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Posts Tagged ‘Parri’

lampedusa-strage-migrani-680x365_cIn Italia c’è la tortura, abbiamo il codice fascista di Rocco, stiamo stracciando la Costituzione antifascista, i deputati non li ha eletti nessuno e la nostra barbarie sta ammazzando migliaia di sventurati. Sono eventi apparentemente isolati l’uno dall’altro e si potrebbe dire, sbagliando, che non si tratta delle tessere d’un unico mosaico.
Renzi sostituisce dieci commissari del PD perché si appongono al suo tentativo di far approvare dal Parlamento una legge elettorale reazionaria. Non chiediamoci se si può fare, proviamo a capire per conto di chi lo fa e dove vuole arrivare.
A scuola i presidi minacciano di sostituire chi sciopera contro l’Invalsi e di obbligare gli studenti a fare i test. Che importa se si può fare? Lo fanno e a noi interessa capire chi li comanda e dove si intende condurci.
Mentre le merci e i capitali possono girare liberamente, uomini donne e bambini sono bloccati ai confini, sicché il Mediterraneo è diventato un immenso cimitero. Si è giunti al punto di sequestrare le barche ai pescatori che aiutano i disperati in fuga dalla fame e dalla guerra. Non chiediamoci se si può fare. Si fa. Diciamoci piuttosto che è una vergogna inaccettabile e proviamo a capire come se ne’esce.
Non è più tempo di domande inutili. Troviamo il coraggio di dire quello che è, senza girarci attorno: è nata e si sta consolidando una terribile dittatura. Prendiamone atto e ricaviamo dalle nostre parole la sola possibile conseguenza logica. La dittatura c’è ed è sempre più feroce. Quello che manca è la scelta di affrontarla con tutte le armi possibili, come hanno già fatto una volta Amendola, Matteotti, Gobetti, Parri, Rosselli, Pertini, Gramsci e migliaia di migliaia di uomini liberi, che scelsero di combattere, piuttosto che piegarsi.

Fuoriregistro e Agoravox, 21 aprile 2015 e La Sinistra Quotidiana il 23 aprile 2015.

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download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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Auguri non ne faccio. Questa Pasqua è segnata a lutto. Il codice Rocco fa strage di dissidenti e c’è chi sconta 14 anni di carcere per aver danneggiato un bancomat. Tanto consente ai giudici della GL-settimanale-gramsci-morto1Repubblica nata dalla Resistenza il codice del fascista Rocco e nessuno pensa di metterlo al bando, mentre un governo senza mandato elettorale e un Parlamento nominato con una legge elettorale illegale stravolgono la Costituzione, pensano di sospendere il diritto di sciopero, difendono forze dell’ordine che a Roma si sono comportate come milizia privata del capitalismo e minacciano chi dissente: “proibiremo le manifestazioni nel centro storico di Roma”.
Auguri non ne faccio, ma voglio ricordare a chi ha memoria corta un uomo come Fernando De Rosa, che oggi sarebbe un “terrorista”. Pochi sanno di chi parlo, ma il 25 aprile, piaccia o no, è anche la sua festa. Come tanti giovani del suo tempo, Fernando De Rosa era stato fascista, ma presto rifiutò lo squadrismo. Da studente incontrò uomini del valore di Garosci, Paietta e Geymonat, frequentò la casa di Gobetti, morto in seguito alle percosse dei fascisti, passò ai gruppi clandestini e tenne i contatti con gli esponenti dell’antifascismo rifugiato all’estero. Presto il regime di Mussolini prese a temerlo e a perseguitarlo. La polizia, infatti, che lo riteneva “giovane ardito, dotato di fascino personale, colto ma privo di scrupoli, orgogliosissimo, pronto ad ogni atto e vero avventuriero”, lo segnalava come uno dei capi del comitato della Concentrazione antifascista di Torino. Quando il fascismo gli rese la vita impossibile e capì che sarebbe finito in carcere, come accade ogni giorno ormai ai nostri giovani, espatriò in Francia.
A Parigi fece sue le critiche di Nenni e Pertini alla Concentrazione antifascista, che aveva rinunciato ad agire in Italia e alle parole fece seguire i fatti: rimpatriò, girò clandestinamente il Paese e provò a capire quale fosse la reale situazione politica. Incontrò in varie città studenti, operai e intellettuali e si convinse che ormai, contro la rassegnazione, occorreva un gesto clamoroso che riportasse al centro della pubblica opinione nazionale ed estera il problema della dittatura. Fu Rosselli ad accompagnarlo al treno che lo condusse a Bruxelles, dove il 24 ottobre 1929, in nome di Matteotti e dell’Italia libera, sparò al principe ereditario Umberto di Savoia, giunto in Belgio in visita ufficiale. L’attentato fallì, incontrò critiche e perplessità dei gruppi antifascisti e fu condannato dai comunisti e da alcuni socialisti, soprattutto perché temevano le reazioni del regime.
Al processo si giunse nel settembre de 1930, ma sul banco degli imputati, di fatto, salì il regime fascista. De Rosa fu difeso dal Paul Henri Spaak, noto esponente della socialdemocrazia, e in suo favore testimoniarono e personalità tra le più note del campo antifascista come Marion Rosselli, Filippo Turati, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti. De Rosa non esitò a rivendicare con fierezza il suo gesto, affermando di aver “voluto uccidere il principe ereditario di una casa regnante che aveva ucciso la libertà di una grande nazione”. I giudici del Tribunale belga – è qui la prima grande lezione che ci viene dal passato – diedero al mondo un esempio di grande civiltà giuridica riconoscendo al De Rosa ogni possibile attenuante. La legge non consentiva di considerarlo parte lesa, ma la condanna a cinque anni, di cui solo tre scontati, è ancora oggi un esempio ignorato da quei giudici che qui da noi non provano ribrezzo nel ricorrere ai reati previsti dal codice Rocco per infliggere decine di anni di carcere a un giovane che rompe un bancomat. I nostri giudici oggi avrebbero giudicato De Rosa con leggi terroristiche, pretendendo prove di pentimento e delazioni e l’avrebbero sepolto vivo in un “carcere di massima sicurezza”. Nel Belgio antifascista il giovane uscì invece dalla prigione nel 1932 e imboccò deciso la sua strada.
Quando i socialisti rifiutarono la sua proposta di istruire militarmente i giovani per contrastare il fascismo, se ne andò nelle Asturie, dove appoggiò gli scioperi del 1934 e fu perciò arrestato. I giudici spagnoli lo condannarono a diciannove anni di galera, ma ben presto, con la vittoria del Fronte Popolare, tornò libero e fu accolto dall’entusiasmo dei lavoratori ai quali mostrato coi fatti cosa significhi amore di libertà e lotta per i diritti delle classi lavoratrici. Nella Spagna rivoluzionaria organizzò militarmente i giovani socialisti e ottenne che si unissero ai comunisti in quella “Gioventù socialista unificata” da chi nacque il battaglione “Octobre n. 11”. Alla sua testa De Rosa lottò a Madrid contro i falangisti in difesa della Repubblica aggredita dai franchisti e dai nazifascisti e morì combattendo valorosamente. Cadde nella Sierra Guadarrama e fu salutato dai rivoluzionari e dagli antifascisti madrileni in una manifestazione di popolo che diede al suo sacrificio il valore di un esempio politico e di un prezioso testamento morale. Il seme era gettato, come tanti altri in quegli anni dolorosi, e le piante germogliarono rapidamente, sicché dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, tanti giovani presero le armi e combatterono fino alla sollevazione generale del 25 aprile 1945 che schiacciò il fascismo.
In questa Pasqua che cade a ridosso di un anniversario della Liberazione mai così buio, mentre le istituzioni repubblicane sono aggredite, la Costituzione è stravolta e i lavoratori privati dei loro diritti, non ci sono auguri da scambiarsi. Per quanto mi riguarda, ricordo ai giovani un loro coetaneo di un tempo che non è lontano come pare e credo sia giunta l’ora di riflettere sugli esempi che ci vengono dal passato, per cominciare a pensare al futuro. La Spagna ieri, come l’Ucraina consegnata oggi ai neonazisti, la Grecia ridotta in servitù, i blindati e le cariche violentissime di Roma riportano in vita uomini come Fernando De Rosa e indicano la via già imboccata da Nenni, Pertini, Longo, Parri e Rosselli: quella di uomini che non si piegarono. Per male che possa fare, serenamente va detto: non è più tempo di parole e non sono giorni in cui scambiarsi auguri. Si può solo ripetere con Rosselli, quello che non è un augurio, ma una certezza senza retorica che ha radici profonde nella storia: “non vinceremo in un giorno, ma vinceremo”.

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Un’aggressione non è mai un episodio edificante. Quando è vile, come quella di stamattina agli studenti di Lettere, a Napoli, è per sua natura fascista. Non per una questione di idee politiche, che non c’entrano nulla, ma per ragioni banali di natura lessicale. Vile è, infatti, sinonimo di fascista e stamattina se n’è avuta l’ennesima conferma. Tutto quello che c’è da dire l’hanno già detto gli uomini della Resistenza. Eccone uno, che in tribunale parla ai giudici fascisti. E’ Ferruccio Parri, il futuro partigiano “Maurizio”, che con Longo e Cadorna diventerà poi vice comandate del Corpo Volontari della Libertà, guida militare dei partigiani, davanti ai giudici fascisti.

«Non mi hanno guidato ragioni di personale rancore contro il regime: non ambizioni o delusioni o vendette da soddisfare: in­sisto nel definire moventi strettamente secondari lo stesso sdegno del momento e la sollecitudine per l’uomo nobilissimo minacciato […]. Contro il fascismo non ho che una ragione di avversione: ma quest’ultima perentoria e irriducibile, perché è avversione morale: e, meglio, integrale negazione del clima fascista. Né son solo. Il mio antifascismo non è fermentazione di solitaria acidità. Le mie idee sono di mille altri giovani, generosi combattenti ieri, nemici oggi del traffico di benemerenze e del baccanale di rettorica che contrassegnano e colorano l’ora fascista.
Indenni di responsabilità recenti, intransigenti perché disin­teressati, intransigenti verso il fascismo perché intransigenti con la loro coscienza, sono questi giovani i più veri antagonisti del re­gime come quelli che hanno immacolato diritto ad erigersene giudi­ci. Ad essi il fascismo deve, e dovrà, rendere strettissimo conto del­le lacrime e dell’odio di cui gronda la sua storia, dei beni morali devastati, della dignità nazionale lacerata.

Il regime li può colpire, perseguitare, disperdere, ma non potrà mai avere ragione della loro opposizione, perché non si può estirpare un istinto morale. Consapevoli custodi essi sanno che al­la loro coscienza è affidata per le speranze dell’avvenire la tradizio­ne del passato.
Questa tradizione è nella aspirazione perenne della nostra storia migliore, alla libertà e alla giustizia, ragione ideale del no­stro risorgimento, ragione domani, ancora, della nostra storia, della storia del mondo.
 Chi, come il fascismo ha fatto, oblia e cieco rinnega questa ere­dità ideale, perduti insieme freno e timore, fatalmente degrada il suo dominio politico a sopraffazione: menzogna e ipocrisia si fan­no strumenti di governo e ragioni di corruzione e corrosione, ca­de ogni norma e limite di moralità pubblica, è consentita ogni offesa alla dignità personale, si disfrena, serva padrona dei potenti, la bestialità umana.

 Perché questa buia parentesi di cattività sia chiusa ed espiata occorre che l’esperimento fascista, percorso tutto l’arco del suo sviluppo secondo la logica del suo impulso e del suo peso, abbia maturato nella coscienza del popolo tutti i suoi frutti amari e sa­lutari, restituendogli ansiosa sete dei beni perduti, ferma volontà di riconquista e ferma volontà di difesa. Secondo risorgimento di popolo – non più di sole avanguardie – che solo potrà riallaccia­re il passato al!’ avvenire.
È in noi la certezza che libertà e giustizia, idee inintelligibili e mute solo ai tempi di supina servitù, ma non periture e non cor­ruttibili perché radicate nel più intimo spirito dell’uomo, che questi due valori civili primi debbano immutabilmente sostanziare ogni sforzo di liberazione e di ascensione di classe e di popolo.
Nella fede in queste idee noi ci riconosciamo, nel dispregio di queste idee riconosciamo il fascismo. Contro le nostre persone es­so ha bastone e manette; contro la nostra fede è inane. Non ha invero che i sofismi dei suoi retori e servi»*.

 *Da Piero Calamandrei, Scritti e discorsi politici, v. I, tomo II, La Nuova Italia, 1966, pp. 69-71.

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