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Posts Tagged ‘Minniti’

ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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La_Banda_dei_4Ho una illimitata fiducia nelle parole chiare e nella loro capacità di produrre fatti. Nessuna “sinistra unita”, potrà mai nascere, finché la questione della legalità costituzionale violata non sarà il tema centrale della discussione politica. La vera “questione urgente” che ho cercato, ma non ho trovato nell’appello di Montanari e Falcone è questa. Io mi aspetto che qualcuno domani al Teatro Brancaccio lo dica: noi consideriamo fuorilegge gli uomini che a Roma rappresentano oggi le Istituzioni e non intendiamo rispettare modifiche costituzionali approvate con i voti di parlamentari eletti con legge incostituzionale. Non sono abilitati a sostenere con un voto di fiducia un governo, quale che esso sia. Soprattutto dopo l’esito del referendum del 4 dicembre a noi pare chiaro che la signorina Boschi non è un ministro della Repubblica e non riconosciamo alcun valore alle leggi di Gentiloni, Minniti e di tutti i nominati abusivi della loro specie.
In quanto al Presidente della repubblica, che da questa gentaglia ha accettato di farsi eleggere – lui, che aveva firmato la sentenza che dichiarava illegittima la legge che li aveva portati alle Camere – avrebbe dovuto porre una condizione inderogabile: l’immediato scioglimento del Parlamento e le elezioni con la legge indicata dalla Consulta. Non l’ha fatto e quindi non garantisce niente e nessuno.
Senza questa premessa ogni appello lascerà il tempo che trova. C’è una sola possibile unità: l’impegno di ripristinare la Costituzione del ’48 e cancellare tutte le leggi approvate da deputati che nessuno ha eletto, al solo scopo di attaccare i diritti dei lavoratori e creare una massa di sfruttati precari e ricattabili.

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Come si fa a parlare alla gente, in un tempo di gravissima crisi economica, quando la necessità di far fronte all’ondata reazionaria che cancella diritti in nome della “sicurezza”, si scontra ogni giorno con la fatica di chi non sa come sbarcare il lunario? Come si parla a chi è già pronto a combattere con ferocia tutte le possibili guerre tra poveri? Chi vuoi che ascolti la lezione della storia o stia lì a riflettere sul rapporto che lega la “continuità dello Stato” al prezzo che sta pagando con una vita senza futuro e i suoi sogni distrutti? C’è chi te lo dice chiaro: la gente non vuole “pensare”, chiede soluzioni. Tu parli alla testa, ma chi punta alla pancia fa molto più presto e ti ruba l’attenzione.
Ai primi del Novecento, il socialista Ernesto Cesare Longobardi poneva ai suoi compagni la stessa questione e invitava a riflettere: non si può parlare di organizzazione e solidarietà a chi non sa come mettere insieme il pranzo con la cena. Si puntò allora sulla lotta nei territori e sulla conquista degli Enti Locali. In Campania, Gino Alfani e la sua Torre Annunziata furono un modello insuperato di quell’Italia dei “Comuni rossi” e di un riformismo “rivoluzionario”, che puntava alla trasformazione strutturale della società e quel modello che può ancora insegnarci qualcosa.
Sulla scena c’erano due protagonisti: sindaci e amministrazioni che non accettavano l’esistente – “rivoluzionari” per quanto può esserlo un’Istituzione – e movimenti popolari di base organizzati e consapevoli. Non s’erano mai fatti tanti passi avanti quanti se ne registrarono in quegli anni.
Non credo sia una forzatura: mutato ciò che va mutato, c’è un filo diretto tra la Napoli di oggi e quella stagione felice della nostra storia. Non so dove si possa arrivare, so che è un processo avviato su due binari: la realtà locale e un modello da esportare. Senza la prima l’altro è condannato alla sconfitta e c’è qualcosa che manca perché le due situazioni siano pienamente comparabili. Al momento uno dei due elementi di quel binomio vincente – il movimento – non è forte come dovrebbe e questo indebolisce l’intera esperienza. Se si lavorasse per farlo nascere, avremmo idee, uomini e capacità per muoverci nella crisi. E qui torna il discorso da cui sono partito.
E’ un’impresa, lo so, ma se si fossero avviati concretamente – e si sarebbe dovuto già farlo – percorsi di formazione e di scambio, se alla base dell’azione amministrativa esistesse un movimento forte, coeso, con una “linea” e strutture in cui consentire a chi vuole di raccontare l’immane fatica fisica e soprattutto psichica della gente, per poter tener vivo un confronto tra i molteplici soggetti colpiti, un luogo in cui chiedere e allo stesso tempo dare contributi, se tutto questo esistesse, siamo davvero certi che, per fare un esempio, il discorso sulla “sicurezza” andrebbe nella direzione che vuole Minniti? Se, come appare evidente, nessun partito o gruppo ha vinto il referendum, ma è stata la gente massacrata a battere il governo, è proprio sicuro che non troveremmo persone interessate a scoprire cosa c’è dietro Minniti, quanto tutto ciò che stiamo vivendo somigli a terribili esperienze passate e qual è la logica che guida l’indecorosa questione del  decoro urbano? Non parleremmo forse del presente, del lavoro negato, della precarietà e della repressione, se provassimo a ripercorrere la sorte dei disoccupati, degli sfruttati, dei più deboli ed emarginati negli anni in cui qualcuno, proprio come fanno oggi Minniti e De Luca, scriveva con infinita arroganza che “mai, sotto nessun governo, i disoccupati furono soccorsi con tanto amore e con sì generoso contributo d’affetto come sotto l’egida littoria”? Lo faremmo perché, come oggi, le scarsissime risorse venivano contese fra la povera gente e ogni giorno, nel silenzio della stampa, aspri dissidi mettevano l’uno contro l’altro chi non aveva famiglia e chi aveva da pensare ai figli e alla moglie. Come oggi, alle Autorità locali non si assegnava un ruolo, se non quello repressivo. La fame e la disperazione si toccavano con mano nelle città e dovunque sorgevano d’incanto bancarelle e ambulanti, che non bastavano a mascherare una vera e propria mendicità.
Anche allora la criminalizzazione di ogni protesta spianò la via ai provvedimenti di polizia. Prima di tutto si batté in breccia su “quel larvato disfattismo economico ed industriale che ha trovato nella deprecatissima «crisi» una bandiera d’adunata”. La crisi, si scrisse, “c’è, nessuno lo nega: ma non bisogna drammatizzarla; è pur vero che i teatri e i campi di calcio sono sempre pieni, i cinema gremiti, le assicurazioni in aumento, i delitti contro la proprietà e le persone in diminuzione; e soprattutto, fa pensare il fatto che della crisi si lamentino non tanto i disoccupati quanto certuni che non debbono davvero stringere la cinghia per sbarcare il lunario…”. Questa vergogna non l’ha inventata Berlusconi.
La gente non sa, ma non è stupida e sente istintivamente che chi ha ottenuto con l’inganno e la prepotenza il potere politico oggi come ieri mira a distruggere ogni “bandiera d’adunata”. Non è difficile trasformare la conoscenza istintiva in autentica consapevolezza, moltiplicando le “adunate”. Il processo lo conosciamo: se disoccupati e sfruttati aumentano di dieci e cento volte, si passa ai provvedimenti di polizia. Quando per “sicurezza” si intende difesa dei privilegi, i Minniti d’ogni tempo hanno la ricetta pronta ed è sempre la stessa: la multa, l’arresto e l’espulsione con foglio di via. Indigeni o immigrati, con il passare del tempo non fa differenza. Mentre i disoccupati si danno al commercio ambulante, alla vendita porta a porta, che tende a confondersi con l’accattonaggio e mirano a “sparire” per paura della polizia, le scelte si fanno feroci e nel mirino entrano gli ultimi, al di là del colore della pelle.
Facciamo in modo che chi soffra non si nasconda, parliamo di quello che in fondo essi sanno: la razza non c’entra. Locale o straniera, la povertà sta diventando “colpa” perché è un peso per le assicurazioni sociali. E’ per questo che l’apparato di controllo provvede alle schedature individuali e familiari, registra posizioni rispetto all’occupazione e alla prima occasione colpisce senza pietà. La repressione stronca la capacità di mobilitazione collettiva e in un clima di ostilità generalizzata verso gli ultimi arrivati, fomentato dalle autorità, si parla di movida da imbrigliare, ordine da ripristinare e decoro da tutelare.
A chi ha fame per ora forse non puoi parlare. Chi non ne ha, ma rischia di arrivarci, puoi tirarlo dalla tua parte, così come puoi attirare chi non si sente rappresentato. Su questa base di consenso un’Amministrazione può fondare scelte di rottura. Scelte che sono più necessarie dell’aria.
Se questo è un sogno – e potrebbe anche esserlo – prepariamoci al peggio. Svegliarsi sarà un autentico incubo.

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minnittiQuesto Governo di labilissima legittimità sostiene che la sicurezza e il decoro delle città dipendono dall’«accattonaggio con impiego di minori e disabili», dai «fenomeni di abusivismo, quale l’illecita occupazione di spazi  pubblici» e lo «stazionamento» in luoghi turistici.

Noi pensavamo che le ragioni per cui un Governo – anche la banda di abusivi spernacchiata dai risultati del Referendum – si potesse appellare all’articolo 77 della Costituzione per le questioni di urgenza assoluta, quale, per esempio, la necessità di ridurre drasticamente il bilancio delle Forze Armate di fronte alla miseria dilagante. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che, per rafforzare la sicurezza delle città, occorresse investire fior di quattrini nella scuola e nella prevenzione e che la vivibilità dei territori dipendesse dai colpi assestati al livello più pericoloso della corruzione: quello politico, annidato anzitutto nei partiti di Governo e nelle assemblee dei «nominati», che hanno rapporti sempre più organici con organizzazioni criminali quali mafia, camorra e sacra corona. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che la sicurezza delle piazze dipendesse anzitutto dal ritorno alla legalità repubblicana, violata dal Governo e dal Parlamento dei «nominati» e dall’espulsione immediata di manigoldi, cialtroni e ladri di democrazia che impestano le Istituzioni. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che eliminare i fattori di marginalità ed esclusione sociale significasse eliminare la dilagante disoccupazione, la precarizzazione della vita, l’umiliazione dei lavoratori e ripristinare diritti negati. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che il rispetto della legalità repubblicana si potesse ottenere anzitutto mediante il ritorno a condizioni minime di legalità sociale. Pensavamo che l’occupazione arbitraria del Parlamento fosse un reato gravissimo, ben più grave di quello commesso da chi occupa immobili abbandonati al loro destino da Istituzioni di cui ogni cittadino perbene si vergogna. Pensavamo che non si potesse nemmeno parlare di decoro urbano, se non si fosse posta mano al decoro della vita politica, ridotta a un verminaio. Sbagliavamo.

Forte della sua fede in un principio di autorità di Istituzioni prive di qualsivoglia autorevolezza, il Governo giunge così al sequestro di persona di centinaia di manifestanti allo scopo di verificarne l’orientamento ideologico, ripristina provvedimenti delle «camicie nere» e ci pone di fronte a un autentico paradosso: dopo che un intero Paese ha invitato Gentiloni e soci a togliere il disturbo e a lasciare libere le aule della politica, Minniti e i suoi, scaricano sui sindaci legalmente eletti il peso delle criminali politiche governative su lavoro e welfare e impongono agli italiani di allontanarsi dalle loro strade e dalle loro piazze.

A chi fa tante inutili chiacchiere sull’ordine una domanda va fatta: come si fa a non vedere quanta violenza stanno subendo i nostri giovani e le nostre classi subalterne? Come si fa a puntare il dito sui cosiddetti centri sociali, fingendo di non vedere dove sono i banditi che hanno messo a ferro e fuoco la nostra democrazia?

Minniti non lo sa ma, grazie a lui, l’idea di «ordine pubblico» che governa la repubblica antifascista è ora una fotocopia della famigerata nota n. 1888 del 5 marzo 1934 sulla «disurbanizzazione di immigrati privi di possibilità di lavoro», che potremmo ribattezzare «nota Minniti», strumento prezioso, che i suoi colleghi fascisti utilizzarono per «rimpatriare» famiglie scomode, marito, moglie e persino bambini, rastrellare «minorenni traviati», prontamente accolti in barbari istituti correzionali, colpire braccianti che si ostinavano a non voler capire le ragioni dei padroni, infierire su poveri, vagabondi, omosessuali, dissidenti e persino esponenti della Chiesa Battista, quando si azzardavano a far festa attorno all’albero di Natale. Fu la «nota Minniti» l’arma che indusse i malcapitati protestanti a occuparsi – pena il confino – di argomenti tesi a «valorizzare il regime» e la sua «superiore civiltà romana».

Com’è sempre accaduto quando un’idea nobile come quella democratica finisce nelle mani ignobili del capitale finanziario, anche stavolta i tutori di un ordine eversivo e violento si preparano a colpire «sovversivi», dissidenti e chiunque canti fuori dal coro. La procedura è identica a quella già altre volte sperimentata: colpire tutto ciò che non sia compatibile con il pensiero unico ordoliberista, ammanettare l’idea del conflitto sociale, annichilire quel che sopravvive dl pensiero critico, zittire con le buone o con le cattive, gli innocui mormoratori, i personaggi sospetti e i poveracci. La linea  la detta Salvini e tutti potremo incappare nella trappola di sanzioni che, per rapidità di procedura, discrezionalità di irrogazione e assenza di sensibilità umana, fanno carta straccia della Costituzione repubblicana e diventano l’invisibile manganello pronto a imporre olio di ricino a volontà, per togliere dalla circolazione «gli elementi manifestatisi pericolosi per la sicurezza pubblica e l’ordine sociale».

Le parole sono quelle testuali di un Prefetto fascista, ma vanno benissimo per il progetto di un governo coloniale, braccio armato dell’Unione delle Banche Europee ed espressione di tendenze totalitarie della società unidimensionale che si spiegano con una inconfessata consapevolezza: al di sotto degli strati popolari, mortificati, ma più o meno garantiti da quanto sopravvive dell’Italia postfascista, scorre il fiume carsico dei disoccupati e degli inabili, dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e colori. Questa gente esiste, è una massa di disperati che aumenta e non sparisce solo perché si lascia in piedi un simulacro di democrazia svuotato dei suoi contenuti originari. Esiste e incompatibile com’è con la società neoliberista, si fa prova tangibile di quanto urgente e immediato sia il suo bisogno di sottrarsi a condizioni disumane, alla ferocia di Istituzioni che ne hanno fatto carne da macello.

Sono masse che non hanno ancora coscienza del valore rivoluzionario della loro opposizione, ma sono così radicalmente e naturalmente disperate, che le vecchie regole del gioco non riescono più ad ammorbidirle, sviarle o contenerle. Di qui il bisogno di ricorrere a carte truccate, di segregare e – se necessario – schiacciare il loro naturale, elementare bisogno di vivere. In tal senso, il decreto Minniti è un segnale di paura. Le classi dirigenti, che pretendono di curare una malattia sociale ricorrendo alla terapia che l’ha causata, sanno perfettamente che il loro rifiuto di subire una realtà totalmente inaccettabile è così radicale e definitivo, che risorse tecniche, potere economico e forze armate, che hanno le mani legate dalla Costituzione, non sono in grado di affrontare situazioni di emergenza.

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa e minaccia il mondo degli sfruttatori non solo fuori dei suoi confini, ma dentro. Non aveva torto Marcuse: non si tratta di barbari che premono ai margini dell’impero, ma di una crisi di civiltà che produce disperazione e disperati ben dentro i suoi  confini, nel cuore pulsante delle metropoli riottose, tra quelli che un tempo orgogliosamente dichiaravano: «civis romanus sum». E’ la civiltà che interrompe se stessa e il suo corso, sicché gli estremi si toccano e la coscienza più avanzata dello sfruttamento produce nel suo corpo la sua forza più sfruttata e più ostile al sistema. Viene in mente così ciò Walter Benjamin ebbe scrivere all’alba del fascismo: la sola speranza di futuro viene dai disperati.

Coordinamento DemA; Altra Voce, 6 aprile 2017.

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barcone rovesciatoNoi pensavamo che le ragioni per cui un Governo – anche l’attuale banda di abusivi fuorilegge spernacchiata dai risultati del Referendum – si potesse appellare all’articolo 77 della Costituzione per questioni di urgenza assoluta, come per esempio la necessità di ridurre del 99 % il bilancio delle Forze Armate, di fronte alla miseria dilagante. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che, per rafforzare la sicurezza delle città, occorresse spendere fior di quattrini per la scuola e che la vivibilità dei territori dipendesse dai colpi assestati ai due livelli della criminalità organizzata: quella politica anzitutto, annidata soprattutto nei partiti di governo, nelle assemblee dei «nominati» e quella che forma i corpi militari della politica, volgarmente noti come mafia, camorra e sacra corona. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che la sicurezza delle piazze dipendesse soprattutto dal ritorno alla legalità repubblicana, violata dal governo e dal Parlamento dei «nominati» e dall’espulsione immediata di manigoldi, cialtroni e ladri di democrazia dalle Istituzioni. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale dipendesse dall’eliminazione della disoccupazione dilagante, della precarizzazione della vita, dell’umiliazione dei lavoratori e dalla restituzione dei diritti negati. Sbagliavamo.
Noi pensavamo che il rispetto della legalità repubblicana si potesse ottenere anzitutto mediante il ripristino delle condizioni minime di legalità sociale. Pensavamo che l’occupazione arbitraria del Parlamento fosse un reato gravissimo, ben più grave di quello commesso da chi occupa immobili abbandonati al loro destino da Istituzioni di cui ogni cittadino perbene si vergogna. Pensavamo che non si potesse nemmeno parlare di decoro urbano, se non si fosse posta mano al decoro della vita politica, ridotta a un verminaio. Sbagliavamo.
Questo governo illegittimo, espressione di un Parlamento ridotto a Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sostiene che la sicurezza e il decoro delle città dipendono dall’«accattonaggio con impiego di minori e disabili», dai «fenomeni di abusivismo, quale l’illecita occupazione di spazi  pubblici» e lo «stazionamento» in luoghi turistici. In poche  parole, il centro storico di ogni città italiana. Forte di questa sua verità da alcolizzati, giunge ai sequestri di persona di centinaia di manifestanti allo scopo di verificarne l’orientamento ideologico, ripristina provvedimenti fascisti e ci pone tutti di fronte a un autentico paradosso: dopo che un intero Paese li ha invitati a togliere il disturbo e a lasciare libere le aule della politica, Minniti, l’uomo delle bombe sui Balcani, impone agli italiani di allontanarsi dalle loro strade e dalle loro piazze.
A chi fa tante inutili chiacchiere sull’ordine una domanda va fatta: come si fa a non vedere quanta violenza stanno subendo i nostri giovani? Come si fa a puntare il dito sui cosiddetti centri sociali e a fingere di non vedere dove sono i banditi che hanno messo a ferro e fuoco la nostra democrazia?

Fuoriregistro, 26 marzo 2017; Agoravox, 27 marzo 2017.

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MinzoliniNon ripeterò ciò che penso della legalità senza giustizia sociale e l’ho già detto mille volte: in Italia non ci sono più deputati e senatori. Quelli che abbiamo non li ha votati nessuno e sono entrati nelle Camere con una legge incostituzionale. I fatti parlano per me e non vale la pena soffermarsi.
Mi limiterò a un’osservazione: sarebbe stato bello leggere un’Ansa con le dimissioni di Marco Minniti, “eroe di Napoli” e difensore di una legalità repubblicana che il suo partito fa a pezzi ogni giorno. Due parole, un messaggio telegrafico: “stavolta mi dimetto”.
Sarebbero state di conforto in questo momento triste le dimissioni di Grasso, un commiato indignato dell’inquilino del Quirinale, l’addio dell’onnipresente Cantone e l’uscita di scena disgustata dei destri ministeriali alla Alfano. Si sarebbe riscattata con una protesta plateale la senatrice Angelica Saggese, che si coprì di ridicolo quando, in coro con Grasso, Alfano e Cantone, chiese dimissioni e divieto di dimora per  Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, condannato in primo grado e poi assolto.
Non è andata così. sono stati tutti zitti e sono tutti dov’erano, usurpatori di un potere che non gli tocca, avvinghiati in un abbraccio, che equivale a uno sputo indirizzato agli stenti della povera gente e un intollerabile oltraggio per chi è in carcere e sconta una pena.
Si è fatto un gran parlare di violenza, si sono messi sotto accusa alcuni giovani per una sassaiola, si sono nuovamente chieste le dimissioni del sindaco di Napoli e mobilitate le Questure contro inesistenti terroristi; nessuno ha il coraggio di dire che il vero santuario del malaffare, l’autentica negazione della politica, il laboratorio di ogni violenza è il covo dei “nominati”, il Parlamento, ridotto davvero a bivacco di manipoli, come minacciò, ma non giunse a fare, Benito Mussolini.
Da troppo tempo una violenza autentica, criminale e distruttiva colpisce duramente la popolazione, in un Paese che non ne può più e se dico che chi semina vento raccoglie tempesta, non minaccio nessuno. Prendo atto dell’insanabile frattura che divide ormai i governati dai governanti.

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