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Posts Tagged ‘Feltrinelli’

download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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“Qui rido io” scrisse all’ingresso della sua villa, chiamata “Na santarella”, il celebre commediografo Eduardo Scarpetta. 260px-La_Santarella100_1811[1]Senza tentare paragoni irriverenti, questo blog è la mia villa napoletana e anch’io avviso idealmente chi legge: “Qui scrivo io”. Quella che segue, perciò, è una vera eccezione alla regola. Per una volta mi affido alle parole di un grande storico del Novecento, Gaetano Arfè, di cui ho avuto la sorte di essere amico. E’ un gesto di umiltà, ma anche la calcolata rinuncia a tentare una battaglia estenuante. Non spero più di poter discutere della tragedia delle foibe con qualche risultato. Non me la prendo con gli interlocutori. Sono i miei insuperabili limiti a decidere per me. Qui scrivo io, ma stavolta, a conclusione di una corrispondenza inizialmente tempestosa, lascio la parola a uno degli intellettuali più acuti del Novecento italiano. Uomo di grande onestà intellettuale. Di mio solo una premessa, in modo che chi avrà la pazienza di leggere, capirà di che si tratta. Al sig. Ernesto della Sernia, che ha avuto la bontà di commentare per ben due volte un mio intervento in difesa di Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, mie amiche e valenti studiose, dirò solo due parole, che non pretendo condivida e non aprono discussioni: dopo la fine della guerra, la sinistra ebbe un suo breve ruolo, poi fu battuta dalla Dc che governò per lunghi decenni. La sua “potenza mediatica e culturale” nel dopoguerra fu a lungo perciò pari a zero. Dopo vent’anni e più di dittatura, gli storici di sinistra furono costretti a ripartire da dove si erano fermati i loro maestri con l’avvento del fascismo. La scuola e le università rimasero a lungo feudo di un mondo che non si era dissolto con la caduto del regime. La mia generazione ha studiato la storia sui libri fascisti – a stento riveduti e corretti – e bisognò attendere i manuali di Spini e Saitta e gli anni Sessanta per sapere cos’era stato il fascismo non solo nei Balcani, ma anche nelle colonie d’Africa. In quanto alla Germania, nonostante Norimberga, si è trovata a fare i conti con storici come Nolte che, a partire dal suo celebre “I tre volti del fascismo” fino al volumetto intitolato “Gli anni della Violenza”, non solo definì il fascismo essenzialmente antimarxismo, ma lo descrisse come un’esperienza europea. Egli aprì così la strada a una lettura del nazismo che ne faceva il figlio naturale di una sorta di baluardo contro il bolscevismo o, per dir meglio, contro la barbarie bolscevica. In pratica, egli trovò una giustifica al nazismo e affermò che il nazionalsocialismo aveva certamente ecceduto, ma era stato soprattutto una replica alla minaccia bolscevica.
Gli storici di sinistra, quelli veri, Kersevan e Cernigoi tra loro, hanno provato in tutti i modi a raccontare i crimini del nostro Paese. Non sono riusciti però a farli entrare nella memoria collettiva. E’ vero, noi manchiamo di una storia seria della repubblica; ma questo non è accaduto perché non l’abbiamo voluta scrivere. E’ che le carte necessarie sono secretate. Da Portella della Ginestra, a Piazza Fontana, dall’Italicus a Brescia, a Bologna e all’aereo abbattuto a Ustica, noi siamo urtati e urtiamo nel segreto di Stato, nell’omertà dei militari e dei servizi segreti. Provi l’ottimo sig. Ernesto ad entrare negli archivi militari e scoprirà che uomini come Roatta, appesi alle pareti e incorniciati con tutti gli onori possibili, ancora oggi sfidano gli storici. E si ricordi: l’italianizzazione dei Balcani contò molto sulla diffusa complicità del nazionalismo e dei nazionalisti italiani. Non spero di averlo convinto e dubito che ci riesca Arfè. Una cosa mi conforta: essendosene andato da qualche anno, il mio amico Gaetano non potrà continuare la discussione. E non lo farò io. Questo blog è la mia villa napoletana, la mia ideale “santarella”. Qui scrivo io.

Foibe, un silenzio con tanti padri

Le foibe sono episodio tragico di una lunga storia che comincia da lontano, dalla fine della “grande guerra” quando sul problema dei rapporti con la Jugoslavia, “fungo velenoso nato nei boschi di Versailles”, si spaccò in Italia il fronte dell’interventismo. Leonida Bissolati, nel suo ultimo discorso, alla Scala di Milano, fu accolto dai fischi e dagli insulti dei nazional-fascisti e bollato come “croato onorario” e Gaetano Salvemini si vide il nome storpiato in quello di Slavemini. Lo squadrismo aggredì col ferro e col fuoco uomini, sedi e istituti degli slavi di Trieste. Il governo fascista seguì, nei loro confronti – come dei tedeschi dell’Alto Adige – una odiosa e stolida politica di persecuzione sistematica e di programmatica snazionalizzazione, che non si fermò neanche di fronte alle lapidi dei cimiteri e mutuò poi dai nazisti i metodi per assoggettare i popoli della Jugoslavia, la cui tradizione è satura di lotte secolari, sanguinose e crudeli, della cui recrudescenza siamo stati in date assai recenti testimoni. La documentazione è vasta, varia e inoppugnabile e mi limito a ricordare tra gli apporti più lontani le pagine dello stesso Salvemini, che per il comunismo, italiano e slavo che fosse, non ebbe mai indulgenze, tra quelli più recenti e facilmente accessibili lo scritto di Giacomo Scotti apparso nel Manifesto.
Tutto questo non giustifica ma spiega l’orrore dell’eccidio delle foibe. Una spiegazione, invece, va cercata per la petulanza, la meschinità, la strumentalità volgare che inquinano la campagna in atto, legittima e anche doverosa verso le vittime, per portare alla consapevolezza di tutti il crimine allora commesso, ma che, detto in parole semplici, mira a un obiettivo politico rozzamente perseguito: una chiamata di correità postuma per D’Alema e Fassino, una ennesima accusa alla cultura di sinistra di avere imposto sull’evento la congiura del silenzio.
Lascio agli interessati il compito di smentire solennemente che nella parte “secretata” del loro programma di governo ci siano la restaurazione del Tribunale Speciale, ben noto al vicepresidente del Consiglio, e il ripristino della pena di morte. Mi limito a dare una pacata risposta a Ernesto Galli della Loggia, il quale, in stridente contrasto con Claudio Magris e in suggestivo connubio con Giuliano Ferrara, che non ha mai utilizzato quella preziosa fonte sulla storia del comunismo italiano che è la sua tradizione familiare, ha ribadito ancora una volta l’accusa di colpevole reticenza agli intellettuali di sinistra che controllavano l’editoria, che erano annidati nella stampa, che – non lo ha detto, ma si può presumere – avevano un loro Min. CuI. Pop – il ministero fascista della cultura popolare – donde si diramavano direttive circa i temi di cui era lecito parlare. La giovane età non consente a Galli della Loggia di avere un nitido ricordo di quegli anni ed è presumibile che gli manchi il tempo e forse anche l’addestramento per cimentarsi nella ricerca. Egli non sa che delle case editrici da lui chiamate in causa Laterza era sotto l’ala di Croce, ancora vivo, e che, notoriamente, non aveva simpatie comuniste, la Feltrinelli non era ancora nata e solo Einaudi era legato al partito comunista; non sa che sulla grande stampa, che allora si chiamava borghese o padronale, le firme di collaboratori comunisti o anche socialisti erano più rare delle mosche bianche; non sa che per i giovani con una tessera rossa in tasca era impresa assai ardua vincere un concorso per entrare in una scuola, in un archivio o in una biblioteca. Le ragioni dei silenzi, e non solo sulle foibe, sono più complesse e intricate di quanto egli creda.
Una, della quale la responsabilità ricade sulle sfere dirigenti anche del nostro paese, è che la rottura verticale di Tito con Stalin e la posizione assunta dalla Jugoslavia in campo internazionale indusse tutto il campo atlantico alla benevola indulgenza nei confronti del suo regime e anche il trattamento piuttosto rude riservato agli stalinisti del suo paese fu accettato col silenzio.
Per quanto riguarda la sinistra va detto che le coscienze, e non solo quelle degli intellettuali, frastornate e sconvolte dalla enormità della catastrofe che si era abbattuta sui popoli, letteralmente stentavano a prendere lucida coscienza di quanto era avvenuto, a valutarne le manifestazioni, a giudicarne gli effetti, a stabilire graduatorie degli orrori. A segnare e a qualificare la guerra era stato il ricorso deliberato, programmato e indiscriminato al terrore che colpiva i combattenti, ma anche, e in molti casi con maggiore ferocia, le popolazioni civili, e gli episodi erano tanti che anche la capacità di sdegnarsi ne risultava allentata: le bombe sulle città inglesi, su Coventry che ispirò in Italia il brillante .neologismo “coventrizzare”; le “città fucilate”, da Oradour a Lidice, da Marzabotto a Kragujevak; i campi di sterminio. E c’erano anche le rappresaglie anglo-americane sulla Germania – Dresda rasa al suolo -; le fosse di Katin scavate e riempite di morti polacchi dai soldati dell’Armata rossa; l’atomica su Yroshima e la replica su Nagasaky. Neanche le persecuzioni antiebraiche e i campi di sterminio avevano un particolare rilievo in questo quadro: in un volantino antimonarchico largamente diffuso erano elencate tutte la grandi malefatte di casa Savoia a partire dal 1848, ma tra quelle di Vittorio Emanuele III non era denunciato l’atto più abietto, la legittimazione delle leggi razziali.
Gli intellettuali, in questo caso i giovani che si avviavano agli studi storici, non avevano, non potevano e non dovevano avere come primario interesse quello di ricostruire episodi di barbarie, quale ne fosse il colore, ma di dare della storia dell’Italia unita un’interpretazione che non fosse quella tramandataci dalla storiografia fascista o fascistizzata. I nostri maestri non furono gli storici d’accademia, furono Croce, Salvemini, Gramsci. Ci impegnammo a scoprire la storia di un’Italia sconosciuta, l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo, partendo da un problema storico appassionato: le ragioni della catastrofe nella quale eravamo stati precipitati. Eravamo ispirati da idealità apertamente professate, ma il nostro lavoro non fu, nella maggior parte dei casi, viziato da ideologismo. Facemmo della storia etico-politica, cercammo, cioè, di fare emergere l’importanza nel processo storico delle idee, dei valori, delle passioni che animavano le donne e gli uomini che ne erano protagonisti.
Il revisionismo storiografico dei tempi nostri è partito dalla legittima esigenza di allargare, articolare, approfondire il giudizio storico sul fascismo, ma nel suo procedere, e in coincidenza con l’avvento di Berlusconi, ha abbassato sempre più la storia a cronaca e ne ha degradato l’interpretazione a volgare propaganda politica.
L’ “operazione foibe” è, sotto questo aspetto, esemplare. L’episodio non era sconosciuto, ma non aveva avuto finora posto di rilievo nel macabro elenco delle stragi che hanno segnato la seconda guerra mondiale e poteva essere atto doveroso ricordarlo e metterlo in piena luce. Ma è imprudenza politica fame un atto di accusa contro sloveni e croati che sarebbero legittimati a presentare i conti, ben più pesanti, delle vessazioni e degli eccidi subìti; è vilipendio della storia estrapolare quel fatto dal suo contesto che è caratterizzato, fin dal suo primo formarsi dalla violenza fascista ed è ignobile che esso venga riesumato al fine di dar credito alle farneticazioni di un anticomunismo quarantottesco che non si è accorto della scomparsa definitiva dell’URSS e dei suoi partiti e che grottescamente denuncia nei dirigenti “diessini”, in Diliberto, in Bertinotti, i biechi e consapevoli strumenti di una politica destinata a seminare terrore “e a provocare morte”.
Negli anni del fascismo Benedetto Croce ci insegnò che la storia è storia della libertà e a quel monito ho ispirato le regole che mi hanno guidato nella mia attività professionale e politica. In essa era fedelmente riflessa la mia coscienza di uomo partecipe alla vita del proprio tempo. A conclusione di una lunga e sofferta esperienza durata una intera vita, alla libertà io oggi indissolubilmente associo la pace. E di qui faccio partire l’invito agli studiosi della più giovane generazione a intraprendere una revisione della storia d’Europa – la storia è sempre stata oggetto di revisione perenne – che parta dall’angosciante problema di andare all’origine della crisi che ha travolto, nello scorso secolo, la civiltà liberale e che io identifico nella guerra. Anche se sopravvissuti allo stato di larve, i miti dei nazionalismi scatenati e contrapposti ancora influenzano il giudizio storico. In realtà, la “grande guerra” non ebbe da nessuna parte nobiltà d’intenti, non fu da nessuna parte guerra per la patria, fu scontro di imperialismi. Di fatto essa demolì i valori nati dall’incontro dialettico del cristianesimo col liberalismo e col socialismo, impresse alle tendenziali linee di sviluppo delle economie una svolta incorreggibile, seminò, essa sì, terrore e morte e li levò a ideologia, fomentò l’odio tra le classi e tra i popoli. Quella guerra partorì dalle proprie viscere il bolscevismo, il fascismo e il nazismo e la pace dei vincitori ebbe a suo fatale sbocco la seconda guerra mondiale, cui hanno fatto seguito la guerra fredda e l’instaurazione di un ordine del pianeta terra che porta in sé i germi delle catastrofi.
In questa visione anche l’episodio delle foibe non sarà più un macabro confronto contabile di crimini orrendi e tutti imperdonabili, ma apparirà come manifestazione di quella stessa bestialità umana contro la quale, mano nella mano, come nei vecchi manifesti socialisti, tutti i popoli sono chiamati a muoversi, se l’umanità vorrà avere un futuro.

Gaetano Arfè, Foibe. Un silenzio con tanti padri, in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005. pp.395-400.

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Quante volte Antonio, scettico e diffidente, li aveva sentiti così entusiasti i “nuovisti” convinti:
– Ah, guarda, voglio essere chiaro: l’acquisto online non è solo una comodità. E’ uno dei caratteri nuovi della modernità!
E quante volte aveva chiesto dove diavolo fosse scritto che tutto ciò ch’è nuovo è sempre buono. Una risposta non l’aveva mai avuta e non bastasse gli era piovuto addosso il coro spezzante dei “giovanilisti” scatenato a sostegno di questa sorta di neofuturismo del consumismo:
– Non te la prendere, Antonio, ma la verità e che tu non sei invecchiato, no. Tu sei nato vecchio, che è tutt’altra cosa! E’ una vita che fai il rivoluzionario, ma sei la prova provata che la tua sinistra è stata e sarà sempre la peggiore espressione della conservazione! Non sa guardare al futuro.
Tra i “neofuturisti”, poi, per rafforzare il concetto, non tutti si fermavano a quell’osservazione e c’era sempre qualcuno che, guardandolo con sconsolata desolazione, si abbandonava al turpiloquio come pare dettasse la regola del “nuovo”:
– Antò, credimi: ci hai veramente gonfiato le palle…
Quale sentimento lo avesse spinto a cambiare atteggiamento, non è facile dire e lo stesso Antonio aveva in proposito idee decisamente confuse. Forse il bisogno di non apparire l’eterno bastian contrario, oppure il dubbio che in fondo la sua orgogliosa diversità fosse solo anticonformismo radical chic. Come fare a capirlo? Forse ci aveva messo lo zampino anche una voglia inconfessata di cogliere una luce che lo riguardasse nei grandi occhi castani della signorina Maria, un’insegnate di musica che, nonostante gli anni, gli aveva risvegliato nel cuore inaridito un interesse inquietante e perturbativo di cui aveva ormai perso persino la memoria. Fosse quel che fosse, all’ombra di un platano, nel solleone di giugno che scottava benché s’annunciasse il tramonto, tra i commenti sconci dei giovanilisti quasi settantenni su cosce, culi e tette delle badanti slave, radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti, Antonio l’aveva annunciato un po’ farfugliando, un po’ guardando di sott’occhi Maria che a quell’ora, nel parco, non mancava mai:
– Ho ordinato un libro online alla Feltrinelli!
Se l’applauso fu scrosciante, il commento risultò feroce:
– Adesso bisogna solo aspettare la brutta notizia: “Inspiegabilmente, ha chiuso Feltrinelli!”.
Di tutto, però, ad Antonio rimasero dentro il velo d’ombra che attraversò gli occhi neri, profondi e ancora limpidi di Maria e il senso di dolorosa delusione che gliene derivò. Sulle labbra una domanda che non seppe fece mai:
– Ma come, pareva che fossi la prima a criticarmi e ora mi guardi come ti avessi tradita?
Non disse nulla, Antonio. Strinse gli occhi, come un miope che non riesce a leggere, si passò lievemente la mano sulla fronte, come a scacciarne un pensiero, poi si sentì osservato e guardò immediatamente altrove. Se qualcuno avesse colto anche solo uno sguardo in più rivolto a Maria, sarebbe stata certamente la fine. Non ci vuole nulla a passare da rivoluzionario conservatore a vecchio satiro in fregola e i “giovanilisti”, che si perdonavano a vicenda i desideri più osceni sulle slave, si sarebbero coalizzati nella più feroce condanna per la più depravata condotta mai vista in vecchio dell’età di Antonio.
Si era alla metà di un luglio che tutti d’accordo, vecchi, giovani e “giovanilisti” avevano definito il più rovente a memoria d’uomo, ma il libro non si vedeva nemmeno all’orizzonte umido e grigio latte della torrida estate. L’attesa di Antonio era ormai diventata spasmodica e, in quanto al ritardo, concordavano tutti: non era incomprensibile, era la conseguenza logica d’una forzatura:
– Hai voluto fare il furbo? Tu, vecchio statalista e nemico del consumismo, hai pensato di fregare un privato come Feltrinelli? Ben ti sta! Ora lo sai: il grande fratello ti guarda e il libro a te non te la darà mai.
Antonio cominciava a credere che avessero ragione, ma non sopportava lo sguardo di compatimento che gli rivolgeva Maria. In un modo o nell’altro, col libro o senza libro, sperava ardentemente che quella situazione trovasse una conclusione. Più del caldo, bruciava la distanza che la maestra di musica aveva messa tra loro. Con tutti era pronta a far sentire la sua voce armoniosa e calda, con lui solo taceva.
Con Feltrinelli protestò inquieto, e l’asettica, ma a suo modo tranquillizzante comunicazione del “servizio clienti”, che aveva persino un nome e si chiamava Cecilia, lo rasserenò:
” Gentile cliente, si è purtroppo trattato di un disservizio tecnico. Il fornitore non ha mai ricevuto informaticamente il nostro ordine. Il testo è stato riordinato e arriverà presso il nostro magazzino all’inizio della prossima settimana. Contiamo quindi di evadere il suo ordine entro pochi giorni e ci scusiamo per il disservizio”. Seguivano i saluti e la firma informatica della misteriosa Cecilia. Antonio lesse subito la missiva agli amici, sopportò i loro commenti sull’efficienza del privato, ma lo ferì l’occhiata di una Maria silenziosa, che gli sembrò sprezzante, sotto la crocchia di capelli ondulati ringiovaniti dalla tintura rosso tiziano. Si sarebbe offeso, se la fossetta sulle guance sopra le labbra carnose e sorridenti, non gli avessero provocato, va a capire perché, si domandò – pensieri terribilmente dolci.
Da uomo mite, non fece inutili polemiche con l’accattivante Cecilia del “servizio clienti” che almeno non lo disprezzava.
– Con te che polemica faccio? – pensò – e a che servirebbe? Tu non risponderesti e non hai il volto irritante di un impiegato statale.
Irritante, aveva pensato, ma poi s’era sentito in colpa. Irritante e magari “fannullone”, s’era detto correggendo il tiro, però costretto a stare dietro uno sportello a far da parafulmine alle proteste per i regali elargiti ai privati da tutte le aquile stakanoviste che vivono di politica e ci stanno affamando. Tenne per sé le osservazioni sul mitico “privato” che meglio non si può e sull’abolizione del servizio pubblico come panacea di tutti i mali e rispose conciliante: “Non importa, capita nelle migliori famiglie. Cordiali saluti e buon lavoro”.
Non c’era dubbio. La pressione neofuturista e l’inspiegabile disapprovazione dell’ombrosa Maria gli stavano causando una crisi d’identità. Non si riconosceva più. E poi, diavolo, bisognava pure che si decidesse: o era vecchio, come aveva pensato negli ultimi anni e la faccenda di Maria era a dir poco ridicola, o avevano ragione i giovanilisti e allora…
Era impegnato in queste riflessioni complicate, quando, tre giorni dopo lo scambio conciliante con la Feltrinelli, partita addirittura prima dell’alba, alle 4,05 – il privato, si sa, lavora anche la notte – gli giunge una nuova, inquietante comunicazione: il suo sventurato ordine era stato dichiarato d’un tratto “non evadibile”, perché – teneva a spiegargli il marziano che non si chiamava più Cecilia, ma era trincerato dietro l’anonimo Ufficio Clienti – il suo libro non era risultato reperibile nonostante l’avessero cercato presso tutti i loro fornitori”. Nessun cenno al risarcimento del danno per il tempo perso, però, se avesse voluto informazioni più chiare, il marziano era a sua “disposizione dal lunedì al venerdì (9.00-13.00 | 14.00-18.00) al numero verde 199.515.317, oppure all’indirizzo e-mail”.
– L’orario di lavoro s’è misteriosamente accorciato, pensò Antonio. A quanto pare, la notte per fortuna non c’è chi lavori più come uno schiavo e il sabato s’è convertito al fascismo. Quando però ne parlò con gli amici, fu vermanete il coro:
– Ma che dici? commentarono i “neofuturisti”. Non azzardare paragoni! Feltrinelli è privato! Tu chiami e ti spiega tutto.
Maria come al solito stette zitta, ma sì lasciò sfuggire un sospiro che pareva consigliargli di abbandonare la partita; Antonio non volle crederci, ma gli sembrò un sospiro di nostalgia. Era come se Maria volesse dirgli che era molto meglio l’Antonio di pochi giorni prima, quello che se la prendeva coi “giovanilisti” e non faceva acquisti on line perché sosteneva che tutto serviva a indurli a consumare. Dimentico di se stesso, tuttavia, non badò a Maria e chiamò i marziani. Per un’intera giornata una suadente voce femminile prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due… Antonio pigiò l’uno e quella ricominciò: prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due. Quando scagliò il telefono contro il muro, era ridotto a uno straccio. Agosto s’annunciava più torrido di luglio e le librerie avevano chiuso. C’erano aperti solo i negozi della Feltrinelli, ma lì non sarebbe andato. Temeva di fare sciocchezze.
Quando Maria annunciò che s’era decisa a lasciare definitivamente la città per andarsene a vivere dalla sorella in Liguria, Antonio era alle prese con una nuova comunicazione dei marziani.
Aveva mandato alla Feltrinelli una mail piccata con cui esprimeva il suo disappunto:
– Come potrete controllare sul vostro stesso sito, aveva scritto, il libro che vi ho chiesto è presente nei vostri negozi in mezza Italia. Com’è possibile che il libro sia per voi introvabile? Non mi pare un’affermazione degna di un’azienda seria come la vostra. E non è tutto. Come vi ho già scritto, ho chiesto una copia dello stesso libro a Hoepli la settimana scorsa per fare un regalo. Il libro è giunto al destinatario in cinque giorni, senza problemi e voi, dopo ritardi incalcolabili e l’ammissione di un vostro disguido, voi sostenete oggi che il libro non è reperibile. Sarei lieto di sapere se posso ancora contare su di voi per i miei acquisti on line. Conto su una vostra sollecita risposta. Dopo due giorni di silenzio il marziano gli aveva risposto:
– Gentile cliente, l’addebito sulla carta di credito utilizzata per il suo ordine su LaFeltrinelli.it non è andato a buon fine. Per sbloccare la spedizione dell’ordine verifichi i dati della carta nella sua Area Personale (può eliminare una carta scaduta e sostituirla inserendone una nuova). Appena effettuata l’operazione la invitiamo a darcene riscontro rispondendo a questa e-mail oppure contattandoci telefonicamente.
Seguivano i cordiali saluti del servizio clienti LaFeltrinelli.it. Cecilia era svanita nel nulla. In quanto a Maria, non lo aveva nemmeno ringraziato per il libro. In una mail gli aveva però scritto con tono accorato:
– C’è stato un Antonio semplice e coerente, che mi ha affascinato; un uomo che diceva ciò che pensava e agiva di conseguenza, senza darla vinta all’oscena tribù dei suoi vecchi amici. Gli occhi di quell’Antonio erano lo specchio d’un cuore gonfio di amore. Quell’uomo non c’è più. E’ sepolto sotto le comunicazioni d’un acquisto on line. Sopportavo la gente nel parco, perché speravo che Antonio capisse che l’amore non ha età.e rimanesse se stesso. Non è andata così. Con gli uomini io non ho avuto mai fortuna.
Una violenta scossa, un vero elettrochoc.
Nel parco i “nuovisti” convinti non si accorsero nemmeno che Antonio e Maria non si vedevano più. Era autunno ormai, ma i giovani quasi settantenni continuavano a fare pesanti apprezzamenti su cosce, culi e tette delle badanti slave radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti. Qualche vecchio non c’era più, se n0era andato per sempre, ma chi se n’è accorto? Chissà perché, ci sono uomini per cui la morte riguarda esclusivamente gli altri. Vivono come fossero eterni. Una eternità che non sarebbe facile accettare. Per fortuna la vita finisce.
Di Antonio non si seppe più niente. Pare però che girasse per la Liguria come un automa. Casa dopo casa, paese dopo paese. Maria, però, non riuscì più a trovarla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 giugno 2012

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