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Rajna Dragićević, insegna lingua serba, lessicologia, storia della lessicografia e lessicografia pratica, alla facoltà di Filologia di Belgrado; autrice di varie monografie, manuali per licei e università e numerosi contributi scientifici, gode della stima di una cerchia di studiosi in Serbia e in altre regioni dell’ex Jugoslavia.
Rajna DragićevićIl contributo più efficace e lucido alla vita culturale del suo Paese, ha saputo darlo parò probabilmente in occasione della festa dei laureandi che si è tenuto quest’anno alla sua facoltà. Invitata a parlare, Rajna Dragićević ha tenuto, infatti un appassionato discorso agli studenti. I giovani, sono stati così colpite dalle sue parole, che all’indomani della festa hanno deciso di consegnarne il testo a Blic, un quotidiano di Belgrado che senza pensarci due volte l’ha pubblicato così com’è stato pronunciato. La reazione non è stata unanimemente positiva e c’è chi ha trovato i toni retorici e chi ha criticato l’eccesso di attenzione per la disciplina linguistica a scapito delle altre. A leggerle con attenzione, però, le parole della studiosa serba hanno valore universale.
Qui da noi un discorso di questo genere non è facile ascoltarlo. Da anni ormai politici, giornalisti, Dirigenti Scolastici Regionali e gran parte di chi ha responsabilità di governo delle istituzioni scolastiche e delle università o tace o copre e giustifica le demenziali scelte ideologiche di governi incompetenti, privi di autonomia, ridotti a esecutori d’ordini della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e degli onnipresenti economisti neoliberisti che dettano legge entro e fuori i centri di potere dell’UE. Sono parole che val la pena di leggere, qui, soprattutto, in Italia, dove vergognose campagne di stampa hanno veicolato nell’opinione pubblica l’immagine distorta di docenti ignoranti, fannulloni e mangiapane a tradimento. Talvolta, è vero, s’è sentita qualche voce autorevole esprimere flebili dubbi e manifestare un qualche dissenso; una posizione di sfida così aperta e di così alto profilo, però, non s’è ancora sentita
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“Cari studenti, stimati colleghi, cari laureandi
nello stesso giorno della vostra festa di laurea sono stati rinviati gli esami per la licenza ginnasiale perché i test sono stati illegalmente pubblicati. E’ solo una delle manifestazioni del crollo del nostro sistema educativo e del sistema sociale a tutti i livelli…

Questo articolo è uscito su “Fuoriregistro”, una rivista che amo e di cui sono redattore. Non prendetevela perciò per l’interruzione. Chi vuole continuare a leggere, clicchi e potrà farlo tranquillamente.

 

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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