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3secondigliano_censi2_primaTerranei limacciosi, roventi d’estate e gelati d’inverno, ammassati tra Via Cassano, il cimitero e gli stucchi umbertini di Corso Italia: questo erano i “Censi” a Secondigliano negli anni Settanta del secolo scorso. Miseria, ignoranza, rassegnazione, povera gente messa a marcire in lerci tuguri, grumi di umanità diffidente e straniera che ti seguiva con la coda degli occhi finché poteva. Così, con la sensazione d’esser seguito, ci passai per sei anni e fu sempre come la prima volta, quando da via Tagliamonte sbucai su una spianata di terra battuta e ciuffi d’erba olivastra: al centro, due prefabbricati con le finestre a vetri rinforzati, circondati da un muro di tufo, tra bidoni anneriti dai falò notturni, carcasse d’auto, cumuli d’immondizia, copertoni, zingari accampati, tende, roulotte, celerini e una folla inferocita. Una scuola in una terra di camorra.
– Via una tribù – sibilò quel giorno il Direttore Didattico – ce n’è un’altra che arriva.
Cominciai così, tra zingari rifiutati, mamme inviperite, manganelli e bambini di prima elementare entrati in classe a fatica in mezzo a compagni distesi a terra, aggrappati ai piedi delle madri. Era scritto in quegli occhi piangenti che parlavano più chiaro delle bocche: la scuola che da studente avevo odiato mi avrebbe ferito di nuovo. Però l’avrei amata.
Erano tempi di svolte così radicali che non bastavano bombe. La scuola si apriva alla società e ai “Censi” la “democrazia partecipata” fu vita vera; per un po’ i collettivi tennero il campo e si lottò. La destra fece carte false per tener fuori la scuola pidocchi, pidocchiosi e pensiero critico e trovò muti consensi a centro, la sinistra frenava ogni forma di autonomia, ma facemmo causa comune coi pidocchiosi che chiedevano diritti, tenemmo duro e la sorte dei pidocchi non pesò su quella dei pidocchiosi ai quali, però, quando si votava – Consiglio di Circolo o Parlamento poco importava – in cambio di voti, i clerico-fascisti donavano pettini stretti, aceto, miracolose polveri antiparassitarie e per sopramisura un impegno allettante: mai più zingari ai “Censi”. I docenti spaesati dalla scuola di massa cercarono riferimenti: la sinistra attirò i liberali, la destra i nostalgici dei tempi andati, che nello schifo per i pidocchi della scuola di massa misero l’odio di classe. In quanto alla “società civile”, piantò baracca e burattini e si buttò sul privato.
Il Direttore Didattico mise in campo il coraggio di ex combattente, ma alla scuola di massa mancò sempre qualcosa, dai bidelli agli arredi, dalle aule alla palestra, dai laboratori ai sussidi. E non bastò nemmeno che molti dei docenti ostili, capito il gioco, scendessero in trincea; la “democrazia partecipata” morì nell’impotenza degli Organi Collegiali e la stagione di lotte si chiuse in labirinti di zingari, copertoni, carcasse d’auto rubate e battaglie sindacali sugli stipendi.
Coi ragazzi di prima giunsi alla quinta, ma a Natale erano analfabeti. Grandi cerchi fuori dai righi, ominidi stilizzati come fossimo al paleolitico, macchiaioli, impressionisti, ma analfabeti: qui mi aveva condotto una “Guida per il maestro” che ignorava l’esistenza dei “Censi” e dei suoi ragazzi. A parte i pidocchi, le classi “migliori” stavano anche peggio, ma aver compagni al duol non scema la pena. I ragazzi mi volevano un bene dell’anima, erano un miracolo di democratica indisciplina, ma il profitto valeva zero e mi prese un’ansia senza nome. La notte sognavo l’alfabetiere, balzavo su col cuore in gola e mi calmavo preparando esami per l’università.
Fu a fine febbraio. Un lampo negli occhi e Bocchetti, trionfante, esibì fogli zeppi di parole corrette. Tartagliava come sempre, in preda a indomabili tremori nervosi, ma la spuntò. In un quadratino in alto a sinistra, come si doveva, aveva messo un topo accettabile; la coda era forse lunga, ma la pagina era piena di parole che cominciavano con “zeta”: corsivo, stampatello, maiuscole e minuscole. Preciso e pulito.
– Bravissimo! – gli feci, sobbalzando – ma dimmi che hai scritto.
– La ”z” di zoccola, pruvessò! E la luce dei suoi occhi entrò nella mia testa. Per i ragazzi dei “Censi” il topo aveva due nomi: “sorice” o “suricillo”, se intendevano topolino, “zoccola” o “zucculona” se si trattava di notevoli dimensioni o donne di facili costumi, E’ terra straniera, mi dissi, e a casa lavorai come un pazzo. Ventiquattr’ore dopo ero uno straccio, ma giunsi ai “Censi” ch’era quasi l’alba. La celere come sempre circondava zingari e scuola. Tappezzai l’aula di nuovi cartelloni. La “z” di “zoccola” al posto d’onore, rinforzata da un frate francescano – “ze’ monaco” ai “Censi” era una finezza da Basilio Puoti – e col frate, a scanso equivoci, incollai un “suricillo” vivace con le sue letterine: “s” maiuscola, minuscola, in stampatello e corsivo. Più in basso, un trionfo di gatti stampati con cura; uno bianconero e un altro fulvo, con le chiarissime iniziali: la “i” di “iatta” e la “m” di “mucillo”. Questo era il gatto ai “Censi”: “iatta” o “mucillo”. Una botte marrone a cerchi neri suggeriva decisa la “v” di “votta”, un’oca grande e grossa stava lì per la “p” di “paparella”, cui facevano compagnia una balena, che confermava con la “p” di pesce la “p” di “paparella”, e via così, doppi e tripli cartelloni per un terremoto che inserì la scuola, la lettura e la scrittura tra le conquiste della vita dei miei tripudianti ragazzi.
In quegli anni divenni maestro. Non chiedete di errori o di danni. Andò come poteva andare. Mi vollero bene, li amai. Ignoranti senza futuro, però sul viso denutrito e negli occhi vivi c’era ancora posto per il rosso dell’imbarazzo, della vergogna e della timidezza, per l’innocenza dell’infanzia, appannata dal velo di chi conosce la vita, per la luce dei sogni, che una parola poteva spegnere, per una domanda di affetto contrastata da ombre nascenti nei momenti di già apprese violenze. Niente era già perso. Regine e re, galantuomini e sognatori, scrittori e pittori geniali, arte, scienza, umanità incorrotta, tutto portavano dentro. Tutto il bene del mondo. Dei genitori, i padri erano invisibili e le mamme a trent’anni già vecchie.
Subito fuori, però, il veleno della “società civile” ci soffocava più degli zingari e della celere. Sullo slargo dopo Via Tagliamonte i cortei di protesta che attraversavano la città non giunsero mai. La politica ai “Censi” si preparava a sostituire nuovi ghetti a vecchi formicai; politica era la licenza concessa a una scuola privata per borghesi benpensanti, che spedì a centro voti progressisti; era il favore in cambio del favore, il voto che valeva lavoro, il commissario governativo per gli esami di Stato scelto ad arte tra chi non vedeva o sentiva e lasciava fuori dal gioco chi rifiutava la “busta”, minacciando denunce; è “un giovane impulsivo e immaturo che crea inutili imbarazzi”, si diceva, e “il Commissario non lo farà più”. Promisi a me stesso che non avrei imparato e sono un vecchio immaturo. Un alunno si perse. Uno piccolino che mi aveva avvisato: “Ce sta nu Mecedes che mi piace. Dimane vedimme’ comme va.
I carabinieri lo inseguirono a sirene spiegate: al volante non si vedeva nessuno, ma guidava come un pilota di formula uno. Quando strinsero l’auto al muro dopo il marciapiede, era sdraiato al posto di guida. Toccava i pedali con la punta dei piedi, teneva il volante tra le mani dio solo sa come e davanti vedeva e non vedeva, però gli bastava. Il giorno dopo finì sulle pagine dei giornali e a scuola mi sfidò: – Io ve l’avevo ditto.
Sulle prime pagine tornò anni dopo: ergastolo per omicidio durante una rapina. Uccise il custode di una fabbrica con una fucilata. Degli altri non so. Passai alle medie e ai “Censi” non tornai più. Me li sono portati dentro per sempre e lì sono ancora, ma ormai non esistono più; li spazzò via la ruspa alla fine degli anni Settanta: recupero delle aree periferiche, si disse, ma tutto finì sulla soglia di un limbo, là dove i sogni si fanno incubi. Sulle macerie ora trovi impenetrabili ghetti e una camorra da società dei consumi. Intanto, più feroce di ogni ferocia, la politica continua a “riformare la scuola”; Renzi ora vuole “salvarla” con la sua incredibile “mobilità nazionale”. Un omicidio, questo, che nessuno pagherà.

.Uscito sul Manifesto il 13 settembre 2014 col titolo La scuola pidocchiosa ai Censi di Secondigliano e su Libertà e Giustizia il 15 settembre 2014 col titolo Ricordi di una “scuola di vita”.

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images«All’azienda scuola sono stati sottratti 10 miliardi di euro e non si sa più come evitare il fallimento? Per favore, calma e ricordiamoci che la miglior difesa e l’attacco». Parlano chiaro tra loro il Presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, perché in fondo sanno di non correre rischi. Il mondo dell’informazione, quello che conta soprattutto e ha grande influenza sull’opinione pubblica, è tutto dalla loro parte e questo ha un peso decisivo. Se la stampa non fosse legata al carro dei padroni del vapore, il governo sarebbe al capolinea; aveva esordito promettendo dimissioni se non avesse lavorato per salvare dal fallimento il sistema formativo e oggi sarebbe facile metterlo alle corde: la scuola e l’università mancano persino di ossigeno in sala rianimazione e lo sfascio è evidente. Al governo però – orribile a dirsi! – ci sono assieme Berlusconi col suo impero mediatico e il PD, che con De Benedetti non ha certo difficoltà nella manipolazione delle coscienze. Passata parola, perciò, in un battibaleno la linea è tracciata e da sera a mattino si scatena un inferno. Anzitutto riflettori accesi sui 400 milioni stanziati dal governo per la Ricerca e la Scuola. Pensate che sia solo un’elemosina e vi sembra acqua che non toglie sete? Avete certamente ragione, ma il fuoco di fila di giornali e televisioni copre lo scandalo, convince i dubbiosi, zittisce i critici e capovolge i fatti. Non c’è giornale o televisione che non esulti, non venda patacche,  non trasformi la miseria in ricchezza, non parli di inversione di tendenza. L’azienda è sempre più vicina al fallimento, ma non c’è mezzobusto che non registri la scelta illuminata d’una classe dirigente che ha finalmente messo al primo punto della sua agenda il pianeta formazione.
E’ vero, sì, il 70 % degli undicimila vincitori di un imbroglio chiamato concorso rimarrà a casa, ma niente paura: è pronto un piano triennale di assunzioni che porterà a scuola 69.000 nuovi docenti… E poiché c’è ancora una pattuglia di insegnanti che non ama il quieto vivere, tenta di dar battaglia, e fa notare che è ora di piantarla con le promesse, ecco la stampa passare all’attacco: «Se non si inquadrano gli insegnati» – titola il giornalismo indipendente – «è inutile che il governo punti sulla formula magica Scuola–futuro». Il fuoco di fila è micidiale: «Per chi non lo sapesse» – cantano in coro le televisioni – «gli alunni sono somari perché i docenti non conoscono il loro mestiere!». E’ un coro da tragedia greca, una criminalizzazione da Colonna Infame e in fondo qualche ragione ce l’hanno. Politici e stampa sono, di fatto, la prova vivente dei limiti del nostro sistema formativo. Se avesse funzionato, noi non avremmo giornalisti messi così male che, al paragone, persino Interlandi vincerebbe il premio Pulitzer e risulterebbe un modello d’indipendenza. In quanto ai politici, spesso praticamente analfabeti, c’è poco da lamentarsi: probabilmente Renzi e compagni sono usciti quasi tutti dalle nostre aule.
Il fatto è, però, che noi, asini matricolati, abbiamo frequentato le facoltà in cui insegnano e ci hanno insegnato a insegnare i docenti delle nostre università. Se dagli studenti si dovessero giudicare gli insegnanti, beh, non ci sarebbero dubbi: gli asini per eccellenza andrebbero cercati là. Invece per loro la regola non vale. Sono tutti bravi, anzi, sono tutti bravissimi, come Berlinguer, Profumo e Carrozza, docenti universitari e ministri dell’Istruzione.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2013 e su Liberazione.it il 18 settembre 2013

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Questo articolo di “Fuoriregistro” è uscito – e poteva uscire solo – su un giornale: “Il Manifesto“. Se avete a cuore il futuro della scuola pubblica, perciò, compratelo e sostenetelo sempre: Il “Manifesto” è una voce libera schierata a difesa della scuola statale.

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E’ uno strano neonato, un “sanguemisto“, figlio illegittimo di incontri clandestini tra la destra reazionaria e il furore ideologico di un tecnico del capitale. Nato venerdì scorso, è stato battezzato come comanda una prassi ormai consolidata: “Consiglio dei Ministri, Decreto numero 72 dell’8 marzo 2013“. Ligio al dovere, il “Sole24Ore” ha annunciato il lieto evento con la consueta faccia tosta padronale: il Governo “scaduto“, infatti, per il giornale della Confindustria non solo ha “acceso il semaforo verde definitivo” per una delibera ormai indifferibile, ma ha anche risposto all’ansiosa attesa della scuola. Si direbbe quasi che gli insegnanti, consapevoli d’essere tutti, senza eccezioni, una manica d’incapaci sfaticati e convinti e di aver perciò meritato i tagli devastanti, i mancati investimenti, le classi pollaio, le campagne di stampa sui fannulloni e il discredito generalizzato dovuto alle accuse dei loro stessi ministri, non attendano altro che il giorno del giudizio. La scuola, pervasa finalmente di spirito cristiano, si sarebbe ormai attestata sul religioso principio della rassegnazione: quando riceve un ceffone, porge l’altra guancia e a suon di botte s’è rimbecillita.
Per il “Governo dell’ordinaria amministrazione” – e la stampa che ancora lo sostiene – il decreto era necessario, perché, si racconta, se i ministri non l’avessero varato, la scuola non avrebbe più avuto accesso ai fondi europei. Di qui la scelta sul filo di lana. A guidare il sistema d’ora in avanti penserà l’Invalsi; il ministro parla ovviamente di “autovalutazione” e mette in ombra la via prescelta, controllata invece da nuclei esterni incaricati di intervenire sui percorsi di miglioramento dell’apprendimento e, di fatto, sul funzionamento delle scuole.
In realtà, mentre l’esito delle elezioni politiche dimostra chiaramente che il Paese non si fida degli uomini chiamati a governarlo senza consultazioni elettorali e dei partiti che si sono assunti la grave responsabilità storica di appoggiarli, le scuole della repubblica sono ora obbligate a rispondere delle inevitabili conseguenze dell’incompetenza ministeriale e di politiche per la scuola che hanno dato il colpo di grazia al sistemo formativo. Da settembre personale amministrativo, docenti e dirigenti scolastici dovranno render conto a un’agenzia esterna che ha già fatto pessima prova e, non bastasse, a genitori trasformati in acquirenti del “prodotto scuola” immesso sul “mercato“. Ciò, a prescindere dal contesto in cui essi operano, dal peso insostenibile delle scelte politiche di chi ha governato e, per finire, dalle responsabilità non di rado decisive delle famiglie stesse nel fallimento scolastico degli alunni. Tra le più velenose “novità“, il decreto presenta, infatti, la “Rendicontazione sociale delle istituzioni scolastiche“, che ha un significato chiaro ed estremamente grave: diagnosi e terapia dell’agenzia esterna chiamata a valutare sono verità di fede scientificamente provate e non si discutono, sicché a cuor leggero il Ministero, giunto il momento delle iscrizioni, renderà pubblico il presunto valore delle Istituzioni scolastiche “prima e dopo la cura“, in modo che “la diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori e dati comparabili“, consenta alle famiglie di scegliere le scuole “migliori“.
Non è difficile capirlo: per la libertà d’insegnamento il colpo è mortale. In questo senso, lo scontro che si è aperto l’anno scorso tra docenti e autorità scolastiche negli Usa, che della valutazione “marca Profumo” sono la patria, è molto indicativo. La pietra dello scandalo, infatti, l’origine della protesta, è stata l’imposizione di test standardizzati che hanno determinato il proliferare di società pronte a far profitto valutando il “merito” a scapito del tempo dedicato alla formazione di coscienze critiche. Quando si è giunti a impegnare per le prove qualcosa come dieci giorni di un anno di scuola, i docenti hanno manifestato il sospetto fondato che una valutazione così concepita punti a cancellare la scuola vera, quella che anche negli Usa è l’unica, grande opportunità di riscatto sociale e di crescita civile. Di fronte a un sistema che produce profitti per le minoranze e nega diritti alla collettività, la protesta è montata e non si è mai veramente spenta. Le molte classi mandate allo sfascio, le pretese arbitrarie e gli incontrollabili abusi di meccanismi in grado di controllare e allo stesso tempo sfuggire ai controlli, hanno alimentato timori fondati di una crisi irreversibile del sistema formativo, All’ordine del giorno sono così rapidamente giunte le vicende sintomatiche di ottimi docenti licenziati in nome di un sospetto “svecchiamento“; docenti che, guarda caso, erano proprio quelli che godevano della maggior fiducia di genitori, studenti e collettività e avevano con ogni probabilità un solo demerito: pensavano e inducevano a pensare. Nella scorsa primavera, quando sono stati resi noti i risultati dei test e le scuole ritenute a “basso rendimento” – “scheletri” secondo i Soloni che popolano l’equivalente statunitense dell’Invalsi – hanno conseguito i punteggi più alti, un sondaggio ha rivelato che il 97 % dei genitori boccia la sedicente “modernizzazione” e i miracoli della decantata “oggettività anglosassone“, Una “oggettività” così cieca e sospetta, da fare della globalizzazione l’occasione per un furto di diritti che è ormai sotto gli occhi di tutti e trascina la formazione nell’occhio di un ciclone costruito ad arte per piegare la scuola pubblica agli oscuri disegni del capitalismo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 marzo 2013 e sul “Manifesto” il 13 marzo 2013 con titolo Un governo scaduto si accanisce sulla scuola.

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata […]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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Mentre il malessere e l’indignazione del mondo della scuola crescono di giorno in giorno da un capo all’altro del Paese, i docenti, che non sanno di spread, ma di scuola s’intendono, registrano i danni del terremoto e lanciano l’allarme: la cura da cavallo ammazzerà il paziente, occorre far presto, la scuola è stramazzata e c’è il rischio che da presunta malata diventi autentica carcassa e infine carogna. Come il proverbiale “asino in mezzi ai suoni“, Profumo, però, naviga a vista, si porta a traino Rossi Doria, Ugolini e il costoso baraccone ministeriale e prova a quadrare il cerchio con un patetico minuetto di dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto.
Sul Parlamento è inutile contare. Schiacciata tra il prepotere di un governo arrogante quanto inetto e il suicidio dei partiti, la Commissione Bilancio si muove con la tattica del “gattopardo”: tutto cambia, perché nulla cambi di ciò che s’è deciso fuori del Parlamento, in chissà quale barbara conventicola di banchieri e speculatori. E’ vero, il disegno di legge di stabilità giunto dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre è stato modificato a tambur battente già il 18 in base a indicazioni della V Commissione, che, però, probabilmente non l’ha nemmeno letto e si è limitata a eseguire gli ordini di Monti. In questa condizione di tragicomico stallo, i cambiamenti sono tutti di carattere puramente tecnico e lasciano immutato il disegno “politico” del governo, se di politica si può parlare di fronte a una massacro fatto a colpi di forbice e conti da ragioniere, che hanno un solo squalificante obiettivo: i famigerati “saldi”.
Si cambia, quindi, o per dir meglio si vende fumo e si dice ch’è un incendio, ma nessuno pensa di porre freno alla quotidiana rapina di risorse trasferite dalla scuola pubblica a quella privata o dilapidate per sostenere le nostre folli spese militari. Le “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013” sono ora prive di alcuni insignificanti dettagli stralciati e non si conosce bene la sorte dei docenti dichiarati inidoneo – saranno anch’essi trattati da choosy, come comanda la dottrina dell’inglese Fornero? – e non si sa che fine faranno gli alunni disabili e i precari. Sullo sfondo, last but not least per rimanere all’altezza, stelle polari sulla rotta del disastro, a rappresentare la tracotanza d’un governo di non eletti, rimangono il ceffone mollato al contratto nazionale e lo sputo sul viso di professionisti esposti in piazza alla pubblica vergogna come mangiapane a tradimento.
La stampa, addomesticata, minimizza naturalmente, ma sabato 27, contro Monti e il governo delle banche, a Roma la gente scende in piazza. Tra esodati, disoccupati, cassintegrati, pensionati ridotti alla fame e giovani scippati del futuro, ci sarà senza dubbio gente di scuola. E mai protesta fu più sacrosanta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 ottobre 2012

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E’ inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi. Ieri a Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che “il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe“.
Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia. Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori. Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il “coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“.
Fa male doverlo dire, ma è così: in un Paese in cui la Costituzione è ormai cartastraccia, il triviale mussolinismo di Profumo che resuscita il manganello non solo illumina di luce sinistra il crescente squadrismo delle forze dell’ordine, ma fa il paio con la “dottrina Monti” sul governo che educa un Parlamento disegnato sul modello dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di “spazio europeo” comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare. In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il Manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.
Attenti a non banalizzare. Il “bastone e la carota” di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, “che ha uomini e quadri adusati al comando“, il vero nemico dell’Europa dei popoli. A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: “nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti“. Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.
Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.
Prima passerà questa terribile notte della repubblica e meglio sarà.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 ottobre 2012 e sul sul “Manifesto” l’11 ottobre 2012 col titolo Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo.

 

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I numeri anzitutto: 30.000 operatori fermi (stipendio medio 76mila dollari l’anno), 350-400 mila alunni senza docenti dall’asilo alla high school, 700 scuole chiuse, 114 a orario ridotto: niente scuola a Chicago per sette giorni. Insegnanti in sciopero generale.
Non ce l’hanno detto perché nelle colonie vige il coprifuoco, ma nell’eden della valutazione i docenti hanno bocciato il sindacato – la Chicago Teachers Union – e rifiutato accordi penosi che qui da noi diventano dono della provvidenza. Il bello è che nessuno s’è scandalizzato, neanche i genitori, per i quali lo sciopero è stato una mazzata. Il sogno americano produce incubi e fuori dalle scuole non c’è ragazzo che non rischi di trovarsi nei guai. Senza puntare l’indice, i genitori si sono organizzati e se non s’è trovato dove mandarli, se ne sono stati a casa con i figli.
Intendiamoci, non è stato un gioco e sul fuoco s’è soffiato: “i nostri ragazzi non meritano questo, il loro posto a Chicago è la scuola!“, ha frignato alla Cnn Rham Emanuel, sindaco ed ex capo staff alla Casa Bianca, ma nessuno gli ha dato retta e i giornali non hanno attizzato il qualunquismo. Quando la coscienza sussulta e la gente s’unisce, hai voglia di mentire: se la scuola pubblica ti stava a cuore, ci pensavi prima. Ma a chi interessa ormai la scuola pubblica? La risposta è facile: agli insegnanti bravi. E sono tanti ovunque. Certo, a stare alle leggi, i ribelli rischiavano grosso, ma le cose hanno un senso: coi sindacati scavalcati e la gente disperata, meglio badare a dove metti i piedi.

Per il New York Times, gli insegnanti non sono impazziti. Negli Usa, che da noi vanno per la maggiore, non è come raccontano i Soloni nostrani e la scuola è messa così male, che non è stato difficile raccogliere consensi attorno a una prolungata interruzione del servizio. E’ che ormai non c’è sicurezza del posto di lavoro, manca il personale di supporto alla didattica, i ragazzi in classe sono tanti che non ci stanno e i soliti discorsi sul “merito“, hanno consentito modalità di valutazione degli insegnanti che producono “malascuola“, licenziamenti e precariato. Per chi non l’avesse capito, “merito” e “modernizzazione” hanno partorito una valutazione dei docenti legata in maniera automatica ai risultati dei test standardizzati degli studenti e il tentativo di dare maggiore autorità ai presidi. I riformatori naturalmente giurano che è tutta scienza e non c’entrano nulla manager e banchieri che, dopo aver provocato il disastro con l’incapacità e la corruzione, hanno ottenuto tagli alla formazione e licenziamenti dei docenti per questioni di “merito“. Pare di sentire Profumo i suoi più o meno “alti esperti.”
I docenti – ecco il punto – contestano la valutazione del “merito” perché, dicono, la “riforma totale” della scuola è nata per far fronte a un debito pubblico che qualcuno dovrà pur pagare e il sospetto è fondato: pagherà la povera gente. Non a caso Chicago, che è il terzo polo più grande del sistema formativo a livello nazionale, diventa un laboratorio.

Lo sciopero, a sentire il sindacato, s’è chiuso con “an honest compromise“, un onesto compresso con alcune concessioni sulla valutazione degli insegnanti e sulle condizioni di sicurezza del lavoro, che dovranno superare il vaglio degli scritti. Non è detto che sia finita, però. La pietra dello scandalo è l’imposizione dei test standardizzati che durano sempre di più – dopo i due giorni aggiunti l’anno scorso, ora ne son venuti fuori altri otto – con i docenti che protestano per il tempo sottratto alla formazione di coscienze critiche e sospettano che si stia cancellando la scuola vera, unica, eccezionale opportunità di crescita civile e riscatto sociale, mentre aumentano le società create apposta per far soldi a palate valutando il “merito“.
Di fronte a un sistema che nega i diritti di tutti e produce profitti per pochi, gli studenti e molti genitori si sono uniti ai docenti in lotta per il lavoro, il rispetto e la dignità. Ci sono timori fondati di una Caporetto del sistema formativo, di classi mandate allo sfascio e abusi di un meccanismo che controlla ma non è controllato. Non a caso, da un po’ ottimi docenti sono licenziati in nome di un delirante “giovanilismo“.

Come spesso accade, però, nella lotta emergono verità che da noi la stampa, quasi tutta schierata col governo, si guarda bene dal riferire. In un sondaggio, il 97 % dei genitori ha bocciato la “modernizzazione” e in quanto ai miracoli della decantata “oggettività anglosassone“, in primavera, quando sono venuti fuori i punteggi dei test, le scuole stimate a “basso rendimento” – “scheletri” le definivano tracotanti i gemelli statunitensi dell’Invalsi e dell’Anvur – hanno ottenuto i migliori punteggi e dalla Waterloo dell’alta qualità s’è salvata solo la scuola gestita da amici del sindaco “innovatore“. Nell’eden della valutazione la scuola pubblica licenzia i docenti che godono della maggior fiducia dei genitori, degli studenti e della collettività, perché hanno il grave demerito di pensare e di far pensare.
I nostri americanologi l’hanno fatta sparire in un cono d’ombra, ma esiste un’America in cui i “miracoli” della valutazione sono giunti prima che qui arrivasse il disastro Profumo, un’America in cui i docenti si sono levati in armi per chiedere rispetto ed è necessario che qualcuno la racconti, che qualcuno ci dica come e perché la globalizzazione s’è trasformata in un furto di diritti e la formazione è nell’occhio del ciclone.
Mentono i ministri, quando dicono che il problema è economico e si cerca il merito: il merito non c’entra. Qui si vuol prendere a schiaffi una categoria che, se lavora con dignità, produce dissenso. Si mortificano i docenti, gli si toglie il rispetto, perché una classe docente rispettata ha un costo smisurato per un sistema che vuol produrre servi. E’ per questo che si impongono test standardizzati, perché ignorano pensiero critico e creatività e colpiscono i buoni insegnanti, quelli che agevolano la crescita culturale e sociale di uno studente.

Se a Chicago la lotta degli insegnanti trova consensi, qui da noi, purtroppo paura indifferenza e quieto vivere rendono muto e complice un Paese che già una volta ha visto morire la democrazia. In questo clima, con ferocia squadrista, il governo strappa a forza dalle disastrate biblioteche scolastiche i docenti addetti a mansioni diverse dall’insegnamento per ragioni di salute, bandisce concorsi a danno di chi concorsi ne ha già vinti per scatenare guerre tra poveri, moltiplica gli alunni nelle aule per abbassare gli organici, creare docenti soprannumerari e mandarli sulle cattedre di chi va in pensione, senza badare a lauree e abilitazioni. E’ in atto un imbarbarimento. Se sei laureato in italiano, si dice, qualcosa di latino la saprai e se gli studi umanistici bastano quasi per tutto – dalla geografia alla filosofia – una laurea in materie scientifiche copre ciò che ancora c’è da sapere.
S’è scatenata una furia che sembra pazzia e viene in mente Macbeth: “qualcosa di sinistro sta per accadere“.
Accade nel silenzio, come sempre quando una tragedia si compie.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 settembre 2012

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