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Posts Tagged ‘Jugoslavia’

ghettoGaza noi la conosciamo bene tutti da più di settant’anni: è il terrore di un bambino che un mitra nazista minaccia di morte, è il ghetto di Varsavia con gli ebrei polacchi massacrati dai lanzichenecchi di Hitler, è Napoli messa a ferro e fuoco della divisione Goering, col litorale sgombrato e la popolazione costretta a vivere in condizioni subumane.
Nessuno lo dice, ma lo sappiamo tutti: la tragedia va in scena a ruoli invertiti e c’è una banalità del male di stampo israeliano.

Noi conosciamo bene la verità che l’Europa targata Merkell pretende dai russi: è una verità messa in catene ed è prigioniera di Obama a Guantanamo. La verità che Obama, Cameron e Merkel pretendono da Putin, dopo la Baia dei Porci e l’embargo che ha strangolato Cuba, dopo Pinochet e il Cile violentato, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e mezzo milione di iracheni ammazzati, la Jugoslavia fatta a pezzi, la verità la conosciamo tutti: è stuprata ogni giorno nei barconi dei migranti nel Mediterraneo

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La prima, grande unità partigiana croata che operò in Istria contro i nostri «bravi ragazzi» in divisa nacque nell’estate del 1942 e arruolò anche alcuni lavoratori italiani per i quali la speranza di 1017%20Gortancostruire un mondo migliore aveva un valore ben più alto della «patria fascista» e di ricorrenti deliri sulla «civiltà da esportare». Nata per sconfiggere il fascismo, la brigata si scelse il nome d’un giovane antifascista giustiziato, Vladimir Gortan, un contadino comunista formato alla prima tradizione internazionalista, fondata su sperimentati e solidi rapporti tra diverse identità etniche.
Gortan aveva solo quindici anni quando a Pisino, suo paese natale, nel 1919, subì le prime minacce fasciste: «A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che buta zo in quel fondo chi ga certo morbin» (1). Era l’annuncio della politica razzista posta in essere poi dall’Italia di Mussolini contro gli sloveni e della durissima repressione che colpì socialisti, comunisti e anarchici nelle realtà industriali di Trieste, Fiume, Monfalcone e Pola.
Dieci anni dopo, nel 1929, quando il fascismo si è ormai assunto la responsabilità di una violenza destinata a produrre una tragedia, il giovane istriano è consapevole che la sola possibile via di riscatto passa per una lotta senza quartiere e si è avvicinato al comunismo internazionalista. E’ così che, al termine di una serie di riunioni con alcuni compagni, Vladimir Gortan organizza un’azione armata che il 24 marzo 1929, a Monte Cosmus, tra Villa Treviso e Villa Padova, nel territorio di Pisino, intende impedire il «normale» svolgimento di elezioni alle quali gli slavi sono condotti dai fascisti inquadrati in colonna. In tasca ha due pistole e ai compagni che lo seguono ha procurato due moschetti e un pugno di cartucce. Per i fascisti sono naturalmente «individui di sentimenti slavi e ostili agli italiani», ma è chiaro che, a ruoli invertiti, sarebbero «eroici patrioti». Appostati in un bosco ai piedi del monte, gli uomini armati si dividono e attendono la colonna in due luoghi diversi. Gortan è solo, racconta a distanza di anni la sentenza del Tribunale Speciale fascista, lontano dai compagni e deciso a uccidere. Negli interrogatori il giovane ha sostenuto invece che, sia lui che i compagni, non si proponevano «di uccidere gli elettori, ma di spaventarli per impedire che vadano a votare». Hanno fatto fuoco, qualcuno ha sbagliato la mira e uno degli slavi è stato ucciso.
Vladimir Gortan – sono sempre i giudici a raccontare – «arrestato in treno il 28 marzo […] mentre stava per rifugiarsi in Jugoslavia», è stato «trovato in possesso di documenti che dimostrano la sua qualità di emissario delle Associazioni irredentiste di oltre confine. La credenziale trovata addosso attesta ufficialmente […] che è di nazionalità jugoslava e politicamente molto ben conosciuto». Il Tribunale Speciale, che lo giudicherà assieme a quattro compagni in un processo farsa durato appena un giorno, non non gli crede, non si cura di capire chi dei cinque ha tirato il colpo mortale e non prende in considerazione l’ipotesi di un’azione dimostrativa, terminata con un esito tragico ma involontario. Eppure, se avessero voluto, i cinque imputati avrebbero compiuto una strage. Per i giudici, sordi alle richieste di clemenza provenienti da molti paesi amanti della libertà, «la responsabilità del delitto del 24 marzo è dell’imputato Gortan Vladimir, l’emissario delle associazioni terroristiche di confine, l’organizzatore ed il capobanda della brigantesca impresa, colui che diede le istruzioni e fornì le armi e le munizioni». La condanna è già decisa e la corte, «ritenuto infine che un estratto della […] sentenza di morte, con la menzione dell’avvenuta esecuzione, deve essere affisso in tutti i Comuni del Regno […] condanna Gortan Vladimiro, quale capobanda terrorista, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena».
Alle 5,30 del giorno successivo, il 17 ottobre del 1929, appena ventiquattro ore dopo la sentenza, a «Pola, in località sud-ovest del poligono della Regia Marina», Gortan muove i suoi ultimi passi e si siede di spalle al plotone. Sono presenti Don Bartolomeo Grosso, cappellano della Milizia, Omero Mandruzzi, centurione medico, il maggiore dei carabinieri Roberto Marino, capo dell’Ufficio di polizia Giudiziaria presso il Tribunale Speciale e Giuseppe de Turris, il console Comandante della LX Legione della Milizia, che è schierata intorno all’imputato. Moralmente, il più innocente di tutti è Gortan. Alle 5,40 l’ordine di far fuoco.
Un prigioniero si può uccidere, ma le idee non si fucilano. Sarà anche in nome di Vladimir Gortan che i partigiani slavi e italiani liquideranno i conti militari con l’ultimo fascismo, il più miserabile di tutti, quello che si è reso complice delle nefandezze naziste, dei crimini cetnici, delle atrocità degli ustascia e nulla ha imparato da nessuno in tema di sadismo.
A ciò che è stato poi, alla sorte dei popoli stritolati nella morsa degli imperialismi, all’inevitabile risorgere di antiche rivalità nazionaliste, i combattenti della guerra di liberazione furono estranei. In quanto a Vladimir Gortan, la vita non avrebbe potuto restituirgliela più nessuno. Vivevano ancora i suoi quattro compagni. Il 3 ottobre del 1960 il Tribunale militare di Roma si decise a concedere loro l’amnistia, «dichiarando estinto il diritto dell’erario al recupero delle spese di giustizia». Erano usciti di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena (2).
A chi li aveva condannati nessuno probabilmente aveva torto un capello e in ogni caso ognuno raccoglie ciò che semina. I fascisti se la cavarono così bene, da poter condurre indisturbati per decenni la loro polemica astiosa e menzognera contro la Resistenza, sicché oggi la Costituzione è sotto tiro. Ludovico Geymonat, partigiano e filosofo, vide lontano quando, in tempi tutto sommato non sospetti, osservò con amarezza che dopo la guerra di Liberazione, le strutture del Paese erano rimaste nella sostanza quelle di una società poco democratica, dalla quale era nata l’Italia fascista e totalitaria (3). Chiunque abbia occhi per vedere e voglia di usarli, può rendersene conto. Ed è vero, non ci sono dubbi: non si fucila un’idea. Si può tradirla, però. Ed è quello che accade da tempo sotto i nostri occhi.

1) «A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien buttato chi ha certi pruriti». Canto dei fascisti di Pisino. I fascisti utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi. Lo ricorda, vantandosene, lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze, 1929. Sui crimini fascisti e sulle foibe Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia» n. 2, febbraio/marzo 1997; Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste: come si crea una mistificazione storica, Kappa Vu, Udine, 1997 e Operazione foibe tra storia e mito, prefazione di Sandi Volk, Kappa Vu, Trieste, 2005; Giuseppe Aragno, Alessandro Höbel, Alessandra Kersevan, Fascismo e Foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, prefazione di Carlo Spartaco Capogreco, La città del Sole, Napoli, 2008; Jože Pirjevec, Foibe: una storia d’Italia, Einaudi, Torino, 2009; Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico: le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, prefazione di Jože Pirjevec, postfazione di Sandi Volk, Kapa Vu, Udine, 2014.
2) Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1929, Roma 1983, Reg. Gen, n. 78/1929, sentenze n. 53 e 36, pp. 311-322. Gli altri quattro imputati, Živka Gortan , Victor Bacci , Dusan e Vjekoslava Ladavci, furono condananti a 30 anni di carcere e uscirono di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena.
3) Ludovico Geymonat, La società come milizia, a cura di Fabio Minazzi, Marcos y Marco, Milano 1989, p. 83.

Uscito su Fuoriregistro il 25 aprile 2007

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Rajna Dragićević, insegna lingua serba, lessicologia, storia della lessicografia e lessicografia pratica, alla facoltà di Filologia di Belgrado; autrice di varie monografie, manuali per licei e università e numerosi contributi scientifici, gode della stima di una cerchia di studiosi in Serbia e in altre regioni dell’ex Jugoslavia.
Rajna DragićevićIl contributo più efficace e lucido alla vita culturale del suo Paese, ha saputo darlo parò probabilmente in occasione della festa dei laureandi che si è tenuto quest’anno alla sua facoltà. Invitata a parlare, Rajna Dragićević ha tenuto, infatti un appassionato discorso agli studenti. I giovani, sono stati così colpite dalle sue parole, che all’indomani della festa hanno deciso di consegnarne il testo a Blic, un quotidiano di Belgrado che senza pensarci due volte l’ha pubblicato così com’è stato pronunciato. La reazione non è stata unanimemente positiva e c’è chi ha trovato i toni retorici e chi ha criticato l’eccesso di attenzione per la disciplina linguistica a scapito delle altre. A leggerle con attenzione, però, le parole della studiosa serba hanno valore universale.
Qui da noi un discorso di questo genere non è facile ascoltarlo. Da anni ormai politici, giornalisti, Dirigenti Scolastici Regionali e gran parte di chi ha responsabilità di governo delle istituzioni scolastiche e delle università o tace o copre e giustifica le demenziali scelte ideologiche di governi incompetenti, privi di autonomia, ridotti a esecutori d’ordini della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e degli onnipresenti economisti neoliberisti che dettano legge entro e fuori i centri di potere dell’UE. Sono parole che val la pena di leggere, qui, soprattutto, in Italia, dove vergognose campagne di stampa hanno veicolato nell’opinione pubblica l’immagine distorta di docenti ignoranti, fannulloni e mangiapane a tradimento. Talvolta, è vero, s’è sentita qualche voce autorevole esprimere flebili dubbi e manifestare un qualche dissenso; una posizione di sfida così aperta e di così alto profilo, però, non s’è ancora sentita
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“Cari studenti, stimati colleghi, cari laureandi
nello stesso giorno della vostra festa di laurea sono stati rinviati gli esami per la licenza ginnasiale perché i test sono stati illegalmente pubblicati. E’ solo una delle manifestazioni del crollo del nostro sistema educativo e del sistema sociale a tutti i livelli…

Questo articolo è uscito su “Fuoriregistro”, una rivista che amo e di cui sono redattore. Non prendetevela perciò per l’interruzione. Chi vuole continuare a leggere, clicchi e potrà farlo tranquillamente.

 

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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