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Posts Tagged ‘Matteotti’

Turati

Nella storia del movimento operaio e socialista esistono le teorie e le loro «letture». Il dato è fisiologico ma va difeso con molta onestà intellettuale dalle sue frequenti degenerazioni patologiche. In questo senso il dibattito in corso nel corpo vivo di «Potere al Popolo!» fa suonare per me come un campanello di allarme.
Nel 1892, quando nasce a Genova il primo grande partito di massa e organizza operai, artigiani e contadini, le condizioni economiche e sociali – e di conseguenza il livello della coscienza di classe – sembrano inadeguate. Il partito, pensano molti contemporanei, nasce decisamente prematuro. Non a caso, mentre gli anarchici gridano subito allo scandalo e gli appiccicano  l’etichetta di «legalitario», Antonio Labriola vede nel partito di Filippo Turati un movimento di intellettuali borghesi e un allevamento di «bestiame votante».
Spero che oggi siamo d’accordo: benché fosse un riformista, Turati aveva ragione. Il Partito dei lavoratori nasce da una necessità della storia, sicché, come talvolta capita, corregge la dottrina e si trasforma in una lezione da non dimenticare: non possiamo ordinare i fatti in virtù della nostra lettura di una teoria.
Di lì a poco, le posizioni si rovesciano e Labriola rompe lo schema. In una Sicilia simbolo di arretratezza, l’incontro tra intellettuali di formazione borghese e contadini ferocemente sfruttati segna infatti per lui una forte crescita della coscienza di classe. Turati, invece, per una volta operaista e più marxista del filosofo materialista, si interroga sulla maturità della coscienza di classe dei contadini siciliani – non si tratta per caso dell’endemico ribellismo del Sud? – e diffida dei Fasci Siciliani. Il leader socialista immagina quel movimento di un Sud che non conosce come una sorta di figlio del brigantaggio, nato e cresciuto in un covo di malfattori, agitato da arruffapopoli repubblicani. E’ così che ancora oggi noi meridionali siamo per tanta parte del Paese, come dimostra la ricostruzione storica delle cosiddette Quattro Giornate.
Turati, tuttavia, è un uomo scrupoloso e non vuole fermarsi alle apparenze. Mentre Crispi occupa militarmente l’isola e ricorre allo stato d’assedio, calpestando lo Statuto Albertino, a gennaio del 1894 assieme ad Anna Kuliscioff, si rivolge a Federico Engels, giunto alla fine del suo percorso, per sapere quale contegno deve tenere il partito di fronte ai Fasci Siciliani, «un movimento rivoluzionario non lontano, che ciascuno sente nell’aria».
Engels mette mano alla teoria e detta la sua regola: «La vittoria della piccola borghesia in disintegrazione», scrive, così come quella «dei contadini porterà a un ministero di repubblicani convertiti. Ciò ci procurerà il suffragio elettorale e una libertà di movimento assai più considerevole. Oppure ci porterà la repubblica borghese, con gli stessi uomini e qualche mazziniano con essi. Ciò allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà. Evidentemente non è a noi che spetta di preparare direttamente un movimento che non è quello che noi rappresentiamo. Se […] il movimento è davvero nazionale, i nostri uomini non staranno nascosti. Ma dovrà essere ben inteso, e […] dovremo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato ai radicali e ai repubblicani, ma […] distinto da essi».
Naturalmente, mentre Turati e compagni verificano le intenzioni dei possibili alleati, Crispi schiaccia il movimento siciliano e scioglie il partito socialista.
Oggi, mentre la «repubblica borghese» c’è e vacilla, mentre su alcuni argomenti si mette in discussione il diritto di voto e molte libertà conquistate sono cancellate, noi che facciamo? Dimentichiamo il disastro che nasce dallo schematismo dottrinario? Ci collochiamo più indietro di Turati, mentre la reazione avanza, e aspettiamo di costruire il movimento che rappresentiamo o immaginiamo di rappresentare? Eppure – anche questo dimentichiamo? – di lì a pochi anni, senza la collaborazione della borghesia costituzionale, i socialisti da soli non avrebbero mai potuto fermare gli «spettri del ‘98» e una feroce svolta autoritaria.
Non credo che le alleanze tattiche debbano essere una costante, ma vorrei sapere se la logica della transizione cui fa cenno Engels sia per «Potere al Popolo!» un’eresia e non vada nemmeno tentata. Ho bisogno di capire se posso essere così comunista da sentire molto lontani da me i socialdemocratici e ricordare, tuttavia, che Giacomo Matteotti, un socialdemocratico, si fa uccidere dai fascisti nel 1924, perché ha capito in quale baratro siamo caduti, mentre un altro martire, Antonio Gramsci, un grande comunista, immagina che «le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, giornali, Vaticano, massoneria […] passano dalla parte delle opposizioni», sicché «se il fascismo volesse resistere […] sarebbe distrutto in una lunga guerra civile».
Vorrei capire, insomma, se siamo davvero così capaci di «fare tutto al contrario», da riuscire a svincolarci dalla morsa di letture e lettori di teorie e guardare con senso politico ai fatti, come ci si presentano nel momento che viviamo.

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MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.

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Faccetta-neraAgoravox riprende ciò che scrissi ieri e scriverei anche oggi (https://www.agoravox.it/Riprendiamoci-il-futuro.html).
Siamo a un tornante cruciale della storia con un regime autoriario gradito al capitale finanziario che si consolida ovunque assumendo i connotati più adatti alle vicenda storica e politica dei singoli Paesi. E’ un lavoro che parte da lontano e giunge in vista del traguardo. Il punto all’ordine del giorno è uno, e dovrebbe suonare come un allarme rosso: un moderno e pericolossissimo fascismo mette radici in Italia e in buona parte dell’Occidente?
Per quanto mi riguarda le prossime elezioni politiche costituiscono probabilmente l’ultima occasione per impedire una tragedia. I sedicenti partiti della sinistra, quelli che ci hanno condotto al nodo che ci strangola, ormai incapaci di analisi serie e approfondite, non se ne danno, però, per inteso e navigano a vista, preoccupati solo della propria sopravvivenza. L’appello del Brancaccio è stato probabilmente vanificato. Di fatto, si è data così una mano alla reazione che incalza. Tempo non ce n’è quasi più, ma quanti se ne rendono conto? Si sta costruendo il tegime più adatto al capitale finanziario; la sinistra intanto non può contare su Gramsci e non vedo all’orizzonte Amendola, don Minzoni, Gobetti e Matteotti. Stavolta si riparte da zero e non dura vent’anni. Che faremo, continueremo a mettere la testa nella sabbia? Quando la tireremo fuori, sarà probabilmente tardi.

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fascismo1137165583Chiamate un medico, presto! La signora non sta bene!
«Non ci sono manifestazioni libere! Anche solo due persone costituiscono un assembramento».
Non è una storia degli anni Venti, nessuno ha lasciato Matteotti crivellato di colpi nella selva della Quartarella e non ci sono in giro squadristi che ammazzano di botte Amendola e Gobetti. Siamo a Napoli, il 6 aprile del 2016 e in città c’è Renzi, che ormai non va più in bicicletta. Quelle che riporto tra virgolette sono parole pronunciate ieri pubblicamente da una funzionaria della Digos, incurante di una telecamera che la riprendeva e nel pieno esercizio delle sue delicate mansioni, mentre sequestrava un «pericolosissimo» foglio bristol a Elena Lopresti, una giovane giornalista, una professione che – non c’è dubbio – fa proprio rima con terrorista.
Se i numerosi colleghi della funzionaria presenti sul posto non hanno ritenuto necessario  chiamare in soccorso una unità operativa del più vicino Centro di salute mentale, bisogna credere che anche per loro non ci sono più manifestazioni libere e la libertà è morta. Ancora non si sa chi l’abbia uccisa e alla polizia non interessa nulla prendere l’assassino: per il Questore di Napoli siamo tornati al fascismo e la signora non manifestava segni inquietanti di una improvvisa pazzia. Eseguiva solo disposizioni venute dall’alto; le avevano assegnato un compito e lei ha eseguito con spirito garibaldino: obbedisco! Di qui la lezione alla stampa sulle le libertà democratiche cancellate, il ritorno all’adunata sediziosa e al divieto di manifestare liberamente il dissenso.
C’è qualcuno che voglia e possa spiegare al Questore di Napoli che non siamo nel Cile di Pinochet e il diritto di manifestare è garantito dalla Costituzione, o dobbiamo sopportare che la Polizia Politica si faccia una sua legge sugli assembramenti perché non le sta bene nemmeno il Codice del fascista Rocco? Almeno su questo si può contare sui cittadini parlamentari pentastellati? Si può dire, senza temere arresti e processi per lesa maestà, che Napoli è stata ieri il laboratorio sperimentale del regime che il capitale finanziario sta costruendo lentamente, ma inesorabilmente nel nostro Paese?
Ieri il presidente di un Consiglio dei Ministri la cui moralità è stata sinora incarnata alla perfezione dalla signora Guidi, il massimo esponente di un governo eticamente illegittimo e politicamente delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale, è giunto in città senza sentire il dovere istituzionale di passare per il palazzo del Comune. Ci è venuto come un padrone si presenta nella tenuta di famiglia e scioglie i cani per badare comodamente ai suoi affari personali; come l’azionista di maggioranza va in azienda; come un boss mafioso, che riunisce la «famiglia» e mette le guardie armate a coprirgli le spalle.
C’è venuto in aperto dispregio di un sindaco democraticamente eletto, del Consiglio Comunale e dei cittadini pacifici e inermi, trattati come ultras delle curve sugli stadi.
Quello che si è visto ieri a Napoli riconduce ai tempi delle camicie nere: la polizia contro i cittadini e le piazze di spaccio, i vicoli degli affari illeciti e i palazzi della corruzione, completamente incustoditi. La camorra ieri ha fatto festa: ha avuto un giorno di libera uscita. Per Renzi, come per gli squallidi ras della bassa padana ai tempi di Matteotti, il pericolo vero è la democrazia e contro il dissenso ha schierato la Polizia Politica e il fior fiore dei questurini, ma era onestamente difficile capire chi stesse dentro le divise sudaticce per il primo caldo e dietro gli scudi antisommossa: i custodi della legalità repubblicana che ci costano un occhio della testa, o guardie del corpo al servizio di interessi privati?
Quanto c’entrano Renzi e Alfano con le deliranti affermazioni della Digos e gli ordini del Questore?

Il filmato che linko è stato girato da una valorosa troupe di “Identità Insorgenti”, e non ha bisogno di commenti. Ringrazio di nuovo le giovani giornaliste per la passione civile e mi associo al loro bellissimo grido: Viva la democrazia!”.

Agoravox, 7 aprile 2016

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cartolina-aforisma-dante-alighieri-59Oggi Napoli è stata il laboratorio sperimentale del modello di regime che il capitale finanziario sta costruendo lentamente, ma inesorabilmente in tutta l’Europa.
Il presidente di un consiglio dei ministri il cui livello è stato sinora incarnato alla perfezione dalla signora Guidi, il massimo esponente di un governo moralmente illegittimo e politicamente delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale, è giunto in città senza sentire il dovere istituzionale di passare per il palazzo del Comune. Ci è venuto come un padrone si presenta nella tenuta di famiglia e scioglie i cani per badare comodamente ai suoi affari personali; come l’azionista di maggioranza va in azienda; come un boss mafioso, che riunisce la “famiglia” e mette le guardie armate a coprirgli le spalle.
C’è venuto in aperto dispregio del sindaco democraticamente eletto, del Consiglio Comunale e dei cittadini pacifici e inermi, trattati come ultras delle curve sugli stadi.
Non si vedeva dai tempi delle camicie nere: la polizia ha lasciato totalmente incustodite le piazze di spaccio, i vicoli degli affari illeciti e i palazzi della corruzione. La camorra oggi era in libera uscita. Per Renzi, squallida imitazione di un ras della bassa padana ai tempi di Matteotti, il pericolo è la democrazia. Contro il dissenso questa tragicomica parodia di Farinacci ha schierato il fior fiore dei questurini ed era onestamente difficile capire chi ci fosse dentro le divise sudaticce per il primo caldo e dietro gli scudi antisommossa: i custodi della legalità repubblicana che ci costano un occhio della testa, o guardie del corpo al servizio di interessi privati?
In questo maledetto Paese la gente è anni luce più avanti di chi la governa; la classe dirigente però non cambia, anzi peggiora ed è ferma agli eterni endecasillabi di Dante: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello!

Il filmato di “Identità Insorgenti” parla da solo: Ringrazio le giovani giornaliste per la passione civile e mi associo al loro bellissimo grido: Viva la democrazia!

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Metto le mani avanti e lo dico subito: non sogno un rinnovamento “a tutti i costi”, ma non mi rassegno all’idea che nulla possa cambiare perché alla fine “sono tutti eguali” e se gli metti un cappello da caporale, gli uomini diventano tutti generali”. Più semplicemente, senza immaginare proclami rivoluzionari, prendo atto di quello che accade e non sto a guardare.
parlamento_illegittimoC’è chi crede che una nullità come Renzi e la sua banda di voltagabbana e oche giulive siano i “grandi” ostacoli che stanno di traverso sulla via del cambiamento possibile e delle speranze di chi paga i costi di una crisi di valori ben più devastante di quella economica. Io non credo che il problema siano Renzi e il pattume pittoresco che lo accompagna; lascio a Grillo e ai suoi soci questa concezione moralistica della tragedia che viviamo. A me, che di storia un po’ mi intendo, non sfugge che Croce, proprio come i parlamentari pentastellati, dopo il golpe regio del luglio 1943, si disgustava molto per la sopravvivenza del “lurido” Senato regio, ch’era un covo di fascisti, ma fingeva di non ricordare che per il capo di quel marciume aveva chiesto e votato la fiducia nel 1925, dopo l’assassinio di Matteotti. Né, poi, dal regio Senato s’era dimesso.
Sono ormai due anni che la vita politica italiana è paralizzata da un impasse che ricorda anni di grandi speranze e atroci delusioni. il Parlamento, di fatto, è fuorilegge, quanto e forse più del “lurido” Senato di Croce nell’estate del 1943. Lo sanno tutti: è stata la Consulta a sancirlo senza appello e con inconsueta baldanza. Subito dopo, però – ed ecco l’impasse –impaurita dal suo coraggio, la Corte Costituzionale è rientrata nei ranghi e, fedele a una storia in cui trova posto persino Azzariti, il capo del fascistissimo Tribunale della razza, ha spiegato che sì, c’è stata una inaccettabile violazione della sovranità popolare, ma non ci si può far nulla, perché  più della colpa gravissima, conta il principio inviolabile della “continuità dello Stato”.
Senza scomodare Toqueville, sarebbe facile dimostrare che storicamente, quando un sistema di potere, per garantire se stesso e gli interessi che rappresenta, ha usato violenza alle regole che si era dato, la continuità non si è potuta imporre in forza di un ragionamento teorico tra giuristi, ma ha dovuto fare i conti con la forza della risposta di chi rappresentava gli interessi colpiti e i diritti negati.
In casi come questi molti parlano enfaticamente di “crisi rivoluzionaria”, ma non è detto che la rivoluzione sia lo sbocco obbligato. La sola certezza è che l’esito del conflitto tra interessi contrapposti non può nascere dal Parlamento e sarà determinata soprattutto dalla necessità degli elementi di discontinuità, dalla volontà effettiva di rottura e dalla capacità di aggregare consensi fuori dalle Istituzioni violate che dimostreranno le forze del cambiamento.
La storia non è un processo rettilineo verso il “progresso” e non a torto Vico ne leggeva il cammino, individuando avanzate verso la crescita civile e ritorni al passato più oscuro. Sbagliava, però, quando affidava alla Provvidenza la regia dei “corsi” e dei “ricorsi”. La Provvidenza siamo noi, donne e uomini colpiti barbaramente da una reazione di classe che ha tutti i caratteri della regressione, di una operazione di “repressione preventiva” e di “eversione dall’alto”. In questo contesto, Renzi è solo un uomo di paglia sostituibile. I nemici veri sono il passato che Renzi incarna, la reazione che torna, gli sta dietro e lo sostiene. Per continuare a massacrare i diritti, potranno tenerlo in piedi, sostituirlo e, in ultima analisi, imporci gli effetti della “continuità dello Stato”, solo se lo slancio necessario alla lotta non troverà dalla sua l’impeto delle immense forze che possono esprimere gli sfruttati. La vittoria sul passato è in mano nostra.
In questo senso, la lezione della guerra di Liberazione e la nascita di una repubblica zoppa, figlia dell’antifascismo, ma più fascista che mai, può essere preziosa. Fare i conti col passato per liquidarlo non significa solo batterlo militarmente. Sui monti la partita era vinta, ma non bastò. Dove andò a finire, allora, il sogno di un mondo migliore, cosa spense quella sensazione  di libertà, quella visione del futuro a cui fece da presidio una visione del mondo, che Calvino descrisse con parole immortali? Il “senso della vita come qualcosa che può ricominciare da capo” fu spento da un errore che non va ripetuto: credere che si possa costruire il futuro, riconoscendo dignità di interlocutori agli uomini che rappresentano il passato.
Qui non si tratta di fare il processo alla “continuità” in quanto tale, che è caratteristica naturale della vita politica, finché non si giunge a un disastro. Il fatto è che la catastrofe c’è e i ceti dominanti lo sanno così bene, che ancora una volta intendono dare alla continuità i connotati dell’eversione dall’alto, ancora una volta trasformano in reazione ciò che per decenni è stata “conservazione”. Quando questo accade, la rottura è nei fatti. Nel dopoguerra mancò il coraggio di andare a uno scontro che non doveva essere a tutti i costi rivoluzione e il fascismo cambiò semplicemente camicia.
L’Italia vera, quella che non vota più per delusione, che non lotta perché non vede uomini nuovi e onesti e non ascolta più parole d’ordine mobilitanti, questa Italia non sogna l’impossibile, ma non intende patire nuove delusioni. Nessuno resterebbe a casa tra gli sfruttati e tutti sentirebbero il bisogno di scendere in piazza e lottare fino alla fine, se finalmente qualcuno chiamasse alla lotta, affermando un principio sacrosanto: questo Parlamento peggiore di quello fascista, questo governo di passacarte per conto d’altri, questo Presidente della Repubblica che non scioglie le Camere illegali che lo hanno eletto, non hanno più alcuna legittimità politica e morale. Noi non daremo più, perciò, né soldi, né rispetto, né obbedienza a gente che occupa abusivamente ruoli a cui nessuno li ha designati, finché elezioni politiche legali non ci restituiranno una vita politica costituzionalmente corretta.
Di qui occorre partire per ricominciare e su questo preambolo va costruito un programma di totale autonomia. Ciò che accadrà dopo dipenderà dai padroni di Renzi, ma non può impedire la rottura. Perciò, cominciamo.

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giuramento-fascistaMorti a migliaia. Abbiamo portato la guerra ovunque per badare ai nostri sporchi interessi; abbiamo bombardato popoli inermi senza pietà, abbiamo armato macellai e ucciso la pietà.
Migliaia, centinaia di migliaia di morti, dilaniati dalle bombe al fosforo, distrutti dall’uranio depotenziato, fatti a pezzi dai missili dei nostri aerei “democratici”.
Morti a migliaia e non bastano. Ora ammazziamo anche i superstiti, gli sventurati in fuga dalla guerre che abbiamo voluto, dai criminali che abbiamo sostenuto, dalla barbarie che abbiamo coltivato e alimentato, armandola e scatenandola.
Morti a migliaia. Soffocati nei camion, annegati nel Mediterraneo, consegnati ai carnefici da cui scappavano. Ovunque gente annichilita nei campi di concentramento, martirizzata dai manganelli e dai gas di fronte ai nostri muri di filo di spinato, ai nostri confini chiusi, alla sbirraglia scatenata. Così stiamo mettendo a tacere per sempre coloro che abbiamo spinto alla disperazione.
I terroristi siamo noi, siamo noi gli autentici e impuniti tagliagole. Noi i veri integralisti, noi gli assassini della verità.
A me non basta più puntare il dito sui colpevoli, accusare gente come Napolitano, che si porta sulla coscienza la Costituzione democratica, assassini, come buona parte di chi governa da anni l’Italia e l’Europa. La mia coscienza mi domanda sempre più insistentemente che intendo fare per fermarli, che farò per evitare che figli e nipoti – uomini e donne che domani ci ricorderanno – non dicano di noi ciò che abbiamo potuto dire noi della stragrande maggioranza degli europei degli anni Trenta e Quaranta: voltarono la testa da un’altra parte.
E’ tempo di agire seriamente e di tirare il dado senza esitazione. E’ tempo di reagire, a costo di trovarsi soli e pagare i prezzi che vanno pagati, quando la legalità diventa tragedia e copre l’oscena ferocia del potere. Ormai non resta altra via se non quella aspra, difficile e dolorosa della dignità e dell’onore. Come Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Pertini, i fratelli Rosselli, Terracini, Salvemini e tanti altri, noi dobbiamo costringere i turpi criminali a trascinarci in manette davanti ai loro complici tribunali; li dobbiamo mettere spalle al muro, dobbiamo farci arrestare se occorre, processare e, come i nostri nonni, dovremo usare le aule giudiziarie come arma di denuncia, trasformarci da accusati in accusatori, da “imputati” in giudici. Non resta altro. A partire da settembre, quando la scuola incatenata dovrà scegliere tra la resa e la disobbedienza, ognuno di noi avrà l’occasione per dire basta. E’ tempo di tornare al ciclostile e costruire dissenso, ma questo lavoro si fa anzitutto con l’esempio. Bisogna dire no e pagarne le conseguenze. Solo così i giovani si muoveranno.

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