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Posts Tagged ‘Mattarella’


Perdonate se parto da lontano, ma senza il prima non si capisce il poi.
Quando cadde il Governo Conte due, Mattarella non sciolse le Camere. In Parlamento, spiegò, c’era una maggioranza e sarebbe stato folle mandare il Paese al voto, mentre c’erano la pandemia, la crisi economica e gli impegni dell’Italia con l’Europa. Dimenticò di dirlo, ma dopo la riduzione del numero dei parlamentari, andare al voto con la vergognosa legge elettorale voluta dal PD sarebbe stato come prendere per i fondelli gli elettori. Chiamò Draghi alla guida di un «governo del Presidente» e gli assegnò il compito di risollevare l’economia e risolvere coi vaccini la tragedia della pandemia. Misteriosamente dimenticò la legge elettorale e non ci pensò poi nemmeno il «salvatore della patria».
Draghi si presentò subito con un’anacronistica enfasi per un atlantismo acritico da servo sciocco, che di lì a poco divenne comprensibile e deprecabile: dietro l’insistenza apparentemente stupida e dogmatica, c’era la guerra in Ucraina di cui evidentemente conosceva l’imminenza. Nei mesi successivi, la furia bellicista del governo prevalse su tutto, sicché il Covid c’è ancora, l’economia agonizza e il Paese sta molto peggio di come Draghi l’aveva trovato.
Consapevole dello sfascio causato dal suo governo, Draghi, esecutore fanatico degli ordini di Biden, in vista dell’inevitabile tempesta, salì al Quirinale e si dimise. Mai nella storia della Repubblica un Presidente del Consiglio s’era dimesso avendo la maggioranza assoluta. In genere, un capitano che abbandona la nave che affonda finisce in galera. Draghi è stato invece premiato come lo statista dell’anno. Dai tempi di Conte la situazione era peggiorata. Al Covid e alla crisi economica spaventosa s’era aggiunta la guerra. Indire le elezioni in piena estate ai più sembrò un suicidio. A Mattarella no.
Stavolta Mattarella non ha formato un «governo del Presidente» incaricato di varare una nuova legge elettorale. Ha sciolto le Camere e ci ha mandati a votare con una legge che è pugnala alla democrazia. E’ dopo questi eventi inqualificabili che il 25 di questo mese andremo a votare.
Avete ragione: tutto è così vergognoso, che il primo impulso è quello di chiamarsi fuori. Avete ragione ma, per me, reagite nella maniera sbagliata. C’è un’altra via. Una di quelle che il potere accecato non vede e se la seguite, gli potete dare una lezione difficile da dimenticare.
Votare per Letta non si può. Il suo partito ha voluto la legge elettorale che ci tocca. Non perdonategli lo sgarro, non dategli il vostro voto e ricordate che è grazie al PD che la Costituzione è sparita dai posti di lavoro. Ricordate il Jobs Act, l’articolo 18 cancellato, la scuola fatta a pezzi e chi più ne ha più ne metta. Parlare di Bonelli e Fratoianni è inutile: sono alleati del PD e ne condividono colpe e responsabilità.
Per favore, attenti ai furbastri. Dietro l’inaffidabile Calenda, che prima va col PD e poi lo abbandona, sognando un ritorno di Draghi, dietro questo misterioso personaggio, c’è Renzi, che voleva abolire il Senato e poi è diventato senatore. Renzi, nemico della povera gente e della Costituzione, così rispettoso delle donne da essere amico dei loro peggiori nemici; Renzi, passato per mille bandiere e attento solo agli affari suoi.
Vi sto dicendo di votare Berlusconi? No, non sono impazzito. Ricordate che è un pregiudicato, ricordate il mafioso Dell’Utri e le mille promesse mancate. Se siamo ridotti alla fame è anche per colpa sua. Siete donne? Ricordate che idea ha di voi.
Donne, uomini, omosessuali, transessuali, ricordatevi cosa pensano di voi e dei vostri diritti la Meloni e i suoi “Fratelli d’Italia”, con i loro cimiteri di feti, i loro piani sull’aborto, il rifiuto di riconoscere diritti e liberà a chi non rientra nel loro vocabolario sessuale. Meloni, atlantista, che vuole la guerra e la NATO e le navi contro gli immigrati.
Vi fidate di Salvini? Non siate ingenui, per carità. L’hanno preso a pedate gli ucraini imbestialiti, ha fatto fortuna inventandosi sempre un cattivo da punire: prima i meridionali, poi gli immigrati e sottobanco, Pontida, la Padania indipendente e l’autonomia differenziata, che significa più soldi a chi ne ha, più fame a chi ha fame. E ricordatevi che su questa vergogna sono tutti d’accordo: Meloni, Berlusconi, Letta, Calenda e l’intera compagnia cantante.
State pensando a Conte e al reddito di cittadinanza? A volte persino al diavolo riesce di fare un miracolo. Non dimenticate, però, che ha voluto la riduzione dei parlamentari, sicché nei vostri territori non c’è chi vi rappresenti; ha governato per anni con tutti e la legge elettorale non l’ha cambiata. Non dimenticate che, oggi si dice contro la guerra e le sanzioni, ma ha approvato e voluto sia l’una che le altre e se Letta non l’avesse mandato via, ora sarebbe suo alleato.
Molti di voi probabilmente non lo sanno, nessuno ve l’ha detto – tranne rare eccezioni, i nostri giornalisti hanno un’idea approssimativa della democrazia – ma non è vero che non esiste un’alternativa. Se volete dare una lezione a Mattarella, Draghi e chi in questi anni vi ha ridotti alla disperazione, se volete un Paese migliore, l’alternativa esiste: si chiama «Unione Popolare con De Magistris» e ha questo anzitutto di bello: ha candidati che non sono mai stati complici dello sfascio che ci sta travolgendo.
Non volete mandare agli ucraini armi che ci costano un patrimonio? Volete che si cerchi una via di pace e pensate che le sanzioni ci stiano affamando? Credete che chi si è arricchito speculando sulla crisi, debba restituire il maltolto? L’«Unione Popolare» la pensa come voi. L’«Unione Popolare» difende il reddito di cittadinanza e vuole che un’ora di lavoro debba essere pagata almeno con dieci euro lordi. Il partito che c’è, ma viene trattato come non ci fosse, pensa che la NATO sia una spesa enorme, inutile e folle, che non serve ai popoli, ma alle classi ricche ed egoiste, che più hanno e più vogliono avere; pensa che il problema più grave per l’umanità sia il cambiamento climatico e ritiene un crimine il ritorno al carbone che uccide il pianeta. Pensa che bisogna ricorrere subito all’energia prodotta dal sole, dal vento e da tutto ciò che la natura ci offre di sano per noi e per il pianeta.
Voi vedete che la scuola e l’università sono state distrutte da chi oggi chiede il vostro voto. L’hanno fatto apposta, perché vi vogliono ignoranti, perché chi non ha gli strumenti per ragionare con la propria testa è facile da ingannare. Vogliono che siate un bestiame votante, così vi illudete di vivere in una democrazia, mentre da tempo la democrazia è in coma. L’Unione Popolare vuole una scuola statale, libera, gratuita che non imponga l’alternanza col lavoro; una scuola e una università che formino coscienze critiche. Per questo abolirà l’«INVASI» e l’«ANVUR», sono cinghie di trasmissione del pensiero unico.  Potrei continuare a lungo, cominciando dalla Sanità, ma mi fermo qui.
Io voterò per l’«Unione Popolare». Se ciò che ho scritto non basta,  cercate e leggete il programma; sono certo che voterete come me anche voi. Se lo farete in massa, vedrete che cambiare si può. Non disertate i seggi, votate, date fiducia a chi ha i vostri stessi problemi, ma non vuole darla vinta a chi ci sfrutta, ci inganna, ci vende e distrugge il futuro delle nostre giovani generazioni.

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Draghi, l’uomo che camminava sulle acque, è affondato. Il sacerdote della bibbia neoliberista prima ha governato contro la povera gente, poi, terrorizzato dalle conseguenze delle sue scelte americane, ha provocato la crisi ed è scappato.
Siamo tornati un Paese normale e votiamo?
No. Pare che Mattarella resusciti Amato.
E noi?
Noi non paghiamo più le bollette. Se non ora, quando?

Agoravox, 17 luglio 2022

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Si era detto che era l’uomo giusto nel momento giusto. Era vero e ricordo gli inchini e le riverenze, i salamelecchi, le apologie e i capolavori di artisti del contorsionismo. Si sono scritte pagine evangeliche su stupefacenti passeggiate sulle acque e quotidiane moltiplicazioni dei pani e dei pesci.
L’uomo al posto giusto nel momento giusto. Certo. Si era dimenticato però un dettaglio: qual era il posto giusto? Quello da cui è più facile fucilare nella schiena ciò che sopravvive della democrazia dopo la cura di Napolitano e l’incuria di Mattarella.
La guerra ci ha mostrato l’uomo per quello che è: il pericoloso tamburino dei guerrafondai.
Fatevi avanti, leccapiedi, servi sciocchi e pennivendoli da cabaret.
Quella che avete chiamato “Resistenza” dei nazisti, conduce i democratici alla lotta. Mirate a far cadere Putin per mano di qualche movimento prezzolato e non sentite il terremoto che avete sotto i piedi.
Ancora un po’, poi capirete cos’è stata davvero la Resistenza e pagherete la vostra ferocia per mano del popolo italiano che intendete massacrare.

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Mattarella, membro della Consulta, dichiarò incostituzionale la legge elettorale firmata Calderoli; votato poi dai parlamentari eletti con quelle legge, accettò di diventare Presidente della Repubblica. Terminato il mandato, ha sbandierato ai quattro venti che la rielezione non sarebbe stata costituzionalmente corretta. Ieri però è tornato al Quirinale.
Si può ritenerlo davvero garante della Costituzione?  

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Leggo che Mario Draghi, uomo di punta del governo Mattarella, s’è messo d’accordo con Macron e salto dalla sedia. A prima vista pare che, per una volta, il banchiere si stia occupando di questioni che sembrano umanitarie e mi sorge un dubbio che mette in crisi la coscienza: non è che sul diavolo fatto santo ho davvero sbagliato tutto? 
Leggete con me ciò che dice il nemico-amico dei dittatori:
«La memoria di quegli atti barbarici è viva nella coscienza degli italiani. […] A nome mio e del governo, rinnovo la partecipazione al dolore dei familiari nel ricordo commosso del sacrificio delle vittime».
Sta parlando ai genitori di Regeni? Pensa a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? S’è accordato per mettere fuori gioco gli aguzzini e si riferisce ai morti del Mediterraneo? Continuo a leggere e capisco tutto: il salvatore della patria non cammina più sulle acque, ma affonda nel fango.
Ci si può non credere, ma è così: fa riferimento a uomini e cose che trovi ormai nei libri di storia. Il «governo dei migliori», infatti, ha chiesto a Macron l’estradizione di alcuni anziani rifugiati italiani, protetti dalla dottrina Mitterrand. Un monito barbaro per chi non ne può più, ma anche un gesto che sa di paura. Poiché odio gli ipocriti, non posso far altro che dirlo: questo governo di mezze calzette, fatte passare per capolavori, spaccia per giustizia una voglia di vendetta che ci disonora tutti.
Disprezzatemi, se vi pare, adoratori del santo, come io disprezzo la vostra ipocrisia, ma spiegatemi perché non avete rotto con la Francia quando Sarkozy, in nome della destra francese, v’ha sbattuto la porta in faccia e s’è tenuto Marina Petrella. Avete forse avuto paura della risposta? Avete temuto che vi dicesse chiaro che non siete attendibili, che la democrazia vi tiene in profondo sospetto, sinistri o destri che vi dipingiate?
La mia posizione la presi tempo fa. Molto o poco che conti, è quella di chi si vergogna della classe dirigente del suo Paese e glielo dice chiaro: il fascismo fu più credibile. La lettera che segue l’ho scritta tredici anni fa, nel 2008, in tempi non sospetti. Non era indirizzata a Macron, ma a Sarkozy. Sono trascorsi tredici anni e la riscriverei:

Monsieur le Président,

Pardonnez avant tout mon français. Je suis italien, je ne connais pas beaucoup votre belle langue, et pour me faire comprendre j’utilise mon petit dictionnaire Larousse. C’est ainsi que je m’adresse à vous, Monsieur le Président, pour lancer un appel à l’homme, ainsi qu’à l’homme d’État, que vous êtes. Je suis de gauche et, par conséquent, je suis conscient du fait que nous avons des opinions politiques différentes. Mais vous êtes français et ce mot, pour moi et pour beaucoup de ceux qui connaissent l’histoire et l’évolution de la pensée politique, signifie civilisation et humanité. Autrefois, on disait que « chaque homme libre a deux patries: la sienne et la France ». Au nom donc de ce que je considère être l’histoire de votre peuple, que vous gouvernez et représentez dans le monde entier, au nom des raisons humanitaires que vous avez reconnues le mois dernier à Tokyo, je pense pouvoir vous demander de revenir sur la décision – la vôtre et celle de votre Premier Ministre – concernant le cas douloureux de Marina Petrella.
Je sais qu’il est en votre pouvoir – et en celui de votre Premier Ministre – de suspendre le décret qui avait été signé. Si vous le faites, vous ne prendrez pas seulement une décision noble et digne de votre grand Pays, mais vous écrirez aussi une belle page de votre propre histoire politique. Permettez-moi de croire que vous serez d’accord : un choix effectué à but humanitaire ne peut offenser ni l’Europe ni sa partie italienne ; par contre, il peut représenter un exemple de bonne gouvernance.Vous, Monsieur le Président, vous avez écrit à Berlusconi et, par son truchement, à Napolitano en demandant qu’à la femme que – vous disiez – vous n’auriez pas pu éviter d’extrader par respect envers un «Pays ami» soit octroyée par le Président de la République italienne une grâce. Puis-je croire que cette demande naît de votre sens de l’humanité?
Dans ce cas, croyez-moi, Monsieur le Président, aucune grâce ne sera considérée concevable par les hommes politiques italiens, donc accordée par le chef de l’Etat. Cette «société politique», sur cela unanime, n’a pas hésité, Monsieur Sarkozy, à vous mettre dans la difficile et amère nécessité de prendre une décision d’extradition pour des faits remontant à plus de 25 ans, en oubliant ainsi l’engagement de la France de ne pas extrader des réfugiés Italiens, passant par-dessus, comme s’ils étaient nuls et non avenus, quinze ans de vie d’une personne. Non, Monsieur le Président, aucune grâce ne sera accordée. En Italie, personne ne s’occupera, au niveau institutionnel et décisionnel, de la terrible détérioration de l’état de santé de Marina Petrella. Vous avez fait votre part, mais les autorités italiennes n’ont certainement pas l’intention de jouer un rôle « humanitaire » en écoutant votre sollicitation d’une mesure de grâce. Vous faites appel au sens de la justice, ils désirent de la vengeance.
Permettez-moi enfin, Monsieur, de m’adresser à vous d’une façon directe: dans leur jeu cruel, ils ne donnent aucune importance ni à la vie de Petrella, ni aux difficultés qu’ils vous ont consciemment créées et aux prévisibles effets négatifs que cette affaire pourra avoir sur votre image. Montrez-leur, Monsieur le Président, que vous avez un sens différent et profond de ce qu’on appelle «humanité», et ne permettez pas que Marina Petrella soit enterrée vivante dans une prison. Vous pouvez le faire. Vous êtes – j’en suis sûr – un homme politique qui par intelligence et sensibilité saura garder une distance par rapport à un enjeu – je vous l’assure – interne à la politique politicienne en Italie. Ne livrez donc pas Petrella aux autorités italiennes, ne le faites pas, puisqu’elles ne veulent pas entendre votre sollicitation d’une grâce. Je ne crois pas être dans l’erreur: en allant dans ce sens, vous serez digne de votre peuple, et la partie la meilleure du peuple français sera fière de vous.

Avec espoir,
Giuseppe Aragno
Chercheur Historien

Non sarà stata certo merito mio, ma Sarkozy in Italia non ve l’ha rimandata Marina Petrella. Si vergognò di farlo. Possibile che a Draghi e Macron manchi persino la capacità di vergognarsi?

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Ho atteso con pazienza cinese di poter rispondere – fatti alla mano – alla domanda dei centomila zerbini travestiti da giornalisti, che fino a ieri si chiedevano scandalizzati se si può mai dire no a Draghi. 
Ieri sera a Milano, in vista dell’entrata in vigore della zona arancione, ai Navigli e alla Darsena si sono radunate migliaia di persone e duecento tra vigili urbani e poliziotti hanno assistito impotenti al dilagare degli assembramenti. Il sindaco Sala, evidentemente irritato dalle accuse che gli sono piovute addosso, non le ha mandate a dire:
«Sarebbe stato meglio chiudere nel pomeriggio la Darsena? Ma secondo voi, chi è andato in giro sarebbe stato a casa o sarebbe andato da qualche altra parte? Avete idea di quanti luoghi in città raccolgono la sera persone che si aggregano?».
Evidentemente questa idea non è mai frullata nella testa del divino parto di Mattarella e Sala ha stabilito così il suo record:
«E poi ci lamentavamo quando il Governo Conte decideva dalla sera alla mattina il cambio di ‘colore’. Ora che Draghi comunica la decisione tre giorni prima vedete tutti cosa succede».
Signori zerbini travestiti da giornalisti, come vedete la vostra domanda ha trovato risposta: chi sa dire no a Draghi c’è. Lo fa pubblicamente e con giusta ragione. Finora il Santo miracoli non ne ha fatti, ma di cazzate ne ha fatte molte; poiché nessuno ha trovato il coraggio di dirlo, Sala ha stabilito un record: è stato il primo a dire no a Draghi.
Il castello di carte comincia a vacillare e più i giorni passano più Renzi ricorda Giuda.

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Voi mi direte – e forse  è vero – che solo il tempo potrà dire quale ruolo avrà per davvero il governo di Nembo Kid e che Mattarella non a mai parlato di un «Governo di unità nazionale». Magari è vero, questa formula lui non l’ha usata, ma è una vecchia volpe e sapeva benissimo che la navicella varata avrebbe seguito quella rotta.
Piuttosto, è vero quello che si dice? Davvero quella scelta era la sola via possibile? A me pare di no. Pertini, per nominare un Presidente della Repubblica che non aveva un filo diretto con i principali esponenti del neoliberismo, avrebbe rifiutato le dimissioni di Conte, gli avrebbe detto che i governi – soprattutto se hanno la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato – cadono in Parlamento, non al Quirinale. A Conte sfiduciato non salo avrebbe poi ridato l’incarico, ma l’avrebbe fatto dichiarando ad alta voce, perché Renzi lo sentisse anche dall’Arabia Saudita, che, fallito Conte, avrebbe sciolto le Camere e si sarebbe votato a tambur battente. Voi ve l’immaginate Renzi? Io sì. Bianco nei capelli per il terrore e facendosela addosso, sarebbe andato da Conte come Enrico a Canossa.
Perché non l’ha fatto? Perché sapeva bene che Conti era condannato. Non si tratta di complottismo. I fatti parlano da soli. Renzi è stato come al solito il killer, ma i mandanti erano altrove e gli davano garanzie. Sin dal 3 gennaio, come attesta un articolo di Left che, tranne Renzi, nessuno si è azzardato a smentire, in Umbria, casa Draghi era un covo di pessimi arnesi; Renzi ci aveva messo le tende e di politici ne erano passati tanti, compreso Salvini, che evidentemente la svolta europeista non l’ha maturata dalla sera alla mattina.
Purtroppo la libertà della nostra stampa è morta da tempo e noi siamo costretti a ragionare, seguendo i dibattiti fasulli organizzati nei salotti della Berlinguer, di Mentana, di Floris, Formigli e campioni della stessa qualità. Salotti nei qual, per esempio, non sentiamo mai parlare della politica estera del governo Conti e non ci accorgiamo – a me è sfuggito per molto tempo – che – ci piaccia o non ci piaccia – il governo Cinte, così «inspiegabilmente» mandato a casa, non aveva mai accettato i pressanti inviti venuti dagli USA – Trump o Biden in questo caso non fa differenza – e fatti subito propri dall’UE; inviti volti a rompere ogni legame economico-commerciale con la Cina. Conte seguiva un’altra via: aveva firmato il Memorandum per la Via della Seta e non si era mostrato entusiasta per l’idea di Biden, deciso a costruire un fronte occidentale unito contro la Cina.
Vi scandalizzo, però lo dico: il governo dei «migliori» varato da Nembo Kid, che si porta appresso non so quanti ministri di Conte – scusate, ma non erano scarsi? – e gente come Brunetta, Gelmini, Carfagna e compagnia cantante, che scarsa ha da tempo mostrato di essere, a me ricorda, per le ragioni che lo fanno nascere, quello di Monti ai tempi di Berlusconi, che, guarda caso s’era messo con Gheddafi e Putin.
Vi scandalizzo, però lo dico: Renzi è il sicario, ma i mandanti vanno cercati negli USA, nelle bande di criminali annidati nella NATO e nell’Ue, dove la disciplina liberista mostrata da Conte non è sembrata a prova di bomba. E questo gli è costato caro. Pensate, per esempio, alla vicenda del nodo scorsoio rappresentato dal MES, che Conte non ha voluto mettere al collo del Paese. Questa “indipendenza” non ha dato completo affidamento nemmeno su un altro terreno: quello dello «svuotamento» delle costituzioni «socialiste» del sud Europa, ostacolo ancora serio per gli usurai dell’UE.
Molti dicono che Conte abbia interpretato in maniera sbagliata il «Recovery Found». De Masi, che l’ha letto, dice – e nessuno lo smentisce portando fatti – che è ottimo e certamente migliore di quello francese. Vuoi vedere che anche in questo caso si è trattato di accettare una piena servitù? Questo non spiegherebbe la farsa cui abbiamo assistito? Non farebbe di Draghi quello che è sempre stato, il portalettere del più sfrenato e barbaro liberismo? Non è stato Draghi, il complice di Triche, che pochi mesi fa ha dichiarato morto il Welfare State? Voi dire che, diventato Commissario Europeo per gli affari d’Italia, farà come Paolo sulla via di Damasco?
E’ vero, tutto può essere. Io però non ci credo.

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Un consiglio: cliccate sulla parola Cossiga. Non ve ne pentirete…

Per quello che posso capire e ricordare, la crisi che attraversiamo non ha precedenti nella storia della Repubblica e mi pare che stampa e televisioni, come accade ormai da tempo, indirizzino il  fiume delle loro parole verso aspetti marginali o inesistenti della situazione che viviamo. Il primo e più fuorviante argomento cui si fa ricorso per «disinformare», fingendo d’informare, è un tema di impatto immediato: quello della personalizzazione. Per dirla in estrema sintesi, la terribile crisi che attraversiamo sarebbe figlia dell’incompatibilità tra Renzi e Conte. Una sorta di fiction, nella quale i fatti reali sono assorbiti da quelli immaginari e all’origine della crisi di governo non ci sarebbe altro che uno scontro tra due personalità diverse tra loro. Eppure si tratta di personaggi dalla «storia breve», che non sarebbe stato difficile ricostruire.
Si prenda per esempio il lavoro. Con tutti i suoi limiti, Conte ha fatto dell’Italia il Paese che più a lungo di tutti ha bloccato i licenziamenti e – per quanto consentivano le forze in campo e gli equilibri interni alla maggioranza di governo – ha tentato di alleggerire il terribile peso caduto sulle spalle dei più fragili, distribuendo i soldi che avevamo. E’ vero, non ha varato una patrimoniale – non aveva i numeri per farlo – ma, piaccia o no, ha fatto quanto poteva, scontrandosi duramente con la Confindustria, decisa a ignorare la pandemia, a non interrompere la produzione e a scaricare sui più deboli il costo e la complessità della crisi. Ha ereditato da Renzi e compagni lo sfascio della Sanità ed ha tentato di salvare la vita della povera gente, avendo contro i capi delle Regioni, le organizzazioni padronali e la crisi delle Istituzioni.
In perfetta coerenza con la sua breve, ma feroce storia politica, per tutto il tempo che il governo è stato in vita, Renzi ha fatto sentire al suo interno le istanze della Confindustria e grazie al silenzio complice dell’informazione, nessuno ha ricordato i «successi» del suo governo, dall’abolizione dell’articolo 18 al Jobs Act, alla conseguente istituzionalizzazione della precarietà e del caporalato, alla Buona scuola, alla battaglia condotta contro il reddito di cittadinanza e all’abolizione dell’IMU sulla prima casa. Quanto alla politica economica, Renzi voleva il Mes, Conti l’ha rifiutato. A livello internazionale, però, Renzi era solo – il Mes non l’ha voluto nessun Paese a cui è stato offerto – e mentre Conti otteneva dall’Europa una quantità di miliardi che a Renzi nessuno avrebbe dato, il pupo fiornetino era impegnato a criticare ogni iniziativa di sostegno sociale adottata dal governo Conte, lavorava per distruggere e confidava ai sauditi la sua invidia per la possibilità  degli sceicchi di pagare salari da fame ai lavoratori.
«Differenza di carattere»? No, posizioni antitetiche tra due progetti politici, due modi di affrontare la pandemia e due posizioni in aperto contrasto sulla gestione delle risorse provenienti dall’Europa. Renzi disprezza i lavoratori e i loro diritti, è decisamente subalterno al Capitale internazionale e  locale. Il suo programma è quello della Confindustria, notoriamente nemica di Conti.
Come ha scritto recentemente Bevilacqua, Renzi è «uno dei più temibili uomini di destra mai apparsi sulla scena italiana […]. E’ tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni,  di fare patti sotterranei col nemico».
Quando si è giunti alla resa dei conti, Renzi ha esaurito il suo compito, svolto molto probabilmente in accordo con Mattarella. Indebolito Conte, screditato un Parlamento già di per sé scadente, si è fatto da parte, pronto a sostenere l’uomo che da tempo aspettava nell’ombra. Cade un governo che Renzi ha costretto a dimettersi, benché abbia ricevuto la fiducia delle Camere. Non si vota – la pandemia e l’infamia dei vaccini brevettati non lo consentono – e dal cilindro di Mattarella appare il nuovo salvatore della patria, Draghi, l’uomo dei derivati, delle banche e dei poteri forti, sul quale pesa l’antico, terribile e sempre valido giudizio di Cossiga, che lo definì un vile affarista. Il tecnico che aprì la via al massacro greco. Per imporlo al Paese, al termine di una sorta di golpe,  non sono stati necessari i carri armati. E’ bastato un senatore che voleva abolire il Senato e s’è messo alla testa di un manipolo di scissionisti.
Mentre contiamo e conteremo morti a migliaia, Piazza Affari vola e Confindustria festeggia. Il salvatore delle banche sarà per la povera gente più pericoloso del Covid.

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Cristiana Fiamingo, studiosa di valore e amica carissima, mi segnala una splendida lettera di Stojan Petic al Presidente della Repubblica Mattarella sul tema dolente delle Foibe.  Una lettera che merita di essere divulgata e che ospito con piacere sul mio Blog, solitamente riservato alle mie sempre più faticose e affaticate riflessioni. L’occasione merita due parole di commento e un ricordo.
“Carissima Cristiana, ho scritto alla mia amica, qui da noi ormai la storia la scrivono i politici e i loro servi sciocchi; lo fanno sotto dettato in cambio di cattedre e carriere. Come tu sai, chi prova a reagire paga prezzi salati ed è messo a tacere. Non a caso l’ex onorevole Frassinetti tentò di far passare una legge che istituiva
il reato di negazionismo per i cinque studiosi che confutavano la verità di Stato. Uno dei cinque ero io e scansai il processo perché la sinistra, in uno degli ultimi suoi sussulti di orgoglio, ne impedì l’approvazione. A memoria di questa ignominia c’è però una circolare che mi segnala tra gli storici ai quali i dirigenti scolastici non dovrebbero consentire di parlare nelle scuole della repubblica. Di Mattarella taccio per evitare di incappare in qualche denuncia per vilipendio. Ti ricordo solo che, complice il “democratico” Minniti, ha consentito ai fascisti del terzo millennio di candidarsi alle elezioni politiche. Io non mi meraviglio più di nulla, ma non avrei mai immaginato, nemmeno in in incubo, di giungere alla vecchiaia in un Paese ridotto così com’è oggi l’Italia.
——

Egregio Signor Presidente
della Repubblica italiana
Sergio Mattarella
Quirinale
Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.
Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler. In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente.
Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.
Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.
A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.
L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”.
In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.
In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.
Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.
Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.
Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.
Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.
Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.
E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.
E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.
Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.
Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, ne la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.
Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe. Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma…
Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.
L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.
La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.
Spero di averla fatta riflettere.
Ossequi.
Stojan Spetič, già senatore del PCI


“Cambiailmondo” https://cambiailmondo.org/2019/02/22/sulle-foibe-lettera-di-stojan-spetic-al-presidente-della-repubblica-mattarella/?fbclid=IwAR2zhMeew8f5FCHXH178gzjYV0V271CNh7Hyc-CM8v0ANzDdBhi7UsFvI-o

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notavPremessa
C’è da piangere, lo so, ma non so fare a meno di sorridere amaramente di fronte a chi si strappa i capelli perché – dice – “incombe il fascismo”. Un fascismo che si prepara a combattere costruendo un fronte unito che va da Grasso e Boldrini al PD.
A parte quelle coperte dalla foglia di fico del provvedimento “speciale”, dal 1946 a oggi la prima legge compiutamente fascista – sostanza e forma – l’ha firmata Marco Minniti, storico dirigente del PD. Grasso e Boldrini hanno applaudito, Mattarella ha firmato senza fiatare e nessuno si è strappato i capelli. De Magistris ha manifestato un aperto dissenso, annunciando un’ordinanza che ne avrebbe capovolto la logica, poi però non l’ha fatta.
La tragedia italiana oggi non vede sulla scena semplicemente un governo pericoloso, ma legalmente eletto. Recitano un ruolo anche il consenso per le scelte di Mattarella, altrettanto  pericolose, e il fatto che ad aprire la via a una possibile reazione siano stati sedicenti antifascisti come Grasso, Boldrini, il PD e soci, che hanno strozzato il dibattito alle Camere e hanno presentato, firmato o avallato leggi contro i lavoratori che la destra non avrebbe mai potuto far passare. Tragiche sono anche le valutazioni di cui si sono rese spesso responsabili forze politiche sedicenti di sinistra, ispirate all’antico costume dei due pesi delle due misure. Un costume per cui, se un’infamia viene da destra, l’hanno commessa i fascisti, se nasce a sinistra si tratta solo di compagni che sbagliano.
La verità è che un fronte di lotta democratica con Grasso, Boldrini e il PD è una tragicomica barzelletta.

Appunti
Abbiamo scarse forze.
Nessuna di esse può costruire da sola l’alternativa e organizzare una qualche resistenza.
Potere al Popolo è stata l’unica forza di sinistra così lucida, da capire che in vista delle elezioni di marzo non si poteva stare alla finestra, ma è stata lasciata sola e non ha potuto raggiungere l’obiettivo minimo immediato.
I “moderati” raccolti attorno a Montanari, dopo il tradimento della Falcone, si sono divisi e sono stati di fatto fuori dalla lotta, accusando Potere al Popolo di settarismo. Questo atteggiamento superficiale e per molti versi irresponsabile, ha aperto l’autostrada su cui corrono Salvini e Di Maio.
De Magistris, che avrebbe potuto prendere la testa del movimento nato al Brancaccio, impedire la nascita di Leu e raccogliere le forze della democrazia, ha sottovalutato i rischi e si è limitato a guardare.
Nel precipitare della crisi l’attendismo è stato una scelta superficiale e per molti versi irresponsabile, che ha agevolato la corsa di Salvini e Di Maio. Sia Montanari che De Magistris hanno dimostrato purtroppo seri limiti nella capacità di analisi del momento storico.
La difesa di Mattarella in funzione antifascista è di una impressionante cecità. Mirava forse a rimettere in gioco il PD, che di per sé è già destra, ha rafforzato invece l’estrema destra, già molto forte.
Oggi c’è un governo con Salvini ministro di polizia e in Parlamento manca una opposizione di sinistra che conti. La lotta sociale in piazza, già debolissima nella nostra società disgregata, si colloca al limite dell’impossibile.
Cresce la barbarie.
I centri sociali sono a rischio e i militanti faranno i conti con il codice Rocco.
La costruzione di un’alternativa in grado di organizzare una “resistenza” e muoversi tra le maglie di una deriva autoritaria non è solo un irrinunciabile obiettivo politico, ma una necessità storicamente fondata.
Potere al Popolo paga il prezzo di un prolungato scontro interno tra le sue anime; la scelta di risolvere i problemi organizzativi con riunioni di un gruppo ristretto –  un Coordinamento non eletto, che rappresenta per lo più le aree organizzate – rischia di snaturare la splendida intuizione iniziale di un reale lavoro dal basso. Le potenzialità sono ancora elevate, le adesioni significative e la base attiva, come si è visto alla recente assemblea nazionale. La democrazia interna è però ancora debole e sul gran lavoro della base pesa una struttura organizzativa che, al momento, è ancora di tipo verticistico. C’è – ed è serio – il rischio di costruire un “partito dei militanti”, che non saprà parlare alla gente.
Montanari ha una visibilità mediatica legata soprattutto al suo ruolo di intellettuale che, partito da intenti inclusivi, ormai più che unire, divide. Definendo settari i protagonisti dell’iniziativa di Potere al Popolo, ha dimostrato scarsa prudenza. A lui fa riferimento parte della sinistra moderata, che deve però dialogare con quella alternativa, se, come dice, intende unirsi a chi tenta di ricostruire la sinistra nel nostro Paese.
Il Congresso di demA non si è occupato di contenuti; ha fatto spazio a Laura Boldrini, Anna Falcone e al PD e non ha chiarito quale ruolo e con quali alleati intende svolgere De Magistris, che in questi ultimi anni, pur tra mille difficoltà, ha saputo creare a Napoli un modello di amministrazione alternativo a quello neoliberista. L’unico, in una grande città del nostro Paese. La sua organizzazione non ha ancora una identità precisa e sul tema dell’Europa è stata finora più vicina a Diem25 che a Mélenchon. De Magistris può parlare alla sinistra, moderati compresi, ma non deve dimenticare di esser nato fuori dal centro-sinistra. Un’origine che gli dovrebbe consigliare di non dare troppo spazio alle componenti di demA che lavorano per dividerlo da Potere al Popolo.
La sinistra da noi ha scritto la storia quando ha saputo tenere assieme in maniera equilibrata la sua anima autenticamente riformista e le avanguardie rivoluzionarie; questo dovrebbe indurre le sue componenti a una riflessione comune e a un dialogo costruttivo, avendo presente che le “dottrine” – anche quelle che hanno avuto una forte capacità propulsiva – non sono eterne e non sempre offrono soluzioni per i cambiamenti profondi della realtà sociale.
Leu è un prodotto di laboratorio, una parte del problema, non la soluzione, ma una base ce l’ha. Se, come pare, c’è il rischio di una deriva autoritaria, occorre che Potere al Popolo, De Magistris e tutte le forze in campo autenticamente antiliberiste trovino modo di parlarsi e di parlare alle realtà di base e ai singoli cittidini disorientati e privi di ogni riferimento. Su un punto è necessaria la massima intransigenza: il PD è oggi il partito del capitale finanziario ed è il vero responsabile di questo  sfascio. Porte chiuse per i suoi dirigenti, quindi, e capacità di parlare alla sua base, così come bisogna dialogare con la sinistra interna ai 5 Stelle.
Occorre il coraggio necessario a mettere da parte i pregiudizi.
Occorre la coerenza sufficiente a chiudere con il passato che non ha più una funzione storica.
Occorre un legame forte con quanto del nostro passato invece vive e ha ancora qualcosa da insegnarci.
Occorre il coraggio di mediare, e perciò non va spezzato il filo della memoria storica.
Occorre tempo, ma potrebbe anche darsi che non ce ne sia molto.
Per me certamente non basterà e in fondo non mi dispiace. Da troppo tempo mi sento straniero a casa mia. Straniero e solo.

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