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Posts Tagged ‘Bruto’

2012_03_7_16_30_45

Una delle ragioni per cui la storia non suscita l’interesse dei giovani nasce dalla convinzione che essa sia il racconto del passato, di avvenimenti, cioè, che sono nati, hanno fatto la propria strada e si sono poi conclusi. Come tutto ciò che è concluso, ci parla quindi di qualcosa di ormai definitivo e irrimediabile, che sta alle nostre spalle e non ha nulla a che vedere col presente.
Bisogna avere il coraggio di dirlo: questa non è la storia.
Per capirlo, prendiamo per esempio l’uccisione di Cesare alle Idi di marzo del 44 A. C. Da un punto di vista rigorosamente tecnico, la fine di Cesare potrebbe essere solo un volgare e comune delitto e – come tale – non avrebbe significato storico. Certo, identificato in Cesare un uomo politico di primo piano, nasce subito la necessità di capire se siamo di fronte a un delitto politico. Dato per scontato che lo sia, nessuno sosterrà comunque che ogni reato politico abbia di per sé particolare significato storico. L’assassinio di Cicerone sulla spiaggia di Anzio conclude la vicenda personale di un grande avvocato, di un celebre oratore che fu anche uomo politico, ma non ha, per se stesso, alcun peso sugli sviluppi successivi della vicenda storica dell’agonizzante Repubblica romana. Nel caso di Cesare, invece, l’omicidio elimina fisicamente dalla scena un protagonista della terribile crisi della Repubblica allo scopo di modificare il corso degli eventi. Riuscito o meno, esso è lo strumento scelto dai congiurati per paralizzare un processo politico.
Se collochiamo la fine di Cesare in questa dimensione, appare evidente che, quando ne parliamo non ci occupiamo semplicemente di un evento del passato, ma ci stiamo ponendo una domanda che riguarda direttamente noi e il nostro presente: è lecito o addirittura giusto e doveroso uccidere un tiranno?
Come spesso accade quando discutiamo di cose che ci toccano da vicino, le risposte non sono mai scontate. A chi, in età di forte passione repubblicana, sarà capitato di riflettere sull’evento, per sondare l’animo del tiranno ed accertarne la volontà, i documenti volti a definire la personalità di Cesare saranno sembrati decisivi e in quella direzione avrà spinto la sua ricerca. Altri, in tempo di “ordine imperiale”, si saranno interrogati sulla figura del regicida e avranno indagato sull’animo esaltato e sulla sostanziale pochezza di Bruto e Cassio. Studiosi di storia politica si interrogano e si interrogheranno ancora sulle conseguenze che le loro scelte ebbero sulla crisi istituzionale della Repubblica: morì un tiranno o un uomo che era riu­scito a guardare così lontano da aver immaginato, in anticipo sui tempi, lo sbocco fatale della crisi? La fine miserevole di Bruto è legata ai suoi limiti soggettivi, o risponde a una logica ferrea dei fatti della storia che non offre scampo a chi le si para davanti nell’illusione fatale di condurla fuori dalla strada che le hanno aperto gli eventi? Di fronte a queste domande, il passato sparisce o, se volete, diventa una chiave di lettura del presente. E in quanto tale c’interessa.
C’è poi un’altra osservazione da fare: gli storici ci parlano di Cesare, Bruto, Cassio e Antonio. Gli altri congiurati spariscono dalla scena. Sono stati protagonisti di un evento importantissimo, ma non ne sappiamo praticamente nulla: nessuno li ricorda e nessuno sa cosa avrebbero da dirci e quale sarebbe la loro versione dei fatti. In altri termini, ciò che sappiamo dell’omicidio di Cesare costituisce una versione parziale e incompleta. Emerge così la pochezza di un altro luogo comune: quello per cui molti sono pronti a giurare che esiste una verità della storia. Spesso purtroppo esiste, invece, solo una verità dello storico.
D’altra parte, la sorte degli altri congiurati condannati al silenzio, non è rara nella ricostruzione storica. Se immaginiamo, per esempio, la Storia politica e sociale come un tavolo poggiato sui suoi piedi di legno, l’idea che ne ricaviamo è quella di un treppiedi: la storia romana ci parla di patrizi, plebei e schiavi, ma è molto raro che ci parli della condizione della donna; quella medievale è la storia degli aristocratici, del clero e degli uomini liberi, poco o nulla però sappiamo  dei servi della gleba. Tra Ottocento e Novecento l’Italia, da un punto di vista sociale è aristocratica, borghese e proletaria, da quello politico è liberale, cattolica e socialista. Qualcuno ricorda quella reazionaria, moderata e riformista. Molto raramente si fa il nome di qualche celebre rivoluzionario, ma nessuno mai ci parla dell’Italia “sovversiva”. Quell’Italia è esistita ed esiste: vive nel buio di fascicoli di polizia scrupolosamente conservati dagli archivisti e solo raramente aperti. A ben vedere, è come se il tavolo della Storia non fosse un treppiedi, ma un tavolo “zoppo”, mancante del quarto piede.
Il corso che ho in mente vuole essere la storia del quarto piede e intende restituire la parola ai “sovversivi”, ai quali è stata tolta prima dalle condanne e dalle persecuzioni e poi da ricostruzioni affidate fatalmente ai cosiddetti “vincitori”. Una parola molto spesso incredibilmente moderna e attuale. Una parola preziosa, perché quasi sempre, pur provenendo dal passato,  ci aiuta a capire il presente e ci orienta quando pensiamo di lavorare per il futuro.

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storiadiunaladradilibri-08Purtroppo non si tratta semplicemente di fascismo e stalinismo, confuso peraltro avventatamente col comunismo. E’ che una banda di politici analfabeti, incapace di distinguere tra la storia e la sua filosofia, ha avuto l’arroganza di ergersi a giudice di aventi consegnati alla complessità del passato e pronunciare sentenze.
E’ un oltraggio all’intelligenza dell’uomo, ma oggi l’insolubile nodo del tirannicidio, la controversa memoria di Bruto e Cassio (violenti parricidi o sacri tutori delle libertà repubblicane?) non ha più ragione d’essere. Non chiederemo lumi a Plutarco, che pone Bruto accanto a Dione, ma alle marionette sedute sugli scranni del Parlamento Europeo ed essi, dall’alto della loro totale ignoranza  della vicenda umana, li collocheranno sui più sacri altari del neoliberismo o li condanneranno come criminali nemici dell’umanità.
Se questo potere nuovo – previsto a annunciato da Orwell – non finirà sepolto sotto il prezzolato ridicolo che l’ha creato, nessuno potrà mai più capire quale dignità possa toccare ai simboli vaticani dopo Giordano Bruno, Tommaso Moro, Serveto e l’Inquisizione e, per quanto acuta, non ci sarà intelligenza storica in grado di conciliare i simboli della pretesa civiltà occidentale, con la tragedia del colonialismo e la ferocia dell’imperialismo.
Si può, infatti, porre sullo stesso piano il nazifascsimo e lo stalinismo levato a simbolo del comunismo, fingendo d’ignorare la lezione di Fanon sulla degenerazione e le aberrazioni dei sentimenti umani che colonialismo e imperialismo hanno prodotto sull’idea di politica, sull’etica e sulla psicologia dei colonizzatori?
Cosa è stato e cosa è il nazismo, se non il fiore maligno seminato dal colonialismo nella mente dei colonizzatori, e come si fa a negare che tutta la storia del nazismo si riduce all’applicazione feroce contro gli europei, dei principi e dei metodi che gli europei avevano utilizzato contro tutto il pianeta sottomesso?
Stalin non c’è più. Ci sono, invece, e dettano legge i neocolonialisti, eredi diretti del nazismo. Di nuovo c’è – ed è paradossale – che oggi i criminali sono giudici dei loro reati.

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socrateOdio l’unanimismo perché amo la lezione per la quale Socrate diede la vita e Brecht scrisse la sua immortale lode del dubbio. E’ questione di laicità.
Per il “grandissimo” Cesare, un uomo del suo rango – Bruto, suo figlio adottivo – toccò tasti che sembravano stonati e cantò fuori dal coro. Non importa se a torto o a ragione, uno ci fu, uno almeno, che seppe dubitare e temere che nell’ombra, non visto o volutamente ignorato, un impasto di ambizione e di certezze errate rendesse l’elogiata grandezza presente una cieca piccolezza, se misurata sulla larga scala del futuro.
Del “geniale” macellaio corso, uno scrittore filosofo, Lev Tolstoj, colse i limiti e nuotando controcorrente puntò il dito sul Bonaparte che “non poteva non inebriarsi di onori”  e gli addebitò la rovina dell’esercito francese nel 1812 per l’avanzata troppo  tardiva e senza preparazione invernale nel cuore della Russia.
Si dirà che è facile criticare la grandezza, quando la sorte la trascina nella polvere, ma non è così. Tolstoj non esaltò nemmeno il Bonaparte di Austerlitz, del tutto indifferente alla tragedia dei morti e dei moribondi che pagavano il suo trionfo.
Avrei voluto sentire una voce autorevole revocare in dubbio l’esattezza della dottrina economica del “grande manager”, la fede cieca nell’automazione che cancella l’omo e produce di conseguenza una disumana gestione delle risorse umane.
Avrei voluto che qualcuno trovasse in tanta presunta luce un’ombra, com’è naturale che sia. Una di quelle ombre che col tempo si allargano cupe e fanno la storia  ben più delle presunte luminose vittorie.
Avrei voluto sentire da qualcuno che conta, in controcanto, il nome di Maria Baratto – lei sì,  una piccola, grande persona – che la politica del manager ferì a morte – e i nomi dei cinque coraggiosi compagni che l’hanno onorata rimettendoci il posto. Non è andata così e quel nome lo faccio io per dire che un grande che non sbaglia  non esiste. E’ solo una menzogna. Piccola e senza storia.

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1963_Cleopatra_trailer_screenshot_(47)Si sa, le parole possono essere ambigue. Marco Antonio, così come Shakespeare lo volle, ci parla di Bruto con stima. “Bruto è uomo d’onore”. Che farò con Paolo Siani? Darò retta alla stampa che gli stende i tappeti rossi, mi toglierò il cappello in segno di rispetto, così come vuole il copione che m’ingabbia, o starò ai fatti e dirò ciò che accade?
Di fronte al dramma del Sud sfruttato e colonizzato, di fronte alla tragedia quotidiana di bambini che ammazzano bambini, di fronte a un Governo che sta distruggendo il Paese, il pediatra, ha lanciato il suo invito e si è messo in attesa:
“mi aspetto che domani vengano a Napoli i ministri dell’Istruzione, dell’Economia, dello Sviluppo ragionando in senso propositivo. Colmare il gap degli asili nido per la Campania – un problema enorme -, fare programmi specifici di accompagnamento sui minori coinvolgendo tutti i servizi sociali del territorio e incentivare sviluppo. Repressione e sviluppo vanno di pari passo”.
Per la miseria, e chi ci aveva mai pensato!
I però i ministri – guarda un po’ – non sono venuti e non lo hanno ascoltato, il povero Paolo Siani che li ha invocati. Sarà che non sono uomini d’onore e non stanno ai patti, i ministri non sono venuti e – azzardo una previsione – non verranno. Qualora venissero, poi, sarebbe solo per fare passerella e accompagnarlo in giro per il Vomero a raccogliere voti in cambio di fumo e mirabolanti proposte.
Mi spiace deluderlo, Siani, ma un investimento fatto a zero anni di vita del minore in campagna elettorale non glielo regalerà nessuno, nemmeno il suo amico Renzi, al quale non occorre un Siani che glielo spieghi, perché lo sa: la prevenzione compie miracoli che la repressione non potrà mai fare. Lo sa, ma non gli interessa. Lui tutt’al più chiama Gentiloni e quello manda a Napoli il suo ministro più o meno fascista, Minniti, carnefice  di sventurati immigrati e persecutore di povera gente.
A Renzi un pediatra scienziato non serve, lui vuole – e a quanto pare ha trovato – un ingenuo (o un finto tonto?), che gli copra le infinite magagne del PD con il suo volto pulito e gli porti i voti che servono come l’ossigeno. Che si ammazzino i bambini! Che Siani stia lì ed aspetti. Qui si fa ciò che comandano le banche e l’Unione Europea.
Ho deciso. Con Con Paolo Siani non farò come Shakespeare con Marco Antonio all’inizio del Giulio Cesare. Salterò alla parte finale della tragedia quando tutto diventa chiaro e Marco Antonio invita alla rivolta contro Bruto: “Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a riferirvi quello che io so”.
Così farò. Inviterò gli elettori a non farsi fregare e a votare “Potere al Popolo”.

Il Desk, 18-gennaio 2018

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giulio_cesareOgnuno ha la sua storia. Quella di un personaggio come Bruto, apparentemente lontano da noi, parla alle nostre coscienze di uomini del terzo millennio, soprattutto attraverso il momento chiave della sua vicenda personale. Una vicenda, che, tuttavia, riguarda l’intera umanità: il colpo delle Idi di marzo del 44 A.C., vibrato in Senato a Cesare, l’amato padre adottivo e l’odiato dittatore. Un evento così emblematico e per molti versi così attuale, che oggi, rivolgendosi a chi ha tradito la fiducia accordata, c’è chi con amaro stupore ricorda quel colpo e punta il dito – «Tu quoque Brute, fili mi» – e chi lo cita invece come testimonianza estrema di fede repubblicana. Basta poco a capirlo: sono i fatti compiuti a dire di noi chi siamo e in che tempo viviamo.
In questo senso, eloquente, per molti versi angosciante ma rivelatore è quanto racconta il caso recente di Pasquale Ciccolo, Procuratore Generale della Cassazione, che Renzi ha incluso in un suo decreto per supertoghe, tenendolo in servizio nonostante i raggiunti limiti di età. Un caso in cui per una volta ancora fedeltà e libertà si ritrovano assieme in un contrasto sordo ma rivelatore. Per capire com’è che a Ciccolo è toccato un privilegio ad altri negato, occorre esaminare la sua storia. E’ lì che si può trovare la chiave di lettura di ciò che è accaduto. I fatti, però, sono per loro natura muti e occorrono domande. Proviamo a interrogarli allora e vediamo che risposte ci danno.
Se nel 2007 Ciccolo non avesse scelto di colpire l’allora Pubblico Ministero Luigi De Magistris, impegnato in alcune inchieste che erano diventate fumo negli occhi per l’allora ministro Mastella e coinvolgevano il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, Renzi, si sarebbe mai occupato di lui? Non l’avrebbe mai fatto e non si dica che Renzi non c’entrava nulla. Ci è entrato Napolitano, che di Renzi è stato a lungo il padre padrino e padrone. Quale peso hanno avuto, poi, sulla scelta di inserire Ciccolo nella pattuglia privilegiata dei “prorogati” i crediti acquisiti con il tentativo di interferire nella vicenda Mancino nel 2012? Non fu allora che Napolitano divenne il protagonista negativo della scottante indagine sui rapporti tra Stato e Mafia e Ciccolo provò a far cambiare indirizzo al titolare dell’inchiesta? La buona sorte del Procuratore Generale, infine, dimostra che la politica può scegliersi ormai impunemente i suoi giudici?
Fino a poco tempo fa, queste angoscianti domande non avrebbero avuto risposte certe, poi il sospetto è diventato purtroppo un amaro dato di fatto. C’è voluto il caso Woodcock e per capirlo bene, basta seguire nell’ordine la successione degli eventi. Come un fulmine a ciel sereno, tempo fa Woodcock scoperchia un pentolone puzzolente dal quale salta fuori il padre di Renzi. E’ il primo atto di una rappresentazione sempre più comune nella vita del Paese. Solo due giorni fa, per l’ennesima questione di banche, è toccato alla Boschi balzare in cima alla classifica degli scandali politici. E’ stato il sempre misurato e prudente Ferruccio De Bortoli a chiamarla in causa per un ripugnante intreccio tra ruolo pubblico e interesse privato. In quanto a Woodcock la sua inchiesta ha visto naturalmente Matteo Renzi nella bufera, alle prese con l’ennesimo scandalo e con il rischio concreto di esserne travolto. A questo punto della vicenda, guarda caso, è entrato nuovamente in scena il Procuratore Ciccolo, che, recitando la parte di un copione ormai imparata a memoria, non ci ha pensato due volte e ha messo sotto accusa il Pubblico Ministero Woodcock, per un’intervista mai concessa che – incredibile a dirsi – avrebbe turbato l’andamento delle indagini sulla fosca vicenda dei due Renzi.

Piaccia o no, il pugnale di Bruto ebbe a sua nobile discolpa un senso di lealtà verso i valori della Repubblica e un così forte bisogno di libertà, che alle coscienze libere, in ogni epoca della storia, quel colpo propone il tema angosciante e irrisolto del tirannicidio. In questa sorta di autunno della storia che ci tocca vivere, però, non solo è diventato impossibile tenere assieme Popolo e Senato, Governo e Governati, Legalità e Giustizia, ma Bruto si è fatto tiranno e liberticida è diventato il suo colpo di pugnale. Un colpo che va nella direzione uguale e contraria a quello degli antichi congiurati. E’ paradossale ma vero: si tratta ancora e sempre di libertà, ma mentre Bruto e Cassio intesero difenderla, oggi la si vuole ammazzare. Nella notte della repubblica in cui da tempo viviamo, la fedeltà al potere che ti ripaga conta ormai molto più della lealtà verso le Istituzioni. Dove non passarono il principe Borghese, il generale De Lorenzo, le bombe e le stragi, passano senza colpo ferire l’opportunismo e una inarrestabile crisi di valori. Accade così quando un Paese non forma coscienze critiche, ma riduce la scuola a una fabbrica du bestiame votante.
In fondo, il Procuratore Ciccolo è il miglior Bruto possibile in un tempo come il nostro.

Coordinamento DemAFuoriregistro, 13 maggio 2017; Ultima Voce, 14 maggio 2017

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images-1Arrangiandosi con il vocabolario povero di cui dispone, Saviano scrive, liquidatorio e sprezzante, che è «Morto Fidel Castro, dittatore».
Alle Idi di Marzo del 44 a.C. si sarebbe ripetuto – «Morto Giulio Cesare, dittatore» – ma avrebbe lasciato nell’ombra il problema storico costituito da Bruto e Cassio, le domande senza risposta, i dubbi e la complessità del tempo di cui erano figli. Le differenze profonde, i contesti, il segno lasciato nella storia, non contano nulla.
Saviano è il prodotto più riuscito di un imbroglio che il capitale non a caso ha chiamato «morte della storia». Lui non ragiona e non vuole far ragionare. E’ nato in provetta, da un esperimento che l’ha voluto così com’è nelle parole che scrive: olio che scivola sull’acqua.

Fuoriregistro, 26 novembre 2016; Agoravox, 29 novembre 2016

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cesare-bruto-cassio-e-recalcaltiNon votate.
Questo è l’invito rivolto agli italiani da Giorgio Napolitano.

Per cinquant’anni, quando si è trattato di ottenere un posto in Parlamento, quest’uomo i voti li ha chiesti e quello che è peggio, il giorno in cui non ne ha avuti e gli elettori lo hanno trombato, ha brigato, si è messo d’accordo con Ciampi e si è fatto nominare senatore a vita per meriti ignoti. Tranne il suo complice Ciampi, nessuno sa in che modo Napolitano abbia dato lustro alla patria.

Dalla nascita all’agonia che precede la morte della Repubblica, quest’uomo ha partecipato e partecipa alla vita pubblica in ruoli di comando e di responsabilità. Dalla posizione favorevole all’uso della forza nell’occupazione sovietica dell’Ungheria, ai bombardamenti che a tutti i costi ha voluto sulla Libia, dalle migliaia di morti sul lavoro, ai suicidi degli esodati, dei disoccupati e dei licenziati e via così fino alle stragi di migranti nel Mediterraneo, incalcolabile è il numero dei morti che ha causato direttamente o indirettamente. Se il Paese affonda, se intere generazioni di giovani non hanno futuro, se il sacrifico della vita dei nostri partigiani è diventato vano, quest’uomo è uno dei massimi responsabili della tragedia. Uno dei più colpevoli, tra quanti ci hanno governato. Giorgio Napolitano, che si è fatto nominare due volte Presidente della Repubblica, sta distruggendo la Costituzione che ha giurato di difendere.

Nemmeno il peggiore dei fascisti ha fatto al suo Paese così tanto male, quanto è riuscito a farne questo comunista rinnegato. Sono stato contrario alla violenza politica ai tempi delle BR, ma ho sempre riconosciuto le nobili ragioni di Bruto e Cassio, che la storia non ha mai potuto liquidare come volgari assassini. Quest’uomo non ha le qualità di Cesare, ma è stato ed è più pericoloso e ambizioso di lui. Purtroppo una Resistenza di popolo tarda a organizzarsi e GAP non ne esistono ancora, ma c’è poco da fare i moralisti, pacifisti e non violenti. Questo vecchio osceno è un traditore e come tale meriterebbe di essere trattato.

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