tragico: si vuole che la tensione salga fino al punto che la popolazione stanca, disorientata e impaurita, invochi di sua “spontanea volontà” leggi liberticide, cercando scampo nello “Stato forte”. E’ per questo che il “Mattino” se la prende con i disoccupati organizzati e ogni giorno spara addosso all’Amministrazione.
Forse l’accordo non realizza i sogni. E’ certo però che impedisce un incubo in un momento storico tra i più oscuri e lascia aperti spazi di manovra. C’è tempo per guardare avanti? I movimenti programmano assalti al Comune e parlano di “fiato sul collo”. Domani la Corte dei Conti potrebbe chiudere un’altra partita e mettere fuori gioco De Magistris. Una città compatta avrebbe avuto un peso politico sulla decisione? E’ una domanda che sarebbe stato necessario porsi, perché se questa Giunta sarà battuta, la normalizzazione di Napoli richiederà pochi giorni ed è difficile credere che i movimenti possano far sentire il loro fiato sul collo di qualcuno. Nella migliore delle ipotesi, respireranno a fatica.

 

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imagesLeggo qua e là di un “tentativo realistico” di Pisapia in cui una “sinistra intelligente” avrebbe occasione di fare la sua parte nella costruzione del progetto e rispetto a temi rilevanti.
Personalmente Pisapia me lo ricordo nella trincea del sì e non gli farei credito perché penso che il suo “realismo” conduca difilato a fianco del PD. Nella palude, per intenderci, in cui quotidianamente navighiamo, a rischio di affondare in una sorta di pattumiera della storia. Aggiungo di mio che da troppo tempo purtroppo si scambiano per l’oceano mare squallidi letamai. Benedetto chi conserva quel tanto di forza morale e onestà intellettuale per denunciare a lettere chiare l’indigenza culturale e la miseria etica di una politica ridotta “a maneggio” di periodo breve, al tempo delle campagne elettorali!
In quanto al realismo, se diventa “campanello d’allarme”, individua nel vorticoso susseguirsi delle iniziative elettorali il sintomo premonitore di una patologia cronica e ormai mortale, beh, c’è ancora da sperare. Come non concordare? Dove cercare segni di vita di quella “grande politica” di cui parlava Gramsci? Chi, al momento, sente la necessità di un progetto oltre il dato contingente, di immaginare modelli di Stati, nella crisi di quelli nazionali, cui si somma l’esito desolante sul piano sociale del grande progetto europeista? C’è l’Eurostop, progetto necessariamente di tempo lungo, che un’attenzione la meriterebbe, e c’è  Varoufakis, che, però, indugia su giusti principi astratti, ma non disegna percorsi praticabili e concreti.

Dietro il respiro corto del “maneggio” elettorale, ci sono molti buchi neri: teoria senza prassi, prassi senza masse e masse senza lotte; c’è il rischio di contagio del più diffuso dei germi distruttivi: l’operazione d’immagine – bisogna far parlare la stampa a tutti i costi- la conquista del centro del palcoscenico  e poi, sempre incombente, il rischio delle alleanze costruite sulle leggi del mercato: i sondaggi, lo sbarramento e, per quanto rispettabile, l’urgenza della rappresentanza che alla fine non rappresenta nemmeno se stessa, perché ha mille ragioni tattiche, ma soffre d’asma per mancanza di spessore strategico.
E’ vero, sì, è un errore fare di Renzi il tipico e unico modo di evolversi di questa malattia, quasi che Gentiloni e soci costituissero l’alternativa o addirittura un antidoto. Meno vero è al momento – domani si vedrà – che nell’ analisi-diagnosi dagli esiti letali, si possa inserire una iniziativa come quella di Anna Falcone e Montanari, se non altro, perché ha alle spalle – e in essa affonda le radici – la battaglia per il no al referendum istituzionale e un’autentica stella polare: il forte richiamo all’articolo 3 della Costituzione, suo cuore pulsante, uscito dall’antifascismo e dalla Resistenza, bussola per un programma che abbia ambizioni molto più che elettorali.

A Roma non ho visto reduci. Mi è piaciuto ascoltare un giornalista del “Corsera” che ci raccontava la tecnica della disinformazione – ci voleva del fegato per farlo. Ho apprezzato moltissimo il gesto dell’eurodeputata Eleonora Forenza, che ha ceduto la parola ai giovani di un collettivo, e negli interventi spesso ho riconosciuto temi dell’esperienza napoletana di questi ultimi anni: Costituzione da attuare, lotta alle disuguaglianze sociali, economiche, ambientali e culturali, neomunicipalismo come restituzione di centralità ai territori entro una rete di solidarietà sociale, accoglienza e difesa delle minoranze e degli esclusi, capacità di unire i contributi delle forze che lottano per il bene comune e la finalizzazione della proprietà pubblica e privata al godimento dei diritti fondamentali, crescita della democrazia mediante la sperimentazione di nuove forme di partecipazione alla vita politica.
Parte dei “napoletani” ha portato i valori di DemA,  movimento fortemente legato all’esperienza amministrativa di De Magistris, che di originale, ha la scelta di produrre atti normativi che traducono in sostanza giuridica principi e punti programmatici; un modello che può avere dimensione nazionale, la “rivoluzione attraverso il diritto” che significa governare in senso costituzionale le barbare leggi imposte dal sistema liberista a un Parlamento sempre meno legittimo e sempre più reazionario.
Anche questa credo sia “battaglia delle idee” e scelta di campo: il movimento del sindaco con ogni probabilità seguirà il processo politico ormai aperto dall’appello, ci sarà, non creerà vuoti che sarebbero  riempiti dai protagonisti dello sfascio del Paese, darà un contributo di proposte, farà muro contro il peggio e spingerà verso il meglio. Ci sarà, dovrà esserci, in nome di una convinzione: la crisi devastante della democrazia si va consumando troppo rapidamente per stare a guardare.

Ciò che sta accadendo a Napoli meriterebbe cenni specifici; troppo spesso se ne parla in termini di “masaniellismo”, becero “sudismo”, populismo o “cesarismo”. Deformazioni. Replicare sarebbe lungo. A voler stare al gioco, però, sul filo del paradosso, si potrebbe ricordare Gramsci. Cos’è, in fondo, il “cesarismo” se non uno stato di fatto in cui forze contrapposte trovano un “equilibrio catastrofico” e la prosecuzione della lotta non può risolversi che con la distruzione scambievole? Varrebbe la pena di riflettere su quello che sta accadendo nel Paese per capire se il presunto “cesarismo” s’è affermato a Napoli con De Magistris o non sia accaduto il contrario: dall’equilibrio distruttivo tra forze divise nel nome, ma tutte di destra, compreso il PD, non siano nati spazi per una forza di sinistra autentica e moderna. E, per stare al gioco fino in fondo, mettiamo che l’equazione sia verificata, che cesarismo e laboratorio Napoli siano i termini di una equivalenza. Perché non dovrebbe essere lecito ricorrere a Gramsci, per trovare una chiave di lettura? Di certo c’è che il grande pensatore ebbe a scrivere: “ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico”.
Finora questa ricostruzione nessuno l’ha tentata e la storia concreta è un processo in via di costruzione. Questa è, in politica, la funzione delle formule: giudicare la storia, prima che sia accaduta. Propaganda.

Contropiano, 28 giugno 2017

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No-sign-610x350Nell’immaginario collettivo passa per verità della storia, ma è solo una forzatura: la Costituzione è formata da parti nettamente divise tra loro: una accoglierebbe i «principi sacri e intoccabili» e le altre sarebbero formate da norme che si possono e oggi si devono aggiornare, sicché se cambi 47 articoli su 139 e non tocchi i «principi», tutto è com’era e hai solo «modernizzato». In realtà, gli Atti della Costituente dicono che i «Principi fondamentali» non sono un isolato «Preambolo» e gli autori, esclusero la parola e il concetto che la sottende proprio per non suggerire una «graduatoria di valori» tra le sue norme, che essi non hanno in mente e anzi smentiscono. Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, lo sottolinea: non è una inesistente maggiore «importanza», ma la loro natura «generalissima» e la difficoltà di dare loro un posto adeguato in uno dei titoli di cui essa si compone a suggerire di unirli in una parte a sé, intitolata «Principi fondamentali». Né d’altra parte si può sostenere che, cambiando la parte seconda della Costituzione, non si incida sulla prima. Si prenda ad esempio il Senato, finora eletto dai cittadini. La riforma prevede che non sia eletto dal popolo e non rappresenti più l’intero Paese, ma realtà territoriali. E’ evidente che un’Assemblea Parlamentare che non nasce dal voto popolare non ha una delega all’esercizio della Sovranità popolare e quindi non può più svolgere funzioni legislative e di revisione costituzionale che la riforma le assegna. E non si tratta di un problema che non riguarda i principi: la Sovranità, infatti, appartiene al Popolo che la esercita. Se i Senatori non rappresentano più il Popolo, come possono costituire una Assemblea legislativa?
Se le cose stanno così – e non è facile negarlo – insistere sui principi per coprire un profondo mutamento significa far propaganda per il referendum, negando che sono in gioco temi di fondo e linee di principio. Modificare un terzo degli articoli della Costituzione significa scriverne un’altra. Il governo ha i titoli per farlo, o la cortina di fumo cela proprio un problema di legittimità? L’articolo 138 concede di emendare singoli, specifici punti, non di trasformare il potere costituzionale di revisione in potere costituente, che è attributo esclusivo del popolo; nessuno, del resto, può ratificare una nuova Costituzione. Il tentativo di Renzi, quindi, è anticostituzionale ed eversivo. «Eversione dall’alto», direbbe Gramsci.
Al di là del dato giuridico, c’è poi un problema storico che in Italia ha radici profonde e lontane. Da un lato, il bisogno dei ceti dirigenti di far ricadere sulla Costituzione la cause della loro inefficienza, dall’altro, la volontà dei poteri economici di rafforzare il governo a danno delle Camere. Una volontà che cresce in anni di crisi, soprattutto se è crisi finanziaria. A seconda del momento storico, la manifestazione virulenta esplode con l’attacco alla Costituzione, o con i tratti dell’aperta reazione, ma conduce al nodo cruciale posto da Pietro Grifone durante il fascismo: la compatibilità tra democrazia e capitalismo finanziario, struttura di fondo della nostra economia e punto di coesione della classe borghese. Se il fascismo storico, per dirla con Gobetti, volle «guarire gli Italiani dalla lotta politica», utilizzando come farmaci massicce dosi di «fede nella patria», Renzi sposa il modello Marchionne, che privatizza i profitti e socializza le perdite, secondo gli spiriti animali della «razza padrona», e produce «bestiame» votante, togliendo alla scuola la libertà d’insegnamento.
Cosa accadrebbe con la vittoria del «sì» non è facile dire, ma è indicativo il ritorno alla polemica dei tutori di una malintesa «libertà d’impresa», che insistono per cambiare gli articoli della Costituzione sull’iniziativa economica privata e pubblica, le nazionalizzazioni, la cooperazione e la collaborazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. Polemica antica, cui si somma l’altra, più attuale, sulla inadeguatezza della Costituzione di fronte alla costruzione di un mercato interno di carattere liberistico proposta dalle politiche comunitarie. D’altra parte, l’obbligo per l’azienda di non svolgere attività «in contrasto con l’utilità sociale», imposto dell’art. 41, è stato sempre vissuto dai liberisti come privazione di libertà; in questo senso lo leggeva l’on. Colitto, accademico e avvocato, quando chiese alla Costituente modifiche intese ad attenuare «l’impressione che l’attività privata, dovendo muoversi in una determinata, precisa direzione, non goda più della libertà». Quasi che esistesse un legittimo diritto ad agire contro la società di cui l’impresa è parte; una libertà che, in nome della concorrenza, spesso si fa diritto al «danno sociale». Colitto non la spuntò, ma ci lasciò un esempio della possibilità di violare lo spirito della Costituzione, senza por mano ai Principi fondamentali.
Anni fa, Berlusconi tentò invano di abolire l’art. 41 della Costituzione. Renzi, reso prudente dalla sconfitta dell’ex alleato, aggira l’ostacolo, lascia com’era l’articolo 41 ma, lo «disarma», rendendolo una dichiarazione d’intenti. L’articolo, infatti, al suo terzo comma recita testualmente: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Dove storicamente il «qualunquista» Colitto fu battuto, passa Renzi, per ora vittorioso, abolendo l’articolo 99, che istituì il CNEL, il «Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro», strumento di controllo indiretto dei limiti in cui può svolgersi l’iniziativa privata, volto a impedire che essa contrasti con l’utilità sociale, come prevede il secondo comma dell’articolo 41, che assegna al CNEL il potere di promuovere iniziative legislative di natura costituzionale, economica e sociale. Al di là di ciò che può essere oggi il CNEL, la discussione alla Costituente dimostra che l’operazione non è neutra o indolore. In aula è un fuoco di fila tra figure di primo piano. Di Vittorio vorrebbe modificare il nome in «Consiglio economico del lavoro», per impedire la pariteticità tra lavoratori e imprenditori; Clerici, della DC, trova inaccettabili principi di subordinazione, perché il lavoro è uno dei tanti settori, importantissimo, ma non l’unico nel mondo economico; Ruini aggiunge che non si può far contare per centomila gli operai e per uno la grande azienda. Dietro lo scontro ideologico sulla definizione del nome e sul «peso» delle componenti, ci sono i contenuti, sui quali si confrontano il liberale Einaudi e il democristiano Costantino Mortati, giurista fine, che nel 1960, difendendo la femminista Rosa Oliva, otterrà la cancellazione della legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare. Mortati, che svolge un ruolo centrale nei lavori della Costituente, chiede che i progetti di legge presentati dagli organi ausiliari abbiano poteri di ratifica dei contratti collettivi di lavoro e corsie preferenziali per i loro progetti di legge. Ha la meglio Einaudi, che si oppone, temendo un potere eccessivo che sminuisca il Consiglio i Stato. Renzi cancella tutto questo e ciò che ne è nato. E’ vero che i pareri del CNEL non erano vincolanti, ma è altrettanto vero che la «riforma» spegne una voce del lavoro dipendente e con essa rischia di svanire l’Archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro pubblico, con gli accordi interconfederali del settore privato, quelli tra governo e parti sociali, la banca dati sulle statistiche territoriali e quella sulle professioni non regolamentate. Una perdita secca in tema di democrazia economica, perché chiude un organo che faceva programmi. Ora li farà il mercato, finalmente fuori controllo e libero di gestire se stesso senza vincolo e finalità sociale. L’art. 41 è lì, nessuno lo tocca, ma è una inutile enunciazione di principio.
In senso autoritario, del resto, per tornare all’Italia disegnata dal progetto di Renzi, vanno le ragioni di chi alla Costituente si oppone alle leggi d’iniziativa popolare, in base alla convinzione, di per sé dispotica, che «l’intervento diretto popolare costituisca un perturbamento, una deviazione della linea direttiva politica approvata dalla maggioranza ed esposta dal governo». E’ Mortati a rilevare che l’istituto ha lo scopo di frenare e limitare l’arbitrio della maggioranza, che non è sempre espressione della volontà popolare. Renzi, che non sa chi fossero Colitto e Mortati, si schiera inconsapevolmente col primo e, in un progetto di Costituzione che rafforza il potere decisionale del governo, attacca la legge d’iniziativa popolare e i referendum, triplicando il numero di firme necessario per l’una, che passa da 50 mila a 150 mila, e portando quello per i referendum abrogativi da 500 mila a 800 mila elettori.
Cambiare la Costituzione è un evento di rilevanza storica. Perché cambiamo? Renzi e il suo governo hanno la legittimità politica e morale che aveva l’Assemblea Costituente? Evidentemente no.

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