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Sul tema dell’Unione Europea ho ripetutamente proposto a “Potere al Popolo!” di accompagnare la scelta irrinunciabile di rompere con i trattati a un’opzione che ho definito “costituzionale”, come punto centrale del programma per le imminenti elezioni  europee.
Scopro con piacere e soddisfazione che esiste una forte sintonia tra la mia proposta e quella presentata poco fa da Carla Corsetti all’assemblea nazionale di Democrazia Atea, in corso a Roma.
Per chi non lo sapesse, Democrazia Atea è parte di “Potere al Popolo!” e Carla Corsetti è nel Coordinamento nazionale di Pap.
Ecco un breve, ma significativo stralcio del suo intervento romano:

“Potere al Popolo!” ha indubbiamente un’anima comune che unisce chi ne fa parte.

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Ad Aqisgrana sono stati sempre firmati trattati che era più o meno possibile definire di pace. Nella città tedesca si pose fine alla guerra tra Franchi e Bizantini dopo l’invasione dell’Italia e molti secoli dopo si disse basta ai massacri per il possesso delle Fiandre e a quelli per la successione sul trono d’Austria. Un trattato, siglato nel 1818 allo scopo di garantire l’ordine e fermare la rivoluzione, riuscì male e a conti fatti le aprì nuovamente la strada.
Quello firmato nel 2019 è il primo a dichiarare senza mezzi termini una guerra: quella dei sedicenti europeisti contro l’Unione Europea e i suoi popoli. Ad Aquisgrana la Merkel, Macron, il capitalismo tedesco e quello francese si sono schierati apertamente contro la povera gente. Anche quella di Francia e Germania.

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Le prossime settimane ci vedranno impegnati in un dibattito fondamentale dentro e fuori la nostra organizzazione. A questo proposito non possiamo non dire quale è la nostra prospettiva, quale è l’Europa che immaginiamo dopo aver detto perché l’Unione Europea è indigeribile così com’è. Il presente documento sintetizza una posizione espressa da Giuseppe Aragno in diverse assemblee di Potere al Popolo! e vuole essere un contributo alla discussione verso le elezioni europee. Si sottopone il documento alle assemblee metropolitane e provinciali di Potere al Popolo! nonché al coordinamento nazionale chiedendone l’eventuale approvazione affinché una prospettiva politica di costruzione possa diventare patrimonio condiviso e comune di tutte le comunità e dei singoli aderenti a Potere al Popolo!.

EUROPA SOLIDALE O BARBARIE

Premessa

Negli anni della resistenza dei popoli sottomessi dal nazifascismo, gli antifascisti hanno sognato come via di uscita dall’immane tragedia l’unione dei popoli europei sulla base di un’equa ripartizione della ricchezza e di principi di libertà e giustizia sociale. Sin dalla guerra di Spagna, per esempio, Rosselli definì i fascismi «antieuropa» e immaginò,in antitesi, una federazione di Stati europei nata da un processo costituente profondamente democratico: un’assemblea di delegati eletti dai popoli per scrivere e approvare una carta costituzionale federale basata sui principi fondamentali della convivenza tra i popoli, l’eliminazione delle frontiere e delle dogane, le regole da cui far nascere un primo governo federale e un nuovo diritto europeo.

Dopo la seconda guerra mondiale, quel sogno, finito poi nelle mani dei sacerdoti del dogma neoliberista, è stato stravolto e l’unione politica dei popoli è diventata unione economica e monetaria. Negli ultimi anni, sotto i colpi di una incalzante crisi economica, che è diventata crisi della democrazia, l’Unione Europea ha assunto i connotati di un insieme di “patrie nazionali”, di una nuova “antieuropa”, che cancella diritti, sottomette i popoli alle leggi del mercato e sacrifica sull’altare della concorrenza e del profitto l’idea di una “patria umana”, fatta di libertà, cooperazione e fratellanza. La situazione è ormai così grave, che le imminenti elezioni europee ci pongono di fronte a una domanda ineludibile: per uscire da questo incubo, nato soprattutto da trattati di discutibile legittimità, occorre rinunciare al sogno degli antifascisti o,sconfitto l’incubo,si può rimettere mano al progetto nato dalla resistenza europea?

Non è una domanda banale. Poiché si tratta di partecipare a elezioni, chiedere un voto a sostegno di una rottura è doveroso, ma non sarà facile delineare una prospettiva e ottenere consensi se si assumerà una posizione solo negativa, se accanto alla rottura dei trattati non ci saranno proposte concrete, che dimostrino una capacità propositiva e la volontà di rimettere in moto quel processo di fondazione di un’Europa dei popoli che è stato per molti anni tradito. Se, com’è probabile, un «programma costituente» incontrerà il netto rifiuto delle forze garanti dell’Unione delle banche e del capitale, allora l’uscita diventerà comprensibile e sarà giustificata da una consapevolezza: un’Europa intesa come casa comune della democrazia parlamentare, della giustizia sociale, della pace e del progresso non può essere realizzata con le forze che hanno voluto l’Unione così com’è e si ostinano a sostenerla.

Un antifascista disse

Da decenni alla parola Europa si associano tre nomi e una sorta di bibbia: Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e il loro “Manifesto di Ventotene”, che riprese e perfezionò l’idea federalista di Carlo Rosselli. Da un punto di vista storico, infatti, non si può parlare di Europa unita senza ricordare che essa fu pensata anzitutto da antifascisti durante gli anni del fascismo. E’ molto raro, tuttavia, che, tornando a quegli anni e a quel testo, ci sia chi ricordi cosa pensavano Spinelli e i suoi compagni dei falsi europeisti; cosa pensavano cioè di coloro che tutti i giorni alzano la bandiera dell’Europa e però poi fanno tutto, tranne che costruire l’Europa di Ventotene:

«Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle Istituzioni fondamentali degli Stati Nazionali, i quadri superiori delle forze armate, […] quei gruppi del capitalismo che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelli degli Stati, […] hanno uomini e quadri abili, abituati a comandare, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Senza dubbio […] saranno la forza più pericolosa con cui bisognerà fare i conti». Così si legge nel testo del 1941. «Il punto sul quale essi cercheranno di fare leva – prosegue il Manifesto – sarà il sentimento popolare più diffuso e più facilmente adoperabile a scopi reazionari: la rabbia e la disperazione per l’ingiustizia del potere e quindi il patriottismo. […] Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo».

Quel tempo pare sia arrivato. Qual è il messaggio? I nostri nemici sono le forze del capitalismo, che non hanno patria, però fanno appello alla patria tutte le volte che vogliono scatenare guerre tra i poveri. Sembra che Spinelli parli del nostro presente. Se per europeismo si intende difendere questa Europa, non si può essere europeisti. D’altra parte, le domande che ci pongono queste parole sono chiare: come si sconfigge questa Unione? Come si scelgono gli alleati con cui fare la battaglia? La «France insoumise» è un’alleata. Insieme abbiamo una bussola e una teoria: siamo comunisti e crediamo che il capitale non abbia patria e che i popoli non si dividano in europeisti e antieuropeisti, ma in sfruttati e sfruttatori.

Ci ripetono spesso – ed è una narrazione completamente falsa – che «ce l’ha detto l’Europa» e perciò non si può fare in nessun altro modo. Ma è veramente così? Se gli spagnoli, che hanno una Costituzione nata dopo il franchismo, se gli italiani, che hanno una Costituzione nata dopo la caduta del fascismo e la Resistenza, dovessero decidere di non calare la testa di fronte ai diktat dell’Europa, se decidessero di contestare questo principio, allora sarebbero sovranisti? Sì, lo sarebbero; difenderebbero, però, non una astratta e falsa sovranità nazionale ma la concreta e giusta sovranità dei lavoratori e delle classi subalterne sul loro destino, sul loro diritto di decidere su tutto quello che riguarda la loro vita.

Una Costituente, una Costituzione

Nel 1980 Spinelli fonda il «club del Coccodrillo». Perché un uomo che apparentemente sta per vincere la sua battaglia – in fondo l’Europa sta nascendo in quegli anni – decide di raccogliere le intelligenze internazionali più sensibili ai problemi dell’antifascismo e dell’Unione europea dei popoli? Lo fa perché l’organismo che nasce in nome suo e del Manifesto che aveva firmato a Ventotene manca di una Costituzione. Manca e mancherà di una Costituzione, perché quattro anni dopo, nel 1984, benché fosse stato approvato dal Parlamento europeo, il suo progetto di Trattato costituzionale farà naufragio urtando contro gli scogli delle assemblee parlamentari e dei governi nazionali. Cos’è la Costituzione per un organismo statale? E’ un insieme di valori fondanti sui quali si regola la convivenza dei popoli. Senza una Carta costituzionale approvata dai popoli, può esistere una Europa unita? Spinelli pensava che no, non può realmente esistere. E non aveva torto.

D’altro canto, se l’Europa non si dà una Costituzione, qual è la gerarchia tra le leggi? Si può cavillare quanto si vuole su formule inventate ad arte per confondere le idee, come si è fatto con il sovranismo, ma la legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione. E questo principio vale per ogni Paese. La Merkel non può imporre alla Germania una regola europea contraria alla Costituzione tedesca. Non si deve obbedire a leggi europee, se esse sono in contrasto con la legge fondamentale del mio Stato.

L’articolo 1 della nostra Costituzione, che andrebbe letto avendo lo sguardo attento al suo valore storico, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e nella sua formulazione originaria non si parlava di lavoro ma di lavoratori. Se si pensa che l’80 % di coloro che scrissero e approvarono la Costituzione erano antifascisti e si legge questo articolo in termini di diritti riconosciuti, diventa chiaro che l’orientamento dell’Assemblea Costituente era di taglio profondamente sociale. Ed è altrettanto chiaro che se una regola proveniente da un organismo politico esterno alla Repubblica, che non è stato mai legittimato da una carta costituzionale votata e approvata dal nostro popolo, pone dei limiti ai diritti dei lavoratori, entra evidentemente in rotta di collisione con un principio della nostra Costituzione e non ha per noi alcun valore.

Questo non è sovranismo. In questo caso, quella che la propaganda di sedicenti europeisti presenta come una rivendicazione nazionale è di fatto una giusta reazione alla cancellazione di diritti garantiti dalla Costituzione. La resistenza contro il fascismo è nata anche perché ci si voleva riappropriare di diritti dei lavoratori che il fascismo aveva cancellato. È pensabile, del resto, che l’Unione dei popoli europei tenda a negare i diritti del lavoro? Rifiutare una simile Unione non significa volere tornare al nazionalismo. Vuol dire difendere diritti ed estenderli.

Le leggi, del resto, esistono in ordine gerarchico tra di loro. A noi la parola gerarchia non piace, ma in questo caso è necessaria perché non si può obbedire contemporaneamente a leggi che sono in contrasto tra loro. Si obbedisce a quella di grado superiore e tutte devono essere compatibili con essa, ovvero la Costituzione. Una circolare non ha valore di legge, una legge vale più di una circolare, ma tutte le leggi devono essere in linea con i principi costituzionali.

È vero, si è convenuto che le fonti del diritto della Comunità europea sono di primo grado, ma nessuno potrà seriamente sostenere che un trattato sia valido anche se viola i principi della Costituzione. Non c’è trattato che possa obbligare l’Italia a fare guerre di aggressione.  La mancanza di una Costituzione europea è stata di fatto sempre un problema per l’Europa unita, tant’è che sia pure ventiquattro anni dopo la nascita del «club del Coccodrillo», nel 2004, si è giunti alla firma di un Trattato per la Costituzione dell’Unione europea. Per avere un valore reale, quella Costituzione aveva naturalmente bisogno di una ratifica. Là dove poteva essere ratificata da organismi Istituzionali – in Italia, per esempio – la sedicente Costituzione è passata. E’ passata poi in Spagna con un referendum, ma è stata bocciata dai successivi referendum e rifiutata dai Federalisti europei.

Nella Francia nel 2005, l’anno del referendum sull’Europa, si diede vita al «grand debat», alla discussione pubblica che coinvolse larghi strati della popolazione. Le scuole del Paese erano aperte la sera – le aprivano e le chiudevano i cittadini – e la gente discuteva del proprio destino.

La stampa italiana presentava quel dibattito come uno scontro tra europeisti e nazionalisti. Non era affatto vero. Lo scontro riguardava i diritti. I francesi votarono no perché si resero perfettamente conto che li stavano espropriando di diritti. Quel testo non aveva i caratteri di una Costituzione: presentava principi neoliberisti come valori fondanti dell’organismo sovranazionale, si occupava solo di temi economici, santificava il capitalismo, mancava di ogni riferimento al ripudio della guerra, agevolava l’intervento di eserciti europei, cancellava diritti dei lavoratori, smantellava lo stato sociale e negava garanzie agli immigrati.

A conti fatti, la sedicente Costituzione non passò in Francia, non passò in Belgio e più tardi fu bocciata in Irlanda. La risposta dei vertici dell’Unione – e qui Spinelli aveva visto lontano – fu terribilmente antidemocratica. Si decise di annullare i referendum programmati e di redigere un nuovo testo che sarebbe stato approvato dai parlamenti nazionali. Di fatto i trattati assunsero così valore costituzionale. Un autentico inganno, un inganno di carattere eversivo nei confronti delle popolazioni.
Questo è il modo in cui ci sono stati sottratti diritti e conquiste ottenuti con lotte che sono spesso costate sangue. Nessuno ci ha regalato nulla e per quanto sia il prodotto di una mediazione, la Costituzione ha un’anima sociale dentro la quale trovano garanzia i nostri diritti sociali. Nel momento in cui la si manomette, inserendo tra i suoi articoli il pareggio di bilancio, si trasforma il Parlamento in una sede per ragionieri che fanno la partita doppia, il dare e l’avere, e poiché i conti sono in rosso, non puoi muovere un dito, non puoi fare niente. Che significa non poter far niente? Che è vero, sì, la Costituzione prevede il diritto alla salute, però per assicurarlo, lo Stato deve spendere soldi; poiché l’Europa glielo proibisce, la gente che non ha la possibilità di farlo a proprie spese non può curarsi.

Bisogna ubbidire all’Europa, ci dicono. E dov’è scritto? Dov’è scritto che la nostra legge costituzionale, così come le leggi costituzionali di altri Paesi membri dell’Unione, debba cedere il passo a un trattato? Soprattutto a un trattato che ne viola un principio e ha una caratteristica negativa inaccettabile: non è stato approvato dai popoli dell’Unione.

Con l’articolo 11 della nostra Costituzione l’Italia ripudia la guerra. È un principio fondante della Repubblica. Qualora ci si trovi di fronte a una crisi internazionale l’articolo prevede una limitazione della sovranità – la Costituzione parla di sovranità, ma non è certo sovranista – e consente di mandare uomini in armi fuori dai confini nazionali. Essi devono essere però sotto l’egida dell’ONU e operare per fermare la guerra, non per farla. Che c’entra questo con la NATO, con i bombardamenti in Libia, con Sarajevo bombardata da aerei italiani? E come si concilia con il ripudio della guerra?

Ci dicono che sono settant’anni che non si fanno guerre. Niente di più falso. Le bombe tirate sulla testa dei libici cos’erano? La verità è che aerei europei – e noi assieme agli altri – hanno bombardato la Libia, l’hanno resa un inferno, costringendo la popolazione a scappare e l’Europa ha negato l’accoglienza, facendo morire i profughi nel Mediterraneo, negandogli il diritto di sopravvivere, internandoli, alimentando il razzismo. Tutto questo è in sintonia con gli ideali di chi volle un’Europa unita? Ed è compatibile con la nostra Costituzione?

Come si è giunti a tal punto e come si è avverata la profezia di Spinelli? Nel 2011 due illustri sconosciuti, guarda caso, uomini del capitalismo, proprio come temeva Spinelli, hanno assunto un ruolo decisivo per il nostro Paese. Si chiamano Draghi e Trichet. Chi sono? Qualcuno li ha eletti? Qualcuno li ha incaricati di decidere quale sarà il futuro politico di un Paese dell’Unione? No, nessuno li ha eletti, eppure hanno potuto inviare una lettera al governo italiano per elencare i provvedimenti che doveva prendere. Quali provvedimenti? Tagliare le pensioni, tagliare la Sanità, cancellare uno a uno diritti costituzionalmente riconosciuti.

Se contestare questo potere è sovranismo, benissimo, possiamo definirci sovranisti. Se difendere i diritti dei lavoratori, minacciati dal capitalismo che si è impadronito di un’idea antifascista per trasformarla nella base ideologica di una Istituzione sovranazionale feroce quanto il fascismo, io sono sovranista. Stupisce l’uso della parola fascismo per parlare di questa Europa? Non dovrebbe. In un libro pregevole, Pietro Grifone, un antifascista confinato come Spinelli, ricostruendo la storia della finanza nel nostro Paese, mostrò come il modello politico del capitale finanziario fosse il fascismo stesso. La lettera di Draghi e Trichet conduce difilato a Salvini. Altro che europeismo. Chi, infatti, ha prodotto il neofascismo gialloverde in Italia se non quella lettera illegale che di fatto ci impose la cancellazione dei diritti?

Ecco, dunque, la nostra responsabilità, la responsabilità di Potere al Popolo!. Chiedere la ripresa di un processo costituente per un’Assemblea Costituente Europea, per una Costituzione Europea, per un Parlamento Europeo con pieni poteri e un Governo Europeo votati dai popoli europei. Solo di fronte a un eventuale rifiuto di questo processo che conserva un principio di orizzontalità pienamente democratico si potrà poi costruire, insieme alle altre forze europee nostre alleate, percorsi e pratiche di uscita da un sistema asfissiante.

Noi non dobbiamo fermarci alle formule vaghe, alle polemiche su sovranisti ed europeisti. Possiamo farlo, perché conosciamo e riconosciamo come nostri fratelli e sorelle gli sfruttati di tutti i Paesi dell’Unione e i migranti perseguitati e scacciati; consideriamo nemici gli sfruttatori di tutti i Paesi.

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crimini

A Norimberga, quando non fu possibile negare, la strategia difensiva di chi aveva internato, torturato e ucciso milioni di Rom, omosessuali, testimoni di Geova, ebrei e oppositori politici, si fondò su due elementi legati tra loro: Esistevano leggi, ispirate peraltro a principi, quali il primato della nazione (prima i tedeschi e i loro valori… prima gli italiani e i valori dalla patria…) e di conseguenza il dovere di eseguire ordini superiori. In questo senso, si disse, è un’intera nazione ad aver compiuto un crimine, non un singolo individuo, perché, fino a quando non intervenga una regola nuova che cancelli quella vecchia, non c’è che l’obbedienza.
Non si può disobbedire al decreto Salvini, si sente dire da un po’ come fosse Vangelo. Occorre obbedire. Pazienza se i diritti umani sono calpestati e si giunge al crimine. C’è chi fa le leggi e chi obbedisce. Si difesero così anche i nostri militari, che nei Balcani, dove infuriava la guerra partigiana, rastrellarono e internarono la popolazione, maltrattarono i prigionieri, bruciarono villaggi assieme agli abitanti e fecero strage di donne, vecchi e bambini.
Bisognava obbedire.
Oggi sappiamo che quelle leggi, quegli ordini, quel presunto primato erano solo il frutto malato di una inaccettabile e colpevole obbedienza, la giustificazione legale e immorale di crimini contro l’umanità. Le regole che vorrebbero imporci Salvini, prima di lui Minniti e la ferocia neofascista dell’Unione Europea non sono altro che questo: la giustificazione legale di un genocidio.
Disobbedire perciò non è solo un dovere, ma il solo modo per non rendersi complici.

Fuoriregistro, 6 dicembre 2019

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downloadDemocrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

Agoravox e Fuoriregistro, 4 ottobre 2017

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Immagine.pngSe la gigantiasi in natura è una condizione di carattere patologico, perché in economia può essere un obiettivo? La domanda, ripetutamente posta, non ha mai trovato risposte convincenti e l’Occidente, che esporta a suon di cannonate la sua “democrazia laica”, mostra così di avere un’incurabile anima integralista. Prendiamone atto: l’economia ha divorato la politica, privandola dell’ultima parola sui temi economici e della sua specifica facoltà di decidere sui conti pubblici, sull’uso degli investimenti, sui movimenti di capitali e sull’ingigantimento delle finanza. Le conseguenze gravissime di questo fenomeno sono da tempo ormai sotto gli occhi di tutti: distruzione dello stato sociale, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione della vita di intere generazioni, guerre tra poveri che fanno da fertilizzanti per le rozze, ma efficaci formule di un fascismo che rinasce, come dimostrano le recenti elezioni tedesche.
Poiché le parole hanno un peso spesso decisivo, è bene dirlo: il rovesciamento del rapporto tra economia e politica è figlio di uno “spossessamento”.  Non sono stati i cittadini italiani a dare ai governi con il loro voto la facoltà di sottoscrivere gli accordi internazionali che ci hanno condotti a questo disastro. Con una legge riconosciuta incostituzionale da una sentenza della Consulta si sono, infatti, creati Parlamenti privi di legittimità politica ed etica e sono stati quei Parlamenti illegittimi che hanno inserito nella Costituzione repubblicana i provvedimenti che sottomettono la politica all’economia: pareggio di bilancio e fiscal compact. Un colpo di Stato interno, quindi, e non la libera volontà di un popolo, ci ha ridotti in una condizione di servitù. Siamo, per intenderci, ben oltre i timori della critica internazionalista ad ogni potere che sia superiore a un altro. Qui da noi non è diventato oppressivo un potere legittimamente delegato, transitorio e limitato nel tempo, come Bakunin riteneva che dovesse inevitabilmente accadere. E’ stata l’alta borghesia a rinnegare Montesquieu e i pilastri della società nata dalla rivoluzione borghese. Siamo di fronte a una controrivoluzione.
Le conseguenze di questo delirio integralista, che uccide in maniera mille volte più feroce e più efficace di ogni terrorismo, si vedono chiare negli Enti locali, dove i sindaci non sono più in grado di assicurare alle popolazioni dei territori che amministrano il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.
Dovremmo quindi rassegnarci e arrenderci? Tutt’altro. Poiché la Costituzione è la fonte primaria del diritto e prevale su ogni direttiva, sia del governo nazionale, che della Commissione di quell’aborto che i pennivendoli chiamano “Unione Europea”, i Comuni possono contare su un’arma micidiale, che non uccide, ma restituisce la vita: costituire commissioni per valutare la natura e le origini del “debito”, contestarne la tirannia e intanto seguire alla lettera il dettato costituzionale, utilizzando tutte le risorse per soddisfare diritti.
L’Unione Europea, quella dei popoli, può nascere solo così: come alternativa legale – la legalità della giustizia sociale – al mostro illegittimo che da Bruxelles soffoca i popoli. In quanto al sedicente “governo romano”, a che serve parlarne? L’esito del referendum del 4 dicembre ha il valore legale di un autentico certificato di morte.

Agoravox, 30 settembre 2017

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eurostop-25-marzo-apertura-720x300Il dado è tratto e la giocata fa ben sperare: dopo una lunga, necessaria fase di studio, costruzione teorica, confronto ed esperienze comuni di lotta, la Piattaforma Sociale Eurostop si costituisce in movimento organizzato.

L’assemblea è prevista a Roma oggi 1 luglio ed è un appuntamento al quale non dovrebbero mancare la presenza e il contributo, foss’anche critico ma costruttivo, di tutte le forze che mirano alla ricomposizione di una sinistra autentica, in grado di affrontare una sfida che diventa purtroppo di giorno in giorno più feroce.

Non importa su quali numeri potrà immediatamente contare, quali forze potrà mettere in campo al momento. Questo non dipende solo dai promotori.

Importa che finalmente qualcosa di concreto si muova a sinistra e per la sinistra di classe, per i movimenti sociali che hanno come stella polare il conflitto e per quanti hanno ormai maturato la convinzione, pienamente fondata, che l’Unione Europea non solo non è la soluzione dei nostri mali, ma rappresenta la causa principale dei problemi e delle sofferenze dei ceti subalterni.

La definizione che Eurostop dà di se stesso è allo stesso tempo aperta, inclusiva, ma anche così netta, da non lasciare spazio ad equivoci ed ambiguità. Il nascente movimento si definisce «sociale e politico» e chiama a raccolta «persone, organizzazioni sindacali e politiche, movimenti civili, sociali, ambientali, che agiscono sulla base della democrazia e del consenso, in coerenza con gli obiettivi, i principi e i valori […] delle regole condivise».

Di fronte a un’iniziativa che riconosce come sua prima trincea quella della rottura con la NATO, arma puntata contro la sicurezza di chiunque si azzardi a contrastare le rinascenti velleità imperialiste del capitalismo, è difficile scegliere di stare altrove.

Anche perché Eurostop, preso atto della irreversibile trasformazione dell’UE, che non è più, se mai lo è stata, «l’Europa dei popoli», ma ha il volto inaccettabile dell’«Europa delle banche», riconosce in questo autentico mostro liberista il principale pilastro delle politiche di austerity.

La scelta di campo è inevitabile e conseguente: Eurostop si schiera contro una globalizzazione intesa come processo di distruzione di diritti e conquiste sociali che costituivano la sola e più autentica eredità della migliore storia della sinistra.

Una convinzione che non lascia spazio a dubbi: Eurostop intende costruire la via per l’abbandono dell’Euro e la rottura dell’Unione Europea, non per questioni di «nazionalismo», ma come unico, indispensabile strumento in grado di rovesciare le politiche di austerità e mandare in frantumi la globalizzazione liberista, che non solo ha fatto tabula rasa dei diritti dei lavoratori, ma mette in discussione la stessa democrazia borghese e le costituzioni di ispirazione antifascista, nate dopo la seconda guerra mondiale.

Anche qui è onestamente difficile capire eventuali riserve che non riguardino eventualmente i tempi e gli strumenti con cui giungere allo scopo. Sugli obiettivi, non c’è più tempo per discutere. Al di là di ogni comprensibile prudenza, la contemporanea presenza a Roma dell’appuntamento voluto da Giuliano Pisapia, non consente titubanze. La sedicente sinistra del cosiddetto «Campo progressista» non è solo una iniziativa di riciclaggio di fuorusciti dal PD renziano, ma il tentativo di passare una mano di vernice rossa sui protagonisti di quell’autentica macelleria sociale messa in azione al grido osceno che ancora risuona nel Paese semidistrutto: «l’Europa lo vuole».

Una responsabilità storica che nessun appuntamento romano potrà mai cancellare!

Il processo che si apre ha dalla sua la sola forza che assicura la vita di una iniziativa politica: la sua necessità storica. Su questa base potrebbe ben presto diventare un invito a riflettere per quanti, in buona fede, seguono le speranze suscitate da Varoufakis, destinate a fare i conti con una realtà che purtroppo non consente a nessuno di inseguire sogni.

Contropiano, 30 giugno 2017

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