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Posts Tagged ‘Minniti’

Se i militanti di un movimento politico non hanno tutti lo sguardo rivolto nella stessa direzione, non è un male e potrebbe essere un bene. Tuttavia, dopo l’esito del Referendum costituzionale, ogni movimento e partito politico dovrebbe oggi sforzarsi di coglierne fino in fondo il valore di svolta, individuare i cambiamenti che provocherà e trovare necessariamente al suo interno un’intesa sulla prospettiva. In questo senso, decisiva diventa la capacità cogliere la direzione verso cui si muove il momento storico che viviamo.
Tre anni fa ero sicuro della funzione storica di «Potere al Popolo», perché potevo credere che la Repubblica nata dall’antifascismo avesse ancora una notevole vitalità, come aveva dimostrato l’esito del Referendum di Renzi. Quella vitalità consentiva di pensare che, nonostante il liberismo dilagante, c’era di certo ancora bisogno di un’autentica sinistra alternativa, perché la Costituzione era stata il prodotto di un compromesso di altissimo valore tra le culture politiche protagoniste della nostra storia: socialista, cattolica e liberale. Quella autenticamente socialista – e quindi antiliberista – non poteva sparire dalle Istituzioni senza che la Costituzione pagasse le conseguenze di quella sparizione.
Oggi continuo a credere che «Potere al Popolo» risponda a una necessità della storia, ma non posso fare a meno di registrare un fatto nuovo, che corrisponde a una trasformazione seria della realtà in cui ci muoviamo; il referendum ci ha detto ciò che in fondo appariva ormai chiaro: la Repubblica ha perso la sua forza vitale e tutto purtroppo corre decisamente verso destra. Ce lo dicono, per limitarsi alla repressione, una docente sospesa e una licenziata per motivi politici, la sorveglianza speciale inflitta a Eddi Marcucci, «colpevole» di aver combattuto per la libertà dei Curdi, i casi di persecuzione politica di una figura come quella di Nicoletta Dosio, cui s’è aggiunta Dana Lauriola, arrestate per colpire il movimento NoTav, e da ultimo, la sospensione inflitta alla compagna dottoressa Francesca Perri, che ha denunciato in un’intervista le gravi carenze nella protezione dei lavoratori. In questa situazione, la funzione storica di «Potere al Popolo» non è più quella di colmare un vuoto. Oggi c’è bisogno anzitutto di organizzare una «resistenza».
Se è così, ed è difficile negarlo, «Potere al Popolo» deve porsi necessariamente il problema di un «compromesso» di natura «resistenziale», che le consenta di aggregare forze fino a un certo limite «eterogenee». È un processo necessario, che non va lasciato in mano agli «antifascisti alla Minniti» e che Pap deve promuovere e guidare in prima persona. Deve farlo – ecco un altro fatto nuovo – in un tempo quanto più possibile breve.
Credo, però, che a questo punto sia bene sgombrare il campo da un facile equivoco: non si tratta di lavorare per alleanze elettorali, anche se molto probabilmente a un certo punto del percorso esse si realizzeranno. Si tratta di promuovere ragionamenti e lotte in comune con partiti, associazioni e collettivi sulle scelte possibili e anzi probabili che si vanno già facendo su temi quali la legge elettorale e lo sbarramento, che ci taglierebbe fuori, l’autonomia regionale separatista, la Sanità semidistrutta, il Sistema formativo trasformato in fucina permanente di pensiero liberista e di individualisti votati alla competizione, e via così su temi questo genere.
Su questo terreno – è bene ricordarlo – intese con PD, 5Stelle e Sinistra di governo non sarebbero nemmeno pensabili, perché è soprattutto dal governo che verranno gli attacchi alla democrazia. Non c’è nessun rischio, quindi, di snaturare un movimento o un partito. Si potrebbe e dovrebbe creare, invece, un campo comune, i cui confini sarebbero i principi condivisi e le lotte condotte assieme. Eventuali alleanze, se e quando dovessero venire, non sarebbero cartelli elettorali, ma l’unione di forze unite da ragionamenti comuni e lotte praticate assieme, in un processo che non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità.
Solo così, sarà possibile navigare sul filo della corrente che conduce al futuro. Cioè nella direzione in cui volge la storia.

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Ho scoperto per caso che, intrappolato nella giungla delle leggi elettorali, alle recenti comunali di Aosta, Potere al Popolo!, pur avendo raggiunto il fatidico traguardo del 3%, non solo non è entrato nel Consiglio Comunale, ma si trova ora di fronte a un complicato dilemma:
1. Decidere che, essendo comunque lontani da quelle che sono di fatto due destre, la battaglia dei ballottaggi non ci riguarda;
2. Dare indicazioni di voto, perché tra i due candidati uno è più o meno apertamente fascista, ed è appoggiato da tutte le destre, compresa Casa Pound, l’altro è espressione di una coalizione in cui non c’è solo il famigerato PD, che si finge antifascista e però sta sulle posizioni fasciste di Minniti, ma anche liste civiche e associazioni di autentici antifascisti.
3. Seguire la via dell’astuzia, in grado di toglierci apparentemente le castagne dal fuoco: starsene zitti in pubblico, esprimere un voto antifascista nel segreto delle urne e poi, se interrogati, negarlo.   
Prima di esaminare il valore delle scelte possibili, mi sono chiesto com’è accaduto che ad Aosta, città medaglia d’oro della Resistenza, sia giunto quel 3%, un risultato che non era facile ottenere. Non conosco la realtà locale, ma non credo di sbagliare se dico che i compagni di Aosta hanno saputo parlare a chi non è schierato su posizioni molto radicali, ma è contemporaneamente stanco della vergogna che da troppo tempo caratterizza ovunque la nostra realtà politica. Quel 3%, quindi, raccolto in una città medaglia d’oro della Resistenza, appartiene tutto a Pap, ma non è esclusivamente il voto della “nostra gente”. Averlo ottenuto significa aver mostrato una via possibile, che promette un vantaggio – una speranza concreta di andare oltre la “testimonianza” – ma ti crea un problema di flessibilità.
E’ solo avendo presente questa duplice condizione, che si può provare a scegliere tra il primo e il secondo corno del dilemma, avendo chiare le conseguenze. Se dici a chi si è avvicinato a Pap che il ballottaggio non ti riguarda e pazienza se vince il fascista, perdi per strada gran parte di chi non proviene da Potere al Popolo!, ma l’ha votato. Sei indiscutibilmente coerente, ma sei anche rigido sino al punto da rischiare di cancellare la crescita e arroccarti nella difesa di una identità. Se invece dai indicazioni di voto, scalfisci la coerenza, ma difendi il dialogo che hai allargato e i rapporti che hai costruito. Se, infine, fai il gioco delle tre carte, rischi una pericolosa figuraccia. Ed è un rischio probabile e dalle conseguenze penose.
A me pare che il problema più urgente non sia quello di sapere qual è la posizione giusta. Trovo piuttosto necessario chiarire che le tre opzioni rappresentano in fondo concezioni della politica diverse tra loro, che non riguardano semplicemente l’assemblea territoriale di Aosta e gli organismi dirigenti del movimento, ma l’intero corpo di Potere al Popolo! e – in senso più lato – tutta la gente di sinistra. Questo perché dietro quelle che potrebbero sembrare questioni interne a una delle sue componenti – in questo caso Potere al Popolo! – emergono nodi da sciogliere e discussioni da fare alla luce del sole riguardo alla cosiddetta “unità”.
Il fascismo storico passò anche perché la percezione del pericolo giunse tardi, dopo una serie di divisioni che indebolirono irrimediabilmente la sinistra, quando la crisi del dopoguerra diventò devastante e il capitalismo divenne così forte da imporre le sue leggi a ciò che restava di una sinistra ormai residuale nella coscienza del Paese. Sì capì tardi che la sconfitta non era stata solo politica, ma anche e soprattutto culturale. Fatte le debite differenze, gli anni Venti di questo secolo ci pongono di fronte a una situazione che, al di là della forma, nella sostanza non è molto diversa da quella che vide cadere invano Matteotti. Un socialdemocratico. Una situazione tale che nessuna forza politica avrebbe potuto fermare da sola la catastrofe, che, come sappiamo, giunse puntuale.
Al di là delle apparenze, anche oggi la catastrofe che temiamo è in parte già giunta e mi fa ricordare le parole di un partigiano di Giustizia e Libertà, Gaetano Arfè, uno dei politici più intellettualmente onesto che io abbia mai conosciuto, il quale, prima di andarsene, più volte ebbe a scrivere, come in un testamento morale, parole che val la pena di ricordare: è in corso una terribile battaglia e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.
Torno al tema dell’unità, ricordando che, se è stato un errore gravissimo lasciar morire i “Comitati del No”, dopo la fine ingloriosa della Riforma Boschi, sarebbe ancora più grave non tenere in vita oggi quei comitati che allo sfascio della Costituzione hanno opposto comunque un 30% di no. Suppongo che ci sia ancora tempo e modo per ragionare di una confederazione di forze, che, pur conservando la più totale autonomia, si raccolgano attorno al Comitato sulla base di punti che non ci possono vedere divisi: la difesa della rappresentanza – quindi la pretesa di una legge elettorale proporzionale e senza sbarramento (che potrebbe aprire contraddizioni profonde nell’apparente unanimismo del PD, soprattutto della sua base) -, la questione dell’ambiente, per il quale si fa ormai il conto del tempo che manca alla distruzione della vita umana sul pianeta, il ritorno alla Sanità pubblica, semidistrutta dalla religione neoliberista, la centralità di un sistema formativo statale, gratuito e sottratto al suo stato di coma, il ritorno alla Costituzione del 1948 e quindi l’abolizione dei vergognosi sì ai diktat della finanza (pareggio di bilancio e fiscal compact, per fare qualche esempio); l’abolizione delle leggi contro i lavoratori. E mi fermo qui, sapendo di aver omesso chissà quanti altri punti unificanti.
Può darsi che sbagli, ma mi chiedo se una confederazione siffatta, con un riferimento comune costituito dai Comitati del No, con una base forte di quel 30 % di elettori che si sono raccolti e uniti attorno a questi temi, sia oppure no il terreno di una possibile unità, che raccolga un ampio fronte anticapitalista e diventi un formidabile strumento di lotta nelle piazze e in tempi brevi anche nelle Istituzioni. E’ una domanda che merita una riflessione e una risposta molto ponderata.

Fuoriregistro, 29 settembre 2020

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carabinieri_piacenza-625x350-1595488376Diciamolo subito e poi lasciamoci dietro le discussioni inutili di chi si arrampica sugli specchi per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: è vero, ci sono carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo una volta per tutte, na ricordiamo i lavoratori muoiono ogni anno “in servizio”, uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri, ma non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi gli ha chiesto soccorso.
Vorrei che su questo argomento noi di «Potere al Popolo!» portassimo un contributo originale, in grado di evitare il battibeccare fazioso dei favorevoli e dei contrari. Non sono molti a saperlo, ma comiciamo col ricordarlo: la proposta di sciogliere l’Arma non è nata in questi ultimi anni in seguito ai casi clamorosi di Cucchi e di altri sventurati come lui. Quando si parla di scioglimento dell’Arma occorre risalire direttamente agli anni in cui fu ricostruito il Paese dopo la tragedia del fascismo.
La proposta, infatti, partì da Guido Dorso, “azionista” e grande meridionalista che conosceva bene la nostra storia e non usò mezze parole: se vogliamo costruire davvero una democrazia, sostenne Dorso nel 1945, occorre sciogliere l’Arma dei carabinieri. Aveva ragioni da vendere e le spiegò con lucida chiarezza. Come tante questioni serie poste in quegli anni da chi guardò lontano, non solo la proposta fu ignorata dai grandi Partiti, ma chi va a cercare in archivio scopre che non solo i carabinieri rimasero tranquillamente al loro postom ma schedarono Dorso, che finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che un «sovversivo pericoloso».
Diciamolo chiaro perciò e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani frequentatori di salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che noi non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, o al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che tempo fa sotto un appello a marciare contro il razzismo, c’era la firma di Marco Rossi Doria, ex paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Lo studioso antifascista sa bene quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione del codice civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, esamina in maniera critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. Dopo decenni, il suo  ironico ricorso ad Anatole France e al caso Crainquebille e un capolavoro di giornalismo.
Crainquebille, ricorda Dorso, è un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario tipico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa. Un caso apparentemente banale: un vigile intima all’ambulante di circolare per non intralciare il traffico, il venditore non ubbidisce subito, ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e trascina davanti al giudice l’ambulante. Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso e potrebbe essere oggi. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi, della solidarietà per la sorella Ilaria e della repulsione per quento emerge in questi giorni. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione da ministri dell’Interno come Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e come Salvini, amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

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YxSOLJYjtqbjhGA-400x225-noPadQuando nella primavera scorsa scoppiò il caso della prof.ssa Rosa Maria dell’Aria, si era appena  spenta l’eco della protesta per licenziamento in tronco di Lavinia Cassaro, maestra mandata a casa per un reato d’opinione; un caso in cui il disprezzo per la democrazia aveva messo assieme PD, Salvini e Cinque Stelle. Rosa Maria Dell’Aria fu sospesa per «non aver vigilato» su lavori di studenti che, com’era loro diritto ed è peraltro scientificamente giusto, avevano accostato i decreti sicurezza alle leggi fasciste. Il PD, che all’epoca recitava da guitto la parte dell’opposizione, levò flebili voci di protesta, ma non prese mai posizioni davvero decise. Temeva evidentemente che, approfondito il caso, anche i decreti del suo ministro «antifascista», Minniti, feroce protagonista degli accordi libici, incontrassero la condanna degli studenti.
Il 23 maggio 2019  Matteo Salvini, incontrata la docente, la prese in giro, dicendole che i tecnici stavano lavorando sulla sospensione del provvedimento disciplinare, ma il PD non sostenne la docente e non attaccò mai il governo, che non aveva alcuna intenzione do fare marcia indietro. Nel gioco delle parti tra forze politiche così vicine tra  loro, da poter tranquillamente scambiarsi i ruoli di maggioranza e opposizione senza che nulla cambi, tennero un profilo basso; a parte il Manifesto, nemmeno la stampa che si proclama “libera e indipendente” aprì una campagna convinta sui rischi di autoritarismo che il Paese correva, chiunque governasse. Nulla si mosse poi nemmeno quando la professoressa Dell’Aria incontrò fiduciosa a Palazzo Madama le senatrici Liliana Segre ed Elena Cattaneo.
La prova che una scuola davvero repubblicana e costituzionale non interessa a nessuna delle forze politiche che si scambiano periodicamente i banchi dell’opposizione e della maggioranza è giunta puntuale in questi giorni, dopo che al governo della Lega «fascista» si è sostituito quello dell’«antifascista» PD, conservando però – guarda caso – il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il governo del cambiamento, infatti, non ha mosso un dito per sottrarre al suo amaro destino Rosa Maria Dell’Aria, antifascista e perseguitata politica e la cosa non meraviglia. In un Paese in cui i governi che si alternano sono altamente specializzati nella distruzione della scuola come presidio insostituibile delle democrazia le cose non possono che andare così. Non a caso, i partiti che mettono quotidianamente in scena la pantomina della battaglia tra fascismo e antifascismo, hanno fatto e fanno a gara nel colpire la scuola e hanno provocato la crisi della libertà di insegnare e di imparare, come dimostra senza ombra di dubbio un libro appena pubblicato dalla Castelvecchi, intitolato Le mani sulla scuola.
Noi di Potere al Popolo, ascoltiamo con crescente sconcerto ministri della Repubblica che, con incredibile faccia tosta, mentre si dichiarano impotenti, quando si tratta di aperta violazione di diritti e di questioni gravissime di democrazia nei posti di lavoro e nella scuola, esercitano il loro potere con estrema durezza, quando occorre mettere mano alla repressione. Lo dimostrano il caso di Lavinia Cassaro, maestra licenziata in tronco per avere difeso la democrazia pericolante, quello della nostra eroica Nicoletta Dosio, incarcerata a 74 anni, rea di aver partecipato a un blocco stradale e quello di Rosa Maria Dell’Uva colpevole di aver fatto il suo dovere di docente.
Noi non siamo così ingenui da abboccare all’amo di una narrazione che ci parla di un incombente fascismo. Noi stiamo ai fatti, che non ci parlano di un fascismo imminente, ma una democrazia calpestata da un autoritarismo, che permea di sé le destre e il PD corresponsabili della tragedia in cui versa il Paese. Contro questo autoritarismo lottiamo e lotteremo, perché sappiamo bene quale prezzo ci tocca pagare ai governi dei sedicenti «antifascisti» in termini di lavoro, sanità, formazione e giustizia sociale e perciò gridiamo con forza: giù le mani dalla scuola! Riabilitate Rosa Maria dell’Aria.

 

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Marco_Minniti_5-650x650Perché tutti fingano di non vederlo non è facile capire, ma c’è un dato di fatto di cui bisogna prendere assolutamente coscienza: le definizioni classiche che un tempo univano e dividevano le forze politiche non bastano più a spiegarne le differenze o a coglierne i tratti comuni. Ci si può dichiarare di Sinistra, come fa il PD, e di Destra come fa la Lega, non si può cancellare l’elemento comune che unisce i due schieramenti: la convinta adesione di entrambi ai principi neoliberisti. Esaminate in base a questi caratteri, le forze in campo appaiono divise da un confine invalicabile: da un lato le forze neoliberiste, dall’altro Potere al Popolo, l’unica forza coerentemente ostile alle dottrine capitaliste.
La conseguenza più evidente di questa collocazione politica è chiara: i programmi per la scuola e l’università, le scelte per la salute dei cittadini, la maniera di realizzare i diritti, il sistema fiscale, la concezione del lavoro, l’idea della legalità, che derivano per il PD e per la Lega dal primato del mercato e delle sue leggi, sono profondamente diverse per Potere al Popolo. Da una parte le leggi del mercato, con le immancabili privatizzazioni, la precarietà, la mano libera nei licenziamenti, la compressione dei salari, la pensione concepita secondo i criteri della Fornero e un’idea della legalità che non tiene conto della giustizia sociale, dall’altro la netta prevalenza del pubblico sul privato e il rifiuto del predominio del mercato e delle sue barbare leggi.
Non a caso, del resto, le pugnalate alla Costituzione costituite dal fiscal compact e dal pareggio di bilancio, sono state inferte con voto unanime dei neoliberisti di ogni colore, al di là della inutile collocazione a destra o a sinistra, così come comune è stata ed è la politica sull’immigrazione, che ha toccato le punte della barbarie sia con Minniti (l’Onu parlò di “politica disumana”) che con il barbaro Salvini. Né va dimenticato, che al grottesco parafascismo leghista, ha risposto l’inaudita scelta del PD, che ha consentito ai fascisti del Terzo millennio di partecipare alle elezioni politiche.
Come se tutto questo non fosse sotto gli occhi di tutti e non spiegasse lo sfascio della Repubblica, i neoliberisti fanno entrambi leva sulla paura: il fascismo incombente su cui batte il PD, l’invasione degli immigrati, su cui insiste la Lega. Eppure tutto quello che si poteva fare per scardinare la democrazia è stato già fatto e in quanto ai disperati che varcano il confine, i giovani italiani superano di gran lunga i loro colleghi stranieri.
In nome di queste patetiche menzogne, per il voto in Emilia si sarebbe preteso un matrimonio innaturale tra Potere al Popolo e il Partito del parafascista e neoliberista Minniti. Un’alleanza paradossalmente invocata per fermare l’avanzata di un altro neoliberista, Salvini, che si diverte a fare la caricatura del duce, come se nello scontro elettorale i due contendenti non condividessero le ricette neoliberiste e le pretese dell’autonomia differenziata.
Poiché il tempo è ormai scaduto e l’esito del voto in Emilia prepara la sua inappellabile sentenza, è facile prevederlo: qualora tra i due neoliberisti PD dovesse uscire battuto di misura da Salvini, i sedicenti democratici accuserebbero della sconfitta Potere al Popolo, che ha scelto l’unica via possibile, andando per la sua strada e provando a costruire un altro Paese. Meno corrotto, meno ingiusto e più felice.

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weqfwefewq-kChH-U46080227864914UAI-798x604@CorriereMezzogiorno-Web-MezzogiornoSandro Ruotolo, l’immacolato candidato di De Luca, Minniti, Zingaretti e Renzi, che nella foto viene presentato agli elettori da Marco Sarracino, segretario del PD napoletano, sentendosi in contraddizione con se stesso, ha fatto la sua scelta: se sarà eletto al Senato, siederà nel gruppo misto. Dalla foto non si direbbe, ma evidentemente si vergogna di andare nel gruppo di chi lo candida. C’è da credere, quindi, che, da uomo intellettualmente onesto, ogni volta che chiederà il voto, lo dirà chiaramente agli elettori: io sono il candidato di partiti dei quali mi vergogno.

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26757853_1886597478036443_3139990535953268339_oPochi lo sanno, ma il 23 febbraio a Napoli si vota per sostituire un senatore deceduto. Tra chi è a conoscenza della cosa, i più non andranno a votare. La ragione c’è e non è banale: mai come in questi ultimi anni, purtroppo i politici e la politica sono stati così lontani dalla gente, che non è facile trovare risposta alla domanda che un elettore si pone: anche a voler superare l’amarezza e la nausea, a chi dovrebbe affidare le scelte che riguardano il suo futuro? Da un po’ i partiti, sempre più squalificati, si nascondono dietro un «bel nome» della cosiddetta società civile e chiamano al voto in nome della sua storia più o meno presentabile. Chi in passato ha abboccato all’amo, ha poi scoperto di essersi fatto abbindolare, perché il «bel nome», entrato in Parlamento, ha appoggiato le scelte scellerate di chi lo ha candidato. Ed è naturale: se ti candida il PD, è evidente che tu sei vicino al partito.
Del Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra e voluto dal PD in Parlamento, per fare un esempio, si sono perse le tracce e non risulta che abbia mai contrastato le scelte dei suoi sponsor. Questo per non parlare di Pietro Barlolo, medico di Lampedusa sostenitore dell’accoglienza di immigrati e richiedenti asilo, che, eletto col PD al Parlamento Europeo, ha votato esattamente come il PD, approvando anche la delibera sull’equiparazione del comunismo col nazifascismo.
Per le elezioni suppletive del Collegio n. 7 di Napoli, oggi va in scena il «Siani due», che ha per protagonista stavolta Sandro Ruotolo, il «bel nome» candidato dal PD di Zingaretti e De Luca, distributore di fritture di pesce e distruttore di tutto quanto si poteva distruggere in Campania. A questi impresentabili sponsor, si è unito purtroppo il sindaco di Napoli, ex nemico giurato del PD. A mettere assieme diavolo e acqua santa ha pensato lo sbandierato «pericolo fascista», che incredibile a dirsi, dovrebbero contrastare gli improbabili «antifascisti alla Minniti», l’uomo che ha stracciato la Costituzione, consentendo a «Casapound» e ai suoi fascisti del 3° millennio di partecipare alle elezioni politiche del 2018. Per intenderci, il boia degli immigrati consegnati ai carnefici libici, che ha firmato un decreto sul decoro urbano fotocopia di un decreto fascista del 1934.
A dar retta alla stampa, quindi, l’elettore non ha scampo: è costretto a scegliere tra il candidato delle due destre: quello della destra targata PD o l’uomo proposto dal solito trio Berlusconi-Meloni- Salvini.
Una finta alternativa offrono i 5Stelle, che però negli ultimi due anni sono stati alleati di governo delle due destre, prima con Salvini, poi con Zingaretti. C’è, tenuta nell’ombra dalla stampa, una candidatura «anomala»: antiliberlista, nemica delle due destre e della reazionaria meteora grillina, presentata da una formazione politica giovane e non compromessa col sistema. Potere al Popolo candida infatti lo storico dell’antifascismo popolare, Giuseppe Aragno, che ha lottato per tutta la vita per la povera gente. Non un «bel nome», ma un uomo che riporterà in Parlamento temi e valori della sinistra: solidarietà, lavoro, diritti calpestati, a partire da quelli allo studio e alla salute – una legalità che non faccia a pugni con la giustizia sociale, un sistema fiscale diretto, calibrato sul reddito, la forte riduzione, se non l’abolizione, delle spese militari, una politica di pace, la questione femminile, quella meridionale, la fine delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Una candidatura che riporterà nei luoghi delle istituzioni la sofferenza e il dolore dei deboli e degli emarginati.
Per impedire che trionfino ancora il neoliberismo, il trasformismo dei politicanti che si nascondono dietro il «bel nome» per ingannare gli elettori, non serve disertare le urne o scegliere il male minore.  Occorre il coraggio di votare contro gli uomini del sistema e le loro foglie di fico, votare cioè Giuseppe Aragno, che forse non conoscete, ma che, se volete, potrete incontrare all’ex OPG, a Materdei, venerdì 24 alle 17, per costruire un calendario di incontri e la campagna elettorale con associazioni e reti di cittadini.

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È una questione morale….
MAI col PD.
Quello che manda i nostri genitori a lavorare fino a 67 anni
Quello degli ospedali sotto finanziati
Quello dei nostri amici a lavorare per una miseria
Quello degli interventi militari ‘umanitari’
Quello del decreto Minniti che ha ucciso e illegalizzato migliaia di persone.
Sono fiera del nostro candidato Giuseppe Aragno ❤️ una persona che ho conosciuto durante una carica della polizia, che non usa la battaglia antifascista per rendere l’indigeribile, digeribile.

Vera Pavlova

Anche io sono fiero di essere uno di voi. Noi non abbiamo bisogno di un reazionario come Minniti per difendere la democrazia da Salvini. Sono entrambi colpevoli degli stenti e della sofferenza delle classi popolari. Chi va con loro non ci difende dal fascismo, ma aiuta gli sfruttatori.

Giuseppe Aragno

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Cristiana Fiamingo, studiosa di valore e amica carissima, mi segnala una splendida lettera di Stojan Petic al Presidente della Repubblica Mattarella sul tema dolente delle Foibe.  Una lettera che merita di essere divulgata e che ospito con piacere sul mio Blog, solitamente riservato alle mie sempre più faticose e affaticate riflessioni. L’occasione merita due parole di commento e un ricordo.
“Carissima Cristiana, ho scritto alla mia amica, qui da noi ormai la storia la scrivono i politici e i loro servi sciocchi; lo fanno sotto dettato in cambio di cattedre e carriere. Come tu sai, chi prova a reagire paga prezzi salati ed è messo a tacere. Non a caso l’ex onorevole Frassinetti tentò di far passare una legge che istituiva
il reato di negazionismo per i cinque studiosi che confutavano la verità di Stato. Uno dei cinque ero io e scansai il processo perché la sinistra, in uno degli ultimi suoi sussulti di orgoglio, ne impedì l’approvazione. A memoria di questa ignominia c’è però una circolare che mi segnala tra gli storici ai quali i dirigenti scolastici non dovrebbero consentire di parlare nelle scuole della repubblica. Di Mattarella taccio per evitare di incappare in qualche denuncia per vilipendio. Ti ricordo solo che, complice il “democratico” Minniti, ha consentito ai fascisti del terzo millennio di candidarsi alle elezioni politiche. Io non mi meraviglio più di nulla, ma non avrei mai immaginato, nemmeno in in incubo, di giungere alla vecchiaia in un Paese ridotto così com’è oggi l’Italia.
——

Egregio Signor Presidente
della Repubblica italiana
Sergio Mattarella
Quirinale
Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.
Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler. In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente.
Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.
Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.
A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.
L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”.
In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.
In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.
Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.
Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.
Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.
Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.
Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.
E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.
E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.
Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.
Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, ne la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.
Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe. Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma…
Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.
L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.
La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.
Spero di averla fatta riflettere.
Ossequi.
Stojan Spetič, già senatore del PCI


“Cambiailmondo” https://cambiailmondo.org/2019/02/22/sulle-foibe-lettera-di-stojan-spetic-al-presidente-della-repubblica-mattarella/?fbclid=IwAR2zhMeew8f5FCHXH178gzjYV0V271CNh7Hyc-CM8v0ANzDdBhi7UsFvI-o

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downloadIl tempo di materializzarsi in piazza, e subito le sardine, nate dal nulla e mute, benché ribelli, come devono essere i pesciolini, hanno scatenato tutto ciò che dovrebbe vivere per informare, ma funziona per disinformare.
Il miracolo è stato mirabile: per una intuizione geniale, stampa e televisione hanno decifrato così bene il silenzio delle creature marine, da renderlo più eloquente di un’orazione di Cicerone. Ora lo sappiamo: “Quo usque tandem abutere, Salvini, patientia nostra?”, urlano senza emettere suoni, i marini contestatori, in difesa dei mari della patria pericolante.
E’ vero che sono solo sardine, ma se nel mare profondo è giunta voce della barbarie di Salvini e della sua Lega, com’è che i pesciolini non sanno e non vogliono sapere nulla dell’imbarbarimento del PD di Minniti, che, calpestando la Costituzione, ha consentito il voto ai fascisti di Casa Pound, camerati del leghista? Com’è che ignorano i campi libici e le mille infamie targate PD, a cominciare da quelle contro la Costituzione, di cui – ci informano i traduttori del silenzio – le sardine sono convinte paladine?
Sorge il dubbio che nei fondali marini le cose non vadano molto meglio che sulla terraferma: anche lì, se un’infamia è targata Salvini, si protesta, se invece barbari e barbarie sono truccati da democratici, si fa finta di nulla. E’ vero, noi non sappiamo come vadano le cose laggiù, negli abissi marini, è certo però, che, nati democratici, i seguaci del caposardina Mattia Santori, pesciolino guarda caso parlante, dopo le prime incursioni sulla terraferma, hanno scoperto che in piazza c’è chi parla da sempre, porta striscioni e – ciò che più conta – non tiene un occhio aperto a destra e l’altro chiuso a sinistra. Gente che non si limita a criticare la forma, ma bada alla sostanza e sa che le “bestie” responsabili della penosa condizione del Paese sono molte.
L’incontro tra i pesciolini muti e la povera gente sfruttata non è stato un idillio e invano si è provato a spiegare alle sardine che, con o senza Salvini, la barbarie cresce e crescerà, perché essa è figlia della miseria, della disoccupazione, della precarietà, dell’ingiusta divisione della ricchezza, di leggi feroci come il Jobs Act, la riforma Fornero e il pareggio di bilancio. Per le mute e ostinate sardine, il problema era ed è Salvini, non la cancellazione feroce dei diritti sociali e gli incalcolabili danni prodotti dal neoliberismo.
Grazie ai miracolosi interpreti della stampa e delle televisioni, i pesciolini democratici, figli della disinformazione, ci hanno fatto sapere di essere saliti dal mare alla terraferma per imporre la fine dell’odio, la pace e l’unità. Poiché in piazza quelli di “Potere al Popolo” hanno insistito sulla battaglia per una giusta divisione della ricchezza, contro la privatizzazione dei servizi e della sanità, contro i licenziamenti delle multinazionali e le deportazioni degli immigrati, dimostrando che, battuto Salvini ne nascerà un altro, i pesciolini muti hanno imposto il silenzio.
La piazza occupata non è di per sé un simbolo positivo o negativo. Si sono viste piazze trasformate in presidi di camicie nere e il punto non era che si protestava; il punto era per quali valori la piazza diventava un simbolo. I pesciolini muti che contestano Salvini e appoggiano Minniti, le sardine, che sono contrarie all’odio e fingono di non vedere gli odiosi interessi che sono dietro i “sì Tav”, che difendono contemporaneamente la Costituzione e chi la vuole distruggere, non sono il simbolo del cambiamento, ma gli alleati della reazione che avanza. Un nuovo esempio della più vecchia politica italiana: vogliono cambiare tutto, per non cambiare niente. E’ forse per questo che mute come sono due parole chiare hanno voluto che Mattia Santori le dicesse e il capo sardina non s’è fatto pregare: Potere al Popolo è il nemico.
Santori sa che, per quanto piccolo, Potere al Popolo risponde a una domanda della storia e va nella direzione del cambiamento. Per questo, mentre dice di non volere l’odio, il caposardina odia Potere al Popolo.

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