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Posts Tagged ‘Salvemini’

Tra i cittadini onorari di Napoli, non c’è più Enrico Cialdini, criminale di guerra. Scandalizzato, Francesco Barbagallo, ex dirigente del Pci, è salito in cattedra per ripristinare la memoria precisa di eventi lontani e farci la lezione sulla verità dei fatti, di cui è geloso custode e depositario unico. E poiché alla sua verità occorre inchinarsi, criminali di guerra compresi, ci ha esclusi dalla comunione dei fedeli: “neo-sudisti” e figli una “ideologia scadente”. Questa la sentenza del Sant’Uffizio.
Noi però insistiamo. Le ricostruzioni storiche non sono indiscutibili verità scientifiche; lo riconobbe anni fa lucidamente Le Goff, ricordando le continue “nuove letture del passato”, le “perdite, le resurrezioni, i vuoti di memoria e le revisioni”. Per noi, la “verità della storia” è un’invenzione degli storici legati a questa o quella congrega politica e concordiamo con Carr: i fatti, di per sé “muti”, rispondono alle domande degli storici, sicché, se cambi domande, anche la “verità” spesso cambia. Inutile perciò “scomunicare”. Lo storico ricostruisce eventi, ma è lui che li sceglie e li interpreta, così che, per quante riserve si possano esprimere, non ha torto Hoakeshott: “la storia è l’esperienza dello storico”. Persino i “termini con cui gli storici francesi hanno via via descritto le folle parigine che hanno avuto una parte così importante nella rivoluzione francese – les sens culottes, le peuple, la canaille, les bras-nus – sono, per chi conosce le regole del gioco, manifesti di una particolare posizione politica e di una particolare linea interpretativa”. Così scrive Carr e Croce, non un “neosudista scadente”, sostiene che la “storia dello storico” è spesso più interessante e rivelatrice della storia che egli racconta. E’ incauto perciò Barbagallo, quando distribuisce patenti e incolla etichette su chi non la pensa come lui.
A chi parla di neosudismo e scrive che “non furono i piemontesi a conquistare il Regno delle Due Sicilie, ma i democratici e repubblicani Garibaldi e Mazzini a consegnare il Mezzogiorno ai piemontesi”, come fossero buoni amici da cui Cavour attendeva regali, viene da chiedere com’è che i sacerdoti della memoria, non ricordino il ringraziamento toccato a Mazzini, mentre il Parlamento italiano apriva per la prima volta i suoi battenti. Fu Silvio Spaventa, che il 4 febbraio 1861 sollecitò istruzioni a Cavour sulla sorte di Mazzini di passaggio per Napoli:
“Da persona degna di qualche fede – egli scrisse – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa del Direttore del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia”. Che fare, quindi? Colpirlo? Si sarebbe potuto fare, ma occorreva prudenza, perché, scriveva Spaventa, “Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso le nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente. Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere S. Spaventa”.
Non se ne fece nulla, ma Cavour non rimosse Spaventa, né decise la prescrizione per la condanna a morte, che giunse nel 1870. Poiché Mazzini però preparava sommosse – era anch’egli un brigante? – fu di nuovo arrestato e morì sotto falso nome, esule in patria e sempre minacciato. In quanto a Garibaldi, Barbagallo lo ignora: giunto a Napoli per nostalgia, semiparalizzato dall’artrosi, a pochi mesi dalla morte, fu tenuto sotto stretto controllo dalla polizia politica, come un volgare malfattore e non mosse un passo senza che un questurino spiasse e riferisse. Brigante anche lui.
In realtà, lo scontro tra repubblicani e monarchici è interno al capitale e la partita giocata in quegli anni nel Sud è lotta di classe. Ci sarebbe piaciuto, perciò, che facendoci la lezione, qualcuno avesse posto l’accento sulla vena di autentico razzismo antimeridionale che emerge dalle lettere di Farini, luogotenente generale delle provincie napoletane. “amico mio, che paesi son mai questi […]. Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile!”. E non era il solo a pensarla come Bossi. Per Minghetti, il Napoletano “non ha popoli, ha mandrie […]. Ora con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchiano di numero nei parlamenti se non stiamo bene uniti a settentrione”. Invano Liborio Romano osservò che “le nuove leggi ed i nuovi regolamenti erano di gran lunga inferiori alle leggi e ai regolamenti che vandalicamente e col cipiglio della conquista abolivano”. Ci pensò l’ex cittadino onorario Ciadini, che usò il ferro e il fuoco.
Fu lotta di classe, come a Bronte avevano già dimostrato le fucilazioni di Bixio, e sarebbe stato utile che qualcuno degli storici che fanno la lezione a inesistenti neosudisti, avesse, se non altro, posto ai fatti domande che non si fanno, per evitare che venga poi fuori un’altra verità. La Questione Meridionale si presentò in tutta la sua gravità sin dai moti dei Fasci Siciliani. Quale posizione assunse nello scontro feroce il PSI? Ascoltò i compagni meridionali e affiancò i proletari del Sud o scelse un comportamento da Ponzio Pilato? Turati si scaricò la coscienza di ogni responsabilità, chiedendo lumi a Engels che, com’è noto, conosceva il Sud meglio dei meridionali. Chiarisse lui ai compagni equilibrati e maturi del neonato triangolo industriale qual era il compito del partito nel Sud, dove i lavoratori erano plebei per definizione e l’immancabile ribellismo meridionale era in perenne agguato. Poteva il grande partito dei lavoratori star lì a liquidare residui feudali, per accelerare la rivoluzione democratica? Engels dettò la regola: la guida e il controllo delle masse contadine toccavano a media e piccola borghesia. Sapeva Engels che da quelle terre di barbari giungevano a Roma contributi fiscali più cospicui di quelli provenienti dal Nord e dal Centro e con quelle risorse si pagavano i servizi per l’Italia “civile”, mentre ai cafoni, massacrati da Cialdini, mancava ormai tutto e per prima le scuole? Turati lo sapeva, però, forte del parere di Engels, mollò Garibaldi Bosco, Barbato, Verre, De Felice e i Fasci Siciliani.
Si giunse così all’idillio Turati-Giolitti e per il Sud fu la fine: in attesa che vi sorgessero una “sana borghesia” e un “vero proletariato” – da noi si nasce sanfedisti per vocazione – si deposero le armi. Invano Salvemini – anche lui neosudista? – puntò il dito sull’intesa perniciosa tra i socialisti e il “ministro della malavita”; il partito adottò la formula di Turati. lo sviluppo del Nord avrebbe trainato verso la civiltà la barbarie meridionale. Si consolidarono così le due Italie e il lavoro, in due fabbriche dello stesso padrone, al Sud costava la metà e il risparmio garantiva l’elite proletaria dell’altra fabbrica, quella che operava nelle terre di Salvini. La “grande guerra” e il fascismo fecero la loro parte e all’alba della repubblica la lotta di classe riprese il suo andamento anomalo.
Il PCI reclutò come intellettuale di riferimento Aldo Romano, storico fascista e spia dell’Ovra, che negli anni Trenta, con De Vecchi, direttore della “Rassegna storica del Risorgimento”, aveva letto le vicende dell’unificazione nazionale in chiave fascista. Non bastasse, invece di epurare gerarchi, mise alla porta i sindacalisti napoletani, rei di aver organizzato un sindacato di classe che non voleva essere cinghia di trasmissione dei partiti. In quanto a Nenni, il suo vento del Nord mortificò i partigiani del Sud e quei combattenti delle Quattro Giornate che avevano varcato le linee, per proseguire la lotta al nazifascismo. Giunti al referendum, si spinsero a destra quei protagonisti della resistenza napoletana che non chiedevano assistenza in cambio di voti, ma la «restituzione ai gloriosi Banco di Napoli e Banco di Sicilia delle rispettive loro riserve aure, depredate dal fascismo in pro della Banca d’Italia (nonché la restituzione dell’intero residuo ammontare del ricavato della vendita dei beni demaniali di manomorta dell’ex Regno delle Due Sicilie in £ 4.105.000), in esecuzione della legge Minghetti; lo stanziamento dell’ultimo prestito sottoscritto nel Meridione per la costituzione di un primo fondo destinato alla esclusiva ricostruzione del Mezzogiorno […] per sopperire alle esigenze del solo bilancio meridionale».
C’è voluto un romanzo di Rea per conoscere la sorte del “Gruppo Gramsci”, formato da Arfè, Marotta e Piegari, messo a tacere per aver criticato le scelte elettoralistiche di Amendola, che ci sarebbero costate care. Antonio Labriola avrebbe detto che si voleva “bestiame votante”, ma questa è un’altra storia. Napoli è stanca di mezze verità e ministri della malavita che usano questori e prefetti a fini politici. Chi batte sul tasto del neosudismo, farebbe bene a preoccuparsi del neofascismo al quale la sua parte politica fa da sponda, per creare difficoltà alla Giunta ribelle. Napoli è stanca dello stereotipo della città di plebe. Danni ne ha fatti già troppi. E’ ora di piantarla.

Agoravox, 1 giugno 2017

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giuramento-fascistaMorti a migliaia. Abbiamo portato la guerra ovunque per badare ai nostri sporchi interessi; abbiamo bombardato popoli inermi senza pietà, abbiamo armato macellai e ucciso la pietà.
Migliaia, centinaia di migliaia di morti, dilaniati dalle bombe al fosforo, distrutti dall’uranio depotenziato, fatti a pezzi dai missili dei nostri aerei “democratici”.
Morti a migliaia e non bastano. Ora ammazziamo anche i superstiti, gli sventurati in fuga dalla guerre che abbiamo voluto, dai criminali che abbiamo sostenuto, dalla barbarie che abbiamo coltivato e alimentato, armandola e scatenandola.
Morti a migliaia. Soffocati nei camion, annegati nel Mediterraneo, consegnati ai carnefici da cui scappavano. Ovunque gente annichilita nei campi di concentramento, martirizzata dai manganelli e dai gas di fronte ai nostri muri di filo di spinato, ai nostri confini chiusi, alla sbirraglia scatenata. Così stiamo mettendo a tacere per sempre coloro che abbiamo spinto alla disperazione.
I terroristi siamo noi, siamo noi gli autentici e impuniti tagliagole. Noi i veri integralisti, noi gli assassini della verità.
A me non basta più puntare il dito sui colpevoli, accusare gente come Napolitano, che si porta sulla coscienza la Costituzione democratica, assassini, come buona parte di chi governa da anni l’Italia e l’Europa. La mia coscienza mi domanda sempre più insistentemente che intendo fare per fermarli, che farò per evitare che figli e nipoti – uomini e donne che domani ci ricorderanno – non dicano di noi ciò che abbiamo potuto dire noi della stragrande maggioranza degli europei degli anni Trenta e Quaranta: voltarono la testa da un’altra parte.
E’ tempo di agire seriamente e di tirare il dado senza esitazione. E’ tempo di reagire, a costo di trovarsi soli e pagare i prezzi che vanno pagati, quando la legalità diventa tragedia e copre l’oscena ferocia del potere. Ormai non resta altra via se non quella aspra, difficile e dolorosa della dignità e dell’onore. Come Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Pertini, i fratelli Rosselli, Terracini, Salvemini e tanti altri, noi dobbiamo costringere i turpi criminali a trascinarci in manette davanti ai loro complici tribunali; li dobbiamo mettere spalle al muro, dobbiamo farci arrestare se occorre, processare e, come i nostri nonni, dovremo usare le aule giudiziarie come arma di denuncia, trasformarci da accusati in accusatori, da “imputati” in giudici. Non resta altro. A partire da settembre, quando la scuola incatenata dovrà scegliere tra la resa e la disobbedienza, ognuno di noi avrà l’occasione per dire basta. E’ tempo di tornare al ciclostile e costruire dissenso, ma questo lavoro si fa anzitutto con l’esempio. Bisogna dire no e pagarne le conseguenze. Solo così i giovani si muoveranno.

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Cara amica,
dopo il colpo di grazia alla scuola, non riesco a immaginare la sorte dell’università, che ho lasciato tempo imagesfa, come sai, per un moto di invincibile disgusto. Non è bastata la sparuta minoranza che rappresenti a tenermici dentro. Non so che accadrà, ma un dato di fatto basta e avanza a tingere di nero le previsioni: quando dovrete accogliere studenti privi di autonomia di pensiero, nemmeno la migliore delle accademie potrà far fronte all’analfabetismo di valori che salirà in trono. Aggiungici il fatto che nessuno porrà mano ai problemi veri della ricerca – si fa anzi di tutto per renderla serva – e il quadro diventa più chiaro.
Ho sputato l’anima per trovare consensi attorno a una iniziativa “illegale” contro la falsa legalità di Renzi, ma di occupare le scuole, per esempio, provocare uno scontro vero e giungere ai docenti in manette, non se n’è mai fatto nulla. Sarebbe stata l’occasione per trasformare i tribunali in una cassa di risonanza delle nostre ragioni, per diventare, da imputati, giudici di una indicibile vergogna. Ci sono precedenti nobili, ma non disponiamo nemmeno di un’ombra reincarnata di Matteotti, Amendola o Pertini e ci stiamo meritando questa grande gabbia. Ci finiremo dentro senza opporre resistenza. Non occorreranno manganello e olio di ricino e lo faranno con o senza Renzi, un pupo, uno qualunque, in mano a un potere che non “scende in campo”. Un potere che si può contentare di ebeti fantocci come il sindaco fiorentino e il contorno di compiacenti signorine di bell’aspetto, senza sale d’ingegno, buone a solleticare i desideri inconfessati dei maschi, le frustrazioni di casalinghe alcoliste e il pattume della sinistra radical chic, tradizionalmente arrendevole con il “nuovo che avanza”.
“Il Manifesto”, incredibile a dirsi, si segnala per un articolo sulla sconfitta elettorale di Renzi e – senza volerlo, suppongo – aumenta così la dose di sedativi che frena quel tanto di rabbia sopravvissuta all’ebetismo scientificamente prodotto dal baraccone mediatico. La rabbia finirà così in mano ai neofascisti, nel caso improbabile che occorra usare le maniere forti.
Che vuoi che ti dica? Finché sogneremo un riscatto che passi esclusivamente per urne, partiti e vaghissime “coalizioni sociali”, continueremo a scivolare nel fango. Sarebbe tempo che un manipolo di forti ingegni mettesse mano di nuovo al “Non Mollare” e piuttosto che chiudersi nella mormorazione su facebook e nella rivoluzione virtuale, chi può, prendesse la via di un volontario esilio. Tu guardati attorno, però. Se di lontano vedi un Salvemini o anche solo un acerbo Rosselli, fa festa e mandami un telegramma cifrato. In Campania abbiamo ora al potere un pessimo arnese alleato ai neofascisti; tu ti immagini un fermento rivoluzionario? Invece no. La sedicente “società civile” discetta sulla “politica del fare”, sul “carisma del capo” e si tiene equidistante da “destra” e “sinistra”, come non ci fossero dietro due sistemi di valori incompatibili e ne avesse disponibile un terzo che nessuno conosce. Al di là della sospetta equidistanza, negli occhi di tanti vedi però un possibilismo per ora taciuto, ma pronto a rompere in consenso.
Due giorni fa, in una sorta di set in cui si provava la “politica nuova”, ho ascoltato con angoscia una, cui non mancano titoli e ambizioni, che suggeriva con inconsapevole protervia di “mettere in soffitta Gramsci”, del quale probabilmente conosce poco più del nome e del cognome. Per questo campione della “nouvelle vague“, Vincenzo De Luca va bene. Prima che politica, la sconfitta è culturale, amica mia. Come sempre accade in questi casi, la tradizionale attitudine al trasformismo di galantuomini e benpensanti si esalta e chi non si vende si svende. Difendere la scuola sarebbe un imperativo etico. Ma dove la cerchi l’etica, nell’animo di chi se non insegue direttamente il modello e il pensiero dei banchieri, non ne ha uno suo dal quale ripartire?
Questo è. Negli anni Venti del secolo scorso ci fu chi badò al valore dell’esempio, sicché, nonostante il conformismo trionfante, le oltraggiose conversioni e la malafede eletta a norma di vita, la scintilla della dignità e la passione civile sopravvissero alla reazione e si poté poi appiccare l’incendio. A eterna vergogna della mia generazione, ce ne andremo tutti via o complici o impotenti e non basteranno due volte vent’anni. Questo non è fascismo, è molto peggio. Non c’è un capo, non è il regime d’un leader, non ci sono le teste fini come Rocco e Gentile. E’ un sistema collettivo di potere che può sostituire i capi e dar l’idea che esistano regole e partecipazione. Si sono inventati un’egemonia culturale priva di pensiero, hanno lavorato per sostituire le leggi della convivenza civile con un’unica legge: quella della  giungla, sulla quale si regge un’economia da prima rivoluzione industriale. Sullo sfondo, terribilmente reale, la guerra. Il gioco è fatto e le generazioni di disperati non hanno valori di riferimento per immaginare un’uscita dalla gabbia non dico rivoluzionaria, ma solo “resistente”.
Se sto sbagliando e sono eccessivamente pessimista, mi farà immensamente piacere doverlo riconoscere domani. Ammesso che domani io ci sia. Grazie per la citazione. In genere mi ignorano. Tu come stai e come te la passi? Stammi bene e riprendi a tirare di pistola. Non si può mai dire. La violenza giustifica talvolta la legittima difesa e la penna potrebbe non bastare. Un abbraccio, Giuseppe

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download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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A Carpineto Romano, cittadina in provincia di Roma, la nostra “grande democrazia” ha dato ancora una volta forfait. La presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani, intitolato Lascia che il mare entri, prevista per il 21 agosto, è stata downloadannullata. La giunta comunale formata da SEL e PD, dopo averla patrocinata, ci ha ripensato per «evitare strumentalizzazioni di ogni genere o manifestazioni che possano turbare la tranquillità della nostra comunità». Così si legge in un comunicato che annuncia la disordinata Caporetto dell’Amministrazione di fronte alle polemiche dell’opposizione di destra, sostenuta da un giornale locale. Per salvare la faccia, poi, i liberi pensatori del sedicente centrosinistra hanno ribadito «la loro ferma contrarietà ad ogni forma di terrorismo e violenza nei confronti delle Istituzioni Democratiche».
La civiltà dell’Occidente e l’inesausta lotta al terrorismo si arricchisono così di un nuovo, originale e nobile principio: chi si azzarda a presentare un romanzo sul tema della donna fiancheggia pericolosi piani sovversivi che al momento non esistono, ma nessuno può escludere possano nascere. Per l’amministrazione comunale di Carpineto Romano, quindi, Barbara Balzerani, dopo ventinove anni trascorsi dietro le sbarre e in semilibertà per la sua militanza nelle Brigate Rosse, non ha diritto di parola. La pena scontata? La libertà riacquistata da tre anni? Siamo in guerra col terrorismo e la Costituzione è sospesa.
Chi si meraviglia della ferocia è un ingenuo. Un Paese che si scioglie nella retorica del Risorgimento, ma dimentica Mazzini morto clandestino in patria, sotto falso nome e Garibaldi circondato di spie e questurini, quand’era ormai vecchio e quasi paralitico, è un Paese nato male e destinato a vivere peggio. Lo so, i “democratici” alleati dell’estrema destra, i benpensanti per vocazione e i cialtroni di professione si scandalizzeranno per la bestemmia – la “terrorista” e i “padri della patria” – ma le cose stanno così e Mazzini e Garibaldi, per chi ha memoria corta o fa il finto tonto, ieri furono rivoluzionari e oggi sarebbero “terroristi”. Questo è un Paese geneticamente destinato a sostenere Crispi, che sputacchiò sul Parlamento fino al disastro di Adua, e a vantare tra i suoi “grandi statisti” Giovanni Giolitti, che Salvemini definì “ministro della malavita”. Un Paese che non s’è mai vergognato del suo passato fascista e dei suoi generali criminali; un Paese oggi targato Renzi e governato di fatto da un pregiudicato per reati comuni che, invece di eleggere domicilio tra Rebibbia e Regina Coeli, frequenta Palazzo Chigi e il Quirinale e cambia la Costituzione antifascista, accoppando diritti costati sangue. Piero Gobetti sostenne che il fascismo è stato l’autobiografia degli italiani e non aveva torno. Un Paese così, nato male e cresciuto peggio, non può comportarsi diversamente e gli pare normale: il pregiudicato che  sconta la risibile pena può governare, la scrittrice libera deve invece tacere.
Per ignorare la decomposizione della sua coscienza civile,  un Paese così in fondo non ha che una scelta: disprezzare tutto ciò che è insorto a difesa della dignità e della giustizia sociale e negare quel tanto di buono che ha saputo e sa dare. Lo so, beghine, cattocomunisti e benpensanti mi scomunicheranno, ma questa è la realtà: se ogni cosa marcisce e tutto si corrompe, la degenerazione diventa regola. Così Berlusconi frequenta Napolitano e un pensiero libero è imbavagliato.
A Barbara Balzerani, ieri brigatista, oggi scrittrice di forte sensibilità, si rinfacciano scelte lontane, benché i suoi conti con la giustizia siano chiusi e quelli con la storia, tutti ancora da sistemare, non è detto che risultino in passivo. In realtà, la condanna morale del passato è un alibi immorale che non sta in piedi; ciò che davvero non si tollera sono la coerenza d’una vita e l’umanità che traspare dalla scrittura. Una donna come Barbara Balzerani, di fatto, è un quesito inquietante e un involontario ceffone assestato in pieno viso a quanti – e sono tantissimi ormai – si trovano nella tragicomica condizione di chi fa il moralista, ma s’è venduto e ogni giorno si vende al migliore offerente. La gente che vive così accetta la più disumana cialtroneria, ma diventa immediatamente feroce con le manifestazioni di umanità.

Uscito su Agoravox il 25 agosto 2014

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Trionfa il «merito». Internazionalizzazione, «mediane» e requisiti aggiuntivi sono la via maestra per giudicare la ricerca. Per la «tornata 2102», tuttavia, i giudizi pubblicati dalla Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale danno le vertigini. maestro_discipuloCon la Consulta che ci rassicura sulla legittimità giuridica delle Camere – di quella politica e morale poco o nulla ormai sopravvive – non ci si bada purtroppo – in campo ci sono Renzi e le leggi elettorali, ma la vita continua e studiosi d’ogni disciplina, da anatomia a scienza delle costruzioni e ingegneria sanitaria, disegnano il futuro. Non si tratta di scienze umane, che comunque non è dir poco, ma di salute, sviluppo e sicurezza.
Per Storia Contemporanea, il «prodotto doc» della «misurazione quantitativa» è il successo scontato del candidato che, a tredici anni dalla laurea, ha già nove libri «curati» e otto ne ha scritti di suoi, assieme a due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. Rigo più, rigo meno, 200 pagine all’anno. Dotato di resistenza alla fatica, lo studioso ha all’attivo undici convegni organizzati, la partecipazione a ventinove tra simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali e, «dulcis in fundo», un ruolo di revisore per la valutazione di «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, quattro progetti – uno di rilevanza nazionale, tre internazionali – e un posto in otto comitati scientifici. Fatica premiata dall’Istituto Salvemini, che una domanda, però, la pone: dove ha trovato il tempo per la ricerca? La risposta non tocca alla Commissione, presa e persa tra curricoli, fasce, progetti e docenze estere.
Al di là delle esasperazioni quantitative, nei fatti, la sbornia di dati «oggettivi» rafforza le scelte discrezionali. L’internazionalizzazione, per dirne una, che, dopo tanto suonar di grancasse, costa l’abilitazione a più di un ottimo candidato, a conti fatti, è un parametro vago, legato a logiche interne all’accademia e difficile da rendere oggettivo. Come spiegare, infatti, la scelta della commissione, che per un candidato si contenta di un «un mese d’insegnamento alla PUC di Porto Alegre in qualità di visiting professor» – un mese, tutto compreso, sabato, domeniche e probabili festività – per un altro ignora la docenza etiope, benché superi largamente i requisiti quantitativi minimi e presenta prodotti articolati, convincenti e ricchi di sbocchi metodologici?
Poiché è difficile capire come nascono seri giudizi di merito su centinaia di libri e migliaia di articoli, mai letti – a cinque docenti non sarebbe bastata una vita – chi cerca tra le «sentenze» criteri sicuri, si perde. Gli articoli di prima fascia, ad esempio, sono un ancoraggio fermo ma, come per l’internazionalizzazione, criteri univoci non ne trovi. Se quattro articoli di prima fascia, infatti, sono il «bollino di qualità» che consente di abilitare un candidato privo dei requisiti minimi, come si spiega la bocciatura di chi i requisiti li ha, assieme a sette articoli in riviste di classe A, alcuni in inglese e francese, e «prodotti scientifici» adeguati per metodo e contributi offerti alla conoscenza storiografica, però resta al palo?
Mentre l’accento ripetutamente posto su dati qualitativi – solidità, impianto, complessità della documentazione, finezza di una presentazione – diventa indizio di sconfinamenti in un giudizio di valore che non nasce dall’attenta lettura dei lavori misurati, scopri un candidato di cui si dice un gran bene: la produzione è sicura, convincente, documentata e aggiornata. Metti a tacere il bisogno di capire se i cinque commissari hanno letto le sue trentatré pubblicazioni – perché quelle, poi, e non altre? – e ti contenti di aver trovato un riferimento. Per la commissione, infatti, la buona produzione del candidato non basta, perché ruota su un unico tema: Pci, Komintern, e repressione degli italiani antifascisti nei gulag. C’è tutto, qualità, quantità, docenze estere con relativi studi editi in terra straniera, progetti di rilievo nazionale, membership della redazione di rivista, ma l’abilitazione scientifica alla prima fascia non arriva, perché, a sentire la Commissione, il respiro degli interessi è corto. La ristrettezza dell’ambito di ricerca è, quindi, il punto fermo che lascia il candidato nella seconda fascia da cui proviene, in compagnia di studiosi la cui produzione scientifica si incentra ancora esclusivamente su monotemi: Francesco Crispi e l’età crispina, o il «patriota traditore» e la vita che mena chi scrive a Milano nella prima metà dell’Ottocento. Ti convinci che localismo e respiro corto, intesi come limite negativo, fanno argine alla discrezionalità della Commissione, quando scopri, sconsolato, l’abilitazione toccata a candidati che non escono dall’ambito regionale o addirittura lo riducono, fermandosi a studiare Vescovo, Azione cattolica, clero e parrocchie di Vicenza, per spingersi tutt’al più alle episcopato triveneto e a un sintetico profilo del padovano Giulio Alessio.
Quando trovi Spartaco Capogreco e Mimmo Franzinelli relegati in seconda fascia, uno per misteriose questioni didattiche e l’altro perché lento a correggere imprecisate forzature interpretative, non solo rimpiangi la libera docenza, ma le cooptazioni che, se non altro, impegnavano direttamente la dignità dei «maestri». La bandiera bianca, però, la alzi solo di fronte alla sorte di un «eretico», un neoplatonico «demodé» incurante del tribunale tomista e delle sue verità di fede. Un eretico che, annota scandalizzata la Commissione, insiste sulla subordinazione dei prefetti al potere politico – scempiaggini da Salvemini – e addossa agli italiani la colpa della mancata defascistizzazione. Dovrebbe saperlo, lo stupidello, che furono gli Anglo-americani a imporre a Togliatti il presidente del Tribunale della razza, cui affidare la legge sull’amnistia, e a Giovanni Leone la strenua difesa dei fascisti, poi riciclati dalla DC. In quanto all’assoluzione dei responsabili dell’omicidio Rosselli, ad Azzariti posto alla guida della Corte Costituzionale e agli autori del manifesto della razza mai rimossi dalle cattedre universitarie, tutto nacque, si sa, da pressioni estere. Una mano straniera, del resto, eclissò l’armadio della vergogna. Il neoplatonico ora lo sa: costretto dal bisturi a constatare che il sistema nervoso fa capo al cervello, il figlio del pensiero unico non fece una piega: ci crederei, commentò, se Aristotele non avesse detto che tutto parte dal cuore.
Se è andata così per tutte le discipline, sorge legittimo un sospetto: tra qualche anno, affidarsi a un medico sarà come giocare alla roulette russa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 gennaio 2014 e su Liberazione.it il 23 gennaio 2014

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“Qui rido io” scrisse all’ingresso della sua villa, chiamata “Na santarella”, il celebre commediografo Eduardo Scarpetta. 260px-La_Santarella100_1811[1]Senza tentare paragoni irriverenti, questo blog è la mia villa napoletana e anch’io avviso idealmente chi legge: “Qui scrivo io”. Quella che segue, perciò, è una vera eccezione alla regola. Per una volta mi affido alle parole di un grande storico del Novecento, Gaetano Arfè, di cui ho avuto la sorte di essere amico. E’ un gesto di umiltà, ma anche la calcolata rinuncia a tentare una battaglia estenuante. Non spero più di poter discutere della tragedia delle foibe con qualche risultato. Non me la prendo con gli interlocutori. Sono i miei insuperabili limiti a decidere per me. Qui scrivo io, ma stavolta, a conclusione di una corrispondenza inizialmente tempestosa, lascio la parola a uno degli intellettuali più acuti del Novecento italiano. Uomo di grande onestà intellettuale. Di mio solo una premessa, in modo che chi avrà la pazienza di leggere, capirà di che si tratta. Al sig. Ernesto della Sernia, che ha avuto la bontà di commentare per ben due volte un mio intervento in difesa di Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, mie amiche e valenti studiose, dirò solo due parole, che non pretendo condivida e non aprono discussioni: dopo la fine della guerra, la sinistra ebbe un suo breve ruolo, poi fu battuta dalla Dc che governò per lunghi decenni. La sua “potenza mediatica e culturale” nel dopoguerra fu a lungo perciò pari a zero. Dopo vent’anni e più di dittatura, gli storici di sinistra furono costretti a ripartire da dove si erano fermati i loro maestri con l’avvento del fascismo. La scuola e le università rimasero a lungo feudo di un mondo che non si era dissolto con la caduto del regime. La mia generazione ha studiato la storia sui libri fascisti – a stento riveduti e corretti – e bisognò attendere i manuali di Spini e Saitta e gli anni Sessanta per sapere cos’era stato il fascismo non solo nei Balcani, ma anche nelle colonie d’Africa. In quanto alla Germania, nonostante Norimberga, si è trovata a fare i conti con storici come Nolte che, a partire dal suo celebre “I tre volti del fascismo” fino al volumetto intitolato “Gli anni della Violenza”, non solo definì il fascismo essenzialmente antimarxismo, ma lo descrisse come un’esperienza europea. Egli aprì così la strada a una lettura del nazismo che ne faceva il figlio naturale di una sorta di baluardo contro il bolscevismo o, per dir meglio, contro la barbarie bolscevica. In pratica, egli trovò una giustifica al nazismo e affermò che il nazionalsocialismo aveva certamente ecceduto, ma era stato soprattutto una replica alla minaccia bolscevica.
Gli storici di sinistra, quelli veri, Kersevan e Cernigoi tra loro, hanno provato in tutti i modi a raccontare i crimini del nostro Paese. Non sono riusciti però a farli entrare nella memoria collettiva. E’ vero, noi manchiamo di una storia seria della repubblica; ma questo non è accaduto perché non l’abbiamo voluta scrivere. E’ che le carte necessarie sono secretate. Da Portella della Ginestra, a Piazza Fontana, dall’Italicus a Brescia, a Bologna e all’aereo abbattuto a Ustica, noi siamo urtati e urtiamo nel segreto di Stato, nell’omertà dei militari e dei servizi segreti. Provi l’ottimo sig. Ernesto ad entrare negli archivi militari e scoprirà che uomini come Roatta, appesi alle pareti e incorniciati con tutti gli onori possibili, ancora oggi sfidano gli storici. E si ricordi: l’italianizzazione dei Balcani contò molto sulla diffusa complicità del nazionalismo e dei nazionalisti italiani. Non spero di averlo convinto e dubito che ci riesca Arfè. Una cosa mi conforta: essendosene andato da qualche anno, il mio amico Gaetano non potrà continuare la discussione. E non lo farò io. Questo blog è la mia villa napoletana, la mia ideale “santarella”. Qui scrivo io.

Foibe, un silenzio con tanti padri

Le foibe sono episodio tragico di una lunga storia che comincia da lontano, dalla fine della “grande guerra” quando sul problema dei rapporti con la Jugoslavia, “fungo velenoso nato nei boschi di Versailles”, si spaccò in Italia il fronte dell’interventismo. Leonida Bissolati, nel suo ultimo discorso, alla Scala di Milano, fu accolto dai fischi e dagli insulti dei nazional-fascisti e bollato come “croato onorario” e Gaetano Salvemini si vide il nome storpiato in quello di Slavemini. Lo squadrismo aggredì col ferro e col fuoco uomini, sedi e istituti degli slavi di Trieste. Il governo fascista seguì, nei loro confronti – come dei tedeschi dell’Alto Adige – una odiosa e stolida politica di persecuzione sistematica e di programmatica snazionalizzazione, che non si fermò neanche di fronte alle lapidi dei cimiteri e mutuò poi dai nazisti i metodi per assoggettare i popoli della Jugoslavia, la cui tradizione è satura di lotte secolari, sanguinose e crudeli, della cui recrudescenza siamo stati in date assai recenti testimoni. La documentazione è vasta, varia e inoppugnabile e mi limito a ricordare tra gli apporti più lontani le pagine dello stesso Salvemini, che per il comunismo, italiano e slavo che fosse, non ebbe mai indulgenze, tra quelli più recenti e facilmente accessibili lo scritto di Giacomo Scotti apparso nel Manifesto.
Tutto questo non giustifica ma spiega l’orrore dell’eccidio delle foibe. Una spiegazione, invece, va cercata per la petulanza, la meschinità, la strumentalità volgare che inquinano la campagna in atto, legittima e anche doverosa verso le vittime, per portare alla consapevolezza di tutti il crimine allora commesso, ma che, detto in parole semplici, mira a un obiettivo politico rozzamente perseguito: una chiamata di correità postuma per D’Alema e Fassino, una ennesima accusa alla cultura di sinistra di avere imposto sull’evento la congiura del silenzio.
Lascio agli interessati il compito di smentire solennemente che nella parte “secretata” del loro programma di governo ci siano la restaurazione del Tribunale Speciale, ben noto al vicepresidente del Consiglio, e il ripristino della pena di morte. Mi limito a dare una pacata risposta a Ernesto Galli della Loggia, il quale, in stridente contrasto con Claudio Magris e in suggestivo connubio con Giuliano Ferrara, che non ha mai utilizzato quella preziosa fonte sulla storia del comunismo italiano che è la sua tradizione familiare, ha ribadito ancora una volta l’accusa di colpevole reticenza agli intellettuali di sinistra che controllavano l’editoria, che erano annidati nella stampa, che – non lo ha detto, ma si può presumere – avevano un loro Min. CuI. Pop – il ministero fascista della cultura popolare – donde si diramavano direttive circa i temi di cui era lecito parlare. La giovane età non consente a Galli della Loggia di avere un nitido ricordo di quegli anni ed è presumibile che gli manchi il tempo e forse anche l’addestramento per cimentarsi nella ricerca. Egli non sa che delle case editrici da lui chiamate in causa Laterza era sotto l’ala di Croce, ancora vivo, e che, notoriamente, non aveva simpatie comuniste, la Feltrinelli non era ancora nata e solo Einaudi era legato al partito comunista; non sa che sulla grande stampa, che allora si chiamava borghese o padronale, le firme di collaboratori comunisti o anche socialisti erano più rare delle mosche bianche; non sa che per i giovani con una tessera rossa in tasca era impresa assai ardua vincere un concorso per entrare in una scuola, in un archivio o in una biblioteca. Le ragioni dei silenzi, e non solo sulle foibe, sono più complesse e intricate di quanto egli creda.
Una, della quale la responsabilità ricade sulle sfere dirigenti anche del nostro paese, è che la rottura verticale di Tito con Stalin e la posizione assunta dalla Jugoslavia in campo internazionale indusse tutto il campo atlantico alla benevola indulgenza nei confronti del suo regime e anche il trattamento piuttosto rude riservato agli stalinisti del suo paese fu accettato col silenzio.
Per quanto riguarda la sinistra va detto che le coscienze, e non solo quelle degli intellettuali, frastornate e sconvolte dalla enormità della catastrofe che si era abbattuta sui popoli, letteralmente stentavano a prendere lucida coscienza di quanto era avvenuto, a valutarne le manifestazioni, a giudicarne gli effetti, a stabilire graduatorie degli orrori. A segnare e a qualificare la guerra era stato il ricorso deliberato, programmato e indiscriminato al terrore che colpiva i combattenti, ma anche, e in molti casi con maggiore ferocia, le popolazioni civili, e gli episodi erano tanti che anche la capacità di sdegnarsi ne risultava allentata: le bombe sulle città inglesi, su Coventry che ispirò in Italia il brillante .neologismo “coventrizzare”; le “città fucilate”, da Oradour a Lidice, da Marzabotto a Kragujevak; i campi di sterminio. E c’erano anche le rappresaglie anglo-americane sulla Germania – Dresda rasa al suolo -; le fosse di Katin scavate e riempite di morti polacchi dai soldati dell’Armata rossa; l’atomica su Yroshima e la replica su Nagasaky. Neanche le persecuzioni antiebraiche e i campi di sterminio avevano un particolare rilievo in questo quadro: in un volantino antimonarchico largamente diffuso erano elencate tutte la grandi malefatte di casa Savoia a partire dal 1848, ma tra quelle di Vittorio Emanuele III non era denunciato l’atto più abietto, la legittimazione delle leggi razziali.
Gli intellettuali, in questo caso i giovani che si avviavano agli studi storici, non avevano, non potevano e non dovevano avere come primario interesse quello di ricostruire episodi di barbarie, quale ne fosse il colore, ma di dare della storia dell’Italia unita un’interpretazione che non fosse quella tramandataci dalla storiografia fascista o fascistizzata. I nostri maestri non furono gli storici d’accademia, furono Croce, Salvemini, Gramsci. Ci impegnammo a scoprire la storia di un’Italia sconosciuta, l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo, partendo da un problema storico appassionato: le ragioni della catastrofe nella quale eravamo stati precipitati. Eravamo ispirati da idealità apertamente professate, ma il nostro lavoro non fu, nella maggior parte dei casi, viziato da ideologismo. Facemmo della storia etico-politica, cercammo, cioè, di fare emergere l’importanza nel processo storico delle idee, dei valori, delle passioni che animavano le donne e gli uomini che ne erano protagonisti.
Il revisionismo storiografico dei tempi nostri è partito dalla legittima esigenza di allargare, articolare, approfondire il giudizio storico sul fascismo, ma nel suo procedere, e in coincidenza con l’avvento di Berlusconi, ha abbassato sempre più la storia a cronaca e ne ha degradato l’interpretazione a volgare propaganda politica.
L’ “operazione foibe” è, sotto questo aspetto, esemplare. L’episodio non era sconosciuto, ma non aveva avuto finora posto di rilievo nel macabro elenco delle stragi che hanno segnato la seconda guerra mondiale e poteva essere atto doveroso ricordarlo e metterlo in piena luce. Ma è imprudenza politica fame un atto di accusa contro sloveni e croati che sarebbero legittimati a presentare i conti, ben più pesanti, delle vessazioni e degli eccidi subìti; è vilipendio della storia estrapolare quel fatto dal suo contesto che è caratterizzato, fin dal suo primo formarsi dalla violenza fascista ed è ignobile che esso venga riesumato al fine di dar credito alle farneticazioni di un anticomunismo quarantottesco che non si è accorto della scomparsa definitiva dell’URSS e dei suoi partiti e che grottescamente denuncia nei dirigenti “diessini”, in Diliberto, in Bertinotti, i biechi e consapevoli strumenti di una politica destinata a seminare terrore “e a provocare morte”.
Negli anni del fascismo Benedetto Croce ci insegnò che la storia è storia della libertà e a quel monito ho ispirato le regole che mi hanno guidato nella mia attività professionale e politica. In essa era fedelmente riflessa la mia coscienza di uomo partecipe alla vita del proprio tempo. A conclusione di una lunga e sofferta esperienza durata una intera vita, alla libertà io oggi indissolubilmente associo la pace. E di qui faccio partire l’invito agli studiosi della più giovane generazione a intraprendere una revisione della storia d’Europa – la storia è sempre stata oggetto di revisione perenne – che parta dall’angosciante problema di andare all’origine della crisi che ha travolto, nello scorso secolo, la civiltà liberale e che io identifico nella guerra. Anche se sopravvissuti allo stato di larve, i miti dei nazionalismi scatenati e contrapposti ancora influenzano il giudizio storico. In realtà, la “grande guerra” non ebbe da nessuna parte nobiltà d’intenti, non fu da nessuna parte guerra per la patria, fu scontro di imperialismi. Di fatto essa demolì i valori nati dall’incontro dialettico del cristianesimo col liberalismo e col socialismo, impresse alle tendenziali linee di sviluppo delle economie una svolta incorreggibile, seminò, essa sì, terrore e morte e li levò a ideologia, fomentò l’odio tra le classi e tra i popoli. Quella guerra partorì dalle proprie viscere il bolscevismo, il fascismo e il nazismo e la pace dei vincitori ebbe a suo fatale sbocco la seconda guerra mondiale, cui hanno fatto seguito la guerra fredda e l’instaurazione di un ordine del pianeta terra che porta in sé i germi delle catastrofi.
In questa visione anche l’episodio delle foibe non sarà più un macabro confronto contabile di crimini orrendi e tutti imperdonabili, ma apparirà come manifestazione di quella stessa bestialità umana contro la quale, mano nella mano, come nei vecchi manifesti socialisti, tutti i popoli sono chiamati a muoversi, se l’umanità vorrà avere un futuro.

Gaetano Arfè, Foibe. Un silenzio con tanti padri, in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005. pp.395-400.

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