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Posts Tagged ‘Irredentismo’

download1Non so perché, ma è così: ciò che accade all’estero sembra lontano mille miglia da noi e dal nostro mondo, fa notizia, ma non induce a riflettere su di noi e non suscita allarme. Uno dei principali obiettivi della nostra “libera stampa” è quello di indurre il lettore a credere che qui da noi certe cose non accadono e non possono accadere. Ha fato scalpore, per fare un esempio, la notizia di un docente turco trascinato in Tribunale perché, durante un esame, ha posto una domanda sul leader curdo del PKK Öcalan.
Accade così che nessuno si accorga di fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi. Un esempio? Per il 10 febbraio “Resistenza Storica” e la Sinistra goriziana antifascista organizzano un convegno presso il Palazzo Attems. Tra gli altri ci sarebbero stati gli interventi di Alessandra Kersevan sul ruolo della Decima Mas al confine orientale e di Claudia Cernigoi sul fenomeno delle foibe e gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945. Non se n’è fatto nulla perché il presidente della provincia, Gherghetta, (sedicente Partito Democratico) ha cancellato l’autorizzazione all’uso della sala per “inopportunità politica”. Nessuno sa che c’entri la Storia con i politici e le loro opportunità e – ciò che è peggio – nessuno chiede le dimissioni di Gherghetta e soci, che, con evidente abuso di potere, decidono quali storici possono parlare e quali devono tacere, sicché gli antifascisti sono messi a tacere, mentre, contro lo spirito e la lettera della Costituzione, i labari della Decima Mas e della Repubblica di Salò entrano come ospiti di riguardo nella sala del Consiglio comunale.
In questa sorta di galera senza sbarre che è ormai l’Italia, anni fa un manipolo di storici è finito in una vera e propria lista di proscrizione, comparsa sul “Corriere della Sera”. Il giornale li accusava di “negazionismo” per avere pubblicato una ricerca scientifica rigorosamente documentata sulla cultura della violenza che formò le giovani generazioni nell’Italia fascista e si giunse a mettere all’indice gli studiosi perché ponevano in discussione la verità di Stato sulla vicenda delle foibe. Il nodo ora viene al pettine. Nel silenzio complice della stampa, mentre nelle scuole i militari sono ormai di casa e si prepara una guerra, al Senato è passata una legge che crea un reato nuovo e lo punisce con la galera: il “negazionismo”. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaro un obiettivo: mettere a tacere gli studiosi che ancora si azzardano a confutare la versione dei fatti fascista, che ormai si insegna nei manuali di storia e il 10 febbraio si celebra come verità di fede in un Paese istupidito dalla propaganda e dalle chiacchiere televisive.
Presto la legge sarà approvata anche alla Camera e poiché non consente di negare il negazionismo, perché si dà per scontato che esista una verità storica decisa dalla politica e dai giudici, peraltro incompetenti, sarà necessario scegliere tra silenzio e carcere.

Il saggio che segue è scritto in modo semplice e ha uno scopo divulgativo. Lo consiglio a chi vuole sentire una campana che non sia quella di Vespa e del senatore Gasparri. Il lettore scoprirà un mondo cancellato dai libri di testo delle nostre scuole e negato dai fascisti che hanno voluto la festa del 10 febbraio. Il saggio fa parte di un agile volume intitolato Fascismo e Foibe, di cui sono stato il curatore. Il libro, che pubblica gli atti di un convegno tenuto a Napoli nel 2007, ospita un lavoro di Alessandra Kersevan, uno scritto di Alexander Höbel e una presentazione di Spartaco Capogreco. Per il Parlamento dei “nominati”, degni eredi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e per il “Corriere della Sera” che oggi fa da cassa risonanza del neofascismo, come ieri lo fu del fascismo storico, il libro è un esempio di quel “negazionismo”, contro il quale il Senato ha approvato una legge che difende con la galera una stupida verità di Stato.
Io non riconosco la legittimità di questo Parlamento, che occupa abusivamente le Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e ritengo incostituzionale ogni legge che colpisce la libertà di ricerca e di espressione delle opinioni; pubblico perciò qui per ora il saggio incriminato e prendo un impegno: qualora la Camera dei nominati dovesse approvare  la legge sul “negazionismo”, pubblicherò una nuova edizione del saggio incriminato. Lo farò anche a mie spese, se necessario e se, com’è probabile, stavolta non troverò un editore. Manderò poi una copia del libro ai relatori della legge e li sfiderò a  trascinarmi in tribunale prima e poi in carcere. Dovranno farlo, li costringerà la loro legge e si capirà finalmente quale nuova tragedia sta vivendo l’Italia.

Dall’irrendentismo al fascismo (in Fascismo e foibe)

Questo breve saggio trae origine da una ricerca tutto sommato occasionale, ma intensa, appassionante e, ciò che più conta, ancora ricca di interessanti prospettive. Al centro della sua attenzione sembra collocarsi soprattutto il percorso di un’associazione nata per dar risposte a questioni culturali e politiche di ispirazione tardo risorgimentale, ma scivolata rapidamente – e direi fatalmente – sul terreno melmoso del nazionalismo razzista e dell’imperialismo esasperato e straccione di Mussolini. In realtà, l’interesse è più ampio e, a ben vedere, ciò che emerge dal lavoro sinora svolto non è solo il ruolo che l’irredentismo ebbe nella politica culturale e, per molti aspetti, interna ed estera del regime fino all’aggressione dell’Etiopia, ma anche, e soprattutto, il contesto in cui si collocano, e per tal uni versi si spiegano, le politiche della razza e i crimini di guerra di un paese in cui la stragrande maggioranza della borghesia benpensante, che è in buona parte classe dirigente, non ama fare i conti con la propria storia: moderata e, quando serve, papalina, nata per vocazione «brava gente», oggi lascia processare la Resistenza, come ieri consentì che si processassero gli antifascisti, e – senza indignarsi – sprofondò nel fango delle leggi razziali.

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Dall’irrendentismo al fascismo in Fascismo e foibe…

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Appare sempre più chiaro. L’uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d’una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell’odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione – la mia generazione lo ricorda bene – può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un’associazione, nata dalla “Dante Alighieri” e intimamente legata alla “Associazione Nazionale Volontari di guerra”: la “Pro Dalmazia”, costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della “Belle époque” e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l’anima la “nota” Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l’ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l’iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell’etica e nell’ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com’è naturale, essa rivendica l’italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome – ha tra i soci Armando Diaz, un principe d’Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume – e per un po’ vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del “fatidico 24 maggio”, di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i “voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume“. Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i “sovrani ringraziamenti per l’opera svolta“.
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l’esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del “confine orientale”, le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di “Venezia Giulia”. Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle “foibe”.
Come in buona parte d’Italia, la “Pro Dalmazia” ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell’associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi “antemarcia”: Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell’universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all’opera, mentre “suggellano l’amore di Napoli per Fiume”, tumulando in città, nel recinto degli “uomini illustri” i resti mortali d’una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare – è la “Dante Alighieri” che diffonde in Italia il volantino – il “commosso saluto di Caleo da Spoleto, un “goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: “Memento Dalmatiae” e, intonando un suo inno rabbioso – Quando saremo a Spalato – scrive con un odio che impressiona: “Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia“. L’originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della “Pro Dalmazia” è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l’associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla “difesa dell’italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell’antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto – e in qualche modo annunzia – la vergogna delle leggi razziali.
E’ un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l’anniversario della “Marcia di Ronchi”, nel 1926, si recitano i “Canti di Guerra” di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue “Visioni Dalmate”, la “latinità del sangue” e una Dalmazia che le “le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche […] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche“. Una “separazione” che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della “Stefani”, che scrive gelida e professionale: “questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan“; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la “Pro Dalmazia” è assorbita nel “Comitato d’azione Dalmatica”, sorto “allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l’azione per la difesa dell’italianità e dei diritti d’Italia nella Dalmazia“. Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di “Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920” e nelle città italiane compaiono “striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte“, la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, “Volontà d’Italia”, di ispirazione imperialista e assorbe nella “Pro Dalmazia” i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E’ così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l’eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell’italianità. Tramite dell’operazione, che rimane ovviamente marginale, è l’avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l’adesione all’opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l’eugenica. E’ su questo tema che egli offre al “Comitato d’Azione per la Dalmazia” il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del “complesso problema demografico, come […] posto da Benito Mussolini“. Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del “razzismo esterno”, nei confronti delle altre etnie – il “pericolo giallo” – e quello di un “razzismo interno”, inteso come “selezione della razza” e volto a impedire che la riproduzione umana tenda “sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie“. Contro i pericoli che vengono dall’esterno, contro “il rapido aumento della razza slava” e “la predominanza quantitativa dei popoli di colore“, egli ricorda che tra gli scienziati c’è chi si è spinto “al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell’Asia e nell’Africa“. Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della “quantità e qualità” della razza. Nessuno, infatti, “potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la “degenerazione umana” e, “tra le diverse provvidenze“, due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: “educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali […] malati e tarati” e “ vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l’amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all’ineluttabile veto di questa legge. […]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana“.
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E’ in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, “assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia“, si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell’odio contro quella che – cito testualmente da documenti reperiti in archivio – è “la canaglia jugoslava“. Non altrimenti si spiegano, se non con l’odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all’Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: “Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l’onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d’Italia, […] di versare fino all’ultima stilla di sangue“.
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all’avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia “Pro Dalmazia” e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la “Stefani” nell’ottobre del 1933, nei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”. Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l’attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d’Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell’associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia […] saluta vibrante di entusiasmo […] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio“. Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”, può salutarlo come il “rinnovatore della stirpe“. A scuola – si teorizza – “una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d’Albania, ad “una conferenza sul tema dell’Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l’universalità di Roma” si intrattiene “sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell’Italia“. Quando il Berselli accenna “allo stato di barbarie dell’Etiopia” e agli orrori della mortalità specie infantile“, gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E’ l’inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 aprile 2007.

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