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Posts Tagged ‘Grasso’

notavPremessa
C’è da piangere, lo so, ma non so fare a meno di sorridere amaramente di fronte a chi si strappa i capelli perché – dice – “incombe il fascismo”. Un fascismo che si prepara a combattere costruendo un fronte unito che va da Grasso e Boldrini al PD.
A parte quelle coperte dalla foglia di fico del provvedimento “speciale”, dal 1946 a oggi la prima legge compiutamente fascista – sostanza e forma – l’ha firmata Marco Minniti, storico dirigente del PD. Grasso e Boldrini hanno applaudito, Mattarella ha firmato senza fiatare e nessuno si è strappato i capelli. De Magistris ha manifestato un aperto dissenso, annunciando un’ordinanza che ne avrebbe capovolto la logica, poi però non l’ha fatta.
La tragedia italiana oggi non vede sulla scena semplicemente un governo pericoloso, ma legalmente eletto. Recitano un ruolo anche il consenso per le scelte di Mattarella, altrettanto  pericolose, e il fatto che ad aprire la via a una possibile reazione siano stati sedicenti antifascisti come Grasso, Boldrini, il PD e soci, che hanno strozzato il dibattito alle Camere e hanno presentato, firmato o avallato leggi contro i lavoratori che la destra non avrebbe mai potuto far passare. Tragiche sono anche le valutazioni di cui si sono rese spesso responsabili forze politiche sedicenti di sinistra, ispirate all’antico costume dei due pesi delle due misure. Un costume per cui, se un’infamia viene da destra, l’hanno commessa i fascisti, se nasce a sinistra si tratta solo di compagni che sbagliano.
La verità è che un fronte di lotta democratica con Grasso, Boldrini e il PD è una tragicomica barzelletta.

Appunti
Abbiamo scarse forze.
Nessuna di esse può costruire da sola l’alternativa e organizzare una qualche resistenza.
Potere al Popolo è stata l’unica forza di sinistra così lucida, da capire che in vista delle elezioni di marzo non si poteva stare alla finestra, ma è stata lasciata sola e non ha potuto raggiungere l’obiettivo minimo immediato.
I “moderati” raccolti attorno a Montanari, dopo il tradimento della Falcone, si sono divisi e sono stati di fatto fuori dalla lotta, accusando Potere al Popolo di settarismo. Questo atteggiamento superficiale e per molti versi irresponsabile, ha aperto l’autostrada su cui corrono Salvini e Di Maio.
De Magistris, che avrebbe potuto prendere la testa del movimento nato al Brancaccio, impedire la nascita di Leu e raccogliere le forze della democrazia, ha sottovalutato i rischi e si è limitato a guardare.
Nel precipitare della crisi l’attendismo è stato una scelta superficiale e per molti versi irresponsabile, che ha agevolato la corsa di Salvini e Di Maio. Sia Montanari che De Magistris hanno dimostrato purtroppo seri limiti nella capacità di analisi del momento storico.
La difesa di Mattarella in funzione antifascista è di una impressionante cecità. Mirava forse a rimettere in gioco il PD, che di per sé è già destra, ha rafforzato invece l’estrema destra, già molto forte.
Oggi c’è un governo con Salvini ministro di polizia e in Parlamento manca una opposizione di sinistra che conti. La lotta sociale in piazza, già debolissima nella nostra società disgregata, si colloca al limite dell’impossibile.
Cresce la barbarie.
I centri sociali sono a rischio e i militanti faranno i conti con il codice Rocco.
La costruzione di un’alternativa in grado di organizzare una “resistenza” e muoversi tra le maglie di una deriva autoritaria non è solo un irrinunciabile obiettivo politico, ma una necessità storicamente fondata.
Potere al Popolo paga il prezzo di un prolungato scontro interno tra le sue anime; la scelta di risolvere i problemi organizzativi con riunioni di un gruppo ristretto –  un Coordinamento non eletto, che rappresenta per lo più le aree organizzate – rischia di snaturare la splendida intuizione iniziale di un reale lavoro dal basso. Le potenzialità sono ancora elevate, le adesioni significative e la base attiva, come si è visto alla recente assemblea nazionale. La democrazia interna è però ancora debole e sul gran lavoro della base pesa una struttura organizzativa che, al momento, è ancora di tipo verticistico. C’è – ed è serio – il rischio di costruire un “partito dei militanti”, che non saprà parlare alla gente.
Montanari ha una visibilità mediatica legata soprattutto al suo ruolo di intellettuale che, partito da intenti inclusivi, ormai più che unire, divide. Definendo settari i protagonisti dell’iniziativa di Potere al Popolo, ha dimostrato scarsa prudenza. A lui fa riferimento parte della sinistra moderata, che deve però dialogare con quella alternativa, se, come dice, intende unirsi a chi tenta di ricostruire la sinistra nel nostro Paese.
Il Congresso di demA non si è occupato di contenuti; ha fatto spazio a Laura Boldrini, Anna Falcone e al PD e non ha chiarito quale ruolo e con quali alleati intende svolgere De Magistris, che in questi ultimi anni, pur tra mille difficoltà, ha saputo creare a Napoli un modello di amministrazione alternativo a quello neoliberista. L’unico, in una grande città del nostro Paese. La sua organizzazione non ha ancora una identità precisa e sul tema dell’Europa è stata finora più vicina a Diem25 che a Mélenchon. De Magistris può parlare alla sinistra, moderati compresi, ma non deve dimenticare di esser nato fuori dal centro-sinistra. Un’origine che gli dovrebbe consigliare di non dare troppo spazio alle componenti di demA che lavorano per dividerlo da Potere al Popolo.
La sinistra da noi ha scritto la storia quando ha saputo tenere assieme in maniera equilibrata la sua anima autenticamente riformista e le avanguardie rivoluzionarie; questo dovrebbe indurre le sue componenti a una riflessione comune e a un dialogo costruttivo, avendo presente che le “dottrine” – anche quelle che hanno avuto una forte capacità propulsiva – non sono eterne e non sempre offrono soluzioni per i cambiamenti profondi della realtà sociale.
Leu è un prodotto di laboratorio, una parte del problema, non la soluzione, ma una base ce l’ha. Se, come pare, c’è il rischio di una deriva autoritaria, occorre che Potere al Popolo, De Magistris e tutte le forze in campo autenticamente antiliberiste trovino modo di parlarsi e di parlare alle realtà di base e ai singoli cittidini disorientati e privi di ogni riferimento. Su un punto è necessaria la massima intransigenza: il PD è oggi il partito del capitale finanziario ed è il vero responsabile di questo  sfascio. Porte chiuse per i suoi dirigenti, quindi, e capacità di parlare alla sua base, così come bisogna dialogare con la sinistra interna ai 5 Stelle.
Occorre il coraggio necessario a mettere da parte i pregiudizi.
Occorre la coerenza sufficiente a chiudere con il passato che non ha più una funzione storica.
Occorre un legame forte con quanto del nostro passato invece vive e ha ancora qualcosa da insegnarci.
Occorre il coraggio di mediare, e perciò non va spezzato il filo della memoria storica.
Occorre tempo, ma potrebbe anche darsi che non ce ne sia molto.
Per me certamente non basterà e in fondo non mi dispiace. Da troppo tempo mi sento straniero a casa mia. Straniero e solo.

classifiche

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Potere al popoloGrasso l’ha detto: siamo disponibili a fare un governo col PD. I grillini, a loro volta, che non si dichiarano mai antifascisti, sono sempre più vicini a Salvini e all’estrema destra.

Si dice ed è certamente vero: UOMO AVVERTITO MEZZO SALVATO e CHI HA COLPA DEL SUO MAL PIANGA SE STESSO.
E’ sempre più chiaro: Chi vuole cambiare davvero ha una sola possibilità: VOTARE POTERE AL POPOLO.

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mattino 12-02-2018 - Copia (2)

Per quanto tagliata e ridotta all’osso, l’intervista uscita sul “Mattino” di stamattina  dimostra chiaramente che Potere al Popolo è l’unico partito che parla di politica e ha un programma alternativo alla feroce ricetta neoliberista.
Assieme alla foto del giornale con l’intervista tagliata pubblico qui il testo integrale inviato al giornale.

Potere al Popolo. Aragno: ridurre le spese militari e dirottare i fondi su enti locali

Giuseppe Aragno è candidato con Potere al Popolo

1) Qual è la prima cosa che farà in caso di elezione?
Se sarò eletto, dovrò interrompere il mio lavoro di ricercatore. Andrò all’Archivio di Stato ringrazierò commessi e archivisti e dedicherò tempo ed energie all’attività parlamentare. In quanto alla mia prima iniziativa, non intendo vendere fumo: i problemi locali si risolvono solo se inseriti nel quadro politico nazionale. In caso di elezione, quindi, chiederei anzitutto una drastica riduzione delle spese militari – parliamo di decine di miliardi all’anno – e la distribuzione dei cospicui risparmi agli Enti Locali. Stesso discorso per il “patto di stabilità” che soffoca i Comuni e a Napoli, per esempio, impedisce di utilizzare i risparmi accumulati nelle casse della Città Metropolitana. Inutile dire che la richiesta sarebbe avversata dal PD e da Forza Italia, la “maggiominoranza” che si alterna o si associa al governo da anni, senza un contrasto efficace dei 5Stelle, intenti alla battaglia morale contro la casta e in viaggio dal ribellismo al neoliberismo.

2) Dall’invasione alla fuga: Vomero e Arenella tra crisi produttiva e perdita di identità. La sua strategia.
Il nodo centrale è il lavoro. O meglio la sua assenza in città come ovunque le Paese. I commercianti del Vomero hanno ragione, quando lamentano una forte diminuzione dei consumi. Se pensano che i consumi possono aumentare, mentre ogni giorno ci sono famiglie che sprofondano nella povertà, che il lavoro si crei colpendo il reddito, rendendo sempre più precaria l’occupazione, impedendo agli anziani di andare in pensione e consegnando tutti noi alla ferocia del mercato senza regole, non cambino orientamento: votino PD, Forza Italia, 5Stelle, Grasso che ha accettato senza fiatare tutte le scelte che ci hanno condotto dove siamo. C’è solo l’imbarazzo della scelta. votino come sempre e poi però non si lamentino, perché così non si crea lavoro, ma si produce disperazione. Noi riteniamo che occorra cancellare il Jobs Act, la legge Fornero sul lavoro, e tutte le leggi che negano il diritto a un lavoro e sicuro e a tempo indeterminato, il ripristino dell’articolo 18 esteso anche alle aziende con meno di 15 e 32 ore lavorative per tutti a parità di salario.

3) Violenza minorile, stese, agguati di camorra: Napoli resta una città insicura, cosa propone?
Anche in questo caso, il problema viene da lontano e c’è un errore che non possiamo permetterci: scambiare il sintomo per la malattia. Purtroppo è quello che facciamo ogni giorno con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi venti anni abbiamo visto crescere esponenzialmente la delinquenza e la violenza minorile. L’unica risposta che siamo stati in grado di fornire è di ordine pubblico. La presenza di forze dell’ordine a Napoli è cresciuta però di pari passo alla criminalità. E questo non ha risolto assolutamente nulla. Recentemente per affrontare il problema delle cosiddette babygang qualcuno ha persino proposto l’arresto e la carcerazione dei minori. Sarò brutale: è come spazzare la polvere sotto il tappeto. Non si vede quindi non c’è. La sicurezza non si ottiene con la repressione ma con prevenzione. Occorrono politiche sociale, occorre investire nell’educazione, nell’istruzione, nella formazione, nel tempo libero, offrire lavoro, creare una prospettiva, un futuro. Non ci sono alternative. Questo è l’unico modo per invertire la tendenza e recuperare i giovani alla società civile.

4) Nonostante gli sforzi di parrocchie, comitati civici e associazioni, il rione Sanità resta una zona a rischio. Come aiutarlo a voltare pagina?
Mi ricollego alla domanda precedente. Faccio lo storico, ma ho lavorato per anni nella scuola. A Secondigliano come maestro elementare. Al Corso Malta come insegnante delle scuole medie. L’attuale situazione di degrado l’ho vista nascere e crescere. Con i colleghi andavamo a prendere gli studenti a casa per portarli a scuola. Lentamente non è stato più possibile. Siamo rimasti soli. Così come lo sono oggi gli operatori sociali, i sacerdoti di frontiera e chiunque si batta contro il degrado e la delinquenza. A Napoli in certe zone lo Stato non esiste più. Il volontariato non basta. Bisogna costruire scuole, finanziare l’assistenza sociale, creare le condizioni perché le famiglie svolgano fino in fon do il loro ruolo: reddito e tempo da dedicare al figli. Non ci sono i soldi? Non è vero. Basterebbe ridurre la spesa militare.

5) Perché gli elettori dovrebbero votare per lei?
Credo che le ragioni siano tutte nelle risposte alle domande precedenti. Votare per me significa votare per l’unica forza politica che rifiuta la ricetta neoliberista che vorrebbe curare la crisi con la medicina che l’ha creata.

 

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Fonte insospettabile, solita la faccia tosta:

Regionali 2018: Bersani, lavoriamo per intesa col Pd in Lazio e Lombardia

“Proviamo a trovare un’intesa in Lazio e Lombardia”. Per sostenere Nicola Zingaretti e aprire un confronto sul programma anche con Giorgio Gori. È la linea tracciata dai leader di Liberi e uguali, Pier Luigi Bersani e il governatore toscano Enrico Rossi, sul tema delle alleanze fra sinistra e Pd alle prossime regionali, raccogliendo l’appello dei padri nobili del Pd – da Prodi a Veltroni – pubblicato dal quotidiano la Repubblica.
Con Zingaretti, ammette Bersani conversando con i cronisti in Transatlantico, la strada di un accordo è meno complicata di quella con Gori. Comunque, avverte, “non ha senso fare ammucchiate contro la destra, operazioni di ceto politico. Serve una proposta chiara di sinistra di governo, alternativa alla destra. Altrimenti i cittadini non ce li portiamo a votare. Vediamo che succede nelle prossime ore”.
“Con Gori in Lombardia è opportuno aprire un confronto sul programma, perché rispetto a Maroni non basta #faremeglio, come dice lo slogan Gori, ma si deve cambiare idee e politiche – afferma Rossi su Facebook –  Nel Lazio non sostenere Zingaretti, un uomo di sinistra, è un errore perché dobbiamo impedire che la Regione passi a Gasparri”.
Lo stesso Gori lancia un appello a Pietro Grasso, leader di Leu. E commentando le parole del presidente del Senato, che questa mattina ad Agorà aveva fatto intendere che se fosse dipeso solo da lui avrebbe già preso una decisione, dice ai microfoni di Radio1: “Io lo interpreto in questo modo: se fosse per lui sarebbe un Sì. Io credo che se l’alleanza è possibile in Lazio allora lo è anche in Lombardia, dove da 23 anni governa il centro-destra”.
“Si vince sulla discontinuità e non sul frontismo – tiene a precisare Paolo Cento, responsabile enti locali di Sinistra Italiana – Per questo il confronto anche nel Lazio su questi temi deve essere vero e se serve anche ruvido, prima di arrivare ad una decisione”. Mentre il segretario di Si Nicola Fratoianni chiude la porta a qualsiasi intesa su Gori: “Io domani parteciperò all’assemblea di Leu in Lombardia per indicare il candidato di Liberi e Uguali alla regione”. E aggiunge: “Leggo appelli alla responsabilità di diverse personalità oggi ma non bastano, qui il punto è il giudizio di merito, il giudizio politico”.
“Siamo un progetto politico plurale – taglia corto Grasso – è normale che ci siano posizioni diverse. Abbiamo concordato di ascoltare le indicazioni del territorio, domani (venerdì 12 gennaio, ndr) ci saranno le assemblee sia in Lombardia che nel Lazio, poi prenderemo una decisione”.

Affari Italiani, 11 gennaio 2018

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E’ un dato di fatto su cui riflettere attentamente, perché non riguarda solo «Potere al popolo» e nemmeno semplicemente le elezioni politiche di marzo. Molto probabilmente l’accostamento a Corbin e al suo movimento nasce da una lettura della realtà politica italiana che passa attraverso il filtro dell’esperienza britannica e contiene quindi una inconsapevole forzatura, tuttavia non c’è dubbio: quando un giornale inglese del livello dell’«Indipendent»  tenta un’analisi seria del movimento nato a Roma nel novembre scorso, è impossibile ignorare la miseria morale che caratterizza ormai la nostra stampa e, di conseguenza, la condizione di coma profondo in cui versano la democrazia e la vita politica nel nostro Paese.
Alla vigilia di elezioni che giungono dopo l’approvazione di una legge elettorale passata con ripetuti voti di fiducia e ancora una volta inconciliabile con la Costituzione, questa condizione va segnalata, perché se ne prenda coscienza prima di scegliere per chi votare o decidere per l’astensione. Il dato è di per sé clamoroso: non solo in Spagna, Francia e Portogallo, ma ora anche nel Regno Unito la partecipazione alla battaglia politica e alla competizione elettorale di un nuovo e significativo movimento, suscita l’attenzione dei giornali. Non ci sarebbe nulla di eccezionale, se qui la stampa non ignorasse la vicenda o non ne parlasse solo per darne un’immagine deformata. Così stando le cose, l’articolo del giornale inglese diventa di fatto una nuova, indiretta ma significativa conferma dei dati rivelatori emersi dalla classifica sulla libertà di stampa stilata da «Reporter senza frontiere», che vede l’Italia al 52° posto.
E’ difficile dire se questa indecente posizione sia determinata solo dal fatto che i nostri giornalisti sono intimiditi e minacciati, o sia anche – e forse soprattutto – la conseguenza di politiche scellerate che hanno consentito una inaccettabile concentrazione di potere in un settore vitale per la vita di una democrazia. Sta di fatto che – a parte eccezioni sempre più rare – l’informazione nel nostro Paese è in mano a pennivendoli e velinari, sicché, per conoscere ciò che anima la nostra vita politica, bisogna armarsi di pazienza e andare a cercare le notizie fuori dai nostri confini. Chi più chi meno, tutti i partiti che si accingono a chiederci il voto si sono compromessi con governi che hanno epurato giornalisti, ignorato gravissimi conflitti di interesse e agevolato un innaturale ed estremo intreccio tra informazione e gruppi di potere economico e politico. Se oggi si può parlare di «anomalia italiana», è perché chi ci ha governato ha consentito una inaccettabile concentrazione dei media, il conflitto di interesse di cui è figlio il polo mediatico berlusconiano e ha reso ferreo il controllo politico esercitato dal governo in carica sulla televisione pubblica.
Stavolta non solo è importante votare, ma occorre recarsi alle urne ricordandolo bene: è per colpa di chi ci ha governati e chiede di tornare a farlo, se l’Italia per libertà di stampa è situata agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea. Le ragioni sono molteplici e profonde, ma risalgono tutte alle scelte dei partiti che ci chiedono il voto. E poiché siamo convinti che la libertà di espressione sia un diritto di tutti, è necessario lottare contro chi ha deciso che l’informazione sia, com’è stato scritto«una pratica disinformata».
L’articolo dell’«Indipendent» non affronta direttamente il problema, ma per il fatto stesso che è stato scritto è un inconsapevole invito a votare la lista di «Potere al popolo». Un voto necessario, per chi vuole evitare che il nostro Paese conquisti il primo posto nella classifica di quella disinformazione che di fatto aiuterebbe neoliberismo e finanza a imporci il sistema politico più adatto alle esigenze del capitale finanziario: il nuovo e più pericoloso fascismo di cui ci sono mille e sempre più preoccupanti segnali. Bisogna perciò averlo chiaro: nel lungo processo di disfacimento della repubblica nata dall’antifascismo, gli esponenti della sedicente sinistra, raccolta sotto le insegne di «Liberi e Uguali», Grasso, D’Alema, Bersani e a quanto pare persino don Antonio Bassolino, hanno tutti gravissime responsabilità per la lunga agonia della nostra democrazia.

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MinzoliniNon ripeterò ciò che penso della legalità senza giustizia sociale e l’ho già detto mille volte: in Italia non ci sono più deputati e senatori. Quelli che abbiamo non li ha votati nessuno e sono entrati nelle Camere con una legge incostituzionale. I fatti parlano per me e non vale la pena soffermarsi.
Mi limiterò a un’osservazione: sarebbe stato bello leggere un’Ansa con le dimissioni di Marco Minniti, “eroe di Napoli” e difensore di una legalità repubblicana che il suo partito fa a pezzi ogni giorno. Due parole, un messaggio telegrafico: “stavolta mi dimetto”.
Sarebbero state di conforto in questo momento triste le dimissioni di Grasso, un commiato indignato dell’inquilino del Quirinale, l’addio dell’onnipresente Cantone e l’uscita di scena disgustata dei destri ministeriali alla Alfano. Si sarebbe riscattata con una protesta plateale la senatrice Angelica Saggese, che si coprì di ridicolo quando, in coro con Grasso, Alfano e Cantone, chiese dimissioni e divieto di dimora per  Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, condannato in primo grado e poi assolto.
Non è andata così. sono stati tutti zitti e sono tutti dov’erano, usurpatori di un potere che non gli tocca, avvinghiati in un abbraccio, che equivale a uno sputo indirizzato agli stenti della povera gente e un intollerabile oltraggio per chi è in carcere e sconta una pena.
Si è fatto un gran parlare di violenza, si sono messi sotto accusa alcuni giovani per una sassaiola, si sono nuovamente chieste le dimissioni del sindaco di Napoli e mobilitate le Questure contro inesistenti terroristi; nessuno ha il coraggio di dire che il vero santuario del malaffare, l’autentica negazione della politica, il laboratorio di ogni violenza è il covo dei “nominati”, il Parlamento, ridotto davvero a bivacco di manipoli, come minacciò, ma non giunse a fare, Benito Mussolini.
Da troppo tempo una violenza autentica, criminale e distruttiva colpisce duramente la popolazione, in un Paese che non ne può più e se dico che chi semina vento raccoglie tempesta, non minaccio nessuno. Prendo atto dell’insanabile frattura che divide ormai i governati dai governanti.

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20629Alfano farebbe bene a stare sul chi vive: alla sua età con la memoria corta non c’è da scherzare. Lui non ricorda più, ma per Berlusconi, condannato ad anni di galera per falso in bilancio e frode fiscale con sentenza passata in giudicato, pretendeva la permanenza in Senato e il ruolo di padre costituente, che il pregiudicato poi si è ritagliato. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accusato di un improbabile abuso d’ufficio e condannato in primo grado, il ministro, invece, più veloce del lampo, in nome della Legge Severino, ha voluto l’immediata sospensione. E non si tratta solo di un’idea che cambia. Per Alfano, dalla sera alla mattina, i colori dell’arcobaleno si sono ridotti a sfumature di grigio.
Il Presidente del Senato Grasso, ex magistrato, non ha invocato la maestà della legge e non ha mai pensato di dimettersi, quando la Corte Costituzionale l’ha informato che era stato eletto con una legge truffa, un vero e proprio inganno per gli elettori e la Costituzione. Grasso non ha gridato allo scandalo nemmeno quando la banda dei nominati sistemati in Senato come lui grazie a una legge incostituzionale, ha messo mano alla riforma della Costituzione. Come se nulla fosse, tuttavia, l’ineffabile presidente del Senato, con invidiabile scelta di tempo, ha subito chiesto le dimissioni di De Magistris.
Questa è l’Italia ormai, al settimo anno di regno di Giorgio Napolitano, alloggiato per la seconda volta al Quirinale perché – guarda un po’! – la Costituzione non vieta esplicitamente la rielezione del Presidente della Repubblica. Che è come dire: possiamo eleggerlo anche dieci volte, tanto la Costituzione non ce lo proibisce. Pazienza se la repubblica parlamentare diventa una monarchia incostituzionale. Questo è lo stato dell’arte, e il fior fiore dei «nominati», a cominciare dal candido Brunetta, punta il dito su De Magistris che non ha la «sensibilità politica» di farsi graziosamente da parte proprio mentre si sente l’odore di quattrini e i lupi affamati calano in branco dai monti, per spartirsi la torta.
Sarà l’idea sbagliata di un napoletano che non può guardare la faccenda con imparziale distacco, ma il colpo portato a De Magistris, più che figlio di un improvviso e miracoloso bisogno di legalità, sembra una pugnalata alla schiena della città. Attenti perciò a dire con Travaglio che il sindaco avrebbe dovuto dimettersi e accontentare i lupi, perché la «legalità» somiglia molto alle bandiere con cui si giustificano gli interessi inconfessabili celati dietro le guerre: guerra per la democrazia, guerra per libertà, guerra umanitaria e chi più ne ha più ne metta, ma poi si tratta sempre di oro, mercati e petrolio. Non importa nemmeno che le legge Severino sia chiaramente incostituzionale, perché cancella la presunzione d’innocenza e ha un inaccettabile valore retroattivo. Il punto è che si tratta di un colpo azzardato, che potrebbe rivelarsi un passo falso e ridare senso politico a un’esperienza che rischiava di svilirsi nel silenzio, nelle divisioni e nelle difficoltà di comunicazione. Un colpo che pare restituire De Magistris alla città per quello che è stato all’inizio: speranza di cambiamento, bastone tra le ruote dei giochi di potere, degli intrallazzi e delle larghissime intese sulle spartizioni tra i «grandi partiti», che per decenni, fingendo di farsi la guerra, hanno arricchito pessimi politici e ridotto alla fame chi già stentava.
Il rischio è che, fuori De Magistris, i soliti noti – Bassolino, Lettieri, Migliore e dietro di loro Renzi e l’alleato Berlusconi – vincano la partita e mettano ancora una volta le mani sulla città. Perché non accada, è necessario anzitutto che la difesa di Palazzo San Giacomo non si riduca a quella di un uomo. Non servirebbe al sindaco, non sarebbe utile alla causa della città. Occorre che questo sia chiaro: si tratta anzitutto di difendersi dalla peggiore speculazione, lottare per quel tanto di democrazia – sia pure formale – che sopravvive alla crisi. Se si saprà creare mobilitazione su questi temi – e per farlo occorre volare alto – forse si otterranno ad un tempo una ripresa di interesse e di iniziativa politica attorno a Luigi De Magistris e una rinnovata presa di coscienza del sindaco: senza un dialogo fitto con la gente, l’esito è scritto e lo si vede chiaro.
Per quanto mi riguarda, ho un ricordo limpido: una lontana serata di fine luglio del 2012 e una breve discussione con De Magistris sul concetto di legalità. Tutto sommato ci si intese, anche se poi non sempre mi è sembrato che il suo lavoro abbia seguito la rotta iniziale. E questo va detto. Attestarsi su una generica idea di «legalità» è stato un errore di prospettiva solo a tratti corretto. Un errore di cui ora il sindaco paga le pesantissime e ingiuste conseguenze; non è un caso se una malintesa idea di «legalità» sia la base da cui parte l’attacco che non è riuscito sul terreno politico. Occorre distinguere tra legalità e giustizia. La legalità è un’arma a doppio taglio: «legali» furono anche le condanne di Gramsci e Pertini, che certo non erano giuste o accettabili; «legale» è la condanna ingiusta che colpisce De Magistris. C’è stata una «legalità fascista» e ce n’è una che si va imponendo a sostegno della «democrazia autoritaria» che si sta costruendo. Partendo da questa riflessione, si può forse riaprire il dialogo coi movimenti, riprendere il percorso ed evitare l’accusa strumentale che si fa circolare: «così diceva anche Berlusconi». Falso, ma micidiale. Bisogna uscire da questo terreno minato e recuperare la centralità della giustizia, quella sociale soprattutto, l’elemento comune che aggregò forze diverse attorno a De Magistris.

Uscito su Agoravox il 6 ottobre 2014

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Copia di 26885112_eterna-finzione-della-liberta-ritrovata-0Pare che Berlusconi sia seriamente preoccupato, Napolitano profondamente irritato e Pietro Grasso a dir poco  sconcertato. Di Laura Boldrini, meglio non parlare; non lo dice nessuno, ma le notizie trapelano e destano serie preoccupazioni:  ha trascorso la giornata tra crisi isteriche, svenimenti e sali ammoniacali per rianimarsi. Che dei magistrati facessero un simile regalo al suo più acerrimo nemico, proprio non se l’aspettava, la Presidente della Camera! A Torino la Procura, chissà per quali scopi segreti,  s’è messa, infatti, a complottare contro la repubblica! E’ ormai certo, infatti, che intende processare Grillo per il reato di “ingresso in baita sigillata“. Le ragioni non sono chiare, ma è in arrivo un’altra accusa, tirata fuori fresca fresca dal codice Rocco. Scartata l’ipotesi dell’omicidio – Grillo ha incitato la polizia a non scortare più i politici e, quindi, è il potenziale mandante d’una strage – si è optato per il reato di “incitamento alla disobbedienza“. Il piano è scoperto e non ci vuole molto a capirlo: ci sono Procure della Repubblica che hanno deciso di fare una tale campagna elettorale a Grillo, che l’Italia voterà in massa per i Cinque Stelle!

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scansione0001Da giorni ad Alessandra Kersevan, studiosa seria e preparata, che documenta ogni sua ricerca con grande scrupolo e notevole capacità professionale, si sta impedendo di parlare. Avrebbe diritto di farlo, anche se dicesse sciocchezze, ma non è così. In sua difesa, si dovrebbero sollevare tutti, anche gli avversari. Non parla nessuno. La Boldrini, Grasso, Napolitano recitano, predicano, ma assieme pensano a come far passare una legge liberticida contro quello che chiamano «negazionismo», e punta invece a cancellare la libertà di ricerca, di pensiero e di opinione. Ci mancano solo le manette. Verranno anche quelle, temo. Chissà se qualcuno si sveglierà dal sonno e finalmente proverà a dire basta.
So quanto vale Alessandra. Con lei ho scritto un libro e mi permetto di dire che tutti dovrebbero leggerlo,perché è raro trovare tanta chiarezza, una così indiscutibile documentazione su argomenti che si avviano a diventare una sorta di religione di Stato sulla quale è proibito discutere.  Purtroppo non è più facile da reperire, ma non escludo che si possa ristampare.
Sono solidale con Alessandra Kersevan e non ho dubbi: chi vuole che stia zitta è semplicemente fascista. Qui, su questo blog, ha ed avrà diritto di parola. E chi vuole può ascoltarla. E’ solo un’intervista e si vede che è scossa, ma la sua accusa è chiarissima e la faccio mia: in Italia c’è ormai un regime, una vergognosa, vile e intollerabile dittatura.

 Ecco il link con la breve intervista.

Uscito su Contropiano il 7 febbraio 2014

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