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Posts Tagged ‘Alessandra Kersevan’

download1Non so perché, ma è così: ciò che accade all’estero sembra lontano mille miglia da noi e dal nostro mondo, fa notizia, ma non induce a riflettere su di noi e non suscita allarme. Uno dei principali obiettivi della nostra “libera stampa” è quello di indurre il lettore a credere che qui da noi certe cose non accadono e non possono accadere. Ha fato scalpore, per fare un esempio, la notizia di un docente turco trascinato in Tribunale perché, durante un esame, ha posto una domanda sul leader curdo del PKK Öcalan.
Accade così che nessuno si accorga di fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi. Un esempio? Per il 10 febbraio “Resistenza Storica” e la Sinistra goriziana antifascista organizzano un convegno presso il Palazzo Attems. Tra gli altri ci sarebbero stati gli interventi di Alessandra Kersevan sul ruolo della Decima Mas al confine orientale e di Claudia Cernigoi sul fenomeno delle foibe e gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945. Non se n’è fatto nulla perché il presidente della provincia, Gherghetta, (sedicente Partito Democratico) ha cancellato l’autorizzazione all’uso della sala per “inopportunità politica”. Nessuno sa che c’entri la Storia con i politici e le loro opportunità e – ciò che è peggio – nessuno chiede le dimissioni di Gherghetta e soci, che, con evidente abuso di potere, decidono quali storici possono parlare e quali devono tacere, sicché gli antifascisti sono messi a tacere, mentre, contro lo spirito e la lettera della Costituzione, i labari della Decima Mas e della Repubblica di Salò entrano come ospiti di riguardo nella sala del Consiglio comunale.
In questa sorta di galera senza sbarre che è ormai l’Italia, anni fa un manipolo di storici è finito in una vera e propria lista di proscrizione, comparsa sul “Corriere della Sera”. Il giornale li accusava di “negazionismo” per avere pubblicato una ricerca scientifica rigorosamente documentata sulla cultura della violenza che formò le giovani generazioni nell’Italia fascista e si giunse a mettere all’indice gli studiosi perché ponevano in discussione la verità di Stato sulla vicenda delle foibe. Il nodo ora viene al pettine. Nel silenzio complice della stampa, mentre nelle scuole i militari sono ormai di casa e si prepara una guerra, al Senato è passata una legge che crea un reato nuovo e lo punisce con la galera: il “negazionismo”. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaro un obiettivo: mettere a tacere gli studiosi che ancora si azzardano a confutare la versione dei fatti fascista, che ormai si insegna nei manuali di storia e il 10 febbraio si celebra come verità di fede in un Paese istupidito dalla propaganda e dalle chiacchiere televisive.
Presto la legge sarà approvata anche alla Camera e poiché non consente di negare il negazionismo, perché si dà per scontato che esista una verità storica decisa dalla politica e dai giudici, peraltro incompetenti, sarà necessario scegliere tra silenzio e carcere.

Il saggio che segue è scritto in modo semplice e ha uno scopo divulgativo. Lo consiglio a chi vuole sentire una campana che non sia quella di Vespa e del senatore Gasparri. Il lettore scoprirà un mondo cancellato dai libri di testo delle nostre scuole e negato dai fascisti che hanno voluto la festa del 10 febbraio. Il saggio fa parte di un agile volume intitolato Fascismo e Foibe, di cui sono stato il curatore. Il libro, che pubblica gli atti di un convegno tenuto a Napoli nel 2007, ospita un lavoro di Alessandra Kersevan, uno scritto di Alexander Höbel e una presentazione di Spartaco Capogreco. Per il Parlamento dei “nominati”, degni eredi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e per il “Corriere della Sera” che oggi fa da cassa risonanza del neofascismo, come ieri lo fu del fascismo storico, il libro è un esempio di quel “negazionismo”, contro il quale il Senato ha approvato una legge che difende con la galera una stupida verità di Stato.
Io non riconosco la legittimità di questo Parlamento, che occupa abusivamente le Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e ritengo incostituzionale ogni legge che colpisce la libertà di ricerca e di espressione delle opinioni; pubblico perciò qui per ora il saggio incriminato e prendo un impegno: qualora la Camera dei nominati dovesse approvare  la legge sul “negazionismo”, pubblicherò una nuova edizione del saggio incriminato. Lo farò anche a mie spese, se necessario e se, com’è probabile, stavolta non troverò un editore. Manderò poi una copia del libro ai relatori della legge e li sfiderò a  trascinarmi in tribunale prima e poi in carcere. Dovranno farlo, li costringerà la loro legge e si capirà finalmente quale nuova tragedia sta vivendo l’Italia.

Dall’irrendentismo al fascismo (in Fascismo e foibe)

Questo breve saggio trae origine da una ricerca tutto sommato occasionale, ma intensa, appassionante e, ciò che più conta, ancora ricca di interessanti prospettive. Al centro della sua attenzione sembra collocarsi soprattutto il percorso di un’associazione nata per dar risposte a questioni culturali e politiche di ispirazione tardo risorgimentale, ma scivolata rapidamente – e direi fatalmente – sul terreno melmoso del nazionalismo razzista e dell’imperialismo esasperato e straccione di Mussolini. In realtà, l’interesse è più ampio e, a ben vedere, ciò che emerge dal lavoro sinora svolto non è solo il ruolo che l’irredentismo ebbe nella politica culturale e, per molti aspetti, interna ed estera del regime fino all’aggressione dell’Etiopia, ma anche, e soprattutto, il contesto in cui si collocano, e per tal uni versi si spiegano, le politiche della razza e i crimini di guerra di un paese in cui la stragrande maggioranza della borghesia benpensante, che è in buona parte classe dirigente, non ama fare i conti con la propria storia: moderata e, quando serve, papalina, nata per vocazione «brava gente», oggi lascia processare la Resistenza, come ieri consentì che si processassero gli antifascisti, e – senza indignarsi – sprofondò nel fango delle leggi razziali.

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Dall’irrendentismo al fascismo in Fascismo e foibe…

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La prima, grande unità partigiana croata che operò in Istria contro i nostri «bravi ragazzi» in divisa nacque nell’estate del 1942 e arruolò anche alcuni lavoratori italiani per i quali la speranza di 1017%20Gortancostruire un mondo migliore aveva un valore ben più alto della «patria fascista» e di ricorrenti deliri sulla «civiltà da esportare». Nata per sconfiggere il fascismo, la brigata si scelse il nome d’un giovane antifascista giustiziato, Vladimir Gortan, un contadino comunista formato alla prima tradizione internazionalista, fondata su sperimentati e solidi rapporti tra diverse identità etniche.
Gortan aveva solo quindici anni quando a Pisino, suo paese natale, nel 1919, subì le prime minacce fasciste: «A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che buta zo in quel fondo chi ga certo morbin» (1). Era l’annuncio della politica razzista posta in essere poi dall’Italia di Mussolini contro gli sloveni e della durissima repressione che colpì socialisti, comunisti e anarchici nelle realtà industriali di Trieste, Fiume, Monfalcone e Pola.
Dieci anni dopo, nel 1929, quando il fascismo si è ormai assunto la responsabilità di una violenza destinata a produrre una tragedia, il giovane istriano è consapevole che la sola possibile via di riscatto passa per una lotta senza quartiere e si è avvicinato al comunismo internazionalista. E’ così che, al termine di una serie di riunioni con alcuni compagni, Vladimir Gortan organizza un’azione armata che il 24 marzo 1929, a Monte Cosmus, tra Villa Treviso e Villa Padova, nel territorio di Pisino, intende impedire il «normale» svolgimento di elezioni alle quali gli slavi sono condotti dai fascisti inquadrati in colonna. In tasca ha due pistole e ai compagni che lo seguono ha procurato due moschetti e un pugno di cartucce. Per i fascisti sono naturalmente «individui di sentimenti slavi e ostili agli italiani», ma è chiaro che, a ruoli invertiti, sarebbero «eroici patrioti». Appostati in un bosco ai piedi del monte, gli uomini armati si dividono e attendono la colonna in due luoghi diversi. Gortan è solo, racconta a distanza di anni la sentenza del Tribunale Speciale fascista, lontano dai compagni e deciso a uccidere. Negli interrogatori il giovane ha sostenuto invece che, sia lui che i compagni, non si proponevano «di uccidere gli elettori, ma di spaventarli per impedire che vadano a votare». Hanno fatto fuoco, qualcuno ha sbagliato la mira e uno degli slavi è stato ucciso.
Vladimir Gortan – sono sempre i giudici a raccontare – «arrestato in treno il 28 marzo […] mentre stava per rifugiarsi in Jugoslavia», è stato «trovato in possesso di documenti che dimostrano la sua qualità di emissario delle Associazioni irredentiste di oltre confine. La credenziale trovata addosso attesta ufficialmente […] che è di nazionalità jugoslava e politicamente molto ben conosciuto». Il Tribunale Speciale, che lo giudicherà assieme a quattro compagni in un processo farsa durato appena un giorno, non non gli crede, non si cura di capire chi dei cinque ha tirato il colpo mortale e non prende in considerazione l’ipotesi di un’azione dimostrativa, terminata con un esito tragico ma involontario. Eppure, se avessero voluto, i cinque imputati avrebbero compiuto una strage. Per i giudici, sordi alle richieste di clemenza provenienti da molti paesi amanti della libertà, «la responsabilità del delitto del 24 marzo è dell’imputato Gortan Vladimir, l’emissario delle associazioni terroristiche di confine, l’organizzatore ed il capobanda della brigantesca impresa, colui che diede le istruzioni e fornì le armi e le munizioni». La condanna è già decisa e la corte, «ritenuto infine che un estratto della […] sentenza di morte, con la menzione dell’avvenuta esecuzione, deve essere affisso in tutti i Comuni del Regno […] condanna Gortan Vladimiro, quale capobanda terrorista, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena».
Alle 5,30 del giorno successivo, il 17 ottobre del 1929, appena ventiquattro ore dopo la sentenza, a «Pola, in località sud-ovest del poligono della Regia Marina», Gortan muove i suoi ultimi passi e si siede di spalle al plotone. Sono presenti Don Bartolomeo Grosso, cappellano della Milizia, Omero Mandruzzi, centurione medico, il maggiore dei carabinieri Roberto Marino, capo dell’Ufficio di polizia Giudiziaria presso il Tribunale Speciale e Giuseppe de Turris, il console Comandante della LX Legione della Milizia, che è schierata intorno all’imputato. Moralmente, il più innocente di tutti è Gortan. Alle 5,40 l’ordine di far fuoco.
Un prigioniero si può uccidere, ma le idee non si fucilano. Sarà anche in nome di Vladimir Gortan che i partigiani slavi e italiani liquideranno i conti militari con l’ultimo fascismo, il più miserabile di tutti, quello che si è reso complice delle nefandezze naziste, dei crimini cetnici, delle atrocità degli ustascia e nulla ha imparato da nessuno in tema di sadismo.
A ciò che è stato poi, alla sorte dei popoli stritolati nella morsa degli imperialismi, all’inevitabile risorgere di antiche rivalità nazionaliste, i combattenti della guerra di liberazione furono estranei. In quanto a Vladimir Gortan, la vita non avrebbe potuto restituirgliela più nessuno. Vivevano ancora i suoi quattro compagni. Il 3 ottobre del 1960 il Tribunale militare di Roma si decise a concedere loro l’amnistia, «dichiarando estinto il diritto dell’erario al recupero delle spese di giustizia». Erano usciti di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena (2).
A chi li aveva condannati nessuno probabilmente aveva torto un capello e in ogni caso ognuno raccoglie ciò che semina. I fascisti se la cavarono così bene, da poter condurre indisturbati per decenni la loro polemica astiosa e menzognera contro la Resistenza, sicché oggi la Costituzione è sotto tiro. Ludovico Geymonat, partigiano e filosofo, vide lontano quando, in tempi tutto sommato non sospetti, osservò con amarezza che dopo la guerra di Liberazione, le strutture del Paese erano rimaste nella sostanza quelle di una società poco democratica, dalla quale era nata l’Italia fascista e totalitaria (3). Chiunque abbia occhi per vedere e voglia di usarli, può rendersene conto. Ed è vero, non ci sono dubbi: non si fucila un’idea. Si può tradirla, però. Ed è quello che accade da tempo sotto i nostri occhi.

1) «A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien buttato chi ha certi pruriti». Canto dei fascisti di Pisino. I fascisti utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi. Lo ricorda, vantandosene, lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze, 1929. Sui crimini fascisti e sulle foibe Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia» n. 2, febbraio/marzo 1997; Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste: come si crea una mistificazione storica, Kappa Vu, Udine, 1997 e Operazione foibe tra storia e mito, prefazione di Sandi Volk, Kappa Vu, Trieste, 2005; Giuseppe Aragno, Alessandro Höbel, Alessandra Kersevan, Fascismo e Foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, prefazione di Carlo Spartaco Capogreco, La città del Sole, Napoli, 2008; Jože Pirjevec, Foibe: una storia d’Italia, Einaudi, Torino, 2009; Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico: le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, prefazione di Jože Pirjevec, postfazione di Sandi Volk, Kapa Vu, Udine, 2014.
2) Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1929, Roma 1983, Reg. Gen, n. 78/1929, sentenze n. 53 e 36, pp. 311-322. Gli altri quattro imputati, Živka Gortan , Victor Bacci , Dusan e Vjekoslava Ladavci, furono condananti a 30 anni di carcere e uscirono di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena.
3) Ludovico Geymonat, La società come milizia, a cura di Fabio Minazzi, Marcos y Marco, Milano 1989, p. 83.

Uscito su Fuoriregistro il 25 aprile 2007

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scansione0001Da giorni ad Alessandra Kersevan, studiosa seria e preparata, che documenta ogni sua ricerca con grande scrupolo e notevole capacità professionale, si sta impedendo di parlare. Avrebbe diritto di farlo, anche se dicesse sciocchezze, ma non è così. In sua difesa, si dovrebbero sollevare tutti, anche gli avversari. Non parla nessuno. La Boldrini, Grasso, Napolitano recitano, predicano, ma assieme pensano a come far passare una legge liberticida contro quello che chiamano «negazionismo», e punta invece a cancellare la libertà di ricerca, di pensiero e di opinione. Ci mancano solo le manette. Verranno anche quelle, temo. Chissà se qualcuno si sveglierà dal sonno e finalmente proverà a dire basta.
So quanto vale Alessandra. Con lei ho scritto un libro e mi permetto di dire che tutti dovrebbero leggerlo,perché è raro trovare tanta chiarezza, una così indiscutibile documentazione su argomenti che si avviano a diventare una sorta di religione di Stato sulla quale è proibito discutere.  Purtroppo non è più facile da reperire, ma non escludo che si possa ristampare.
Sono solidale con Alessandra Kersevan e non ho dubbi: chi vuole che stia zitta è semplicemente fascista. Qui, su questo blog, ha ed avrà diritto di parola. E chi vuole può ascoltarla. E’ solo un’intervista e si vede che è scossa, ma la sua accusa è chiarissima e la faccio mia: in Italia c’è ormai un regime, una vergognosa, vile e intollerabile dittatura.

 Ecco il link con la breve intervista.

Uscito su Contropiano il 7 febbraio 2014

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N14_ARAGNO

Il Novecento è stato un secolo di molti, troppi coni d’ombra, dove la ricerca storica ha faticato a portare la luce. E, all’interno del “secolo breve” italiano, uno dei momenti che contiene più coni d’ombra è quel ventennio fascista che Valerio Romitelli consigliava, qualche anno fa, di «fare a pezzi»1. Per quanto si sia scritto molto negli ultimi cinquant’anni, molto è ancora il lavoro da fare e Giuseppe Aragno ce ne dà prova in questo agile volume dedicato alla vita di uomini, ma anche di donne, sconosciuti ai più. Un libro dedicato agli sconfitti e agli esclusi della prima metà di quel secolo che ha visto la nascita delle grandi ideologie e, soprattutto, la follia e la distruzione di due guerre mondiali2.  Quella di Aragno potrebbe definirsi una contro-storia, oppure una microstoria: il contraltare alle biografie dei “grandi uomini”, dei condottieri e dei leader. Una serie di medaglioni, di tanti Domenico Scandella, la cui vita nel Friuli del Cinquecento fu raccontata con maestria anni or sono da Carlo Ginzburg3

Il racconto, lo studio e l’interpretazione di queste vite è proprio il nodo gordiano di tutto il libro: chi sono le persone di cui Aragno cerca di ricostruire la vita, spulciando nelle carte dell’Archivio Centrale dello Stato, nei periodici dell’epoca e in una vasta bibliografia secondaria? Per le autorità – sia dell’Italia liberale che dell’Italia fascista e finanche, in alcuni casi, dell’Italia repubblicana – questi uomini e queste donne non sono altro che dei pericolosi sovversivi, dei reietti o dei pazzi. Uomini e donne da schedare, controllare, incarcerare e punire. Per lo storico, invece, la vita di queste persone semplici acquista la sua enorme drammaticità e la storia si trasforma in storie di vita vissuta. Storie individuali e collettive, avventure esistenziali e politiche, memoria popolare di un antifascismo vissuto come lotta quotidiana per la dignità e come incapacità di convivere con l’ingiustizia. Sono le biografie di quelli che, come ricorda lo stesso Aragno, citando Gaetano Arfè, «forse non trionfano mai, ma certamente non sono mai vinti»4
Giuseppe Aragno non è nuovo a questo tipo di ricerche. Studioso del movimento operaio e dell’antifascismo nella realtà di Napoli5, nel 2008, insieme ad A. Höbel e A. Kersevan, ha pubblicato Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani e nel 2009 il saggio Antifascismo popolare. I volti e le storie, che si può considerare l’antecedente diretto del libro che stiamo recensendo in questa sede6. La violenza come metodo di repressione e la lotta popolare contro il fascismo sono da tempo al centro delle sue indagini storiografiche e delle sue riflessioni.
In Antifascismo e potere, Aragno ricostruisce le vite di cinque uomini, di due donne e di un’intera famiglia. Il libro si apre proprio con una delle due donne, l’anarchica Clotilde Peani (Torino, 1873 – Napoli, 1942?)7, rinchiusa nell’ospedale psichiatrico provinciale di Napoli perché considerata una sovversiva pericolosa e pazza. L’altra donna è la ribelle, instancabile ed appassionata Emilia Buonacosa (Napoli, 1895 – 1976)8. Attivissima a Milano assieme gli anarchici durante il biennio rosso, Emilia Buonacosa, come molti antifascisti, fuggì in Francia con l’instaurazione della dittatura.
Nel 1937 la ritroviamo a Barcellona a difendere la Repubblica spagnola. Ritornata in Francia, nell’ottobre del 1940 fu consegnata dai nazisti agli italiani e confinata a Ventotene. Liberata solo nell’agosto del 1943, Emilia Buonacosa continuò la sua attività militante anche dopo il 1945, ma la sua lotta non venne mai riconosciuta dallo Stato, che continuò a considerarla una pericolosa sovversiva.
Simili e allo stesso tempo diverse sono le storie dei cinque uomini presenti in questo libro: Nicola Patriarca, Umberto Vanguardia, Giovanni Bergamasco, Pasquale Ilaria e Luigi Maresca. Colpisce la storia di Nicola Patriarca (Mosca, 1893 – ? )9, lavoratore italiano nato in Russia, che nel 1938 sfuggì alle purghe staliniane e si rifugiò in Italia, dove fu accolto a braccia aperte dal regime fascista. Come in molti altri casi, Mussolini approfittò della presenza di un ex comunista per rinvigorire la propaganda antisovietica diretta alle classi lavoratrici, che crebbe notevolmente dopo l’adesione dell’Italia al Patto anti-Comintern e la costituzione dell’asse Roma-Berlino nel novembre del 1936.
Rispetto a molti altri transfughi dell’Italia interbellica, fulminati sulla via di Damasco dal fascismo mussoliniano e convertitisi ad un anticomunismo viscerale, come Nicola Bombacci o Angelo Scucchia10, Kolia Patriarca aveva condiviso fino in fondo i valori della rivoluzione bolscevica e continuava a condividerli. Dopo solo alcuni mesi dall’arrivo in Italia, difatti, per via di qualche frase critica espressa nei confronti del regime fascista e riguardo alle vere condizioni dei lavoratori italiani, Patriarca fu mandato al confino a San Costantino Calabro, dove si perdono le sue tracce.
La vita di Umberto Vanguardia (Napoli, 1879 – 1931)11 è sinonimo di militanza e di abnegazione. Giovanissimo, fu attivo nelle prime organizzazioni che diedero vita al Partito Socialista Italiano a Napoli nel biennio 1893-1894. Arrestato in più d’una occasione dalle forze dell’ordine, come nel 1898, in seguito ai moti popolari che sconvolsero la città partenopea, Vanguardia abbandonò il PSI nel 1902 e si avvicinò agli anarchici, collaborando alla redazione e alla direzione di diversi periodici del mondo libertario italiano, come «La Voce dei Ribelli» di Napoli, «La Protesta Umana» di Milano e «Sorgete» di Napoli. Nell’aprile 1912 venne nominato segretario della Lega dei Lavoratori dell’Arte bianca. Dopo la guerra lo ritroviamo di nuovo a Napoli, dove si dimostrò attivissimo nelle lotte del biennio rosso. Gli arresti paiono essere stati un Leitmotiv nella sua vita. Nel 1926, dopo l’instaurazione della dittatura fascista e le leggi fascistissime, all’arresto seguì l’immediato invio al confino. In gravissime condizioni di salute, Vanguardia venne scarcerato nell’autunno del 1931, ma solo pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, morì a Napoli.
Figlio di un benestante che perse tutto con la rivoluzione bolscevica, Giovanni Bergamasco nacque in Russia negli anni Sessanta dell’Ottocento, ma già nel 1884 si trasferì in Italia. Considerato anarchico pericolosissimo, tanto da essere arrestato in più d’una occasione, nel congresso del Partito Socialista che si tenne a Genova nell’agosto del 1892 seguì la linea di Gori e Malatesta. Successivamente, Bergamasco collaborò attivamente alla nascita del socialismo napoletano e nel novembre del 1901 venne eletto consigliere comunale per i socialisti nella città partenopea. Vicino a Bordiga prima e durante la Grande Guerra, Bergamasco aderì all’USI nell’agosto del 1918. Dopo il biennio rosso, rimase fedele ai suoi ideali, ma politicamente fu quasi inattivo. Nel 1927, in gravissime condizioni economiche, chiese un sussidio a Mussolini, ma, quando gli venne concesso, lo rifiutò. A tal proposito è molto interessante la riflessione di Aragno, che nota: «Né eroe, né martire, Bergamasco fa i conti con la vita, cerca un compromesso, medita la resa, ma si rivolta contro se stesso d’istinto e non cede, benché gli costi caro e la vita diventi un inferno, perché la dimensione in cui si sente vivo è quella della dignità»12. Considerato una specie di pazzo grafomane, tra la fine degli anni Venti e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Bergamasco entrò ed uscì innumerevoli volte dalle carceri fasciste e dai manicomi per la distribuzione di manifestini antifascisti nei rioni popolari di Napoli, per aver scritto le parole “W la libertà” sulla saracinesca di un negozio sfitto o per dei semplici fermi periodici della polizia fascista. Il 14 luglio del 1940, a un mese dall’entrata in guerra dell’Italia, Bergamasco venne arrestato a Roma per aver sputato contro un manifesto di Mussolini e venne mandato al confino con una pena di cinque anni. Prima alle Tremiti, dove era stato già confinato nel 1896, e poi nel marzo del 1942, a settantanove anni compiuti, finì i suoi giorni a Lauro, in Irpinia, dove il 29 giugno dell’anno successivo morì nell’ospedale di Avellino.
Diverso il caso di Pasquale Ilaria, uomo d’ordine, capitano dell’Esercito Italiano, volontario in Libia, invalido ed eroe di guerra decorato al valor militare, ma antifascista convinto, tanto da essere inserito nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare se necessario; cosa che accadde nel giugno del 1939, quando Ilaria venne arrestato e condannato al confino per cinque anni alle isole Tremiti13. Particolare è anche il caso di Luigi Maresca, liberale ed europeista, malgrado fosse un convinto nittiano, finì per sposare immediatamente una posizione antifascista. Un antifascismo, scrive Aragno, che era «figlio naturale del fascismo e della sua pretesa di imporsi non solo come regime reazionario e classista, ma anche, e soprattutto, come riferimento per le coscienze»14. Licenziato dal posto di lavoro e schedato come sovversivo nel gennaio del 1928, Maresca riuscì a scappare in Francia nel maggio dello stesso anno e poi in Belgio, a Charleroi, dove lo raggiunse la famiglia. In modo analogo a un altro antifascista napoletano esiliato in Belgio, quell’Arturo Labriola che fu teorico del sindacalismo rivoluzionario a inizio secolo e poi Ministro del Lavoro durante l’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920, nell’ultimo gabinetto guidato da Giolitti, l’antifascismo di Maresca sembra vacillare nel 1935, con la guerra d’Etiopia, quando «il groviglio di amor patrio e nazionalismo […] sembrano avere la meglio sui sentimenti democratici»15. Maresca, però, al contrario di Labriola, rimarrà in esilio in Belgio, rifiutando l’offerta del regime fascista. In Italia rientrerà nell’estate del 1940, dopo molti tentennamenti e in mezzo all’Europa devastata dalla guerra. Ristabilitosi a Napoli, Maresca fu comunque considerato un sovversivo e vigilato costantemente dalla polizia fascista. I conti con il fascismo li chiuse alla fine di settembre del 1943, partecipando alle Quattro Giornate di Napoli, uno dei primi episodi della Resistenza al nazifascismo in Italia.
Infine, il caso di un’intera famiglia, i Grossi, composta dal padre Carmine Cesare, dalla madre Maria Olandese e dai tre figli: Ada, Aurelio e Renato16. Dall’Italia, nel 1926 la famiglia Grossi era emigrata per ragioni politiche in Argentina, dove il padre, ma anche i giovani figli, avevano svolto, a cavallo tra anni Venti e Trenta, una rilevante attività nel mondo dell’antifascismo italiano. L’11 agosto del 1936, a meno di un mese dallo scoppio della Guerra Civile in Spagna, la famiglia Grossi decise di ritornare in Europa per difendere la Repubblica spagnola. Si stabilì a Barcellona, dove una nutrita comunità di italiani, tra cui Carlo Rosselli e Camillo Berneri, era giunta per prendere le armi contro il fascismo. La famiglia Grossi partecipò a molte delle attività organizzate dagli anarchici della CNT per resistere all’avanzata delle truppe franchiste, appoggiate dai tedeschi e, soprattutto, dagli italiani, che dal gennaio del 1937 iniziarono durissimi bombardamenti sulla città di Barcellona che continuarono fino al gennaio del 193917. Il padre e la figlia Ada diedero vita a Radio Libertà, sulle cui onde si raccontava il dramma della guerra agli italiani, mentre Aurelio e Renato si arruolarono nell’esercito repubblicano, combattendo prima a Malaga, poi a Teruel, infine sull’Ebro. La “guerra nella guerra”, con la repressione stalinista dei trotskisti del POUM nel maggio del 1937, toccò da vicino anche la famiglia Grossi, che ne visse le conseguenze, come la chiusura di “Radio Libertà”18. Nel gennaio del 1939, a ridosso della caduta di Barcellona e di tutta la Catalogna, i Grossi scapparono in Francia insieme a mezzo milione di rifugiati spagnoli. E, come questi, furono internati nei campi francesi: la madre e la figlia Ada nel campo di concentramento di Argéles sur Mer, mentre il padre e i due figli maschi in quello di Saint Cyprien. Dentro al dramma della guerra e dell’internamento vissuto dalla famiglia Grossi, il dramma maggiore lo visse il figlio Renato. Spostato alla fine del 1939 nell’ospedale psichiatrico di Lannemezan negli Alti Pirenei francesi per «deperimento organico ed alterazioni nervose»19, venne trattato come una cavia, tanto da finire in coma per tre giorni nel giugno del 1940. Nell’agosto del 1941 fu rimpatriato in Italia, dove, considerato «affetto da demenza [e] da mania religiosa»20, oltre che un pericoloso sovversivo per la sua partecipazione alla guerra di Spagna con il bando repubblicano, fu internato nell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Napoli fino ad «essere menomato fisicamente e psichicamente» con «atroci terapie da shock elettrico»21. Non fu diversa, purtroppo, la sorte degli altri membri della famiglia Grossi. Tranne la figlia Ada, che nel campo di Argéles sur Mer sposò nell’ottobre del 1940 il repubblicano spagnolo Enrique Guzmán de Soto e andò a vivere con lui a Madrid, dove parteciparono alla resistenza contro il regime di Franco, tutti gli altri membri della famiglia, al loro rientro in Italia nella primavera e nell’estate del 1941, furono confinati a Ventotene e Melfi. Gli innumerevoli tentativi della madre di far uscire il figlio dall’ospedale psichiatrico e di far riunire la famiglia si scontrarono con le risposte negative degli zelanti prefetti fascisti e dello stesso Mussolini. Solo nel settembre del 1943 Renato Grossi venne liberato ed affidato alla madre, la quale aveva riacquistato la libertà poco prima dell’armistizio. Ma Renato non si riprese mai più da quei tre durissimi anni di trattamenti psichiatrici immotivati e crudeli e visse fino alla morte, avvenuta nell’agosto del 2001, tra le cure della famiglia e i periodi di ricovero nelle cliniche.
Antifascismo e potere è un libro di grande interesse non solo per la «storia di storie» che contiene – storie, vale la pena sottolinearlo, che fino ad ora non erano mai state raccontate22 –, ma per più ragioni. Innanzitutto, per la centralità data alla biografia, cosa non frequente nella storiografia italiana, rispetto ad altre scuole storiografiche come quella anglosassone. Aragno dimostra quello che, una ventina d’anni fa, evidenziava Serge Noiret nell’introdurre la biografia di Nicola Bombacci: l’individuo non può e non deve considerarsi come un semplice «oggetto sociologico senza nome», ma come un canale per percepire e decifrare la cultura di un’epoca. L’individuo, sarebbe a dire, deve pensarsi e concepirsi come l’unico luogo storico nel quale si danno incontro, al di là di ogni schematismo storiografico, tutte le forze economiche e morali che contribuiscono a fare la storia23.
In secondo luogo, per il ruolo assegnato alle donne in questa serie di biografie. La vita di Clotilde Peani, di Emilia Buonacosa, di Ada Grossi e di Maria Olandese dimostrano il ruolo non secondario delle donne nella lotta antifascista e, più in generale, nella politica novecentesca. Come notano Claudia Locchi e Iara Meloni in una breve biografia dell’antifascista bolognese Nerina Zotti, da parte degli ufficiali di Pubblica Sicurezza «alle donne è riconosciuta una scarsa capacità di autodeterminazione, e le motivazioni profonde per cui un’attivista fa politica sono spesso ricercate nella diretta influenza del marito, del padre, del fratello» portando all’assurdo presupposto «dell’inconciliabilità delle donne con la politica»24. Una considerazione che, purtroppo, non ha riguardato solo gli ufficiali della pubblica sicurezza, ma anche parte della storiografia degli ultimi sessant’anni.
In terzo luogo, Antifascismo e potere propone una riflessione sul fenomeno della psichiatria come strumento di repressione politica. La drammatica storia di Renato Grossi, ma anche quelle di Clotilde Peani e Giovanni Bergamasco, ne sono una prova. E rimandano al capolavoro di Gianni Nebbiosi, psichiatra e cantautore che nel 1972, con la collaborazione di Giovanna Marini, compose ed incise E ti chiamaron matta, un album che volle essere un j’accuse ai manicomi e che aprì, in un certo qual senso, le porte alla legge Basaglia.
Infine, queste biografie dimostrano la centralità di una categoria chiave per la comprensione del Novecento: la passione per la politica. Una passione che è stata così forte da travolgere intere vite. Una passione che fu qualcosa di distinto dagli interessi e, spesso, ben lontana dal potere25. Una passione, che a noi, uomini del XXI secolo, sommersi in un’apatia da cui pare essere così difficile uscire, ci sembra una cosa lontana, d’altri tempi e d’altri luoghi. Una passione che però fu tangibile, presente e reale, come la vita di questi «umili eroi della storia di cui troppo raramente ci ricordiamo» ci ha dimostrato26

Note

1 ROMITELLI, Valerio, DEGLI ESPOSTI, Mirco, Quando si è fatto politica in Italia? Storia di situazioni pubbliche, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 217.
2 Al riguardo, vedasi quattro volumi che analizzano queste questioni e questo nodo storico da punti di vista diversi come BRACHER, Karl Dietrich, Il Novecento secolo delle ideologie, Roma, Laterza, 1984; HOBSBAWM, Eric J., Il Secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995; MAZOWER, Mark, Le ombre dell’Europa, Milano, Garzanti, 2000; TRAVERSO, Enzo, A ferro e fuoco. La guerra civile europea, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007.
3 GINZBURG, Carlo, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976.
4 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, p. 106.
5 Tra gli altri, ricordiamo, ARAGNO, Giuseppe, Socialismo e sindacalismo rivoluzionario a Napoli in età giolittiana, Roma, Bulzoni, 1980; ID., Siete piccini perché siete in ginocchio. Il Fascio dei lavoratori, prima sezione napoletana del PSI, 1892-1894, Roma, Bulzoni, 1989; ARFÈ, Gaetano, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, Napoli, La Città del Sole, 2005.
6 ARAGNO, Giuseppe et alii, Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, Napoli, La Città del Sole, 2008; ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Roma, Manifestolibri, 2009.
7 ID., Antifascismo e potere, cit., pp. 9-13.
8 Ibidem, pp. 53-72.
9 Ibidem, pp. 14-22. a cura di Steven FORTI.
10 Sui transfughi dell’Italia interbellica ed in particolare sulla figura di Nicola Bombacci e di Angelo Scucchia, vedasi FORTI, Steven, El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras, Tesi di dottorato in storia contemporanea,Università Autonoma di Barcellona, Barcellona, 2011, cap. I. Vedasi anche ID., «Partito, rivoluzione e guerra. Il linguaggio politico di un transfuga: Nicola Bombacci (1879-1945)», in Memoria e Ricerca, 31, 2/2009, pp. 155-175.
11 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 23-40. Antifascismo e potere. Storia di storie.
12 Ibidem, pp. 81-106. La citazione si trova a p. 102.
13 Ibidem, pp. 73-80.
14 Ibidem, pp. 41-52. La citazione si trova a p. 44. a cura di Steven FORTI.
15 Ibidem, p. 46. Su Labriola, vedasi, tra gli altri, MARUCCO, Dora, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario in Italia, Torino, Einaudi, 1970 e DI CAPUA, Giovanni, Un libertario nelle istituzioni. Arturo Labriola dall’antifascismo alla Repubblica, Napoli, Edizioni Simone, 1999.
16 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 107-145.
17  Vedasi, tra gli altri, il catalogo della mostra Quan plovien bombes/Quando piovevano bombe (Barcellona, Generalitat de Catalunya-Museu d’Història de Catalunya-Memorial Democratic, 2007) curata da Laura Zenobi e Xavier Domènech e presentata nella primavera del 2007 a Barcellona e, durante il 2008, in varie città italiane. Riguardo ai durissimi bombardamenti che colpirono il capoluogo catalano durante la Guerra Civile e di cui fu responsabile l’Aviazione Legionaria fascista, nell’ultimo lustro sono stati pubblicati alcuni libri e diversi saggi. Nel maggio del 2011 l’Associazione Altraitalia presentò una denuncia contro lo Stato italiano per crimini contro l’umanità causati da questi bombardamenti. Dopo quasi due anni e il diniego del Tribunale di Madrid, nel gennaio del 2013 il Tribunale di Barcellona ha accettato il ricorso presentato dall’Associazione Altraitalia e ha aperto una causa contro 21 piloti dell’Aviazione Legionaria fascista. Il fatto è di grande importanza, tenuto conto che è la prima volta che in Spagna si apre una causa riguardo a fatti accaduti durante la Guerra Civile. Vedasi, GARCÍA, Jesús, «Reabierto el frente judicial por los crímenes de la Guerra Civil» in El País, 23 gennaio 2013, URL: http://ccaa.elpais.com/ccaa/2013/01/23/catalunya/1358933175_968312.html [consultato il 7 febbraio 2013].
18 Vedasi, GALLEGO, Ferran, Barcelona, mayo de 1937. La crisis del antifascismo en Cataluña, Barcelona, Debate, 2007.
19 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 130.
20 Ibidem, p. 134.
21 Ibidem, pp. 112, 135. a cura di Steven FORTI.
22 Tranne nel caso di Umberto Vanguardia su cui recentemente si è pubblicata la biografia di GIULIETTI, Fabrizio, Umberto Vanguardia. Azione e propaganda di un anarchico napoletano (1879-1931), Napoli, Galzerano, 2009.
23 NOIRET, Serge, Massimalismo e crisi dello stato liberale. Nicola Bombacci (1879-1924), Milano, Franco Angeli, 1992, p. 21.
24 LOCCHI, Claudia, MELONI, Iara, Nerina Zotti tra le righe. La vita di una sovversiva nelle carte della Questura di Bologna, in BETTI, Eloisa, TAROZZI, Fiorenza (a cura di), Le Italiane a Bologna, Bologna, Editrice Socialmente, 2013, p. 134. Antifascismo e potere. Storia di storie.
25 Riguardo a questa interessante questione, vedasi HIRSCHMANN, Albert O., Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Milano, Feltrinelli, 1979 e, soprattutto, le riflessioni contenute in ROMITELLI, Valerio, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo, Napoli, Cronopio, 2007.
26 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 140.

* Steven FORTI è Dottore di ricerca per l’Universidad Autónoma de Barcelona con una tesi centrata sulla questione del transito di dirigenti politici di sinistra al fascismo nell’Europa interbellica, le ricerche di Steven Forti (Trento, 1981) si focalizzano sulla storia politica e del pensiero politico nel XX secolo, con particolare attenzione allo studio biografico ed all’analisi del linguaggio politico. Collaboratore di varie riviste di storia contemporanea in Italia e Spagna (Memoria e Ricerca, Spagna Contemporanea, Storicamente, Nous Horitzons, Atlántica XXII), è stato uno dei fondatori di PRAXIS (Asociación de Jóvenes Investigadores en Historia y Ciencias Sociales) ed attualmente è membro del CEFID (Centre d’Estudis sobre les Epoques Franquista i Democràtica) e dell’Asociación de Historia Contemporánea spagnola. Nei prossimi mesi si pubblicheranno i suoi primi due libri: El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras e Historia de las Comisiones Obreras de la construcción de Cataluña (1964-1992).
http://www.studistorici.com/progett/autori/#Forti

FORTI, Steven*, «Recensione: Giuseppe ARAGNO, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, 151 pp.», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Processo penale, politica, opinione pubblica(secoli XVIII-XX), 29/08/2013, http://www.studistorici.com/2012/08/29/forti_numero_14

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Se la cosa non fosse terribilmente seria, ci sarebbe da ridere. In una lettera a dir poco sconcertante, che ”Patria Indipendente” – organo ufficiale dell’Associazione Partigiani d’Italia – ospita senza sentire nemmeno il bisogno di prendere le distanze, il sig. Piero Petronio si sostituisce all’anagrafe e rilascia certificati di cittadinanza agli studiosi. Il criterio adottato tutto sommato è semplice: se ti occupi del confine orientale e, in linea di massima, condividi la sua verità sulle foibe – Petronio, per chi non lo sapesse, ha “studiato una vita l’argomento” – non ci sono dubbi: sei italiano a tutti gli effetti. Va da sé che, a dar retta all’infallibile metodo accolto dall’ANPI senza una chiosa, un distinguo o una precisazione, Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi “sono slovene”, così come sloveno diventò anni fa l’italiano Pirjevic. Slovene sì, parola di Petronio, e sembrerebbe quasi che i problemi del nostro confine orientale creino a loro volta un invisibile confine “etnico” tra gli studiosi, un confine che divide gli italiani, depositari del Verbo, da quelli sloveni, che evidentemente sono geneticamente manipolatori di fatti e si propongono lo “scopo […] di nascondere o sminuire i massacri compiuti dai partigiani di Tito”, per “togliersi di dosso l’infamia delle foibe mettendo in evidenza i crimini dell’esercito italiano in Jugoslavia”. Non a caso, per il sig. Petronio e per “Patria Indipendente”, che gli pubblica la lettera senza nulla obiettare, la Kersevan e la Cernigoi, non sono solo false italiane e “sedicenti storiche”, ma – guarda un po’! – usano il metodo “speculare a quello dei fascisti italiani di porre l’enfasi sui crimini altrui”. Vergognosamente slovene, quindi, e gratta gratta anche un po’ fasciste…

Partita da questa inquietante premessa, la lettera pubblicata dal giornale dell’ANPI giunge all’inevitabile traguardo: la lista degli autori consentiti  – e di conseguenza l’index librorum prohibitorum – ma l’elenco di chi è abilitato a parlare di foibe e i fondi archivistici in cui andare a far ricerca: “la Fondazione Gramsci con i suoi grandi archivi. La verità è li, va studiata e divulgata. E’ totalmente errato affidare ad occhi chiusi ad altri, come Kersevan e Cernigoj, quello che

bisogna studiare da sé”. Anche gli archivi, quindi, devono essere italiani e li devono frequentare solo gli studiosi cui sia stato fatto l’esame del sangue. Gli sloveni, veri o presunti che siamo, sono “altri”, sono diversi, sono una razza di cui diffidare.

Un gravissimo lutto mi rende al momento difficile intervenire nel merito del dibattito. Due parole, però, ho bisogno di dirle. Le prime a Claudia e ad Alessandra, con la quale ho avuto anche l’onore di scrivere un libro. Con l’una e con l’altra ho dovuto condividere l’etichetta di negazionista che ci appioppò in malafede il “Corriere della Sera” e sono orgoglioso di essermi trovato in loro compagnia; per quello che vale, la mia solidarietà e la mia stima sono totali, incondizionate e affettuose. Il dato che colpisce nella lettera di Petronio non è quello che riguarda l’interpretazione storica, ma la totale mancanza di rispetto per due studiose ineccepibili sul piano del metodo e della documentazione. Chi definisce Kersevan e Cernigoi “sedicenti storiche” è certamente un villano incompetente, ma è anche e soprattutto istintivamente fascista. Altro che sinistra. Gli attacchi reiterati e strumentali cui sono sottoposte da troppo tempo Claudia e Alessandra sono inaccettabili e tutti gli studiosi dovrebbero ribellarci come un sol uomo e schierarci a loro difesa. E’ per questo che voglio dirlo a chiare lettere e senza possibilità di equivoco: col loro lavoro rigoroso e – perché no? – coraggioso, Kersevan e Cernigoi hanno dato e sono certo daranno ancora un contributo prezioso alla conoscenza storica.

In quanto a “Patria Indipendente”, se può esser vero che la parola si dà a tutti, anche a chi pretende di toglierla agli altri e supera i confini della decenza, non è meno vero che una “presa di distanza” redazionale sarebbe stata doverosa. Da tempo mi interrogo su cosa accada oggi davvero nell’ANPI e non trovo una risposta. A Napoli sono stato “promosso”: mi hanno ficcato in un “Comitato d’onore” che non s’è mai riunito e non so a che serva, se non a “sterilizzare” il dissenso e togliersi dai piedi i rompiscatole. A “Patria Indipendente” ho mandato tempo fa un intervento sul caso Fedel, una spia fascista che Pansa ha trasformato in eroe; i parenti mi minacciano di querela e chiedono una rettifica per le poche parole che gli ho dedicato nel mio ultimo libro, ma ciò che ho scritto è chiaro e documentato. La “rivalutazione” del Fidel infanga il Pci e la Resistenza. A tutt’oggi Patria Indipendente non mi ha risposto. Spazio per Petronio però ne ha trovato.

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clip_image002Oggi la prima presentazione, alle 18 presso il Circolo della Stampa di Trieste (Corso Italia 13), con la partecipazione di Ljubo Susic e di Alessandra Kersevan. Altre seguiranno.  Leggete questa nota dell’ottima Claudia, poi, acquistatelo di corsa: si chiama La “Banda Collotti”. Storia di un corpo di repressione al confine orientale d’Italia, ed. Kappavu. Claudia Cernigoi non ha bisogno certo che sia io a dirlo, ma lo faccio ugualmente, in segno di stima e di amicizia: per quel che vale la mia parola, garantisco: una lettura preziosa.

“Ho cominciato a scrivere questo libro più di dieci anni fa, pensando all’inizio di farne un breve dossier, come quelli che pubblico per la Nuova Alabarda. Avevo iniziato riordinando un po’ di documenti storici e di testimonianze e poi, andando avanti, mi sono accorta che mentre scrivevo la storia del corpo di repressione avevo iniziato a ricostruire anche una parte della storia della Resistenza di queste terre, e così ho proseguito raccogliendo altri documenti, ma soprattutto testimonianze di persone che avevano vissuto quei momenti e me ne hanno resa partecipe. Così ne è uscito un libro piuttosto corposo, ricerca che per me ha significato non solo conoscere fatti storici ma anche entrare in contatto con tante persone che avevano lottato e sofferto per la libertà, ed alla fine ne sono uscita più ricca interiormente. Ringrazio ancora tutti coloro che mi hanno aiutata e che sono ricordati all’inizio del libro, e mando un pensiero particolare agli ex prigionieri che hanno accettato di visitare la sede di via Cologna, dove erano stati detenuti e torturati, per ricostruire con noi, che “viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case” quei tempi terribili che non abbiamo vissuto, noi che grazie al sacrificio di persone come loro oggi possiamo vivere liberamente”.

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