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Posts Tagged ‘Giovanna Procacci’

download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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scansione0002Si dice ed è vero: la «Grande guerra», ci costò seicentomila uomini, per lo più lavoratori, costretti in trincea dopo il «maggio radioso», nonostante i moti della «Settimana Rossa». Si tace, ma Giovanna Procacci lo ha dimostrato senza ombra di dubbi: centomila di quei morti non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Prigionieri di Paesi ridotti alla fame – la Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte – furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra ritenne la resa tradimento e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Per quei centomila uomini, espulsi dalla «memoria di Stato», non scrivono artisti, non si appassionano politici, non ci sono corone e discorsi ufficiali. Condannati al silenzio persino dai baccanali nazionalisti dell’ex ministro La Russa, quando nelle scuole c’era un andirivieni di militari che narravano agli studenti le mirabili imprese della «inutile strage».
Nell’inarrestabile eclissi della ragione, invano sparute pattuglie di studiosi ricostruiscono con scrupolo filologico, dovizia di documenti e onestà professionale, le politiche culturali del fascismo, la snazionalizzazione delle «terre irredente» e la semina d’odio che tra il ’22 e il ’40, mise a coltura il vento che scatenò tempeste di sangue e morte col genocidio degli etiopi gassati e le operazioni antiguerriglia nei Balcani. Si sa, ma non si dice: per annichilire il consenso attorno all’esercito di liberazione, i lanciafiamme crearono decine di Marzabotto slave. Si finge d’ignorare persino la presa di coscienza di migliaia di soldati che, stanchi di uccidere civili, dopo l’armistizio, formarono la «Divisione Italia» e combatterono nell’esercito di Tito la guerra dell’Europa per i più alti valori della civiltà, contro il nazifascismo. Le tappe della «semina» e il suo esito sconvolgente non si conciliano con le finalità politiche della verità di Stato e della «memoria a scadenza fissa».
Saldare i conti con la propria storia non produce consenso. Nessuno perciò vuol ricordare Irma Melany Skodnik, cognata di Matteo Renato Imbriani, erede della mazziniana «Società Irredenta per l’Italia» e anima di quella «Pro Dalmazia» che nutre l’utopia della pace garantita da una patria per ogni popolo, poi, dopo la «vittoria tradita», infiltrata dai fascisti, s’impantana nel terreno melmoso della «supremazia dei popoli civili». Ricordarlo, vorrebbe dire riconoscere che, da quel momento, un nazionalismo che sa di razzismo investe come un ciclone i circuiti formativi, sicché, nel fiorire di iniziative «culturali», la fanno da padroni un «Foscolo dalmata», Michele Novelli e i canti di guerra per l’eccidio di Sciara Sciat contro «gli arabi traditori maledetti» e l’oratoria di Camillo Casilli per la «Dalmazia irredenta». La violenza nutre così una gioventù per la quale si recuperano Odoacre Caterini e le «Visioni Dalmate», poesia e geografia della razza, in cui i «rupestri contrafforti delle Dinariche staccano come inappellabile decreto di separazione etnica le turbolente terre balcaniche».
Tra il 1926 e il 1929, fascistizzato l’irredentismo e ridotta la «Pro Dalmazia» a «Comitati d’Azione Dalmata» militarmente organizzati, il fascismo s’insinua nelle coscienze dei giovani; qui un «eroe» fascista – Mario Mastrandrea, istriano e bombarolo, che ha disseminato di morti le piazze operaie – attraversa l’Italia a passo di marcia e giunge a Fiume, per portare a casa «sacre ampolle del mare di porto Barros», lì un improvvisato comitato conduce in «patria» dall’Istria, in pompa magna, fanciulli sottratti agli slavi, ospitati da famiglie italiane. L’obiettivo diventa chiaro nel 1929, quando Eugenio Coselschi, anima nera del fascismo di seconda fila, inserisce nei circuiti culturali e nelle giovani menti l’odio violento del «canto di Caleo» – il «Memento Dalmatiae»: «Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari». Di lì a poco, nel 1930, Alfredo Vittorio Russo, porta nella campagna demografica il tema della «qualità della razza e dei rapporti con l’Eugenetica». E’ l’invito aperto alla selezione della razza, al controllo delle classi subalterne e della «bassa qualità degli individui» che producono; per affrontare il pericolo giallo e quello slavo, afferma Russo, non basta il «numero», occorre proibire i matrimoni tra «gente tarata», che in genere è povera gente, e «rieducare» i figli dei «deviati» in appositi istituti.
In questo clima culturale, fioriscono i «Battaglioni Dalmati», pronti a versare fino all’ultima goccia di sangue contro la barbarie slava. Dietro le bandiere dalmate listate a lutto, con le tradizionali teste di leopardo in campo azzurro, si celano la «benevolenza» dei Principi di Piemonte e segmenti del regime: il generale Coselschi, comandante dei Comitati d’Azione per l’universalità di Roma, Enrico Scodnik con l’Associazione Volontari di guerra, l’Opera Balilla e quella per il Dopolavoro. Ettore Conti della Banca Commerciale, la Federazione Industria e Commercio e la Montecatini assicurano il sostegno economico della finanza e degli imprenditori, che pagano le spese per portare nelle scuole un irredentismo, che «formi i giovani destinati a riconquistare le terre italiane e a tenerle in pugno». Mentre una sorta di delirio produce «Gruppi d’azione irredentista corsa» e «Comitati per la Tunisia italiana», i giovani urlano la loro passione malata: «Dalmazia o morte» è il grido ricorrente. Mani e menti, ormai armate, preparano la tragedia. Sarà un bagno di sangue.
Dopo decenni, il Mediterraneo, ridotto a un cimitero, fa invano da campanello d’allarme. Qui da noi la retorica della memoria ignora ciò che è stato e alimenta il mito della «brava gente»; in Parlamento si fa strada una legge – Napolitano l’ha sollecitata – che pare sacrosanta e innocua, ma, di fatto, è un bavaglio per la «memoria fuori protocollo». «Negazionismo» è la parola magica ma si direbbe che la politica, decisa a scrivere senza intralci una verità di Stato, punti direttamente alla libertà di ricerca e di insegnamento. Quali giudici – e con quali competenze – giudicheranno gli storici non è dato capire. Su un punto, però, si può esser d’accordo: quando il passato fa tanta paura al presente, il futuro si tinge di nero.

Uscito su Fuoriregistro e su Liberazione il 10 febbraio 2014

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Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affondano nella cosiddetta “grande guerra“, una tragedia dalle dimensioni ben più feroci nella quale su seicentomila uomini persi, centomila furono uccisi dagli stenti e dalla fame, volontariamente abbandonati al loro destino dal governo italiano mentre erano prigionieri della Germania e dell’Austria che non avevano come alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu considerata diserzione. Non dico sciocchezze. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è sorprendente che il Parlamento non abbia pensato di ricordarli in un giorno della memoria, così come non ne ha mai dedicato uno alle migliaia di prigionieri dei tedeschi lasciati a morire di fame e di freddo perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, che risalgono alla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di “croato onorario” e Salvemini divenne Slavemini. Ciò che il fascismo fece agli slavi, gareggiando in ferocia coi nazisti è cosa su cui non intendo fermarmi: fu una barbarie. Si dirà: ma la violenza fascista non giustifica la reazione. Certo. Però la spiega e questo è il compito della storia. Quello che non si spiega, invece, è l’insistenza crescente, la strumentale speculazione politica che attraversa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, mettere sotto processo la sinistra e far passare Diliberto e compagni per i protagonisti di una “congiura del silenzio” in un paese in cui altri e ben più gravi silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Ho sentito più volte Storace e compagni chiedere alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla storia del nostro paese e mi domando se tra le verità da raccontare siano incluse le bombe di Piazza Fontana, quelle di Brescia e Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti.
Verità e silenzio, mi pare, sono i temi d’obbligo quando si parla di foibe e non si capisce chi avrebbe taciuto. C’è una tradizione fortemente critica del comunismo di parte della sinistra che va da Malatesta e Salvemini e giunge ai nostri tempi con Scotti. Sono cose note che si finge d’ignorare. Tanti, da Giuliano Ferrara a Galli Della Loggia, strepitano e strillano per questo presunto silenzio e tutti fingono di non sapere che per anni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non dava spazio a chi aveva in tasca tessere rosse; tutti fanno finta di non ricordare che solo di rado chi era di sinistra vinceva un concorso per entrare a scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata ancora? Einaudi da solo fu tutto il silenzio d’Italia?
Stettero zitti i politici. Ma quali? Quelli dell’area “atlantica” hanno di certo taciuto, perché Tito aveva rotto con Stalin ed era guardato con occhio benevolo. Per la sinistra socialcomunista, ministro degli esteri, nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista che sentì fortemente il problema dei confini orientali e si batté con tutte le sue forze per scongiurare il pericolo che si imponessero al paese le scelte fatte a Malta nel febbraio del ’45 da Roosevelt e Churchill, poi formalizzate in una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Sull’Avanti! fu lucidissimo, difese l’autonomia nazionale, chiese trattative dirette con la Jugoslavia ed ebbe chiaro che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i futuri rapporti con Tito, ma anche la possibilità di una convivenza pacifica tra due paesi di opposto regime politico e l’autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse almeno Parenzo e Pola e che le questioni più delicate fossero risolte da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, a chiedere a De Gasperi, dopo la firma della pace, nel febbraio del ’47, di attendere che anche l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica in Parlamento. Margini di mediazione però non ce ne’erano. L’Italia era un Paese vinto e la situazione internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che troppo tardi, diffidando dell’Urss, chiese trattative bilaterali, fu del resto immediatamente opposto un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto? Rimangono indiziati gli storici della sinistra ai quali si può muovere mille critiche, ma per i quali valgono anche mille considerazioni. Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti una catastrofe immane come la seconda guerra mondiale con i suoi cinquanta milioni di morti. Era per loro impensabile cominciare a scrivere di storia partendo da una graduatoria degli orrori, perché l’orrore era stato la caratteristica della guerra e di ciò che l’aveva generata: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i gulag, la Shoa, le foibe, Hiroshima, Nagasaki. Nessuno pensò a fare l’elenco. A tutti sembrò più importante e serio ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da maestri che non provenivano dall’accademia: Croce, Gramsci, Salvemini. Occorreva capire come era stato possibile precipitare tanto in basso. Per gli orrori c’era la nausea e bastava. Contava soprattutto conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Contava capire come era stato possibile precipitare nell’abisso.
Nessun silenzio voluto.
Poi certo, è cominciato un processo nuovo. La storiografia non si ferma, la revisione è naturale e c’è sempre chi torna a fare ricerca su Cesare e sulla repubblica romana. Ma il bisogno di approfondire, articolare le conoscenze, il bisogno di una revisione del giudizio storico, incontrandosi con la crisi politica e l’avvento di Berlusconi è diventato fatalmente propaganda politica. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato giusto dare rilievo: i gas sugli etiopi i massacri libici, l’ignominia jugoslava e infine le foibe, delle quali in fondo non si interessa nessuno. Quello che serve è presentare il conto a croati e sloveni, senza tener conto di quello ben più salato che essi potrebbero presentare a noi. Quello che serve è riesumare un anticomunismo postumo, anacronistico e grottesco, ricordando lo slogan di Goebbles: raccontare molte volte una menzogna è come dire una verità.
La domanda a cui occorre dare veramente risposta è una: come si è potuto giungere a questa così penosa strumentalizzazione politica di una dolorosa vicenda storica? Gianpasquale Santomassimo l’ha scritto e si può essere completamente d’accordo. Per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini le cercò nel mito della romanità, la sinistra nelle lotte del movimento operaio e nell’antifascismo. Poi sono venuti l’89 col crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; il passato è diventato d’un tratto ingombrante e il processo s’è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del “nuovo” che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Siamo al punto che un partito, per non essere invischiato nel passato, prende nome e cognome dal suo leader o cerca battesimo al mercato dei fiori, sicché si sprecano rose nel pugno, garofani e margherite. Siamo giunti alla “Cosa ed al partito dei “senza storia” e, su tutto, si leva la comoda categoria del totalitarismo che esalta le comparazioni e cancella le differenze secondo le leggi del pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che ora vivi. Sia pure. Questo però non è fare storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 febbraio 2007

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