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Posts Tagged ‘Claudia Cernigoi’

Sono grato a Paolo Pezzino per la segnalazione e per le parole giustamente indignate. Ha certamente ragione: «Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica». Che poi questa fosca vicenda provochi «una forte risposta da parte di tutti i democratici», purtroppo è tutto da vedere e personalmente non ci metterei le mani sul fuoco.
In questi giorni facebook ha censurato la «Nuova Alabarda» di Claudia Cernigoi. Nonostante le sue vibrate proteste, nessuno s’è mosso e temo non ci sia molto da sperare. In ogni caso colgo l’occasione e pubblico il suo appello:

Car* tutt*, scusate se vi “rompo” ancora, ma mi è stato suggerito (per chiedere che venga ripristinata la pagina de La Nuova Alabarda) di inviare a questi indirizzi mail
disabled@facebook.com
disabled@fb.com
appeals@facebook.com
info@facebook.com
legal@facebook.com
il seguente testo (in inglese)

Dear Facebook support team,
I’m contacting you because few days ago you deleted “La nuova Alabarda”, an Italian journalistic page focused on antifascist themes. During the years La nuova Alabarda made a precious work inquiring fascist and nazi activities in our country and debunking old and new fascist narrations. Precisely because of this work the page and its autor, Claudia Cernigoi, found themselves under the attentions of fascist peoples and groups who made a constant reporting to the facebook team.
I would like to know why Facebook decided to delete this page and all his precious content and if is it possible to restore it.

Che dire? Ringrazio Gaetano Colantuono per le parole con cui ricorda «ancora con rabbia l’attacco anonimo e scriteriato che un box del Corriere della sera riservò al collega Giuseppe Aragno, coautore di un volume Fascismo e foibe, bollandolo come “negazionista” (nella neolingua post-antifascista: termine riservato a chi discute la vulgata sulle cd. foibe)». Di mio ci aggiungo due ricordi: la noncuranza con cui l’associazioni degli storici contemporanei si rifiutò di sottoscrivere una lettera di protesta firmata tra gli altri da un uomo del valore di Gerardo Marotta e le parole profetiche di un altro maestro, Gaetano Arfè, che dopo aver puntato il dito su quella che definì “storiografia benpensante”, si scagliò su un revisionismo che ci traghettava dall’a-fascismo al filo-fascismo e il 12 dicembre del 2000 sulla “Rivista del Manifesto”non usò mezze parole per denunciare un documento approvato dalla Regione Lazio nel quale si sosteneva che le giovani generazioni erano «avvelenate dal sinistrismo e dal marxismo di cui sono intrisi i libri di storia correnti nelle scuole» e si proponevano «provvedimenti idonei a fronteggiare la minaccia». «Sovversivismo storiografico», scrisse guardando lontano Arfè , e invitò a reagire.
Rimase praticamente solo, così come soli fummo lasciati io e il compianto Marotta ai quali Ferruccio De Bortoli e il suo Corsera pensarono bene di non rispondere. Nove anni dopo questa vergogna, non ci si può stupire. Si può e si deve sperare nei giovani, come  lucidamente scrive Gaetano Colantuono.
Ecco il link: .
https://giuseppearagno.wordpress.com/2010/04/22/corriere-della-sera-immagine-dellitalia-che-muore-da-fuoriregistro/

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download1Non so perché, ma è così: ciò che accade all’estero sembra lontano mille miglia da noi e dal nostro mondo, fa notizia, ma non induce a riflettere su di noi e non suscita allarme. Uno dei principali obiettivi della nostra “libera stampa” è quello di indurre il lettore a credere che qui da noi certe cose non accadono e non possono accadere. Ha fato scalpore, per fare un esempio, la notizia di un docente turco trascinato in Tribunale perché, durante un esame, ha posto una domanda sul leader curdo del PKK Öcalan.
Accade così che nessuno si accorga di fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi. Un esempio? Per il 10 febbraio “Resistenza Storica” e la Sinistra goriziana antifascista organizzano un convegno presso il Palazzo Attems. Tra gli altri ci sarebbero stati gli interventi di Alessandra Kersevan sul ruolo della Decima Mas al confine orientale e di Claudia Cernigoi sul fenomeno delle foibe e gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945. Non se n’è fatto nulla perché il presidente della provincia, Gherghetta, (sedicente Partito Democratico) ha cancellato l’autorizzazione all’uso della sala per “inopportunità politica”. Nessuno sa che c’entri la Storia con i politici e le loro opportunità e – ciò che è peggio – nessuno chiede le dimissioni di Gherghetta e soci, che, con evidente abuso di potere, decidono quali storici possono parlare e quali devono tacere, sicché gli antifascisti sono messi a tacere, mentre, contro lo spirito e la lettera della Costituzione, i labari della Decima Mas e della Repubblica di Salò entrano come ospiti di riguardo nella sala del Consiglio comunale.
In questa sorta di galera senza sbarre che è ormai l’Italia, anni fa un manipolo di storici è finito in una vera e propria lista di proscrizione, comparsa sul “Corriere della Sera”. Il giornale li accusava di “negazionismo” per avere pubblicato una ricerca scientifica rigorosamente documentata sulla cultura della violenza che formò le giovani generazioni nell’Italia fascista e si giunse a mettere all’indice gli studiosi perché ponevano in discussione la verità di Stato sulla vicenda delle foibe. Il nodo ora viene al pettine. Nel silenzio complice della stampa, mentre nelle scuole i militari sono ormai di casa e si prepara una guerra, al Senato è passata una legge che crea un reato nuovo e lo punisce con la galera: il “negazionismo”. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaro un obiettivo: mettere a tacere gli studiosi che ancora si azzardano a confutare la versione dei fatti fascista, che ormai si insegna nei manuali di storia e il 10 febbraio si celebra come verità di fede in un Paese istupidito dalla propaganda e dalle chiacchiere televisive.
Presto la legge sarà approvata anche alla Camera e poiché non consente di negare il negazionismo, perché si dà per scontato che esista una verità storica decisa dalla politica e dai giudici, peraltro incompetenti, sarà necessario scegliere tra silenzio e carcere.

Il saggio che segue è scritto in modo semplice e ha uno scopo divulgativo. Lo consiglio a chi vuole sentire una campana che non sia quella di Vespa e del senatore Gasparri. Il lettore scoprirà un mondo cancellato dai libri di testo delle nostre scuole e negato dai fascisti che hanno voluto la festa del 10 febbraio. Il saggio fa parte di un agile volume intitolato Fascismo e Foibe, di cui sono stato il curatore. Il libro, che pubblica gli atti di un convegno tenuto a Napoli nel 2007, ospita un lavoro di Alessandra Kersevan, uno scritto di Alexander Höbel e una presentazione di Spartaco Capogreco. Per il Parlamento dei “nominati”, degni eredi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e per il “Corriere della Sera” che oggi fa da cassa risonanza del neofascismo, come ieri lo fu del fascismo storico, il libro è un esempio di quel “negazionismo”, contro il quale il Senato ha approvato una legge che difende con la galera una stupida verità di Stato.
Io non riconosco la legittimità di questo Parlamento, che occupa abusivamente le Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e ritengo incostituzionale ogni legge che colpisce la libertà di ricerca e di espressione delle opinioni; pubblico perciò qui per ora il saggio incriminato e prendo un impegno: qualora la Camera dei nominati dovesse approvare  la legge sul “negazionismo”, pubblicherò una nuova edizione del saggio incriminato. Lo farò anche a mie spese, se necessario e se, com’è probabile, stavolta non troverò un editore. Manderò poi una copia del libro ai relatori della legge e li sfiderò a  trascinarmi in tribunale prima e poi in carcere. Dovranno farlo, li costringerà la loro legge e si capirà finalmente quale nuova tragedia sta vivendo l’Italia.

Dall’irrendentismo al fascismo (in Fascismo e foibe)

Questo breve saggio trae origine da una ricerca tutto sommato occasionale, ma intensa, appassionante e, ciò che più conta, ancora ricca di interessanti prospettive. Al centro della sua attenzione sembra collocarsi soprattutto il percorso di un’associazione nata per dar risposte a questioni culturali e politiche di ispirazione tardo risorgimentale, ma scivolata rapidamente – e direi fatalmente – sul terreno melmoso del nazionalismo razzista e dell’imperialismo esasperato e straccione di Mussolini. In realtà, l’interesse è più ampio e, a ben vedere, ciò che emerge dal lavoro sinora svolto non è solo il ruolo che l’irredentismo ebbe nella politica culturale e, per molti aspetti, interna ed estera del regime fino all’aggressione dell’Etiopia, ma anche, e soprattutto, il contesto in cui si collocano, e per tal uni versi si spiegano, le politiche della razza e i crimini di guerra di un paese in cui la stragrande maggioranza della borghesia benpensante, che è in buona parte classe dirigente, non ama fare i conti con la propria storia: moderata e, quando serve, papalina, nata per vocazione «brava gente», oggi lascia processare la Resistenza, come ieri consentì che si processassero gli antifascisti, e – senza indignarsi – sprofondò nel fango delle leggi razziali.

Chi è interessato a leggere può proseguire cliccando si questo link:

Dall’irrendentismo al fascismo in Fascismo e foibe…

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La prima, grande unità partigiana croata che operò in Istria contro i nostri «bravi ragazzi» in divisa nacque nell’estate del 1942 e arruolò anche alcuni lavoratori italiani per i quali la speranza di 1017%20Gortancostruire un mondo migliore aveva un valore ben più alto della «patria fascista» e di ricorrenti deliri sulla «civiltà da esportare». Nata per sconfiggere il fascismo, la brigata si scelse il nome d’un giovane antifascista giustiziato, Vladimir Gortan, un contadino comunista formato alla prima tradizione internazionalista, fondata su sperimentati e solidi rapporti tra diverse identità etniche.
Gortan aveva solo quindici anni quando a Pisino, suo paese natale, nel 1919, subì le prime minacce fasciste: «A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che buta zo in quel fondo chi ga certo morbin» (1). Era l’annuncio della politica razzista posta in essere poi dall’Italia di Mussolini contro gli sloveni e della durissima repressione che colpì socialisti, comunisti e anarchici nelle realtà industriali di Trieste, Fiume, Monfalcone e Pola.
Dieci anni dopo, nel 1929, quando il fascismo si è ormai assunto la responsabilità di una violenza destinata a produrre una tragedia, il giovane istriano è consapevole che la sola possibile via di riscatto passa per una lotta senza quartiere e si è avvicinato al comunismo internazionalista. E’ così che, al termine di una serie di riunioni con alcuni compagni, Vladimir Gortan organizza un’azione armata che il 24 marzo 1929, a Monte Cosmus, tra Villa Treviso e Villa Padova, nel territorio di Pisino, intende impedire il «normale» svolgimento di elezioni alle quali gli slavi sono condotti dai fascisti inquadrati in colonna. In tasca ha due pistole e ai compagni che lo seguono ha procurato due moschetti e un pugno di cartucce. Per i fascisti sono naturalmente «individui di sentimenti slavi e ostili agli italiani», ma è chiaro che, a ruoli invertiti, sarebbero «eroici patrioti». Appostati in un bosco ai piedi del monte, gli uomini armati si dividono e attendono la colonna in due luoghi diversi. Gortan è solo, racconta a distanza di anni la sentenza del Tribunale Speciale fascista, lontano dai compagni e deciso a uccidere. Negli interrogatori il giovane ha sostenuto invece che, sia lui che i compagni, non si proponevano «di uccidere gli elettori, ma di spaventarli per impedire che vadano a votare». Hanno fatto fuoco, qualcuno ha sbagliato la mira e uno degli slavi è stato ucciso.
Vladimir Gortan – sono sempre i giudici a raccontare – «arrestato in treno il 28 marzo […] mentre stava per rifugiarsi in Jugoslavia», è stato «trovato in possesso di documenti che dimostrano la sua qualità di emissario delle Associazioni irredentiste di oltre confine. La credenziale trovata addosso attesta ufficialmente […] che è di nazionalità jugoslava e politicamente molto ben conosciuto». Il Tribunale Speciale, che lo giudicherà assieme a quattro compagni in un processo farsa durato appena un giorno, non non gli crede, non si cura di capire chi dei cinque ha tirato il colpo mortale e non prende in considerazione l’ipotesi di un’azione dimostrativa, terminata con un esito tragico ma involontario. Eppure, se avessero voluto, i cinque imputati avrebbero compiuto una strage. Per i giudici, sordi alle richieste di clemenza provenienti da molti paesi amanti della libertà, «la responsabilità del delitto del 24 marzo è dell’imputato Gortan Vladimir, l’emissario delle associazioni terroristiche di confine, l’organizzatore ed il capobanda della brigantesca impresa, colui che diede le istruzioni e fornì le armi e le munizioni». La condanna è già decisa e la corte, «ritenuto infine che un estratto della […] sentenza di morte, con la menzione dell’avvenuta esecuzione, deve essere affisso in tutti i Comuni del Regno […] condanna Gortan Vladimiro, quale capobanda terrorista, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena».
Alle 5,30 del giorno successivo, il 17 ottobre del 1929, appena ventiquattro ore dopo la sentenza, a «Pola, in località sud-ovest del poligono della Regia Marina», Gortan muove i suoi ultimi passi e si siede di spalle al plotone. Sono presenti Don Bartolomeo Grosso, cappellano della Milizia, Omero Mandruzzi, centurione medico, il maggiore dei carabinieri Roberto Marino, capo dell’Ufficio di polizia Giudiziaria presso il Tribunale Speciale e Giuseppe de Turris, il console Comandante della LX Legione della Milizia, che è schierata intorno all’imputato. Moralmente, il più innocente di tutti è Gortan. Alle 5,40 l’ordine di far fuoco.
Un prigioniero si può uccidere, ma le idee non si fucilano. Sarà anche in nome di Vladimir Gortan che i partigiani slavi e italiani liquideranno i conti militari con l’ultimo fascismo, il più miserabile di tutti, quello che si è reso complice delle nefandezze naziste, dei crimini cetnici, delle atrocità degli ustascia e nulla ha imparato da nessuno in tema di sadismo.
A ciò che è stato poi, alla sorte dei popoli stritolati nella morsa degli imperialismi, all’inevitabile risorgere di antiche rivalità nazionaliste, i combattenti della guerra di liberazione furono estranei. In quanto a Vladimir Gortan, la vita non avrebbe potuto restituirgliela più nessuno. Vivevano ancora i suoi quattro compagni. Il 3 ottobre del 1960 il Tribunale militare di Roma si decise a concedere loro l’amnistia, «dichiarando estinto il diritto dell’erario al recupero delle spese di giustizia». Erano usciti di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena (2).
A chi li aveva condannati nessuno probabilmente aveva torto un capello e in ogni caso ognuno raccoglie ciò che semina. I fascisti se la cavarono così bene, da poter condurre indisturbati per decenni la loro polemica astiosa e menzognera contro la Resistenza, sicché oggi la Costituzione è sotto tiro. Ludovico Geymonat, partigiano e filosofo, vide lontano quando, in tempi tutto sommato non sospetti, osservò con amarezza che dopo la guerra di Liberazione, le strutture del Paese erano rimaste nella sostanza quelle di una società poco democratica, dalla quale era nata l’Italia fascista e totalitaria (3). Chiunque abbia occhi per vedere e voglia di usarli, può rendersene conto. Ed è vero, non ci sono dubbi: non si fucila un’idea. Si può tradirla, però. Ed è quello che accade da tempo sotto i nostri occhi.

1) «A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien buttato chi ha certi pruriti». Canto dei fascisti di Pisino. I fascisti utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi. Lo ricorda, vantandosene, lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze, 1929. Sui crimini fascisti e sulle foibe Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia» n. 2, febbraio/marzo 1997; Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste: come si crea una mistificazione storica, Kappa Vu, Udine, 1997 e Operazione foibe tra storia e mito, prefazione di Sandi Volk, Kappa Vu, Trieste, 2005; Giuseppe Aragno, Alessandro Höbel, Alessandra Kersevan, Fascismo e Foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, prefazione di Carlo Spartaco Capogreco, La città del Sole, Napoli, 2008; Jože Pirjevec, Foibe: una storia d’Italia, Einaudi, Torino, 2009; Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico: le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, prefazione di Jože Pirjevec, postfazione di Sandi Volk, Kapa Vu, Udine, 2014.
2) Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1929, Roma 1983, Reg. Gen, n. 78/1929, sentenze n. 53 e 36, pp. 311-322. Gli altri quattro imputati, Živka Gortan , Victor Bacci , Dusan e Vjekoslava Ladavci, furono condananti a 30 anni di carcere e uscirono di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena.
3) Ludovico Geymonat, La società come milizia, a cura di Fabio Minazzi, Marcos y Marco, Milano 1989, p. 83.

Uscito su Fuoriregistro il 25 aprile 2007

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Se la cosa non fosse terribilmente seria, ci sarebbe da ridere. In una lettera a dir poco sconcertante, che ”Patria Indipendente” – organo ufficiale dell’Associazione Partigiani d’Italia – ospita senza sentire nemmeno il bisogno di prendere le distanze, il sig. Piero Petronio si sostituisce all’anagrafe e rilascia certificati di cittadinanza agli studiosi. Il criterio adottato tutto sommato è semplice: se ti occupi del confine orientale e, in linea di massima, condividi la sua verità sulle foibe – Petronio, per chi non lo sapesse, ha “studiato una vita l’argomento” – non ci sono dubbi: sei italiano a tutti gli effetti. Va da sé che, a dar retta all’infallibile metodo accolto dall’ANPI senza una chiosa, un distinguo o una precisazione, Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi “sono slovene”, così come sloveno diventò anni fa l’italiano Pirjevic. Slovene sì, parola di Petronio, e sembrerebbe quasi che i problemi del nostro confine orientale creino a loro volta un invisibile confine “etnico” tra gli studiosi, un confine che divide gli italiani, depositari del Verbo, da quelli sloveni, che evidentemente sono geneticamente manipolatori di fatti e si propongono lo “scopo […] di nascondere o sminuire i massacri compiuti dai partigiani di Tito”, per “togliersi di dosso l’infamia delle foibe mettendo in evidenza i crimini dell’esercito italiano in Jugoslavia”. Non a caso, per il sig. Petronio e per “Patria Indipendente”, che gli pubblica la lettera senza nulla obiettare, la Kersevan e la Cernigoi, non sono solo false italiane e “sedicenti storiche”, ma – guarda un po’! – usano il metodo “speculare a quello dei fascisti italiani di porre l’enfasi sui crimini altrui”. Vergognosamente slovene, quindi, e gratta gratta anche un po’ fasciste…

Partita da questa inquietante premessa, la lettera pubblicata dal giornale dell’ANPI giunge all’inevitabile traguardo: la lista degli autori consentiti  – e di conseguenza l’index librorum prohibitorum – ma l’elenco di chi è abilitato a parlare di foibe e i fondi archivistici in cui andare a far ricerca: “la Fondazione Gramsci con i suoi grandi archivi. La verità è li, va studiata e divulgata. E’ totalmente errato affidare ad occhi chiusi ad altri, come Kersevan e Cernigoj, quello che

bisogna studiare da sé”. Anche gli archivi, quindi, devono essere italiani e li devono frequentare solo gli studiosi cui sia stato fatto l’esame del sangue. Gli sloveni, veri o presunti che siamo, sono “altri”, sono diversi, sono una razza di cui diffidare.

Un gravissimo lutto mi rende al momento difficile intervenire nel merito del dibattito. Due parole, però, ho bisogno di dirle. Le prime a Claudia e ad Alessandra, con la quale ho avuto anche l’onore di scrivere un libro. Con l’una e con l’altra ho dovuto condividere l’etichetta di negazionista che ci appioppò in malafede il “Corriere della Sera” e sono orgoglioso di essermi trovato in loro compagnia; per quello che vale, la mia solidarietà e la mia stima sono totali, incondizionate e affettuose. Il dato che colpisce nella lettera di Petronio non è quello che riguarda l’interpretazione storica, ma la totale mancanza di rispetto per due studiose ineccepibili sul piano del metodo e della documentazione. Chi definisce Kersevan e Cernigoi “sedicenti storiche” è certamente un villano incompetente, ma è anche e soprattutto istintivamente fascista. Altro che sinistra. Gli attacchi reiterati e strumentali cui sono sottoposte da troppo tempo Claudia e Alessandra sono inaccettabili e tutti gli studiosi dovrebbero ribellarci come un sol uomo e schierarci a loro difesa. E’ per questo che voglio dirlo a chiare lettere e senza possibilità di equivoco: col loro lavoro rigoroso e – perché no? – coraggioso, Kersevan e Cernigoi hanno dato e sono certo daranno ancora un contributo prezioso alla conoscenza storica.

In quanto a “Patria Indipendente”, se può esser vero che la parola si dà a tutti, anche a chi pretende di toglierla agli altri e supera i confini della decenza, non è meno vero che una “presa di distanza” redazionale sarebbe stata doverosa. Da tempo mi interrogo su cosa accada oggi davvero nell’ANPI e non trovo una risposta. A Napoli sono stato “promosso”: mi hanno ficcato in un “Comitato d’onore” che non s’è mai riunito e non so a che serva, se non a “sterilizzare” il dissenso e togliersi dai piedi i rompiscatole. A “Patria Indipendente” ho mandato tempo fa un intervento sul caso Fedel, una spia fascista che Pansa ha trasformato in eroe; i parenti mi minacciano di querela e chiedono una rettifica per le poche parole che gli ho dedicato nel mio ultimo libro, ma ciò che ho scritto è chiaro e documentato. La “rivalutazione” del Fidel infanga il Pci e la Resistenza. A tutt’oggi Patria Indipendente non mi ha risposto. Spazio per Petronio però ne ha trovato.

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clip_image002Oggi la prima presentazione, alle 18 presso il Circolo della Stampa di Trieste (Corso Italia 13), con la partecipazione di Ljubo Susic e di Alessandra Kersevan. Altre seguiranno.  Leggete questa nota dell’ottima Claudia, poi, acquistatelo di corsa: si chiama La “Banda Collotti”. Storia di un corpo di repressione al confine orientale d’Italia, ed. Kappavu. Claudia Cernigoi non ha bisogno certo che sia io a dirlo, ma lo faccio ugualmente, in segno di stima e di amicizia: per quel che vale la mia parola, garantisco: una lettura preziosa.

“Ho cominciato a scrivere questo libro più di dieci anni fa, pensando all’inizio di farne un breve dossier, come quelli che pubblico per la Nuova Alabarda. Avevo iniziato riordinando un po’ di documenti storici e di testimonianze e poi, andando avanti, mi sono accorta che mentre scrivevo la storia del corpo di repressione avevo iniziato a ricostruire anche una parte della storia della Resistenza di queste terre, e così ho proseguito raccogliendo altri documenti, ma soprattutto testimonianze di persone che avevano vissuto quei momenti e me ne hanno resa partecipe. Così ne è uscito un libro piuttosto corposo, ricerca che per me ha significato non solo conoscere fatti storici ma anche entrare in contatto con tante persone che avevano lottato e sofferto per la libertà, ed alla fine ne sono uscita più ricca interiormente. Ringrazio ancora tutti coloro che mi hanno aiutata e che sono ricordati all’inizio del libro, e mando un pensiero particolare agli ex prigionieri che hanno accettato di visitare la sede di via Cologna, dove erano stati detenuti e torturati, per ricostruire con noi, che “viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case” quei tempi terribili che non abbiamo vissuto, noi che grazie al sacrificio di persone come loro oggi possiamo vivere liberamente”.

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L’11 marzo alla Commissione Cultura della Camera, l’on. Paola Frassinetti, ex “Fronte della Gioventù” oggi PdL, ha proposto una risoluzione che intende “arginare il fatto deplorevole che alcune associazioni si recano nelle scuole per raccontare una visione dei tragici fatti delle foibe in maniera totalmente travisata“. Non contenta, l’onorevole se l’è presa con “il recente libro dello sloveno (sic) Pirjevec, edito da Einaudi, e distribuito nelle scuole di Torino“. Il libro, ha sostenuto Frassinetti, “esprime giudizi gravi sugli avvenimenti storici riferiti alle foibe, non corrispondenti alla verità; esistono, infatti, negazionisti della vicenda“. Scomunica ufficiale, quindi, “come ha anche ricordato il sindaco di Roma“, e, a onor del vero, un errore c’è stato. Pirjevec è italiano come Alemanno e Frassinetti. Sorge allora un dubbio: fingerlo “sloveno” può farlo sembrar di parte e sminuirne la serietà di studioso? Ma non finisce qui: Frassinetti ha proposto anche l’istituzione, presso il Ministero dell’Istruzione, di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti“. La lista degli abilitati a parlare non s’è fatta, ma s’è deciso – all’unanimità! – che siano i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri.
Di questa vera e propria rivoluzione copernicana degli studi storici, il “Corriere della Sera” ha fatto da cassa di risonanza e il 23 marzo, in calce a un servizio sulla Grande Italia, ha “indicato” buoni e cattivi. Ne è nata così una specie di “lista di proscrizione”, un minuscolo, triste esempio di “index librorum prohibitorum”. Vale la pena di citarlo testualmente: “Vi sono anche opere che tendono a ridimensionare la portata degli eccidi jugoslavi: Joze Pirjevic, Foibe (Einaudi 2009), Claudia Cernigoi, Operazione foibe tra storia e mito (Kappa Vu 2005), Giacomo Scotti, Dossier foibe (Manni 2005), Giuseppe Aragno, Fascismo e foibe (La città del Sole, 2008). Contro di esse, considerate «negazioniste», le associazioni degli esuli hanno di recente chiesto un intervento delle pubbliche autorità“.
Se, com’è noto a tutti gli studiosi che se ne sono occupati onestamente, nessuno dei citati dall’anonimo giornalista nega l’esistenza del dramma istriano, dove va a parare la manovra? Si vuole agitare lo spettro del “negazionismo“, nell’ attesa di poterlo trasformare in reato?
E’ accettabile tutto questo? E davvero siamo ancora in una repubblica democratica, se impunemente si possono liquidare così gli studi di storici onesti, che fanno ricerca secondo le regole del mestiere, nella maniera più corretta, esplorando archivi e documentando ogni affermazione? E’ accettabile che sia la politica a decidere chi debba parlare nelle scuole? E che un grande giornale fiancheggi la manovra e non senta il bisogno di prendere le distanze?
E anche supponendo che Aragno, Pirjevec, Scotti e Cernigoi sbaglino, a quale governo consentiremo, senza protestare, di trattare un errore alla maniera di un crimine?
Le posizioni di Frassinetti, di cui in qualche modo il Corriere si fa portavoce, sono inquietanti. Si cominciò a parlare di “negazionismo” a proposito di studi che riguardavano apertamente il genocidio ebraico. Inaccettabili, certo, ma pur sempre opinioni da combattere con le armi della ricerca e la forza della democrazia. Si passa ora, con un prevedibile effetto domino, ad altri gruppi nazionali e magari sociali. E’ naturale che chi è stato massacrato desideri che lo storico se ne ricordi, ma è legittimo che siano le vittime a dettare la ricostruzione dei fatti? Da una regola discutibile ma “mirata” ricaveremo una norma generale per una pluralità di eventi cui s’appelli chiunque si ritenga “negato“? E tutti, ognuno in nome di propri interessi e idee politiche, potranno così chiamare in causa gli studiosi per le loro opinabili, ma oneste ricostruzioni? A questo punto non solo i quattro citati, ma tutti troveranno grandi difficoltà a fare gli storici. E’ questo che si vuole? Quello che con preoccupata amarezza e acuto senso della democrazia, Gaetano Arfè, definiva un “popolo di senzastoria“?

Noi non lo vogliamo.

Per questo volentieri abbiamo sottoscritto e pubblichiamo l’appello che segue. Chiunque voglia può aggiungere la sua adesione.

La Redazione di “Fuoriregistro

Lettera aperta

A proposito de Le ferite aperte del confine orientale (“Il Corriere della Sera” 23-3-2010)

Scriviamo a lei, direttore, di cui è nota l’onestà intellettuale, perché rifiutiamo, l’etichetta di “negazionisti” con cui un anonimo corsivo del “Corriere” liquida gli studi di storici onesti, che fanno ricerca nel modo più corretto, esplorando archivi e documentando ogni affermazione. Sarà un caso, ma dopo che l’on. Frassinetti, (Pdl) ha chiesto che sia la politica a decidere chi debba parlare nelle scuole, sembra che il suo giornale intenda “suggerire” cosa leggere e chi abilitare. Noi, non neghiamo nulla, direttore, noi disprezziamo i colpevoli di ogni sterminio e ci fa scudo Kant: “Sapere aude“! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza. Non le diremo col filosofo – sarebbe sin troppo facile – che ormai “da tutte le parti si ode gridare: non ragionate!“, ma ci duole, questo sì, che lei l’abbia consentito quest’invito a non ragionare. Ci duole che gli storici chiamati in causa, esclusi dall’index librorum prohibitorum, non si siano levati come un sol uomo per difendere la libertà di ricerca, di opinione e di parola. Ci duole che la “battaglia delle idee“, sia scaduta a simili livelli. E, come a noi, dovrebbe dolere a lei e ai profughi stessi dell’Istria martoriata per i quali nutriamo profondo rispetto. Ne siamo convinti: le tragedie del Novecento sono nate anche così, da parole apparentemente innocue e malaccorte uscite da una qualche penna fanatizzata per imporre una verità di parte che s’è fatta verità di Stato. Di qui gli odi covati, i propositi di vendetta e le mille tragedie da cui domani non ci renderanno immuni i giorni di una “memoria” usata strumentalmente dalla politica, ma quelli dell’onestà intellettuale e dell’amore per la democrazia. In nome di questi giorni che – lo speriamo – dovranno venire, ci permettiamo di dire con Voltaire che solo gli imbecilli sono sicuri di quello che scrivono. Ne siamo certi: queste nostre poche parole saranno per lei non solo una lettera aperta che ospiterà, ma un appello che vorrà sottoscrivere. E altri con lei.
Di ciò la ringraziamo in anticipo.

Giuseppe Aragno, Storia Contemporanea – Università Federico II Napoli
Claudia Cernigoi, Giornalista – Ricercatrice storica
Jože Pirjevec, Storia dei popoli slavi – Università di Trieste
Giacomo Scotti, scrittore, storico e traduttore
Firme per adesione

Gerardo Marotta, Presidente dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Nicola Tranfaglia, prof. emerito di Storia dell’Europa e del Giornalismo – Università di Torino
Michele Fatica, prof. emerito di Storia Moderna e contemporanea – Università di Napoli L’Orientale
Angelo D’Orsi, prof. Pensiero politico contemporaneo – Università di Torino
Ferdinando Cordova, prof. di Storia Contemporanea – Università La Sapienza di Roma
Santi Fedele Prof. di storia contemporanea – Università di Messina
Alceo Riosa, Prof. di Storia Contemporanea, Università di Milano
Giovanni Cerchia, Prof. Storia Contemporanea – Università del Molise
Luigi Parente, Prof. Storia Contemporanea – Università Orientale Napoli
Cristiana Fiamingo, Prof. Storia e Istituzioni dell’Africa – Università degli Studi di Milano
Piero Graglia, Prof. Storia dell’integrazione europea – Università di Milano
Marco Sioli, Prof. Storia e Istituzioni delle Americhe – Università di Milano,
Sandro Rinauro, Prof. Geografia economico-politica – Università di Milano
Alessandra Kersevan, Ricercatrice storica
Sandi Volk, storico – Sezione Storica della Biblioteca nazionale slovena
Fabio Gentile – Prof. di Politica comparata – Università di San Paolo del Brasile
Elisa Ada Giunchi, Prof. Storia dell’Asia, Università degli Studi di Milano
Nunzio Dell’Erba, Ricercatore confermato Storia contemporanea Università di Torino
Eros Francescangeli, Prof. Storia contemporanea, Università degli Studi di Padova
Giorgio Sacchetti, Prof. Storia dei partiti e dei movimenti politici, Università degli Studi di Trieste
Aldo Giannuli, Prof. Storia Contemporanea – Università degli Studi di Milano
Vanni D’Alessio, Ricercatore Storia Contemporanea – Università Federico II Napoli
Andrea Catone, storico – Direttore de “L’Ernesto”
Alexander Hobel, Storia contemporanea, Università Federico II di Napoli
Gigi Bettoli, Ricercatore storico
Gaetano Colantuono – storico
Cristina Accornero – Università degli Studi di Torino.
Alberto Gallo, storico, Università di Firenze
Giovanna Savant, Dottore di ricerca Studi politici europei ed euroamericani Università di
Torino
Giampiero Landi, insegnante e storico
Marco Albertaro, storico
Silvio Antonini – ANPI Viterbo
Redazione di “Fuoriregistro”
Redazione del “Forum Insegnanti”
retescuole.net
Associazione Scuolafutura – Carpi

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 aprile 2010

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