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Posts Tagged ‘Gobetti’

I fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contribuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata.
TUTELARE L’AGIBILITA’ POLITICA DEI fascisti E COLPIRE GLI ANTIFASCISTI E’ UN REATO.

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00052BCC-fascisti-bruciano-i-libriIl segno caratteristico delle recenti elezioni regionali è stato soprattutto la “paura del fascismo”, simbolicamente rappresentato da Salvini nei panni del duce. Un’invenzione mediatica di forte impatto, ma totalmente priva di fondamento, che ha fatto breccia in un popolo la cui cultura di base è segnata da un forte analfabetismo di ritorno. Sarebbe bastato conoscere la storia a livello anche solo scolastico, per capire che sul piano personale dieci Salvini non valgono un Mussolini; per capire che parlare di fascismo vuol dire anche individuare tra i leghisti uomini della statura culturale e talora politica di Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Bruno Barilli, Ugo Spirito e tanti altri, che, nonostante le gravi scelte, avrebbero molto da insegnare a Di Maio, Zingaretti, Salvini  e compagnia cantante.
Tanti, troppi elettori hanno votato per salvare l’Italia dal fascismo, ma nessuno potrebbe dire di aver visto la cavalleria di Caradonna  fare le prove generali della marcia imminente, nessuno ha visto Camere del Lavoro, giornali, case del Popolo, leghe, cooperative agonizzare sotto i colpi degli squadristi. Diciamocelo chiaro: Salvini, un teppista di tendenze reazionarie, si guarderebbe bene dall’accettare un ruolo da dittatore. Razzista per calcolo politico, più che per convinzione, non ha versato il sangue di migliaia di oppositori e non ha fatto uccidere politici e intellettuali quali Amendola, Matteotti, Gobetti e Don Minzoni, massacrati di botte e pugnalate per aver difeso la loro fede democratica. Morti sulla coscienza il leghista certamente ne ha, ma fanno il paio con quelli voluti dal democratico Minniti: giacciono in fondo al mare o sono stati uccisi dai carnefici libici e costituiscono una delle pagine più buie nella storia della repubblica. Una pagina che porta anche la firma del PD.
Confusa da una battente e fuorviante propaganda, la gente, che soffre ma non ha preso coscienza del fatto che, svuotata la Costituzione dei suoi valori fondamentali, non c’è bisogno di dittature, ha votato contro un inesistente pericolo fascista.  Siamo tornati così alla situazione di due anni fa, quando trentadue elettori votanti su cento rifiutarono di affidarsi ai responsabili riconosciuti dello sfascio del Paese: il PD, Berlusconi e la sua corte dei miracoli.
A ben vedere, il dato centrale del voto non è, come si tende a farci credere, l’inesistente vittoria del PD sul “fascismo”, che ha preso montagne di voti in Emilia Romagna e ha tolto la Calabria a Zingaretti e soci; il dato centrale è che siamo tornati a un bipolarismo pernicioso, all’alternativa tra due partiti corrotti, tra uomini che hanno governato spesso assieme il Paese e hanno prodotto la rabbia da cui è nato il partito di Grillo. E’ vero, i 5Stelle si avviano a sparire, ma per quanto tempo la speculazione sulla paura terrà a freno la rabbia che percorre trasversalmente il Paese?
Durante la campagna elettorale non si è mai parlato di autonomia differenziata, sanità, formazione, lavoro, pensioni, precarietà e guerra e non è emerso perciò il dato di fatto che fu alla radice dell’affermazione dei Pentastellati: Salvini e PD non hanno politiche diverse su nessuno dei temi centrali per la povera gente. Entrambi mirano a scaricare la  crisi sulle spalle dei più deboli. Com’era prevedibile, stretto nella morsa di un falso problema, di una polarizzazione feroce quanto artificiosa, Potere al Popolo ha avuto difficoltà a far passare un messaggio che, per la sua natura squisitamente politica, non si rivolge sterilmente contro qualcuno, ma propone scelte alternative su problemi di importanza centrale. Noi non vogliamo l’autonomia differenziata che vogliono Salvini e il sedicente antifascista che ha vinto in Emilia Romagna; siamo per un ritorno al Sistema Sanitario Nazionale pubblico, qual era quando fu varato; crediamo in una scuola che coltivi lo spirito critico e l’indipendenza di pensiero, formi cittadini e sia un autentico ascensore sociale; lottiamo per tornare allo Statuto dei lavoratori, per la cancellazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio dalla Costituzione; noi riteniamo che la crisi economica vada affrontata in senso costituzionale secondo il principio per cui ognuno paghi secondo le sue possibilità e se se necessario si giunga a una “patrimoniale”; in senso costituzionale, siamo anche per l’abbattimento delle spese militari, che sono un controsenso per un Paese che “ripudia la guerra”.
Al di là dell’inesistente fascismo e di un antifascismo da operetta, sepolto tra i ferrivecchi e tirato fuori strumentalmente per motivi elettorali, è storicamente provato: le destre classiche e reazionarie e quella costituita dall’ultra liberista e non meno reazionario PD, non intendono mettere in campo politiche che risolvano i problemi della povera gente.
Nel collegio 7 di Napoli, nel quale si voterà il prossimo 23 febbraio, a marzo del 2018 la vittoria toccò ai 5Stelle, che sono stati poi traditi dai loro dirigenti. Io mi chiedo e chiedo a questi elettori, giunti a disprezzare con fondate ragioni il PD, Berlusconi e i suoi soci,  se per loro esistano davvero due sole alternative: disertare le urne o tornare al voto utile per sostenere Sandro Ruotolo e l’odiato PD, o abboccare all’amo dell’antimeridionalista Salvini. Mi chiedo e chiedo a questi elettori, se non sarebbe meglio, invece, riconoscere una terza alternativa, quella che, recuperando le ragioni della “rivolta elettorale” del marzo 2018, consentirebbe di contrastare allo stesso tempo sia chi li aveva disgustati, che chi li ha traditi. Se, per farla breve, non sarebbe meglio votare per Potere al Popolo, un movimento politico che non ha nessuna responsabilità per lo sfascio e la corruttela in cui affondiamo e per molti aspetti e su tanti temi non è lontano dalle loro ragioni tradite.

Agoravox, 30 gennaio 2020

 

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MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.

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Faccetta-neraAgoravox riprende ciò che scrissi ieri e scriverei anche oggi (https://www.agoravox.it/Riprendiamoci-il-futuro.html).
Siamo a un tornante cruciale della storia con un regime autoriario gradito al capitale finanziario che si consolida ovunque assumendo i connotati più adatti alle vicenda storica e politica dei singoli Paesi. E’ un lavoro che parte da lontano e giunge in vista del traguardo. Il punto all’ordine del giorno è uno, e dovrebbe suonare come un allarme rosso: un moderno e pericolossissimo fascismo mette radici in Italia e in buona parte dell’Occidente?
Per quanto mi riguarda le prossime elezioni politiche costituiscono probabilmente l’ultima occasione per impedire una tragedia. I sedicenti partiti della sinistra, quelli che ci hanno condotto al nodo che ci strangola, ormai incapaci di analisi serie e approfondite, non se ne danno, però, per inteso e navigano a vista, preoccupati solo della propria sopravvivenza. L’appello del Brancaccio è stato probabilmente vanificato. Di fatto, si è data così una mano alla reazione che incalza. Tempo non ce n’è quasi più, ma quanti se ne rendono conto? Si sta costruendo il tegime più adatto al capitale finanziario; la sinistra intanto non può contare su Gramsci e non vedo all’orizzonte Amendola, don Minzoni, Gobetti e Matteotti. Stavolta si riparte da zero e non dura vent’anni. Che faremo, continueremo a mettere la testa nella sabbia? Quando la tireremo fuori, sarà probabilmente tardi.

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No-sign-610x350Nell’immaginario collettivo passa per verità della storia, ma è solo una forzatura: la Costituzione è formata da parti nettamente divise tra loro: una accoglierebbe i «principi sacri e intoccabili» e le altre sarebbero formate da norme che si possono e oggi si devono aggiornare, sicché se cambi 47 articoli su 139 e non tocchi i «principi», tutto è com’era e hai solo «modernizzato». In realtà, gli Atti della Costituente dicono che i «Principi fondamentali» non sono un isolato «Preambolo» e gli autori, esclusero la parola e il concetto che la sottende proprio per non suggerire una «graduatoria di valori» tra le sue norme, che essi non hanno in mente e anzi smentiscono. Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, lo sottolinea: non è una inesistente maggiore «importanza», ma la loro natura «generalissima» e la difficoltà di dare loro un posto adeguato in uno dei titoli di cui essa si compone a suggerire di unirli in una parte a sé, intitolata «Principi fondamentali». Né d’altra parte si può sostenere che, cambiando la parte seconda della Costituzione, non si incida sulla prima. Si prenda ad esempio il Senato, finora eletto dai cittadini. La riforma prevede che non sia eletto dal popolo e non rappresenti più l’intero Paese, ma realtà territoriali. E’ evidente che un’Assemblea Parlamentare che non nasce dal voto popolare non ha una delega all’esercizio della Sovranità popolare e quindi non può più svolgere funzioni legislative e di revisione costituzionale che la riforma le assegna. E non si tratta di un problema che non riguarda i principi: la Sovranità, infatti, appartiene al Popolo che la esercita. Se i Senatori non rappresentano più il Popolo, come possono costituire una Assemblea legislativa?
Se le cose stanno così – e non è facile negarlo – insistere sui principi per coprire un profondo mutamento significa far propaganda per il referendum, negando che sono in gioco temi di fondo e linee di principio. Modificare un terzo degli articoli della Costituzione significa scriverne un’altra. Il governo ha i titoli per farlo, o la cortina di fumo cela proprio un problema di legittimità? L’articolo 138 concede di emendare singoli, specifici punti, non di trasformare il potere costituzionale di revisione in potere costituente, che è attributo esclusivo del popolo; nessuno, del resto, può ratificare una nuova Costituzione. Il tentativo di Renzi, quindi, è anticostituzionale ed eversivo. «Eversione dall’alto», direbbe Gramsci.
Al di là del dato giuridico, c’è poi un problema storico che in Italia ha radici profonde e lontane. Da un lato, il bisogno dei ceti dirigenti di far ricadere sulla Costituzione la cause della loro inefficienza, dall’altro, la volontà dei poteri economici di rafforzare il governo a danno delle Camere. Una volontà che cresce in anni di crisi, soprattutto se è crisi finanziaria. A seconda del momento storico, la manifestazione virulenta esplode con l’attacco alla Costituzione, o con i tratti dell’aperta reazione, ma conduce al nodo cruciale posto da Pietro Grifone durante il fascismo: la compatibilità tra democrazia e capitalismo finanziario, struttura di fondo della nostra economia e punto di coesione della classe borghese. Se il fascismo storico, per dirla con Gobetti, volle «guarire gli Italiani dalla lotta politica», utilizzando come farmaci massicce dosi di «fede nella patria», Renzi sposa il modello Marchionne, che privatizza i profitti e socializza le perdite, secondo gli spiriti animali della «razza padrona», e produce «bestiame» votante, togliendo alla scuola la libertà d’insegnamento.
Cosa accadrebbe con la vittoria del «sì» non è facile dire, ma è indicativo il ritorno alla polemica dei tutori di una malintesa «libertà d’impresa», che insistono per cambiare gli articoli della Costituzione sull’iniziativa economica privata e pubblica, le nazionalizzazioni, la cooperazione e la collaborazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. Polemica antica, cui si somma l’altra, più attuale, sulla inadeguatezza della Costituzione di fronte alla costruzione di un mercato interno di carattere liberistico proposta dalle politiche comunitarie. D’altra parte, l’obbligo per l’azienda di non svolgere attività «in contrasto con l’utilità sociale», imposto dell’art. 41, è stato sempre vissuto dai liberisti come privazione di libertà; in questo senso lo leggeva l’on. Colitto, accademico e avvocato, quando chiese alla Costituente modifiche intese ad attenuare «l’impressione che l’attività privata, dovendo muoversi in una determinata, precisa direzione, non goda più della libertà». Quasi che esistesse un legittimo diritto ad agire contro la società di cui l’impresa è parte; una libertà che, in nome della concorrenza, spesso si fa diritto al «danno sociale». Colitto non la spuntò, ma ci lasciò un esempio della possibilità di violare lo spirito della Costituzione, senza por mano ai Principi fondamentali.
Anni fa, Berlusconi tentò invano di abolire l’art. 41 della Costituzione. Renzi, reso prudente dalla sconfitta dell’ex alleato, aggira l’ostacolo, lascia com’era l’articolo 41 ma, lo «disarma», rendendolo una dichiarazione d’intenti. L’articolo, infatti, al suo terzo comma recita testualmente: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Dove storicamente il «qualunquista» Colitto fu battuto, passa Renzi, per ora vittorioso, abolendo l’articolo 99, che istituì il CNEL, il «Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro», strumento di controllo indiretto dei limiti in cui può svolgersi l’iniziativa privata, volto a impedire che essa contrasti con l’utilità sociale, come prevede il secondo comma dell’articolo 41, che assegna al CNEL il potere di promuovere iniziative legislative di natura costituzionale, economica e sociale. Al di là di ciò che può essere oggi il CNEL, la discussione alla Costituente dimostra che l’operazione non è neutra o indolore. In aula è un fuoco di fila tra figure di primo piano. Di Vittorio vorrebbe modificare il nome in «Consiglio economico del lavoro», per impedire la pariteticità tra lavoratori e imprenditori; Clerici, della DC, trova inaccettabili principi di subordinazione, perché il lavoro è uno dei tanti settori, importantissimo, ma non l’unico nel mondo economico; Ruini aggiunge che non si può far contare per centomila gli operai e per uno la grande azienda. Dietro lo scontro ideologico sulla definizione del nome e sul «peso» delle componenti, ci sono i contenuti, sui quali si confrontano il liberale Einaudi e il democristiano Costantino Mortati, giurista fine, che nel 1960, difendendo la femminista Rosa Oliva, otterrà la cancellazione della legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare. Mortati, che svolge un ruolo centrale nei lavori della Costituente, chiede che i progetti di legge presentati dagli organi ausiliari abbiano poteri di ratifica dei contratti collettivi di lavoro e corsie preferenziali per i loro progetti di legge. Ha la meglio Einaudi, che si oppone, temendo un potere eccessivo che sminuisca il Consiglio i Stato. Renzi cancella tutto questo e ciò che ne è nato. E’ vero che i pareri del CNEL non erano vincolanti, ma è altrettanto vero che la «riforma» spegne una voce del lavoro dipendente e con essa rischia di svanire l’Archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro pubblico, con gli accordi interconfederali del settore privato, quelli tra governo e parti sociali, la banca dati sulle statistiche territoriali e quella sulle professioni non regolamentate. Una perdita secca in tema di democrazia economica, perché chiude un organo che faceva programmi. Ora li farà il mercato, finalmente fuori controllo e libero di gestire se stesso senza vincolo e finalità sociale. L’art. 41 è lì, nessuno lo tocca, ma è una inutile enunciazione di principio.
In senso autoritario, del resto, per tornare all’Italia disegnata dal progetto di Renzi, vanno le ragioni di chi alla Costituente si oppone alle leggi d’iniziativa popolare, in base alla convinzione, di per sé dispotica, che «l’intervento diretto popolare costituisca un perturbamento, una deviazione della linea direttiva politica approvata dalla maggioranza ed esposta dal governo». E’ Mortati a rilevare che l’istituto ha lo scopo di frenare e limitare l’arbitrio della maggioranza, che non è sempre espressione della volontà popolare. Renzi, che non sa chi fossero Colitto e Mortati, si schiera inconsapevolmente col primo e, in un progetto di Costituzione che rafforza il potere decisionale del governo, attacca la legge d’iniziativa popolare e i referendum, triplicando il numero di firme necessario per l’una, che passa da 50 mila a 150 mila, e portando quello per i referendum abrogativi da 500 mila a 800 mila elettori.
Cambiare la Costituzione è un evento di rilevanza storica. Perché cambiamo? Renzi e il suo governo hanno la legittimità politica e morale che aveva l’Assemblea Costituente? Evidentemente no.

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fascismo1137165583Chiamate un medico, presto! La signora non sta bene!
«Non ci sono manifestazioni libere! Anche solo due persone costituiscono un assembramento».
Non è una storia degli anni Venti, nessuno ha lasciato Matteotti crivellato di colpi nella selva della Quartarella e non ci sono in giro squadristi che ammazzano di botte Amendola e Gobetti. Siamo a Napoli, il 6 aprile del 2016 e in città c’è Renzi, che ormai non va più in bicicletta. Quelle che riporto tra virgolette sono parole pronunciate ieri pubblicamente da una funzionaria della Digos, incurante di una telecamera che la riprendeva e nel pieno esercizio delle sue delicate mansioni, mentre sequestrava un «pericolosissimo» foglio bristol a Elena Lopresti, una giovane giornalista, una professione che – non c’è dubbio – fa proprio rima con terrorista.
Se i numerosi colleghi della funzionaria presenti sul posto non hanno ritenuto necessario  chiamare in soccorso una unità operativa del più vicino Centro di salute mentale, bisogna credere che anche per loro non ci sono più manifestazioni libere e la libertà è morta. Ancora non si sa chi l’abbia uccisa e alla polizia non interessa nulla prendere l’assassino: per il Questore di Napoli siamo tornati al fascismo e la signora non manifestava segni inquietanti di una improvvisa pazzia. Eseguiva solo disposizioni venute dall’alto; le avevano assegnato un compito e lei ha eseguito con spirito garibaldino: obbedisco! Di qui la lezione alla stampa sulle le libertà democratiche cancellate, il ritorno all’adunata sediziosa e al divieto di manifestare liberamente il dissenso.
C’è qualcuno che voglia e possa spiegare al Questore di Napoli che non siamo nel Cile di Pinochet e il diritto di manifestare è garantito dalla Costituzione, o dobbiamo sopportare che la Polizia Politica si faccia una sua legge sugli assembramenti perché non le sta bene nemmeno il Codice del fascista Rocco? Almeno su questo si può contare sui cittadini parlamentari pentastellati? Si può dire, senza temere arresti e processi per lesa maestà, che Napoli è stata ieri il laboratorio sperimentale del regime che il capitale finanziario sta costruendo lentamente, ma inesorabilmente nel nostro Paese?
Ieri il presidente di un Consiglio dei Ministri la cui moralità è stata sinora incarnata alla perfezione dalla signora Guidi, il massimo esponente di un governo eticamente illegittimo e politicamente delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale, è giunto in città senza sentire il dovere istituzionale di passare per il palazzo del Comune. Ci è venuto come un padrone si presenta nella tenuta di famiglia e scioglie i cani per badare comodamente ai suoi affari personali; come l’azionista di maggioranza va in azienda; come un boss mafioso, che riunisce la «famiglia» e mette le guardie armate a coprirgli le spalle.
C’è venuto in aperto dispregio di un sindaco democraticamente eletto, del Consiglio Comunale e dei cittadini pacifici e inermi, trattati come ultras delle curve sugli stadi.
Quello che si è visto ieri a Napoli riconduce ai tempi delle camicie nere: la polizia contro i cittadini e le piazze di spaccio, i vicoli degli affari illeciti e i palazzi della corruzione, completamente incustoditi. La camorra ieri ha fatto festa: ha avuto un giorno di libera uscita. Per Renzi, come per gli squallidi ras della bassa padana ai tempi di Matteotti, il pericolo vero è la democrazia e contro il dissenso ha schierato la Polizia Politica e il fior fiore dei questurini, ma era onestamente difficile capire chi stesse dentro le divise sudaticce per il primo caldo e dietro gli scudi antisommossa: i custodi della legalità repubblicana che ci costano un occhio della testa, o guardie del corpo al servizio di interessi privati?
Quanto c’entrano Renzi e Alfano con le deliranti affermazioni della Digos e gli ordini del Questore?

Il filmato che linko è stato girato da una valorosa troupe di “Identità Insorgenti”, e non ha bisogno di commenti. Ringrazio di nuovo le giovani giornaliste per la passione civile e mi associo al loro bellissimo grido: Viva la democrazia!”.

Agoravox, 7 aprile 2016

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download1Non so perché, ma è così: ciò che accade all’estero sembra lontano mille miglia da noi e dal nostro mondo, fa notizia, ma non induce a riflettere su di noi e non suscita allarme. Uno dei principali obiettivi della nostra “libera stampa” è quello di indurre il lettore a credere che qui da noi certe cose non accadono e non possono accadere. Ha fato scalpore, per fare un esempio, la notizia di un docente turco trascinato in Tribunale perché, durante un esame, ha posto una domanda sul leader curdo del PKK Öcalan.
Accade così che nessuno si accorga di fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi. Un esempio? Per il 10 febbraio “Resistenza Storica” e la Sinistra goriziana antifascista organizzano un convegno presso il Palazzo Attems. Tra gli altri ci sarebbero stati gli interventi di Alessandra Kersevan sul ruolo della Decima Mas al confine orientale e di Claudia Cernigoi sul fenomeno delle foibe e gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945. Non se n’è fatto nulla perché il presidente della provincia, Gherghetta, (sedicente Partito Democratico) ha cancellato l’autorizzazione all’uso della sala per “inopportunità politica”. Nessuno sa che c’entri la Storia con i politici e le loro opportunità e – ciò che è peggio – nessuno chiede le dimissioni di Gherghetta e soci, che, con evidente abuso di potere, decidono quali storici possono parlare e quali devono tacere, sicché gli antifascisti sono messi a tacere, mentre, contro lo spirito e la lettera della Costituzione, i labari della Decima Mas e della Repubblica di Salò entrano come ospiti di riguardo nella sala del Consiglio comunale.
In questa sorta di galera senza sbarre che è ormai l’Italia, anni fa un manipolo di storici è finito in una vera e propria lista di proscrizione, comparsa sul “Corriere della Sera”. Il giornale li accusava di “negazionismo” per avere pubblicato una ricerca scientifica rigorosamente documentata sulla cultura della violenza che formò le giovani generazioni nell’Italia fascista e si giunse a mettere all’indice gli studiosi perché ponevano in discussione la verità di Stato sulla vicenda delle foibe. Il nodo ora viene al pettine. Nel silenzio complice della stampa, mentre nelle scuole i militari sono ormai di casa e si prepara una guerra, al Senato è passata una legge che crea un reato nuovo e lo punisce con la galera: il “negazionismo”. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaro un obiettivo: mettere a tacere gli studiosi che ancora si azzardano a confutare la versione dei fatti fascista, che ormai si insegna nei manuali di storia e il 10 febbraio si celebra come verità di fede in un Paese istupidito dalla propaganda e dalle chiacchiere televisive.
Presto la legge sarà approvata anche alla Camera e poiché non consente di negare il negazionismo, perché si dà per scontato che esista una verità storica decisa dalla politica e dai giudici, peraltro incompetenti, sarà necessario scegliere tra silenzio e carcere.

Il saggio che segue è scritto in modo semplice e ha uno scopo divulgativo. Lo consiglio a chi vuole sentire una campana che non sia quella di Vespa e del senatore Gasparri. Il lettore scoprirà un mondo cancellato dai libri di testo delle nostre scuole e negato dai fascisti che hanno voluto la festa del 10 febbraio. Il saggio fa parte di un agile volume intitolato Fascismo e Foibe, di cui sono stato il curatore. Il libro, che pubblica gli atti di un convegno tenuto a Napoli nel 2007, ospita un lavoro di Alessandra Kersevan, uno scritto di Alexander Höbel e una presentazione di Spartaco Capogreco. Per il Parlamento dei “nominati”, degni eredi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e per il “Corriere della Sera” che oggi fa da cassa risonanza del neofascismo, come ieri lo fu del fascismo storico, il libro è un esempio di quel “negazionismo”, contro il quale il Senato ha approvato una legge che difende con la galera una stupida verità di Stato.
Io non riconosco la legittimità di questo Parlamento, che occupa abusivamente le Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e ritengo incostituzionale ogni legge che colpisce la libertà di ricerca e di espressione delle opinioni; pubblico perciò qui per ora il saggio incriminato e prendo un impegno: qualora la Camera dei nominati dovesse approvare  la legge sul “negazionismo”, pubblicherò una nuova edizione del saggio incriminato. Lo farò anche a mie spese, se necessario e se, com’è probabile, stavolta non troverò un editore. Manderò poi una copia del libro ai relatori della legge e li sfiderò a  trascinarmi in tribunale prima e poi in carcere. Dovranno farlo, li costringerà la loro legge e si capirà finalmente quale nuova tragedia sta vivendo l’Italia.

Dall’irrendentismo al fascismo (in Fascismo e foibe)

Questo breve saggio trae origine da una ricerca tutto sommato occasionale, ma intensa, appassionante e, ciò che più conta, ancora ricca di interessanti prospettive. Al centro della sua attenzione sembra collocarsi soprattutto il percorso di un’associazione nata per dar risposte a questioni culturali e politiche di ispirazione tardo risorgimentale, ma scivolata rapidamente – e direi fatalmente – sul terreno melmoso del nazionalismo razzista e dell’imperialismo esasperato e straccione di Mussolini. In realtà, l’interesse è più ampio e, a ben vedere, ciò che emerge dal lavoro sinora svolto non è solo il ruolo che l’irredentismo ebbe nella politica culturale e, per molti aspetti, interna ed estera del regime fino all’aggressione dell’Etiopia, ma anche, e soprattutto, il contesto in cui si collocano, e per tal uni versi si spiegano, le politiche della razza e i crimini di guerra di un paese in cui la stragrande maggioranza della borghesia benpensante, che è in buona parte classe dirigente, non ama fare i conti con la propria storia: moderata e, quando serve, papalina, nata per vocazione «brava gente», oggi lascia processare la Resistenza, come ieri consentì che si processassero gli antifascisti, e – senza indignarsi – sprofondò nel fango delle leggi razziali.

Chi è interessato a leggere può proseguire cliccando si questo link:

Dall’irrendentismo al fascismo in Fascismo e foibe…

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CPMFJXtXAAA39Z8Per il circo mediatico, i diritti negati, i salari ridotti, i pensionamenti cancellati, gli esodati, la vita precarizzata, i crimini commessi dalla premiata ditta Monti-Letta-Renzi, sono solo equi strumenti per ridurre il costo del lavoro a livelli «ragionevoli», garantire l’ascesa dei profitti e agevolare gli investimenti che «producono lavoro». A condizioni servili, d’accordo, ma questo non conta niente.
La ricetta autoritaria non l’ha inventata Renzi. Nel corso della storia, prima di volgersi in puntuale tragedia, ha sempre confuso libertà e liberismo, facendo balenare l’Eden degli «imprenditori di se stessi», il mito di chi «si è fatto da sé» e l’età dell’oro, dopo la fine della storia per estinzione del conflitto. Chi non si fa abbagliare dal “latinorum”, conosce gli ingredienti: lo Stato spogliato delle sue attribuzioni economiche, la politica serva dell’iniziativa privata, un sistema fiscale “progressivo alla rovescia”, che affama i poveri e arricchisce i benestanti, le banche che privatizzano i profitti e socializzano le perdite, la compressione dei salari, le assemblee legislative elettive svuotate di attribuzioni e minate nella reputazione, le classi sociali sottoposte a una gerarchizzazione feroce, l’Esecutivo rafforzato. Questo però non è ancora fascismo. Perché una crisi finanziaria, gestita con comanda la Bibbia liberista, conduca al crollo della democrazia e sfoci in quello che Pietro Grifone definì acutamente «regime del capitale finanziario», occorre aggiungere alla ricetta almeno due ingredienti: la trasformazione del sindacato in associazione corporativa e la conseguente cancellazione del conflitto.
In questa direzione va da tempo l’ala reazionaria della borghesia italiana, di cui Renzi è la più compiuta espressione dai tempi del fascismo. Lo dimostrano Marchionne santificato, il ruolo di trasformisti come Ichino, passato a destra, sulle orme di Rossoni, dopo aver utilizzato la Cgil come trampolino di lancio, e per finire eventi apparentemente marginali, come l’assemblea sindacale al Colosseo. Mentana e soci si guardano bene dal dirlo, ma l’assemblea, regolarmente autorizzata, era del tutto legale e l’uscita di Renzi è stata vigliaccamente premeditata, com’è nello stile di un golpista.
os’è accaduto realmente a Roma? Ordinaria amministrazione. Franceschini chiede ai lavoratori lavoro straordinario, perché gli organici sono insufficienti, poi però non li paga, come prescrive il contratto sottoscritto dal suo Ministero. Di fronte all’ostinato silenzio della controparte, i lavoratori si sono riuniti in assemblea per difendere i loro diritti nei modi che la legge consente. A questo punto entra in gioco Renzi, che da tempo intende ridurre pesantemente le libertà sindacali e ha in mano un decreto scritto apposta da Ichino. Renzi sa che non sarà facile, perciò traccheggia e spedisce Franceschini da Mattarella, per sondare il terreno con il sosia silente del ciarliero Napolitano.
A questo punto, imprevista e miracolosa come manna dal cielo, ecco l’assemblea al Colosseo, che offre l’occasione per una risolutiva manganellata mediatica. Renzi si butta a pesce e, impugnato il decreto dell’ineffabile Ichino, mena giù fendenti micidiali. Il ducetto lo sa: stampa e televisione ormai non servono più a informare la popolazione, la democrazia muore di morte violenta e basta creare consenso per usare impunemente la forza coi lavoratori. Non a caso, perciò, Mentana e soci intonano il ritornello sui musei e i siti archeologici, che solo in Italia chiuderebbero per assemblee sindacali, e sulle nefandezze dei sindacati.
Le cose, in realtà, stanno in maniera ben diversa, ma chi lo racconta? Giornali e televisioni servono solo come “manganello” virtuale contro i lavoratori. Se facessero ancora il loro mestiere, Renzi cadrebbe senza misericordia. Basterebbe qualche notizia vera sulle prime pagine, un corrisponde estero pronto a rivelare che nel 2015 la National Gallery di Londra – 6 milioni di biglietti staccati in un anno – ha chiuso cinquanta volte per ragioni sindacali e a Parigi, nell’aprile scorso è toccato alla Torre Eiffel chiudere per uno sciopero generale. Basterebbe ricordare che Il 22 maggio scorso, gli agenti della sicurezza, impiegati nel monumento-simbolo della “Ville Lumiere, prima si sono riuniti in assemblea sindacale, poi, poco prima dall’apertura, sono scesi in sciopero per protestare contro gli aggressivi borseggiatori che infestano le file dei turisti. Basterebbe superare il muro di omertà e la vergognosa verità verrebbe fuori prepotente. Il 14 novembre 2012, ha chiuso la celeberrima Alhambra di Granada, che in Spagna è il luogo più visitato dai turisti. Si è trattato di uno sciopero generale che ha mobilitato i lavoratori di tutti i siti d’arte, non esclusi quelli dei teatri di Madrid. In quanto al Louvre, nel 1999 uno sciopero lo tenne chiuso per una settimana assieme al celebre Musée d’Orsay e a tutt’oggi, senza scandalizzare nessuno, l’ingresso chiude frequentemente al pubblico a causa degli scioper e non si troppo per il sottile coi preavvisi.
In un Paese democratico, nessuno impone ai lavoratori di rinunziare ai propri diritti e si fa in modo che si rispettino. In Italia, dove la crisi finanziaria è ormai crisi delle Istituzioni democratiche, si fanno largo invece gli imbrogli di Renzi e Franceschini e un progetto di sindacato corporativo che subordina i diritti a un non meglio identificato “bene della nazione”. Non a caso, del resto abbiamo avuto Crispi, gli spettri del ’98, la guerra imposta con la forza al Parlamento, il fascismo, Scelba, la Fiat di Valletta e quel nobiluomo di Marchionne.
Svegliamoci. Se lavoratori disoccupati e precari non vanno in piazza ora, uniti e decisi, buon ultimo, all’elenco delle tragedie italiane aggiungeremo Renzi e sarà vero ciò che scrisse Gobetti prima di esser ammazzato dagli squadristi: il fascismo è l’autobiografia degli italiani.

Agoravox, Contropiano  e Fuoriregistro, 21 settembre 2015; La Sinistra Quotidiana, 22 settembre 2015

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giuramento-fascistaMorti a migliaia. Abbiamo portato la guerra ovunque per badare ai nostri sporchi interessi; abbiamo bombardato popoli inermi senza pietà, abbiamo armato macellai e ucciso la pietà.
Migliaia, centinaia di migliaia di morti, dilaniati dalle bombe al fosforo, distrutti dall’uranio depotenziato, fatti a pezzi dai missili dei nostri aerei “democratici”.
Morti a migliaia e non bastano. Ora ammazziamo anche i superstiti, gli sventurati in fuga dalla guerre che abbiamo voluto, dai criminali che abbiamo sostenuto, dalla barbarie che abbiamo coltivato e alimentato, armandola e scatenandola.
Morti a migliaia. Soffocati nei camion, annegati nel Mediterraneo, consegnati ai carnefici da cui scappavano. Ovunque gente annichilita nei campi di concentramento, martirizzata dai manganelli e dai gas di fronte ai nostri muri di filo di spinato, ai nostri confini chiusi, alla sbirraglia scatenata. Così stiamo mettendo a tacere per sempre coloro che abbiamo spinto alla disperazione.
I terroristi siamo noi, siamo noi gli autentici e impuniti tagliagole. Noi i veri integralisti, noi gli assassini della verità.
A me non basta più puntare il dito sui colpevoli, accusare gente come Napolitano, che si porta sulla coscienza la Costituzione democratica, assassini, come buona parte di chi governa da anni l’Italia e l’Europa. La mia coscienza mi domanda sempre più insistentemente che intendo fare per fermarli, che farò per evitare che figli e nipoti – uomini e donne che domani ci ricorderanno – non dicano di noi ciò che abbiamo potuto dire noi della stragrande maggioranza degli europei degli anni Trenta e Quaranta: voltarono la testa da un’altra parte.
E’ tempo di agire seriamente e di tirare il dado senza esitazione. E’ tempo di reagire, a costo di trovarsi soli e pagare i prezzi che vanno pagati, quando la legalità diventa tragedia e copre l’oscena ferocia del potere. Ormai non resta altra via se non quella aspra, difficile e dolorosa della dignità e dell’onore. Come Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Pertini, i fratelli Rosselli, Terracini, Salvemini e tanti altri, noi dobbiamo costringere i turpi criminali a trascinarci in manette davanti ai loro complici tribunali; li dobbiamo mettere spalle al muro, dobbiamo farci arrestare se occorre, processare e, come i nostri nonni, dovremo usare le aule giudiziarie come arma di denuncia, trasformarci da accusati in accusatori, da “imputati” in giudici. Non resta altro. A partire da settembre, quando la scuola incatenata dovrà scegliere tra la resa e la disobbedienza, ognuno di noi avrà l’occasione per dire basta. E’ tempo di tornare al ciclostile e costruire dissenso, ma questo lavoro si fa anzitutto con l’esempio. Bisogna dire no e pagarne le conseguenze. Solo così i giovani si muoveranno.

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copLa crisi d’identità di ciò che resta della sinistra appare ormai singolarmente complementare alla ”concezione terapeutica” della funzione di governo che ispira la rozza, ma efficace prassi politica di Renzi. La sinistra si sente “malata” e Renzi si comporta come il medico con il paziente.
Se il fascismo, per dirla con Gobetti, voleva “guarire gli Italiani dalla lotta politica”, utilizzando come medicina la “fede nella patria”, Renzi “cura” la crescente paura dell’imprevisto, con ripetute iniezioni di ottimismo. L’Italia fascista si resse su una cambiale firmata in bianco: il regime professava “nuove convinzioni” e lasciava credere che tanto bastasse a modificare la realtà dei fatti. Renzi promette ciò che sa di non poter mantenere, sposta in avanti l’ora dei conti e raccoglie il temporaneo trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Il fascismo ci condusse al disastro. Renzi rischia di ripetere l’impresa. Intanto, ieri come oggi, la fuga in avanti cancella conquiste e diritti in nome di una presunta “malattia” ed esaurisce la complessità delle dinamiche sociali in una “professione di convinzioni”.
Una sinistra attestata con orgoglio sulla barricata del suo sperimentato sistema di valori, più che balbettare formule teoriche, ricorderebbe l’efficacia della pratica, smonterebbe con l’analisi della realtà e la produzione di “fatti nuovi e alternativi” l’infantile fiducia ottimistica in un mondo semplificato secondo le misure di Renzi. Una sinistra convinta di se stessa tornerebbe a credere alla storia più che al progresso e costruirebbe la sua prima trincea negli Enti locali; provocando la crisi, dov’è decisiva, e ovunque affermando la superiorità di una sana “anarchia” contro le false dottrine democratiche di un centralismo sempre più autoritario, che sta smantellando la Costituzione.
Se qualcosa vuol “vivere a sinistra”, occorre che la gente di sinistra – molto più numerosa e attiva di quanto si creda – faccia vivere nelle realtà locali le mille articolazioni della prassi sociale e lotti per “prendere i Municipi”. Per farlo, occorre aprire lo scontro con la borghesia non con l’intento di “escludere”, ma con l’occhio attento alla dinamiche interne alle classi sociali, per intercettare e includere le sempre più ampie fasce proletarizzate. In questo senso ci sono due punti fermi dai quali partire: la storica “polemica contro gli italiani”, di Gobetti, in un antifascismo che era antiautoritarismo. e il diritto a reagire, individuato da Gramsci, quando l’eversione viene dall’alto, da ceti dominanti che mettono arbitrariamente mano alle regole che essi stessi si sono dati. Gobetti sostenne che l’antifascismo, prima di essere ideologia, è un istinto. Bene. E’ quell’istinto che deve indurci a difendere la Costituzione da un governo che la stravolge. Anche qui, non si tratta di violare la legge, ma di esercitare il sacrosanto diritto che Dossetti rivendicò nel dibattito dell’Assemblea Costituente.
Di fronte a quella metà del Paese che non vota perché non si sente rappresentata, ci sono due strade: le rigide formule ideologiche, che dividono, allontanano la gente e consentono a Renzi di trasformare l’astensione in un micidiale strumento di potere, o la “disobbedienza” come base programmatica di una sinistra che batta in breccia la menzogna sulle false “maturità democratiche” straniere. Prima tra tutte quella tedesca. Una sinistra che si affermi, partendo dalle lotte dei movimenti nelle realtà locali, costruendo un nuovo modello di governo, che passi per una “cessione di potere” delle Istituzioni a comitati di lotta e realtà di base. Una sinistra che attinga a piene mani dalla sua storia, come accade in Grecia: mutualismo, cooperazione, solidarietà, autogestione. Su questa base di rinata consapevolezza, si potranno poi raccogliere mille esperienze in una sola forza che si scagli contro i proconsoli dell’Europa delle banche.
Dal momento che il ”nuovo” è rappresentato da Renzi, soprattutto come “falsificazione narrativa”, meglio rifarsi a schemi e approcci “antichi”. Se è vero che Gobetti non aveva torto e “il fascismo fu soprattutto un’indicazione di infanzia”, non è meno vero che l’antifascismo, il seme da cui nasce la Repubblica, fu prova di maturità, fu il tarlo del cosiddetto “consenso”, consentì la Resistenza e costituì la prova storica che il fascismo non è stato “l’autobiografia della nazione” ma era e rimane il baluardo su cui s’infranse un regime. L’Italia di Renzi, che ripropone ed esaspera il concetto di nazione, che riporta all’ordine del giorno la guerra, che impone la collaborazione delle classi, cancella la partecipazione popolare alla lotta politica e asservisce la scuola, cancellando la libertà d’insegnamento, l’Italia di Renzi non è fascista nel senso storico, ma si prefigura come la manifestazione di un male genetico della democrazia borghese di fronte alle gravi crisi finanziarie: una feroce reazione liberal-liberista. A questo punto, se qualcosa vuol vivere a sinistra, occorre tornare almeno a due punti fermi ai quali ancorarsi: la cultura antifascista e i valori e le pratiche di quel socialismo che è stato storicamente la sola alternativa possibile alla barbarie.

Fuoriregistro e Contropiano, 27 agosto 2015

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