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Uno scemo ridotto in pezzi in un Paese

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sabrinaL’Italia neofascista,
l’italia razzista
l’Italia senza vergogna
l’Italia del Patto del Nazareno
l’Italia di Berlusconi e della Meloni
l’Italia di Renzi, Verdini, Alfano e Salvini
l’Italia di Boschi, di Guidi e degli affari loschi
l’Italia della Banca Etruria e di Bankitalia
l’Italia delle amebe “fedeli alla ditta”
l’Italia di Giorgio Napolitano
l’Italia che non va a votare
perché spera di poterti imbrogliare…
L’Italia

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comunicazione-curatore-fallimentare-registro-imprese2«E’ finito il tempo che le manifestazioni facevano cambiare idea ai governi», ha affermato ieri Renzi a uno dei TG padronali, parlando della CGIL.
Inutile fare storie e provare a negarlo. Per una volta bisognerà riconoscere che il pupo fiorentino dice purtroppo una mezza verità. L’altra metà, quella che Renzi si guarda bene dal raccontare o forse non conosce, è che prima è finito il tempo dei governi che avevano idee, poi è finito il tempo dei governi.
Nessuna manifestazione può far cambiare idea a qualcosa che non esiste più. L’Italia, infatti, da tempo non ha più un governo, ma uno scadente gruppo di curatori fallimentari.

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Questa è Lisbona. All’italico “bestiame votante” la nutrita schiera di conduttori, mezzibusti, pennivendoli e velinari, non ne parla e non la fa vedere. Noi la sera ci addormentiamo cullati dalla solita ninna nanna: l’Italia è un’altra cosa: il secondo paese manifatturiero, un forte risparmio delle famiglie, una grande ricchezza privata e dulcis in fundo, versione nobile di “sole, pizza e spaghetti”, l’immancabile “fantasia innovativa” che, manco a dirlo, il mondo intero ci invidia…
Chiacchiere per deficienti. Qui di “grande” abbiamo la disoccupazione, la corruzione, la malavita, la compravendita di voti e l’ignoranza della popolazione. Cosa pensate che accadrebbe se a partire da domani Roma assumesse questo aspetto? Posso azzardare una risposta? La ministra Cancellieri sentirebbe l’impellente bisogno di procurasi una seria scorta di superpampers… Monti? Beh, sparirebbe, come un incubo alle prime luci dell’alba, quando il sole mette in fuga i vampiri, le civette ammutoliscono e i rapaci notturni tornano alle tane buie dalla quali li ha cacciati la fame.
Questa è Lisbona…

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Un Paese normale lo dimetterebbe.

Un Paese normale si troverebbe di fronte all’aut-aut del Presidente della Repubblica: o se ne va lui o me ne vado io.

Un Paese normale avrebbe maggioranza e opposizione in rivolta.

Un Paese normale avrebbe processato il ministro dell’Interno dopo il luglio 2001.

Un Paese normale assedierebbe il Parlamento.

Un Paese normale urlerebbe così forte, da farsi sentire persino dal padreterno:

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Un Paese normale?

Ma l’Italia non è un Paese normale…

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In Italia il “dramma formazione” ha radici profonde e non a caso abbiamo un doppio record negativo: meno laureati rispetto alla media europea e un tasso di disoccupazione dei laureati che è più alto di quello degli altri paesi dell’Unione Europea. Non bastasse, chiunque provi a indagare si accorge che le quote più alte di lavoro precario si ritrovano, guarda caso, proprio tra i lavoratori laureati. Il paradosso è solo apparente e l’origine del problema non è la formazione, ma il capitalismo da rapina che fa da base al nostro sistema produttivo. I nostri “valorosi imprenditori” non guardano avanti, non è loro costume. Lo sguardo, se mai qualche volta si leva dal portamonete, è quello di chi si limita al piccolo cabotaggio, è abile tra le secche e gli scogli, ma non ha il coraggio di affrontare il mare aperto. E’ fatale, perciò: la richiesta di manodopera è rivolta per lo più a profili professionali con basse qualifiche e il laureato non ha mercato. Si cerca l’operaio generico, quello che puoi ammazzare di fatica a basso costo e pazienza per l’incidente. Quando capita, del resto, c’è la foglia di fico d’un contratto più o meno regolare di sei euro all’ora per una giornata di lavoro che, di fatto, non ha limiti né mansionario e si applica a lavoratori perennemente ricattati dal binomio licenziamento-disoccupazione. Metter mano al mercato del lavoro, vuol dire anche, Ichino lo sa ma fa finta d’ignorarlo, interrogarsi su un sistema formativo ridotto ormai a vivere di contraddizioni profonde tra aspirazioni progressiste e spinte classiste, mortificato dalla precarietà e dalla sottoretribuzione dei docenti, lasciato da solo a far fronte allo sfascio della famiglia, a insanabili contrasti tra un’idea di scuola che formi intelligenze critiche e le fortissime tendenza aziendalistiche volte alla produzione di disciplinati “soldatini del capitale“. E’ perciò che da anni si batte in breccia sul ruolo e sulla funzione docente. Lo sapeva bene la scuola della Resistenza, che pochi mesi prima del 25 aprile, in un foglio stampato alla macchia, accusava il regime: “il fascismo teme il popolo, vuole il gregge, la massa, la folla da sfruttare e l’insegnante è asservito e domato con la miseria, ridotto a una vita grama e stentata che lo mortifica“.
Vista così, da quest’angolo visuale, non è un caso che, mentre si tassa, si taglia e si privatizza persino l’aria che respiriamo, gli Ufo che hanno conquistato il potere e governano una repubblica ormai privatizzata, annuncino con tecnica solennità, nuovi “concorsi nella scuola” e facciano previsioni: trecentomila posti!
Sogni e promesse, si sa, non costano niente, e la domanda viene spontanea: perché non tornare all’ormai celebre milione? Giacché si trova, il signor ministro, sia largo di maniche: ne guadagnerà il consenso e il bilancio non ne risentirà. “Costo zero”, come ripete ad ogni pie’ sospinto l’arido linguaggio dei ragionieri che fanno ormai filosofia della storia. Trecentomila! Come saranno assunti? Col contratto di un’ora, di un giorno, di un mese, di un anno? A tempo determinato o indeterminato? Con l’articolo 18 ancora vigente, o per licenziarli il giorno dopo l’assunzione, se non si mettono in riga, come progetta Fornero che, dopo il massacro delle pensioni, segue a ruota Marchionne e si accinge a demolire il contratto collettivo nazionale, privatizzando il welfare? Che fa il ministro? “Aziendalizza” la scuola al meglio, precarizzando anche i docenti “privilegiati” che godono ancora delle “ingiuste” tutele dello Statuto dei Lavoratori e creando così una giungla in cui la tutela al licenziamento cambia da scuola a scuola? Come li pagherà, gli insegnanti, coi soldi del salario scippato a quei mangiapane a tradimento dai metalmeccanici? Dove li metterà? Tra le macerie sopravvissute alla sua amica Gelmini? E in classe, quanti alunni avranno: cinquanta, cento, centocinquanta? Saranno italiani, stranieri, clandestini? Avranno il “tetto d’immigrati“? Che scuola ha in mente il prof. Profumo, e quali uscite nella società? Rimarremo per caso al disastro procurato dal precedente ministro, grazie ai “disinteressati” consigli della conferenza dei rettori e ai misteri gloriosi di Giavazzi e Abravanel? Cosa gli hanno “suggerito” i suoi colleghi “baroni“, protagonisti dello sfascio dell’Università? E il Vaticano, la Confidustria, Marchionne, la Fondazione Agnelli?
Trecentomila posti e nessun cenno ai precari. Il ministro nicchia sulle graduatorie a esaurimento che “vivono” ancora, tace sulle classi a 27 ore che affondano la scuola primaria e non fa cenno ai precari. Sono trascorsi solo pochi giorni da quando il “presidente” Monti ha “imparato” che in Italia c’è una marea di persone costretta a vivere con una pensione di 500 euro. Viveva evidentemente su Marte, il celebrato Monti. Ecco ora il turno di un altro marziano. Qualcuno, in Parlamento, per favore, se c’è chi viva qui da noi e abbia contatti col genere umano, spieghi a Profumo che esistono i precari in una scuola che di tutto davvero ha bisogno, meno che di vendere fumo e illusioni.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 dicembre 2011

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