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Posts Tagged ‘discriminazione’

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I decreti attuativi per il Job Act sono già pronti! C’è uno spirito animale nella vitalità del pupo fiorentino accampato a Palazzo Chigi. Ha il dono dell’ubiquità. Ovunque ti volti, lo trovi. E ovunque la voce chioccia insiste sulla “riforma a costo zero”, lo slogan demenziale che traduce in linguaggio parapolitico le promozioni da supermarket: “compri due e acquisti tre”.
Negli incubi che turbano i sonni del pugnalatore di Letta, Goebbels si presenta forse in compagnia di Giuda? Non è facile saperlo, ma qualcuno gliel’ordinerà ai propagandisti del Minculpop di ripetere ossessivamente l’indecente bugia: il Job Act non prevede licenziamenti discriminatori. Come se esistessero padroni così idioti, da mettere nero su bianco che ti cacciano perché sei omosessuale o sindacalista. Esistono padroni che non vogliono giudici autorizzati a ficcare il naso, questo sì. E il governo dei padroni li accontenta! Esistono imprenditori che chiedono una terra di nessuno in cui si licenzi a piacere e si assuma senza regole e diritti. Lo spirito animale sente il vento e gliela regala. Tutele crescenti ai padroni, ammortizzatori sociali ridotti a un’elemosina,  un sussidio da fame a tempo determinato poi, se non ce la fai, t’appendi a una corda e ti togli dai piedi, che l’elemosina non ce la possiamo permettere. Il cuore della riforma è questo: basta con gli uomini liberi. Sono già pronte per l’uso intere generazioni schiavizzate e i dubbi tormentosi sono solo dei padroni: licenzieranno per difficoltà economiche legate all’azienda, o gli basterà anche solo una contrazione del mercato di riferimento? E gli utili precedenti, i milioni incassati negli anni buoni? Questi sono affari che riguardano i lavoratori? Se licenzio per motivi disciplinari, qualcuno potrà dirmi per caso che è un abuso, perché il lavoratore è stato alle regole?
Dubbi infondati. Il merito principale del Job Act, è il principio che lo ispira: la legge riguarda solo i dipendenti e l’azienda è un museo degli orrori impuniti.
Non so come le chiameranno gli storici domani, queste leggi. So che sono le prove generali di un funerale dei diritti. Si pensa di celebrarlo, dimenticando il sangue versato da chi li ha conquistati, ma la risposta verrà. Non sarà immediata e giungerà certamente dopo un percorso di guerra lungo e doloroso. Nulla v’è al mondo che in eterno duri scrisse qualcuno su un muro di Pompei, davanti alla morte che piombava improvvisa dal vulcano. Le classi lavoratrici hanno a disposizione memoria storica e tradizione di lotte. Occorrerà che tutto si adatti ai tempi nuovi e al livello della sfida, ma chi pensa d’aver vinto sta regalando ai presunti sconfitti un’arma micidiale: la sua ebete convinzione che le ragioni della forza possano prevalere sulla forza della ragione. La storia è la scienza di un tragico errore: in ogni tempo la violenza cieca dei padroni si è illusa di annichilire il coraggio della dignità, ma non c’è mai riuscita.
Non è vero che la storia non si ripete. Nei percorsi della vicenda umana esistono variabili e costanti; chi osserva i fatti senza pregiudizio lo vede chiaro: nel momento stesso in cui si afferma, un regime prende a seminare i germi del suo tracollo. E’ così anche per i barbari che oggi si fanno scudo di un contenitore senza contenuti e lo chiamano “democrazia”.
Pagheranno. Invano, poi, all’ultimo momento, terrorizzati, si appelleranno vigliaccamente ai diritti che hanno cancellato. La storia non fa sconti.

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