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Uno scemo ridotto in pezzi in un Paese

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sabrinaL’Italia neofascista,
l’italia razzista
l’Italia senza vergogna
l’Italia del Patto del Nazareno
l’Italia di Berlusconi e della Meloni
l’Italia di Renzi, Verdini, Alfano e Salvini
l’Italia di Boschi, di Guidi e degli affari loschi
l’Italia della Banca Etruria e di Bankitalia
l’Italia delle amebe “fedeli alla ditta”
l’Italia di Giorgio Napolitano
l’Italia che non va a votare
perché spera di poterti imbrogliare…
L’Italia

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comunicazione-curatore-fallimentare-registro-imprese2«E’ finito il tempo che le manifestazioni facevano cambiare idea ai governi», ha affermato ieri Renzi a uno dei TG padronali, parlando della CGIL.
Inutile fare storie e provare a negarlo. Per una volta bisognerà riconoscere che il pupo fiorentino dice purtroppo una mezza verità. L’altra metà, quella che Renzi si guarda bene dal raccontare o forse non conosce, è che prima è finito il tempo dei governi che avevano idee, poi è finito il tempo dei governi.
Nessuna manifestazione può far cambiare idea a qualcosa che non esiste più. L’Italia, infatti, da tempo non ha più un governo, ma uno scadente gruppo di curatori fallimentari.

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Questa è Lisbona. All’italico “bestiame votante” la nutrita schiera di conduttori, mezzibusti, pennivendoli e velinari, non ne parla e non la fa vedere. Noi la sera ci addormentiamo cullati dalla solita ninna nanna: l’Italia è un’altra cosa: il secondo paese manifatturiero, un forte risparmio delle famiglie, una grande ricchezza privata e dulcis in fundo, versione nobile di “sole, pizza e spaghetti”, l’immancabile “fantasia innovativa” che, manco a dirlo, il mondo intero ci invidia…
Chiacchiere per deficienti. Qui di “grande” abbiamo la disoccupazione, la corruzione, la malavita, la compravendita di voti e l’ignoranza della popolazione. Cosa pensate che accadrebbe se a partire da domani Roma assumesse questo aspetto? Posso azzardare una risposta? La ministra Cancellieri sentirebbe l’impellente bisogno di procurasi una seria scorta di superpampers… Monti? Beh, sparirebbe, come un incubo alle prime luci dell’alba, quando il sole mette in fuga i vampiri, le civette ammutoliscono e i rapaci notturni tornano alle tane buie dalla quali li ha cacciati la fame.
Questa è Lisbona…

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Un Paese normale lo dimetterebbe.

Un Paese normale si troverebbe di fronte all’aut-aut del Presidente della Repubblica: o se ne va lui o me ne vado io.

Un Paese normale avrebbe maggioranza e opposizione in rivolta.

Un Paese normale avrebbe processato il ministro dell’Interno dopo il luglio 2001.

Un Paese normale assedierebbe il Parlamento.

Un Paese normale urlerebbe così forte, da farsi sentire persino dal padreterno:

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Un Paese normale?

Ma l’Italia non è un Paese normale…

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In Italia il “dramma formazione” ha radici profonde e non a caso abbiamo un doppio record negativo: meno laureati rispetto alla media europea e un tasso di disoccupazione dei laureati che è più alto di quello degli altri paesi dell’Unione Europea. Non bastasse, chiunque provi a indagare si accorge che le quote più alte di lavoro precario si ritrovano, guarda caso, proprio tra i lavoratori laureati. Il paradosso è solo apparente e l’origine del problema non è la formazione, ma il capitalismo da rapina che fa da base al nostro sistema produttivo. I nostri “valorosi imprenditori” non guardano avanti, non è loro costume. Lo sguardo, se mai qualche volta si leva dal portamonete, è quello di chi si limita al piccolo cabotaggio, è abile tra le secche e gli scogli, ma non ha il coraggio di affrontare il mare aperto. E’ fatale, perciò: la richiesta di manodopera è rivolta per lo più a profili professionali con basse qualifiche e il laureato non ha mercato. Si cerca l’operaio generico, quello che puoi ammazzare di fatica a basso costo e pazienza per l’incidente. Quando capita, del resto, c’è la foglia di fico d’un contratto più o meno regolare di sei euro all’ora per una giornata di lavoro che, di fatto, non ha limiti né mansionario e si applica a lavoratori perennemente ricattati dal binomio licenziamento-disoccupazione. Metter mano al mercato del lavoro, vuol dire anche, Ichino lo sa ma fa finta d’ignorarlo, interrogarsi su un sistema formativo ridotto ormai a vivere di contraddizioni profonde tra aspirazioni progressiste e spinte classiste, mortificato dalla precarietà e dalla sottoretribuzione dei docenti, lasciato da solo a far fronte allo sfascio della famiglia, a insanabili contrasti tra un’idea di scuola che formi intelligenze critiche e le fortissime tendenza aziendalistiche volte alla produzione di disciplinati “soldatini del capitale“. E’ perciò che da anni si batte in breccia sul ruolo e sulla funzione docente. Lo sapeva bene la scuola della Resistenza, che pochi mesi prima del 25 aprile, in un foglio stampato alla macchia, accusava il regime: “il fascismo teme il popolo, vuole il gregge, la massa, la folla da sfruttare e l’insegnante è asservito e domato con la miseria, ridotto a una vita grama e stentata che lo mortifica“.
Vista così, da quest’angolo visuale, non è un caso che, mentre si tassa, si taglia e si privatizza persino l’aria che respiriamo, gli Ufo che hanno conquistato il potere e governano una repubblica ormai privatizzata, annuncino con tecnica solennità, nuovi “concorsi nella scuola” e facciano previsioni: trecentomila posti!
Sogni e promesse, si sa, non costano niente, e la domanda viene spontanea: perché non tornare all’ormai celebre milione? Giacché si trova, il signor ministro, sia largo di maniche: ne guadagnerà il consenso e il bilancio non ne risentirà. “Costo zero”, come ripete ad ogni pie’ sospinto l’arido linguaggio dei ragionieri che fanno ormai filosofia della storia. Trecentomila! Come saranno assunti? Col contratto di un’ora, di un giorno, di un mese, di un anno? A tempo determinato o indeterminato? Con l’articolo 18 ancora vigente, o per licenziarli il giorno dopo l’assunzione, se non si mettono in riga, come progetta Fornero che, dopo il massacro delle pensioni, segue a ruota Marchionne e si accinge a demolire il contratto collettivo nazionale, privatizzando il welfare? Che fa il ministro? “Aziendalizza” la scuola al meglio, precarizzando anche i docenti “privilegiati” che godono ancora delle “ingiuste” tutele dello Statuto dei Lavoratori e creando così una giungla in cui la tutela al licenziamento cambia da scuola a scuola? Come li pagherà, gli insegnanti, coi soldi del salario scippato a quei mangiapane a tradimento dai metalmeccanici? Dove li metterà? Tra le macerie sopravvissute alla sua amica Gelmini? E in classe, quanti alunni avranno: cinquanta, cento, centocinquanta? Saranno italiani, stranieri, clandestini? Avranno il “tetto d’immigrati“? Che scuola ha in mente il prof. Profumo, e quali uscite nella società? Rimarremo per caso al disastro procurato dal precedente ministro, grazie ai “disinteressati” consigli della conferenza dei rettori e ai misteri gloriosi di Giavazzi e Abravanel? Cosa gli hanno “suggerito” i suoi colleghi “baroni“, protagonisti dello sfascio dell’Università? E il Vaticano, la Confidustria, Marchionne, la Fondazione Agnelli?
Trecentomila posti e nessun cenno ai precari. Il ministro nicchia sulle graduatorie a esaurimento che “vivono” ancora, tace sulle classi a 27 ore che affondano la scuola primaria e non fa cenno ai precari. Sono trascorsi solo pochi giorni da quando il “presidente” Monti ha “imparato” che in Italia c’è una marea di persone costretta a vivere con una pensione di 500 euro. Viveva evidentemente su Marte, il celebrato Monti. Ecco ora il turno di un altro marziano. Qualcuno, in Parlamento, per favore, se c’è chi viva qui da noi e abbia contatti col genere umano, spieghi a Profumo che esistono i precari in una scuola che di tutto davvero ha bisogno, meno che di vendere fumo e illusioni.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 dicembre 2011

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Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, ma chi lo ricorda più? Anche per la memoria malata è pronta la ricetta degli specialisti, ma le cure saranno tutte a carico dei pensionati, che hanno rubato ai figli miliardi e miliardi di euro e non si ricordano più del vergognoso scialo. L’occasione l’offrì l’irrinunciabile convegno organizzato dall’Abi per la presentazione del volume Le banche e l’Italia; a lanciare l’allarme fu Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, guidata allora per caso dal noto Corrado Passera. Si parlava della crisi e delle banche da finanziare e Bazoli fu chiaro: La prospettiva che si presenterà è quella di un intervento dello Stato o direttamente o tramite fondi sovrani” – ma il ritorno a un sistema bancario pubblico dichiarò senza mezzi termini “ci riporterebbe indietro di trent’anni”. Nessuno, meno che mai Napolitano, obiettò che in soli due anni le banche ci avevano riportati al Medio Evo. Nello sfascio del Paese, anzi, tra operai licenziati, vecchi pensionati ridotti a rubar per fame, ospedali che chiudono i presidi di Pronto Soccorso, scuole, università e ricerca dissestate, Giorgio Napolitano ascoltò con attenzione le preoccupazioni del sistema bancario e si premurò di chiedere il testo degli interventi. I sistemi bancari, si sa, contano molto più di pensionati e lavoratori e altro di meglio da fare il Presidente della Repubblica non ha, se non frequentare banche e banchieri. Non vorreste, per caso, che un Capo dello Stato si presenti a un convegno di cassintegrati a rischio licenziamento? Le preoccupazioni delle banche sono, per dettato costituzionale, in cima ai pensieri del Presidente e per favore piantiamola con la repubblica fondata sul lavoro.

Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, e la preoccupazione di Bazoli è del tutto svanita. In verità, lo Stato è intervenuto, come aveva previsto l’Abi, ma i ruoli si sono capovolti. Napolitano, sensibile al grido di dolore di Passera e soci, ha gestito il problema con tale cura e passione che alla fine sono state le banche a privatizzare la repubblica. Non è un caso se, eletto da Napolitano, il governo sia ora quello delle banche e uno dei suoi pilastri sia diventato Passera, l’uomo di Intesa Sanpaolo. Sventato il pericolo e nominato ministro dello Sviluppo Economico, Passera s’è messo all’opera e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per dirla con le formule magiche che da vent’anni annunciano malanni da curare e cure miracolose che puntualmente spediscono il paziente in sala rianimazione, “il Paese non crescerà”. L’ha  annunciato con indifferenza squisitamente tecnica proprio lui, il ministro di uno sviluppo che non verrà. Appena nato e già disoccupato”, l’uomo di Banca Intesa, che ha un futuro assicurato da pensionato miliardario, è stato categorico: non è colpa del Governo, ha dichiarato a nome della setta neoliberista. Subito dopo, “di concerto” con un ministro dell’ambiente che ignora la catastrofe ambientale, con la piangente Fornero e con quel Giarda, che si occupa dei rapporti con un inesistente Parlamento, Passera ha firmato con Monti un provvedimento che individua e punisce i colpevoli. Convertito in legge con Atto della Camera n. 4829, il provvedimento reca “disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” e così recita testualmente: “ferma restando la tutela derivante dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, l’articolo 6 prevede l’abrogazione degli istituti dell’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata. La norma non si applica al personale del comparto sicurezza-difesa e soccorso pubblico né ai procedimenti attualmente in corso“.
Una disposizione che non merita commenti: Monti, Passera e soci hanno cancellato la causa di servizio. Non c’è più equo indennizzo, non si pagano spese di degenza, non esiste più la pensione privilegiata per quei lavoratori che si fanno male lavorando. Proprio come vuole la Costituzione. E non ci sono dubbi: Giorgio Napolitano firmerà anche questa infamia.

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Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

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Non sa bene di che parli – non è colpa sua e con un po’ d’impegno qualcosa imparerà – tuttavia ne parla. Si limita alle formule della propaganda, ma parla e ogni volta fai fatica a capirlo. L’ultima esternazione la riferisce l’Adnkronos e lascia di stucco: non ci sono soldi per dotare le scuole italiane delle necessarie tecnologie, ha scoperto il neoministro rettore, poi, sibillino ha subito chiosato: “questo non accade solo in Italia“. “Occorrerà chiederle a Sarkozy e alla Merkell, come fa la Grecia“? si son chiesti interdetti i giornalisti, mentre prendevano appunti, pensando alle difficoltà del momento e ai rapporti tesi tra i Paesi europei, ma Profumo non ha consentito riflessioni approfondite e ha continuato deciso, come impone il pugno di ferro nel guanto di velluto o, se preferite, lo stile di questa compagnia di guitti che c’è chi si ostina a chiamare governo. Prima o poi occorrerà ringraziare Berlusconi, Bersani e Casini che fanno il gioco delle tre carte: ieri facevano a gara per distinguersi tra loro in centro, sinistra e destra, oggi cantano a coro le lodi e i peccati “veniali” di un aborto politico che si chiama “salva Italia” e massacra gli italiani. Quelli, s’intende, che da sempre lavorano e pagano. Agli altri garantisce un salvacondotto che grida vendetta: evasori, guerrafondai, speculatori, mercanti d’armi, nullafacenti e mariuoli noti e ignoti, che hanno fatto la storia del debito nel nostro sventurato Paese, sono tutti al sicuro.
Partito a ruota libera, Profumo, ha voluto aggiungere la sua seconda strabiliante scoperta: a scuola “ci sono però ancora sacche di inefficienza da rivedere“. A scuola, naturalmente, perché il mondo da cui proviene – l’accademia – è un modello d’efficienza, efficiente è la classe politica nella quale s’è andato a rifugiare ed efficientissimo il governo di cui fa parte. Un governo che, dopo aver confermato gli ineccepibili tagli di Gelmini e Tremonti, spara a raffica innovative imposte indirette.
Sempre più tecnico e scientifico, ma sempre più fatalmente politico, Profumo ha esposto ieri la sua idea di uscita dalla crisi. Voi pensate che la via maestra per recuperare fondi da utilizzare per il miglioramento tecnologico di quel moribondo che si chiama scuola siano gli investimenti sottratti all’aeronautica militare, pronta a sperperare trenta miliardi in cacciabombardieri per far guerre ripudiate dalla Costituzione? Se lo pesante, sbagliate. Per aiutare la scuola italiana, ha sostenuto serafico il ministro, occorre “reingegnerizzare le risorse per evitare le inefficienze”. Che dice, che vuol dire? E’ presto detto: Occorre “valorizzare i docenti” e per farlo, si sa, bisogna valutarli. Profumo non sa non sa che Gelmini ne ha fatto un cavallo di battaglia e si lancia nell’apologia della sua nuovissima politica: la “valutazione, centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto sanzionatorio nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e standardizzate, che consentano confronti tra i risultati”.
Forte di questa batteria di luminose amenità, l’uomo di Monti, ha tirato fuori l’inglese. Quando può, lo fa con piacere. Gli studi glielo consentono, king George glielo consiglia e Monti, si sa, pretende il massimo di internazionalismo: quello borghese. Sia stile o sia ceto, la classe è classe e può colpire profondamente la sprovveduta fantasia dei docenti, depressa dal provincialismo della Gelmini. La ricetta anglosassone, insomma, non poteva mancare e il ministro non ha perso tempo: “attraverso la valutazione” ha sostenuto infatti solennemente “le scuole potranno esprimere pienamente la propria autonomia responsabile tramite la trasparenza del proprio operato, in linea con le migliori esperienze internazionali. Questo processo va inserito in un contesto più ampio, che contempli l’intero orizzonte della ‘smart city’, cioè di una città in cui i servizi ai cittadini siano accessibili, trasparenti, condivisi“. Sarà che non tutti sono all’altezza dell’inglese di Profumo, sarà che stiamo andando alla malora, a qualcuno è sembrato di cogliere nelle parole del ministro un novità davvero decisiva. Il caso Magri ha fatto scuola e il Paese si modernizza. Tra i servizi accessibili e condivisi, ai numerosissimi docenti ormai disperati sarà garantito quello “fine vita“. Così hanno letto, alcuni, le promesse del ministro: gli insegnanti si potranno suicidare tranquillamente. Il Miur darà gli indirizzi necessari e avranno persino facoltà di scelta. Il viaggio all’estero, però, sarà a carico degli aspiranti suicidi. Il governo Monti, si sa, assicura tutti i diritti. Il fatto è che, come le risorse, anche i diritti sono tutti all’estero. E’ consentito accedervi, certo, siamo in democrazia, ma occorrerà pagarsi il viaggio. Anche per il suicidio, sarà lotta di classe.

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