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Posts Tagged ‘Minniti’

 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

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Schifo.jpgIl ministro Minniti, che molto probabilmente ha scambiato l’Italia repubblicana per quella fascista, potrà querelare il Dizionario Garzanti o il compianto De Mauro, ma è molto difficile che trovi giudici disposti a dargli ragione, perché vocabolario alla mano, si dice così: quando vedi persone che provocano ribrezzo, disgusto e nausea, provi una sensazione di schifo.
A Piazza Indipendenza si è visto di tutto, persino un bisonte in divisa che impediva a un giornalista di fare il suo lavoro; il comportamento della polizia è stato così ripugnante moralmente e fisicamente, che in qualunque Paese democratico del mondo il Ministro dell’Interno sarebbe stato licenziato. L’Italia però non è un Paese democratico; da anni ormai le Camere sono occupate da “nominati” che non abbiamo eletto, abusivi e figli di una legge fuorilegge.
Bobbio nel suo Dizionario della Politica non lascia spazio al dubbio: gli indecorosi metodi con cui Minniti impone la sua malsana idea di “decoro urbano” fanno della violenza il vero fondamento del potere di governo e tendono a quella identificazione  tra violenza e potere che non costituisce solo un esempio classico di fallimento della democrazia, ma è il primo sintomo della sua morte violenta.
Una morte violenta che nessuno pagherà, benché Daniele Napolitano abbia ripreso sia l’omicidio che gli assassini, come si vede nel filmato che segue:
https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WZ68lOSwloTMrcwB

Fuoriregistro, 25 agosto 2017

 

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La foto e di malanova.info

Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. “Successo politico” della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre “bombe intelligenti” sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i “numeri” della strage, non possiamo – e in tanti purtroppo non vogliamo – fermarci sulla tragedia cui assistiamo.

Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E’ anche per questo che parlamentari illegittimi – eccoli i veri e autentici clandestini – hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il “Codice Minniti”, mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.

E’ ferragosto. Gli “esportatori di democrazia” riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.

Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

Fuoriregistro, 16 agosto 2017

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Noi sottoscritti intendiamo esprimere pubblicamente la più incondizionata solidarietà a Medici senza Frontiere e a tutte le Ong impegnate nel Mediterraneo a salvare la vita dei disperati che fuggono da guerre e miseria in gran parte provocate dai Paesi ricchi che oggi li vogliono respingere.
Esprimono la critica più radicale al Codice Minniti che ritengono sia il Manifesto della diserzione dell’Italia e dell’Europa da ogni etica umanitaria.

Piero Bevilacqua, Ilaria Agostini, Laura Marcreati, Ignazio Masulli, Tonino Perna, Enzo Scandurra, Tiziana Drago, Giuseppe Aragno, Lucinia Speciale, Piero Di Siena, Franco Trane, Luigi Vavalà, Mario Fiorentini, Francesco Santopolo, Laura Marchetti.

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Migranti: Msf non firma codice Ong

Non mi stupisce che Renzi si studi di scavalcare Salvini a destra sull’infamia dei migranti. Tempo fa, un giorno parlava del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un suo piano miracoloso che in breve avrebbe chiuso quella «Questione meridionale» che già Mussolini prima dichiarò risolta e poi per anni finse di non vedere. Qui da noi la gente si è ormai convinta che la storia non insegni niente a nessuno, mentre è vero il contrario: poiché per sua natura produce libero pensiero e opposizione, la politica l’ha sottomessa, creando l’Anvur, un’agenzia di valutazione che ingabbia la ricerca, premia i servi sciocchi e punisce quelli che non si piegano al sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gente pensa che l’Italia razzista fu la  dolorosa conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Le cose però non stanno così. Sin dai tempi dell’unificazione nazionale, i settentrionali che ricoprirono ruoli di primo piano nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud. Per Ricasoli, essa era «un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX» e per la stampa piemontese dell’epoca i meridionali erano figli di una terra «da spopolare», sicché ci fu chi propose di spedirne gli abitanti «in Africa a farsi civili». Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. «Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini», affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, che sarà poi Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, nei panni di luogotenente del re nelle terre del Sud, scriveva a Minghetti che «Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione».

Muovendo da queste posizioni, la Desta storica e i suoi «galantuomini» produssero infamie come la Legge Pica, processi sommari, fucilazioni, villaggi bruciati assieme agli abitanti, deportazioni e carcere a vita. Fu un fiume di sangue a battezzare la «nazione unita» prima del macello di proletari che alcuni chiamano «Grande Guerra».

In realtà, ieri come oggi dietro il razzismo ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della «razza italiana» e si dotò di leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato molto significativo, che invece si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri «scienziati», autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; ci fu chi fece addirittura una brillante carriera e tutti conservarono il ruolo di «formatori» delle giovani generazioni.

Ciò che accade oggi affonda le sue radici in un passato con il quale non si sono mai fatti i conti con un minimo di serietà. Il giornale che pubblicò il famigerato «Manifesto» del 1938 – «La difesa della razza» – aveva come segretario di redazione un equivoco personaggio, che anni fa Giorgio Napolitano, presidente della «Repubblica nata dall’antifascismo», volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, ch’era stato capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia come «Repubblica Sociale». Almirante, coinvolto poi in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, sfuggì al processo, trincerandosi dietro l’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Tutt’altro. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica «antifascista» e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea «politica» di Salvini, che Il PD insegue ora a destra. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.

Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

Mentre la riforma della scuola cade come una pietra tombale sulla conoscenza della storia e chi vorrà insegnarla nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento, un moderno fascismo si va imponendo nel Paese. Nell’antica tradizione razzista e nella scuola di cultura razzista si inseriscono i provvedimenti di Minniti e l’attacco senza precedenti alle navi delle Ong. Se e quando sarà possibile ricostruire la storia di questi anni, di noi si dirà ciò che si dice dei popoli che furono spettatori indifferenti dei crimini nazifascisti.

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ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

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ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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