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Posts Tagged ‘Minniti’

La foto e di malanova.info

Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. “Successo politico” della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre “bombe intelligenti” sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i “numeri” della strage, non possiamo – e in tanti purtroppo non vogliamo – fermarci sulla tragedia cui assistiamo.

Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E’ anche per questo che parlamentari illegittimi – eccoli i veri e autentici clandestini – hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il “Codice Minniti”, mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.

E’ ferragosto. Gli “esportatori di democrazia” riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.

Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

Fuoriregistro, 16 agosto 2017

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Noi sottoscritti intendiamo esprimere pubblicamente la più incondizionata solidarietà a Medici senza Frontiere e a tutte le Ong impegnate nel Mediterraneo a salvare la vita dei disperati che fuggono da guerre e miseria in gran parte provocate dai Paesi ricchi che oggi li vogliono respingere.
Esprimono la critica più radicale al Codice Minniti che ritengono sia il Manifesto della diserzione dell’Italia e dell’Europa da ogni etica umanitaria.

Piero Bevilacqua, Ilaria Agostini, Laura Marcreati, Ignazio Masulli, Tonino Perna, Enzo Scandurra, Tiziana Drago, Giuseppe Aragno, Lucinia Speciale, Piero Di Siena, Franco Trane, Luigi Vavalà, Mario Fiorentini, Francesco Santopolo, Laura Marchetti.

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Migranti: Msf non firma codice Ong

Non mi stupisce che Renzi si studi di scavalcare Salvini a destra sull’infamia dei migranti. Tempo fa, un giorno parlava del Sud dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un suo piano miracoloso che in breve avrebbe chiuso quella «Questione meridionale» che già Mussolini prima dichiarò risolta e poi per anni finse di non vedere. Qui da noi la gente si è ormai convinta che la storia non insegni niente a nessuno, mentre è vero il contrario: poiché per sua natura produce libero pensiero e opposizione, la politica l’ha sottomessa, creando l’Anvur, un’agenzia di valutazione che ingabbia la ricerca, premia i servi sciocchi e punisce quelli che non si piegano al sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gente pensa che l’Italia razzista fu la  dolorosa conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Le cose però non stanno così. Sin dai tempi dell’unificazione nazionale, i settentrionali che ricoprirono ruoli di primo piano nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud. Per Ricasoli, essa era «un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX» e per la stampa piemontese dell’epoca i meridionali erano figli di una terra «da spopolare», sicché ci fu chi propose di spedirne gli abitanti «in Africa a farsi civili». Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. «Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini», affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, che sarà poi Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, nei panni di luogotenente del re nelle terre del Sud, scriveva a Minghetti che «Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie […]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione».

Muovendo da queste posizioni, la Desta storica e i suoi «galantuomini» produssero infamie come la Legge Pica, processi sommari, fucilazioni, villaggi bruciati assieme agli abitanti, deportazioni e carcere a vita. Fu un fiume di sangue a battezzare la «nazione unita» prima del macello di proletari che alcuni chiamano «Grande Guerra».

In realtà, ieri come oggi dietro il razzismo ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della «razza italiana» e si dotò di leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato molto significativo, che invece si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri «scienziati», autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; ci fu chi fece addirittura una brillante carriera e tutti conservarono il ruolo di «formatori» delle giovani generazioni.

Ciò che accade oggi affonda le sue radici in un passato con il quale non si sono mai fatti i conti con un minimo di serietà. Il giornale che pubblicò il famigerato «Manifesto» del 1938 – «La difesa della razza» – aveva come segretario di redazione un equivoco personaggio, che anni fa Giorgio Napolitano, presidente della «Repubblica nata dall’antifascismo», volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, ch’era stato capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia come «Repubblica Sociale». Almirante, coinvolto poi in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, sfuggì al processo, trincerandosi dietro l’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Tutt’altro. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica «antifascista» e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea «politica» di Salvini, che Il PD insegue ora a destra. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola. Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana.

Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo. E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

Mentre la riforma della scuola cade come una pietra tombale sulla conoscenza della storia e chi vorrà insegnarla nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento, un moderno fascismo si va imponendo nel Paese. Nell’antica tradizione razzista e nella scuola di cultura razzista si inseriscono i provvedimenti di Minniti e l’attacco senza precedenti alle navi delle Ong. Se e quando sarà possibile ricostruire la storia di questi anni, di noi si dirà ciò che si dice dei popoli che furono spettatori indifferenti dei crimini nazifascisti.

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ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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La_Banda_dei_4Ho una illimitata fiducia nelle parole chiare e nella loro capacità di produrre fatti. Nessuna “sinistra unita”, potrà mai nascere, finché la questione della legalità costituzionale violata non sarà il tema centrale della discussione politica. La vera “questione urgente” che ho cercato, ma non ho trovato nell’appello di Montanari e Falcone è questa. Io mi aspetto che qualcuno domani al Teatro Brancaccio lo dica: noi consideriamo fuorilegge gli uomini che a Roma rappresentano oggi le Istituzioni e non intendiamo rispettare modifiche costituzionali approvate con i voti di parlamentari eletti con legge incostituzionale. Non sono abilitati a sostenere con un voto di fiducia un governo, quale che esso sia. Soprattutto dopo l’esito del referendum del 4 dicembre a noi pare chiaro che la signorina Boschi non è un ministro della Repubblica e non riconosciamo alcun valore alle leggi di Gentiloni, Minniti e di tutti i nominati abusivi della loro specie.
In quanto al Presidente della repubblica, che da questa gentaglia ha accettato di farsi eleggere – lui, che aveva firmato la sentenza che dichiarava illegittima la legge che li aveva portati alle Camere – avrebbe dovuto porre una condizione inderogabile: l’immediato scioglimento del Parlamento e le elezioni con la legge indicata dalla Consulta. Non l’ha fatto e quindi non garantisce niente e nessuno.
Senza questa premessa ogni appello lascerà il tempo che trova. C’è una sola possibile unità: l’impegno di ripristinare la Costituzione del ’48 e cancellare tutte le leggi approvate da deputati che nessuno ha eletto, al solo scopo di attaccare i diritti dei lavoratori e creare una massa di sfruttati precari e ricattabili.

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Come si fa a parlare alla gente, in un tempo di gravissima crisi economica, quando la necessità di far fronte all’ondata reazionaria che cancella diritti in nome della “sicurezza”, si scontra ogni giorno con la fatica di chi non sa come sbarcare il lunario? Come si parla a chi è già pronto a combattere con ferocia tutte le possibili guerre tra poveri? Chi vuoi che ascolti la lezione della storia o stia lì a riflettere sul rapporto che lega la “continuità dello Stato” al prezzo che sta pagando con una vita senza futuro e i suoi sogni distrutti? C’è chi te lo dice chiaro: la gente non vuole “pensare”, chiede soluzioni. Tu parli alla testa, ma chi punta alla pancia fa molto più presto e ti ruba l’attenzione.
Ai primi del Novecento, il socialista Ernesto Cesare Longobardi poneva ai suoi compagni la stessa questione e invitava a riflettere: non si può parlare di organizzazione e solidarietà a chi non sa come mettere insieme il pranzo con la cena. Si puntò allora sulla lotta nei territori e sulla conquista degli Enti Locali. In Campania, Gino Alfani e la sua Torre Annunziata furono un modello insuperato di quell’Italia dei “Comuni rossi” e di un riformismo “rivoluzionario”, che puntava alla trasformazione strutturale della società e quel modello che può ancora insegnarci qualcosa.
Sulla scena c’erano due protagonisti: sindaci e amministrazioni che non accettavano l’esistente – “rivoluzionari” per quanto può esserlo un’Istituzione – e movimenti popolari di base organizzati e consapevoli. Non s’erano mai fatti tanti passi avanti quanti se ne registrarono in quegli anni.
Non credo sia una forzatura: mutato ciò che va mutato, c’è un filo diretto tra la Napoli di oggi e quella stagione felice della nostra storia. Non so dove si possa arrivare, so che è un processo avviato su due binari: la realtà locale e un modello da esportare. Senza la prima l’altro è condannato alla sconfitta e c’è qualcosa che manca perché le due situazioni siano pienamente comparabili. Al momento uno dei due elementi di quel binomio vincente – il movimento – non è forte come dovrebbe e questo indebolisce l’intera esperienza. Se si lavorasse per farlo nascere, avremmo idee, uomini e capacità per muoverci nella crisi. E qui torna il discorso da cui sono partito.
E’ un’impresa, lo so, ma se si fossero avviati concretamente – e si sarebbe dovuto già farlo – percorsi di formazione e di scambio, se alla base dell’azione amministrativa esistesse un movimento forte, coeso, con una “linea” e strutture in cui consentire a chi vuole di raccontare l’immane fatica fisica e soprattutto psichica della gente, per poter tener vivo un confronto tra i molteplici soggetti colpiti, un luogo in cui chiedere e allo stesso tempo dare contributi, se tutto questo esistesse, siamo davvero certi che, per fare un esempio, il discorso sulla “sicurezza” andrebbe nella direzione che vuole Minniti? Se, come appare evidente, nessun partito o gruppo ha vinto il referendum, ma è stata la gente massacrata a battere il governo, è proprio sicuro che non troveremmo persone interessate a scoprire cosa c’è dietro Minniti, quanto tutto ciò che stiamo vivendo somigli a terribili esperienze passate e qual è la logica che guida l’indecorosa questione del  decoro urbano? Non parleremmo forse del presente, del lavoro negato, della precarietà e della repressione, se provassimo a ripercorrere la sorte dei disoccupati, degli sfruttati, dei più deboli ed emarginati negli anni in cui qualcuno, proprio come fanno oggi Minniti e De Luca, scriveva con infinita arroganza che “mai, sotto nessun governo, i disoccupati furono soccorsi con tanto amore e con sì generoso contributo d’affetto come sotto l’egida littoria”? Lo faremmo perché, come oggi, le scarsissime risorse venivano contese fra la povera gente e ogni giorno, nel silenzio della stampa, aspri dissidi mettevano l’uno contro l’altro chi non aveva famiglia e chi aveva da pensare ai figli e alla moglie. Come oggi, alle Autorità locali non si assegnava un ruolo, se non quello repressivo. La fame e la disperazione si toccavano con mano nelle città e dovunque sorgevano d’incanto bancarelle e ambulanti, che non bastavano a mascherare una vera e propria mendicità.
Anche allora la criminalizzazione di ogni protesta spianò la via ai provvedimenti di polizia. Prima di tutto si batté in breccia su “quel larvato disfattismo economico ed industriale che ha trovato nella deprecatissima «crisi» una bandiera d’adunata”. La crisi, si scrisse, “c’è, nessuno lo nega: ma non bisogna drammatizzarla; è pur vero che i teatri e i campi di calcio sono sempre pieni, i cinema gremiti, le assicurazioni in aumento, i delitti contro la proprietà e le persone in diminuzione; e soprattutto, fa pensare il fatto che della crisi si lamentino non tanto i disoccupati quanto certuni che non debbono davvero stringere la cinghia per sbarcare il lunario…”. Questa vergogna non l’ha inventata Berlusconi.
La gente non sa, ma non è stupida e sente istintivamente che chi ha ottenuto con l’inganno e la prepotenza il potere politico oggi come ieri mira a distruggere ogni “bandiera d’adunata”. Non è difficile trasformare la conoscenza istintiva in autentica consapevolezza, moltiplicando le “adunate”. Il processo lo conosciamo: se disoccupati e sfruttati aumentano di dieci e cento volte, si passa ai provvedimenti di polizia. Quando per “sicurezza” si intende difesa dei privilegi, i Minniti d’ogni tempo hanno la ricetta pronta ed è sempre la stessa: la multa, l’arresto e l’espulsione con foglio di via. Indigeni o immigrati, con il passare del tempo non fa differenza. Mentre i disoccupati si danno al commercio ambulante, alla vendita porta a porta, che tende a confondersi con l’accattonaggio e mirano a “sparire” per paura della polizia, le scelte si fanno feroci e nel mirino entrano gli ultimi, al di là del colore della pelle.
Facciamo in modo che chi soffra non si nasconda, parliamo di quello che in fondo essi sanno: la razza non c’entra. Locale o straniera, la povertà sta diventando “colpa” perché è un peso per le assicurazioni sociali. E’ per questo che l’apparato di controllo provvede alle schedature individuali e familiari, registra posizioni rispetto all’occupazione e alla prima occasione colpisce senza pietà. La repressione stronca la capacità di mobilitazione collettiva e in un clima di ostilità generalizzata verso gli ultimi arrivati, fomentato dalle autorità, si parla di movida da imbrigliare, ordine da ripristinare e decoro da tutelare.
A chi ha fame per ora forse non puoi parlare. Chi non ne ha, ma rischia di arrivarci, puoi tirarlo dalla tua parte, così come puoi attirare chi non si sente rappresentato. Su questa base di consenso un’Amministrazione può fondare scelte di rottura. Scelte che sono più necessarie dell’aria.
Se questo è un sogno – e potrebbe anche esserlo – prepariamoci al peggio. Svegliarsi sarà un autentico incubo.

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