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Pietro Raimondi giovanissimo operaio tessile ucciso durante la Settimana Rossa

Nel giugno 1914, quando i moti della Settimana Rossa scuotono il Paese, colto di sorpresa in una delicata fase di transizione, le luci si vanno spegnendo sul mito della belle époque, ma le classi dirigenti sembrano muoversi ancora sui ritmi del can can e offrono di sé un’immagine frivola e disattenta. E’ probabile, però, che a noi sia giunta la percezione deformata di una proiezione esterna. In realtà, lo strappo c’è stato e il rifiuto della mediazione giolittiana chiude un’epoca. Giolitti ha segnato la crescita e il modello di sviluppo economico, ma per la borghesia, tornata alle ambizioni imperialistiche, è ormai solo un freno. A ben vedere, i «padroni del vapore» sanno ciò che vogliono, hanno colto per tempo segnali di svolta nelle linee di tendenza della diplomazia internazionale e sono cosi determinati, da rompere con Giolitti proprio quando il vecchio statista ha avviato una politica estera di ispirazione espansionistica, adattando con accortezza e tempismo le scelte economiche e la pratica di governo al contesto interno e internazionale…

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Proletari contro la guerra note in calce (ebook scaricabile dal sito “1914-2014 Cento anni di guerre

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AVQ-A-003710-0107Non ho un compito semplice, ma vi parlerò senza seguire un testo scritto che vi annoierebbe. L’arco di tempo che è al centro di questo nostro incontro va dal 1914 al 2014 e corrisponde a un secolo; dal punto di vista storico, non è semplice parlarne in un intervento per forza di cose breve. Rischio di non coglierne tutti i punti essenziali e di avventurarmi troppo avanti nel presente, sicché più che uno storico, potrei finire col diventare un indovino. D’altra parte, chi fa il mio mestiere conosce la distanza che separa i “fatti della storia” dalla ricostruzione che ne ricava. Quando li racconto, non solo gli eventi sono già accaduti, ma ho la fortuna di conoscere il loro esito. Nel momento in cui avvengono, al contrario, gli eventi non sono predeterminati e i loro protagonisti hanno sempre davanti un ventaglio di scelte; solo quando esse sono state fatte e la vicenda si è chiusa, gli eventi diventano la “Storia” che lo studioso ricostruisce. Il 1914, quindi, è storia e ne parlerò come di un fatto compiuto; il 2014, invece, e gli anni che immediatamente lo precedono, sono caratterizzati da fatti che accadono mentre ne parlo con voi, eventi che ci impongono scelte e ci propongono molteplici opzioni. Mi pare chiaro, quindi, che, in questo caso, non esistono “fatti compiuti” e non c’è una “storia da ricostruire”. Questo, s’intende, non vuol dire che lo studioso di storia non possa provare a cogliere gli elementi comuni a vicende apparentemente lontane tra loro e tentare un’analisi che è storica, sì, ma ha comunque un suo significato politico.

Per quanto mi riguarda, penso da tempo ormai che gli storici si siano divisi in due gruppi, di cui uno è minoritario – e io credo di far parte di questa minoranza – e l’altro, più numeroso, è formato da studiosi che tendono ad assegnare a chi si occupa di storia contemporanea campi d’interesse confinati nel “passato”. Dietro questa posizione, che si proclama estranea alle ideologie, non ci sono ragioni scientifiche, ma scelte politiche, che gli studiosi ovviamente negano, così come negano ciò che a me pare evidente: l’insistenza sul rifiuto delle ideologie ha di per sé un carattere ideologico, è una ideologia non dichiarata – “l’ideologia della non ideologia”, se mi perdonate il bisticcio di parole – e proprio per questo pericolosa. Io penso invece che la storia non sia “passato” e che una ricostruzione del passato fine a se stessa non ci interessi, perché il passato è irrimediabilmente concluso. Perché, per fare un esempio concreto, ci dovremmo occupare dell’omicidio di Giulio Cesare, se è accaduto duemila anni fa? Se ci pensate, Cesare non è ucciso per rivalità, gelosia o meschini interessi personali; l’omicidio toglie dalla scena un protagonista della grave crisi politica di Roma repubblicana e mira a modificare il corso degli eventi. Riuscito o meno, l’attentato è lo strumento scelto dai congiurati per fermare un tiranno. Questo non è passato, Di fronte, infatti, abbiamo un evento certamente attuale, il tirannicidio, cioè la difesa della libertà come che sia possibile, anche mediante la violenza. E la stessa violenza politica è un tema attuale. In età di passioni repubblicane, ricostruendo l’omicidio, lo studioso si fermato sulla natura del tiranno, ha provato a definire la sua personalità e si è sentito solidale con Bruto e Cassio. In un tempo di “ordine imperiale”, altri si saranno interrogati sulla figura del regicida e avranno messo in rilievo la pochezza dei congiurati. Domani quei fatti lontani saranno “letti” in relazione alla formazione degli storici e ai principi del tempo in cui essi vivranno. In questo senso, la morte di Giulio Cesare non è “passato”, come vorrebbe certa storiografia”; essa infatti suscita passioni attuali e induce a scelte che fanno riferimento a sistemi di valore che riguardano noi oggi.
E’ così anche per il nostro argomento. Io guardo al 1914 con la sensibilità di uomo di un altro tempo e ne colgo ciò che di quell’avvenimento rimanda al 2014. Per molti versi le affinità impressionano. Questo naturalmente non vuol dire che si debba giungere a una nuova “Grande guerra”. Credo però che in una situazione di guerra ci siamo già; non so se sia grande o piccola, ma so che è combattuta sia con le armi, che su un terreno per adesso solo economico. I campi di battaglia sono le mille periferie di un nuovo impero, ma in campo sono già scese le grandi potenze e si colgono tutti i segnali di un rinnovato scontro tra imperialismi.
Proverò a riflettere sulla “Grande guerra”, ma mi fermerò ogni volta che i fatti di quel momento mi faranno ricordare eventi del nostro tempo. Intanto l’idea di guerra. Diciamo che a 68 anni compiuti, come cittadino e intellettuale, mi fa impressione il fatto che ci si debba riunire per discutere di guerra. Non è un’osservazione banale, come può apparire. Mi colpisce che, dal punto di vista storiografico, fino a qualche anno fa si potesse esprimere sulla “Grande guerra” un giudizio negativo condiviso e non ci fosse bisogno di tornarci sopra, perché pareva addirittura “scontato”, mentre oggi non è più così. Mi sono accorto con stupore che non solo si torna a parlare di guerra, ma si parla della “Grande guerra” come per recuperarne qualcosa di positivo, senza rabbrividire per ciò che rappresentano la guerra in quanto tale e quella guerra in particolare.
Mi è capitato di trovarmi a Parigi, all’inizio di quest’estate, e scoprire che la piazza di Notre Dame era ridotta a un grande museo all’aperto, in cui non pareva si volesse semplicemente ricordare la guerra, ma in qualche modo la si esaltasse. Vi dirò francamente come ho vissuto quella strana esperienza: ebbi l’impressione di essere entrato improvvisamente in una sorta di manicomio all’aperto, in cui tutti, francesi e turisti, avevano davanti una tragedia, ma la guardavano come fosse un film, come qualcosa che non riguardasse tutti direttamente. Quel giorno ha avuto davanti, in forma concreta, la storia “revisionata” e la sua trasformazione in propaganda politica. Naturalmente dietro tutto questo ci deve essere uno scopo preciso. Se in Francia, Italia e altri Paesi improvvisamente le classi dirigenti trasformano la necessità di ricordare la guerra per ammonire, in una più o meno aperta celebrazione di un macello e di una tragedia, vuol dire che dietro c’è un fine politico, non un lavoro storiografico sulla memoria. D’altra parte è di questi giorni il recupero di un’iniziativa politica di La Russa, che risale al 2008, ad opera di due membri del governo Renzi, la ministra dell’Istruzione, Giannini, e Pinotti, ministra della Difesa, che hanno firmato un protocollo d’intesa col quale l’esercito è chiamato a celebrare la Grande guerra nelle scuole. L’intesa naturalmente non è così esplicita – si parla di ricordo – ma un “ricordo” affidato ai militari è di per sé qualcosa di celebrativo – e a conti fatti l’accordo prevede che a fare lezione di storia nelle scuole su un tema così delicato siano ufficiali dell’esercito. La rivalutazione dell’evento bellico, quindi, non solo è evidente, ma si realizza in un paese che formalmente ripudia la guerra per dettato costituzionale ed è per questo un dato a di poco inquietante, perché ci dice che in qualche modo la guerra, della quale dovremmo avere ribrezzo, la guerra che ci ha regalato il fascismo, una guerra, per dirla tutta, della quale ci dovremmo vergognare per tante ragioni, improvvisamente è tornata tra noi come un evento legittimo del quale si può tornare a parlare.
Che diranno gli ufficiali quando entreranno nelle classi? Sarà una buona lezione di storia – ma non avrebbero potuto farla i docenti? – o sarà un lavoro di propaganda che ha un fine ben chiaro: abituarci all’idea della guerra? Un’abitudine che si va facendo strada in noi già da tempo purtroppo, perché la guerra la vediamo tutti i giorni alla televisione, somiglia a un videogioco e si combatte in un modo quantomeno strano: da un lato ci sono, infatti, eserciti che subiscono perdite umane minime, nell’ordine delle unità, due, tre uomini, molto spesso uccisi da “fuoco amico”, come s’usa dire – in genere sono gli eserciti dei Paesi che la scatenano – dall’altra parte ci sono mille, centomila, mezzo milione di morti, pochi militari e moltissimi civili, spesso, spessissimo bambini. In realtà ci abituano così a una verità deformata. La guerra era e rimane tragedia, ma noi la vediamo da lontano. Quello che è accaduto in Palestina pochi giorni fa, con un insospettabile funzionario dell’Onu che in televisione piangeva e accusava gli israeliani di aver massacrato bambini palestinesi, noi l’abbiamo visto come in genere certe cose si vedono a cinema, ma non riusciamo a percepire fino in fondo cosa accada davvero. Non riusciamo, eppure quella sorta di film che vediamo ci riporta direttamente a stragi lontane e ci interroga: cosa furano il 1914 e la fine della “belle époque” nella percezione di chi li ha vissuti? Alla luce di questa domanda, proverò a raccontare cosa è stata la guerra, com’è nata, come si sia inserita in un contesto che somiglia molto a quello attuale e che disastro fu combatterla e poi accollarsene le conseguenze.
Se cerchi le testimonianze di chi ha vissuto quei giorni – non mi riferisco ai ceti subalterni, ai quali la storia di rado dà voce – ma alle classi dirigenti, ne ricavi la percezione chiara di un evento infausto, catastrofico e soprattutto imprevedibile che mette in discussione una civiltà e poi la distrugge. In realtà le cose non sono andate affatto cosi; se è vero che in quel lontano 1914, la guerra nasce da una causa accidentale, da un attentato che sorprende l’Europa tra paillettes, luci e apparente benessere delle classi dirigenti, non è meno vero che dietro tutto questo ci sono due menzogne; la prima è che l’Europa fosse felice, perché “felice”, se così si può dire, era una minoranza costituita dalle classi abbienti, mentre una marea di disperati subiva le conseguenze di una repressione micidiale del dissenso e di un sistema di produzione che da un lato creava ricchezza, dall’altro disperazione. In quanto poi alle classi dirigenti che si dicono sorprese dalla guerra, bene, esse mentono, perché non potevano non sapere che da anni si preparava un conflitto. La guerra non nasce dal nulla, ma ha radici profonde nel secolo precedente, cosi com’è evidente che, se oggi la NATO si trova ai confini della Russia, questo non accade perché improvvisamente qualcuno è impazzito in Ucraina. Allora come oggi, dietro la scontro, ci sono scelte meditate e lontane nel tempo. Quale sarà l’esito della crisi oggi, è difficile dire, quale fu l’esito dello scontro di allora lo sappiamo. Proprio perciò vorrei fermarmi su due o tre interpretazioni più recenti della guerra, per capire ciò che accade nel profondo della nostra società e soprattutto in un mondo ambiguo come quello degli intellettuali, degli storici, degli accademici che spesso, lasciatemelo dire, camminano su binari paralleli al potere, per cui ci narrano la storia non in base a ciò che è accaduto davvero, ma per compiacere chi governa e ha in mano il potere, sicché ciò che impariamo, è molto spesso parziale, talvolta addirittura falso. Com’era falso poco tempo fa che fossero stati i separatisti russi ad abbattere l’aeroplano malese. Mi direte che non si tratta di storia, vi dirò che anche su queste menzogne si ricostruirà poi la storia. Su uno strumento di propaganda efficace, che è stato improvvisamente dimenticato, quando si è capito che l’aereo era stato abbattuto dagli uomini dell’esercito di Kiev.
Anche nel 1914 c’è un attentato così ambiguo, che sarebbe addirittura più corretto parlare di due attentati. In visita a Sarajevo, città della Bosnia, ci sono il Principe ereditario dell’Impero austroungarico, Francesco Ferdinando, e la moglie Sofia; il corteo di auto che attraversa la città subisce un primo assalto lungo il percorso. Qualcuno tira una bomba, ma colpisce l’auto che segue e ferisce alcuni ufficiali che accompagnano la coppia. A quel punto, di norma, se proprio si deve proseguire, il percorso è modificato, si prende ogni possibile misura di sicurezza e un secondo attentato diventa, se non impossibile, certamente improbabile. Invece, dopo una breve sosta e un altrettanto breve conciliabolo, a Sarajevo si decide solo di cambiare percorso, ma per un incredibile errore il corteo torna sul percorso precedente, c’è un secondo attentato, compiuto da uno studente serbo, che uccide il Principe e la moglie. Proprio quello che serviva all’impero austroungarico, da tempo al centro di controversie sui Balcani. Che un serbo ammazzasse qualcuno che in Austria contava, poteva anche essere un’occasione d’oro per chiudere i conti. In ogni caso, se ragioni molto più oscure e profonde non avessero pesato sui rapporti tra i due Paesi e sulle indagini seguite all’attentato, ci sarebbe stata di certo una forte protesta, ma il lavoro della diplomazia e una commissione d’inchiesta sarebbero bastati a chiudere l’incidente. Le cose non vanno così. L’Austria, infatti, che in un battibaleno ha già pronto l’esercito, presenta richieste che artifici linguistici e abilità diplomatica evitano di definire ultimatum, ma sono di fatto nove condizioni, alcune inaccettabili, che pretendono una risposta immediata e non possono avere altro esito se non la guerra. L’ambasciatore d’Austria, per giunta, consegnate le sue richieste, lascia senza colpo ferire Belgrado, svuota l’Ambasciata del personale e se ne va a Vienna. Ammesso che fosse stata possibile, una risposta positiva e immediata non poteva più materialmente essere consegnata.
L’Austria-Ungheria, decisa a scatenare un conflitto per le sue mire imperialiste sui Balcani, non poteva non sapere che proprio sui Balcani aveva mire altrettanto decise e ultimative la Russia, né poteva ignorare una questione scottante per l’Europa e strettamente legata agli equilibri nei Balcani: la crisi dell’Impero Ottomano, uno Stato vecchio e decadente del quale tutti volevano spartirsi le spoglie. Allora si chiamava “questione d’Oriente” e non vorrei che, per un tragico errore di valutazione, l’impero in disfacimento di questo momento storico non sia la Russia, ex Unione Sovietica, alla cui orbita da tempo l’imperialismo occidentale tenta di sottrarre le repubbliche che un tempo costituivano la superpotenza rossa. Tra l’altro l’invio di truppe ai confini della Russia deciso recentemente dalla NATO viola gli accordi firmati al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che impegnavano i Paesi occidentali a non mandare mai truppe in pianta stabile a ridosso della Russia. Per dirla nel linguaggio della diplomazia, si tratta di un gesto di “profonda inimicizia”, un gesto che, nel linguaggio militare, si definisce “casus belli”. Qualcosa, quindi, di equivalente all’attentato di Sarajevo e che pare rispondere alla stessa logica di quel folle errore: prevenire le reazione, scatenando un rapido conflitto locale, nella convinzione che, vinta la partita, tutto si risolva con un accordo. In fondo la “Grande guerra” scoppia nel 1914 sulla base di questo equivoco, di una serie di ambiguità e di decisioni già prese, di cui tutti conoscevano bene la reale portata, ma tutti sottovalutavano le conseguenze. Le cose non andarono così perché da tempo ormai si erano creati due blocchi contrapporti di Paesi alleati, che intervennero uno dopo l’altro, appena si mise mano alle armi. Nel 1914 gli schieramenti erano ben più definiti di oggi, quindi gli errori sono ancora più possibili e oggi come allora la conseguenza di una guerra, che si immagina rapida e locale, potrebbe essere un allargarsi del conflitto fino a una dimensione mondiale.
Se si torna indietro nel tempo – e proverò a farlo senza annoiarvi troppo – ci si rende conto che lo scontro tra capitalismi e imperialismi rivali, non era latente e aveva un tal peso nella vita politica dell’Europa, che aveva determinato schieramenti militari che non nascono certo al momento dell’attentato di Sarajevo. Sono stati anzi gli interessi del capitale a determinare le scelte dei singoli Paesi, le loro ambizioni e i loro problemi e a produrre le alleanze militari che, a loro volta, danno alla guerra la sua dimensione. Certo, a scatenare apparentemente il conflitto è il calcolo sbagliato di un paese che forza la volontà dei suoi alleati e ci fu anche chi provò a fermare il meccanismo innescato, ma la sensazione è che il ventaglio delle scelte possibili fosse ormai cosi ristretto, che la guerra diventava quasi inevitabile. È vero che a decidere quale sarà la storia domani è l’esercizio della nostra libertà di scelta nel presente, ma è altrettanto vero che dieci scelte precedenti possono rendere l’undicesima più o meno obbligata. Questo significa negare il concetto di “storia” come libera scelta dei singoli e delle collettività? Non credo. Più semplicemente può significare che, dopo molte libere scelte, si crea un contesto che stringe in una morsa chi è successivamente chiamato a prendere una decisione. Si tratta, quindi, di una scelta libera in un quadro di scarsa libertà, di tragica riduzione del ventaglio delle possibili opzioni. Ed è questo uno degli elementi di forte collegamento tra un “ieri” che è finito, che è “passato”, ma produce le sue conseguenze sul presente e quell’oggi che si avvia a nascere, a crescere e a portarci chissà dove nel futuro. Se ieri sono state fatte molte scelte sbagliate, nessuno potrà cancellarle. Esistono, producono conseguenze e restringono fortemente le ulteriori possibili scelte. Oggi ci sono in campo alleanze, volontà che sono già state esercitate con forza, integralismi contrapposti ed è evidente che esiste una grande potenza, gli Usa – nel 1914 c’era l’impero inglese – che conserva ancora un fortissimo peso militare e finanziario, ma non riesce più ad esercitare il suo ruolo di potenza egemone, poiché ce ne sono altre che la superano nel campo economico. E c’è poi l’Unione Europea, nata per essere unione dei popoli, fattore di equilibrio, e diventata unione di banche e di ambizioni imperialistiche; una realtà che crea ulteriori problemi agli USA. Si tratta di alleati, è vero, ma anche di capitalismi in competizione tra loro, nel corso di una terribile crisi economica ed è probabile che agli Stati Uniti d’America – e non solo a loro – la guerra possa sembrare una via d’uscita da una crisi che sembra sfuggire a ogni controllo.
Un impero non cade per sua scelta, non ridimensiona spontaneamente il proprio ruolo e conosce in maniera chiara il quadro nel quale opera, sicché un’opzione militare, che decida di una situazione per un tempo ragionevolmente lungo, è quantomeno probabile. Certo rimane un’incognita di cui va tenuto conto: stiamo parlando di potenze nucleari e la differenza col 1914 qua è forte. La catastrofe del 1914 non sarebbe paragonabile con una conflitto nucleare; tuttavia, si trattò di qualcosa di impensabile per i popoli dell’Europa di allora. La storia la fanno anche gli errori di valutazione. Noi ricostruiamo la vicenda umana in base ai fatti, ma c’è nella ricostruzione un elemento che non si può trascurare: ci comportiamo come se i fatti parlassero da soli, ma non è così. Carr, grande storico del Novecento, diceva a ragione che i fatti sono muti o, per dir meglio, parlano se sono interrogati e le loro risposte dipendono dalle nostre domande; la storia, quindi è ricostruita raramente nella stessa maniera. Gli storici, che hanno ognuno la propria formazione, anche se si impegnano a non fare scelte pregiudiziali e ideologiche, pongono ai fatti domande che nascono dai loro interessi, dal loro sistema di valori di riferimento e ne ottengono determinate risposte. E’ naturale perciò, che se mettete insieme uno storico liberale e uno storico marxista e li fate parlare della “Grande guerra”, vi accorgete che da una sola guerra, ne vengono fuori due, profondamente diverse tra di loro. Eppure si tratta di fatti che sono più meno gli stessi per entrambi: un gioco d’azzardo, un urto militare determinato da interessi antichi, radicati in un contesto che si è andato creando nel tempo e produce la fine dell’egemonia dell’Europa e la nascita di due superpotenze.
Consentitemi una breve osservazione su ciò che è cambiato nell’interpretazione degli storici. Poiché la guerra causò la rivoluzione bolscevica, da qualche anno anche quest’ultima finisce col rientrare, per dirla con Benedetto XV, nel “suicidio dell’Europa civile”. Nell’inutile strage, rientrerebbero così, assieme alla guerra imperialista, la rivoluzione di ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica, eventi che, in realtà, viaggiano su binari profondamente diversi tra loro. La guerra, infatti, si può leggere solo come un evento negativo che – rilevò acutamente Braudel – dilagò in una Europa che “era sull’orlo del socialismo”; una tragedia che ricade in gran parte sui popoli, senza alcun “ammortizzatore”; per la rivoluzione sovietica occorre rovesciare questo ragionamento perché essa genera in Russia una positiva trasformazione. L’Unione Sovietica è un Paese incomparabilmente migliore della Russia zarista, quale che sia poi stato l’esito finale della rivoluzione; una realtà con cui il capitalismo dovrà confrontarsi, smussando le sue punte più aguzze per timore del dilagare dello spirito rivoluzionario.
Questo valore positivo è chiaro e gli storici borghesi, “sacerdoti” del pensiero unico liberista, sanno che da una guerra spesso può nascere una rivoluzione; dal 1870 e dalla guerra franco-prussiana, si giunse all’esperienza della Comune, annegata nel sangue di decine di migliaia di comunardi passati per le armi. Un intreccio così profondo, che l’inglese Herbert Albert Fisher, nella sua Storia d’Europa, ricorderà come, proprio in coincidenza con la guerra, ai primi di luglio del 1914, Pietroburgo vedrà operai in armi sulle barricate. Ma la rivoluzione è anche un evento inconciliabile col mito di un capitalismo che produce ricchezza e cancella il conflitto. Di qui il tentativo di leggere la prima guerra mondiale e la rivoluzione non come due elementi distinti e cronologicamente separati – prima la guerra, poi la rivoluzione – ma come un solo evento, un unicum – guerra e rivoluzione – i due volti di una sola tragedia. Tra i primi a proporre una lettura così ideologica di quegli eventi ormai lontani è stato Ernst Nolt, che tra gli anni 80 e l’unificazione della Germania, in un libro intitolato La guerra civile europea, se ne venne fuori con una tesi fuorviante che non si ferma sul 1914, ma sul 1917, anno in cui, con la rivoluzione bolscevica, inizierebbe una “guerra civile” dell’Europa, destinata a chiudersi solo nel 1945 (altri dopo di lui proporranno addirittura il 1989). Con una “distrazione” che non è certo involontaria, Nolte si inventa così un tempo storico separato dal contesto reale, mette in ombra il 1914, e fa nel 1917 la data in cui sarebbe “cominciato il secolo delle guerre e delle rivoluzioni”; come se la “Grande guerra” fosse scoppiata con la rivoluzione di ottobre, nel 1917. Una posizione strumentale e fuorviante, quindi, non solo perché la guerra scoppia prima, ma perché, così facendo, lo storico addebita alla rivoluzione russa la tragedia europea, che ebbe origine invece dalla guerra imperialista, e mette insieme fenomeni profondamente diversi – la guerra e la rivoluzione – per dare una connotazione negativa alla rivoluzione bolscevica, causa di una guerra civile in cui, di fatto, l’Europa avrebbe perso il ruolo egemone. Perché guerra civile? Perché la rivoluzione che minaccia le classi abbienti e il loro benessere nell’Europa occidentale, trova risposta nei fascismi. In realtà, le cose non stanno così e non furono certo Lenin e la rivoluzione ad avviare la crisi dell’Europa. Lenin sfruttò la guerra e si inserì nelle contraddizioni del capitalismo da rivoluzionario autentico, cogliendo l’occasione offerta dal conflitto per eliminare lo Zar.
Dopo la sortita di Ernst Nolt, all’inizio di questo secolo, Andrea Graziosi, storico liberale che viene dalla sinistra axtraparlamentare, dà alle stampe un libro insidioso, in cui, modificando la periodizzazione ormai classica, fa del “secolo breve” e della guerra qualcosa che nasce nel 1914, ma si conclude nel 1956 quando Kruscev denuncia lo stalinismo. Graziosi, quindi, non solo accomuna la guerra e la rivoluzione, ma mette entrambe in un unico calderone, su un piede di parità, come se avessero per l’umanità il valore di una tragedia comune. Sono manipolazioni che nascono probabilmente da una necessità: i fatti non sono compatibili con le interpretazioni di chi ha provato a farci credere che la crisi prima e la caduta poi dell’Unione Sovietica aprivano l’età dell’oro. C’è stato persino chi, come il giapponese Fukuyama, crollata l’Unione Sovietica, in una interpretazione che si può considerare filosofia della storia, più che tentare una ricostruzione di fatti, ha ipotizzato la “morte della storia”, uccisa dal benessere che nasce del capitalismo e dalla conseguente cessazione del conflitto sociale: sparito il “male”, non avremmo avuto più né guerre, né problemi, ma una ininterrotta crescita verso il benessere collettivo. Più o meno lo stesso, ideologico ottimismo della concezione storica dell’Ottocento, quando tutto pareva andar bene per il capitalismo e, senza tener conto delle condizioni di vita dei lavoratori e delle classi subalterne, si pensava, per dirla con Carr, a “un’evoluzione benefica e apparentemente illimitata verso mete sempre più elevate” e si trasformava così la scienza storica in un mercato delle illusioni. La verità e che è andata in maniera diversa; mentre si sosteneva che guerre non ne avremmo avute mai più, si creavano i presupposti perché ce ne fossero. Non a caso siamo qui a riparlarne. Ora è chiaro che non era stata certo la rivoluzione a creare la guerra; la rivoluzione, al contrario, era stata un modo per uscirne. Naturalmente possiamo discutere sul fatto che ci sia riuscita, ma mettere insieme le due cose significa davvero manipolare i fatti. Le cause della guerra erano altre; tra Francia e Germania esisteva un contrasto che risaliva, in pratica, ai tempi di Napoleone Bonaparte che, mettendo sotto tutela francese la Prussia sconfitta, aveva scatenato quelle che per i tedeschi sono le guerre di indipendenza. Da quel momento tra francesi e tedeschi non c’era stata più pace e fu chiaro che nell’Europa continentale poteva esserci un solo capitalismo egemone: francese o tedesco. Non è un caso che la Germania si affermi mortificando il militarismo francese e cancellando il Secondo Impero. Da quel violento scontro viene fuori una Repubblica Francese, che nasce sul sangue di 40mila rivoluzionari, passati per le armi dopo il tentativo della Comune e non può evitare la perdita dell’Alsazia-Lorena. Per i francesi è una ferita grave, una umiliazione che non sarà dimenticata. La cosiddetta “revanche” non è solo figlia della perdita di importanti territori minerari; si tratta anche di un’ambizione frustrata: diventare la potenza egemone in Europa. E’ questa la realtà dei rapporti tra le due potenze quando si giunge al 1914. Una forte rivalità, cui va aggiunto un serio contrasto nella spartizione delle colonie africane, da cui la Germania, nata nel 1871, è stata esclusa come l’Italia. Un contrato così profondo da determinare l’avvicinamento di due capitalismi rivali, quello inglese e quello francese, quando la Germania costruisce una flotta che allarma agli inglesi e li fa sentire così minacciati da indurli a uscire dal loro “splendido isolamento”.
La propaganda presenta tutto questo come una “sorpresa”, ma non è andata certo così. Dopo guerre, morti e soluzioni improvvide di problemi scottanti, non è possibile pensare all’Europa della “belle époque” che si risveglia d’un tratto e si accorge della tragedia che è dietro l’angolo. La guerra che scoppia nasce da scontri di interessi contrapposti che sono ben noti anche se hanno radici lontane nel tempo. Dell’Italia parleremo tra poco; merita un’attenzione particolare perché, tra tutti gli odiosi capitalismi che fanno la loro parte nella storia dell’Europa, quello di casa nostra si distingue e non merita certo una medaglia d’onore. Prima di parlarne, va ricordato un altro problema di rilievo, che richiama molto da vicino ciò che sta accadendo oggi. Anche la Russia zarista nutriva le sue ambizioni imperialiste e faceva i conti con un problema che pesava non poco sulla sua vita economica. L’espansionismo russo, infatti, aveva alle spalle l’antica necessità di basi commerciali lungo rotte marine di libero transito, lontane dai ghiacci che paralizzavano la navigazione, per evitare dogane – le merci russe attraversavano Paesi stranieri – e assicurare all’Impero, ricco di risorse del sottosuolo, uno stabile futuro economico. Di qui l’interesse a garantirsi l’ingresso nel Mediterraneo, attraverso i Dardanelli, passando dal Mar Nero al Mar Egeo. Luoghi vitali per i russi, gli stessi in cui oggi penetra la NATO, per togliere ossigeno alla Russia. Putin non è un’alternativa credibile al modello occidentale, ma non si può essere così ciechi da non capire che, con la crisi ucraina, gli USA e l’Unione Europea lo costringono a scegliere tra la guerra e una umiliazione che potrebbe scatenare il dissenso interno dei nazionalisti con esiti imprevedibili per la sua leadership. Quale che sia l’intento, la guerra o la destabilizzazione, l’azzardo è grave, perché non si tratta dell’Afghanistan o dell’Iraq, ma di un Paese con forti tradizioni e una lunga storia. In Russia si infransero i sogni di Napoleone e si logorarono le armate di Hitler battute a Stalingrado.
Per tornare alla “Grande guerra”, Putin non c’era, la rivoluzione sovietica non era cominciata, ma esistevano gravi tensioni tra Austria e Russia e tra Inghilterra e Russia e, per impedire ai russi di entrare nel Mediterraneo, la Francia e l’Inghilterra avevano combattuto dal 1853 al 1856 una guerra in Crimea. Da tempo ormai, fermata dalla potenza navale giapponese in Oriente, la Russia aveva di nuovo rivolto l’attenzione verso il Mediterraneo e si atteggiava a protettrice degli slavi nei Balcani, con il fine palese di impedire all’occidente il controllo di quelle terre e garantirsi uno sbocco in mari caldi. Ma nei Balcani si scontrava con l’Austria che lì giocava una partita per l’egemonia, appoggiata da quella Germania che, col sua politica di armamenti navali, minacciava l’egemonia inglese sui mari. Nel 1907 gli schieramenti militari rispecchiavano gli interessi in gioco e vedevano l’Inghilterra, la Russia e la Francia unite da un’alleanza. A minacciare la pace, quindi, c’erano contrasti profondi.
L’Italia è un caso particolare e anomalo di capitalismo e nazionalismo di retroguardia. Entrata nel valzer come potenza di secondo livello è attratta nell’orbita della Germania, che cercava alleanze, quando Bismarck aveva tentato in tutti i modi di ripristinare un’alleanza a tre, sul modello della Santa Alleanza, perché temeva l’accerchiamento e si era sforzato di rompere l’isolamento. Con la Russia non c’era riuscito, poiché i contrasti erano troppo profondi, ma aveva attirato nell’orbita tedesca l’impero austroungarico e l’Italia, che la Germania aveva aiutato a completare il percorso dell’indipendenza nazionale. La terza guerra d’indipendenza l’avevamo vinta grazie ai tedeschi che, vittoriosi dopo le nostre sconfitte a Lissa e Custoza, minacciarono di continuare la guerra, se l’Austria non si fosse arresa anche agli italiani e ci consegnarono il Veneto. Una chiara indicazione del ruolo che avremmo dovuto assumere per il futuro, che il Paese non colse. L’Italia non era una potenza ma pretese di esserlo. E non si tratta solo del passato. A me pare, per esempio, ma posso pure sbagliare, che la Libia ha di recente subito una feroce aggressione, proprio per la politica di Berlusconi, che, avvicinandosi troppo a Putin e Gheddafi, stava uscendo dai binari che l’Occidente ti consente. Le bombe alla Libia erano in qualche misura indirizzate a noi, un monito a una potenza minore, che si azzardava a modificare equilibri garantiti da paesi ben più potenti. L’Italia di fine Ottocento, invece, entra nella danza di grandi potenze, ma non ha la forza materiale per giocare la partita. È un Paese privo di un forte sistema bancario e arretrato in molte delle sue aree; un Paese che solo con Giolitti ha avviato la sua prima vera stagione di sviluppo industriale. Quel Giolitti che non a caso cade, quando la prima significativa crescita economica, soprattutto del Nord del Paese, induce la borghesia a ritenere ormai inutile, se non dannosa, la sua politica di mediazione tra gli interessi contrapposti delle classi sociali e se ne libera, convinta che lo statista piemontese non avrebbe mai consentito di percorrere la via che in breve scatenerà l’inferno in Europa.
Sono gli anni in cui il Banco di Roma si espone in una politica di finanziamenti in Tripolitania che, per quanto avversata dalla Turchia, tenta di entrare in ogni impresa e affare che conti, e sostenuto dalla polemica dei nazionalisti ottiene che l’Italia tenti l’impresa libica. Un’impresa che contribuisce in modo decisivo a scatenare il primo conflitto mondiale, perché l’attacco alla Libia costrinse alla guerra la Turchia agonizzante e scatenò l’inferno nei Balcani, dove non a caso in due anni scoppiarono due guerre che coinvolsero entrambe la Turchia e la lasciarono stremata. Per le grandi potenze era giunta l’ora della resa dei conti. Com’è facile vedere, la guerra non fu un evento casuale, giunto inatteso per cause accidentali. Quando l’attentato di Sarajevo mette in moto il gioco delle alleanze, l’Italia si interroga. Non è pronta al confronto e soprattutto è incerta sul campo in cui stare. E’ perciò che si appella al carattere difensivo del trattato di alleanza con Austria e Germania, un trattato che imponeva ai Paesi che l’avevano sottoscritto di intervenire a favore di un alleato aggredito. Le guerra però nasceva da una decisione austriaca, adottata peraltro senza alcuna preventiva consultazione col nostro governo; l’Italia non era obbligata a intervenire e in un primo tempo si dichiarò neutrale. Una neutralità che tranquillizzava i socialisti di casa nostra e in generale quelli dell’Internazionale che, in effetti, sull’esempio dei socialdemocratici tedeschi erano pronti a schierasi con i singoli governi, nonostante l’opposizione di significative ma isolate e inascoltate voci discordanti. Per un po’ in Italia l’opposizione all’intervento trovò in Mussolini una guida apparentemente ferma, ma tutto ben presto cambiò e a poco a poco il futuro “duce” si spostò su posizioni interventiste. Si è poi scoperto che da anni Mussolini era una spia, al soldo dei francesi. Mentre il partito socialista si sarebbe poi attestato su posizioni ambigue, che si riassumono in una formula rivelatrice – “né aderire, né sabotare – le classi dirigenti in Italia si preparano a un tradimento. L’intervento, infatti, viene deciso alle spalle del Parlamento, dopo un accordo segreto firmato a Londra il 26 aprile 1915; un accordo che impegna l’Italia a entrare in guerra contro i suoi ex alleati in cambio di Zara e Sebenico, Trento, Trieste, l’Isonzo, Bolzano, Valona e generiche promesse su terre situate di fronte al Dodecanneso. Questo, il punto di arrivo di una politica estera che prima mercanteggia con l’Austria, per capire quanto si può guadagnare dalla neutralità. L’Austria aveva offerto Trento e buona parte del Trentino, che avrebbe consegnato dopo la vittoria. Non bastò a impedire che un Paese impreparato al conflitto, mandasse al macello i suoi giovani.
Ovviamente quando la guerra terminò, non ci fu dato tutto quanto ci era stato promesso e la polemica sulla “vittoria tradita” agevolò l’avventura fascista. Si è parlato di tradimento italiano delle alleanze, non si dice mai che la cosa più terribile di tutte, il vero tradimento, si consumò ai danni dei nostri soldati e sarebbe davvero interessante sapere se gli ufficiali andranno a raccontare tutto questo nelle scuole. Quando l’Italia si avventura nel conflitto, l’impreparazione è tale che i soldati sono aggregati a reggimenti di prima linea che si sono allenati al tiro utilizzando dei bastoni che sostituivano i fucili. Mancava l’essenziale e gli elmetti arriveranno in testa ai combattenti nel 1916. I soldati finirono in trincea col berretto di feltro contro eserciti di grandi paesi industrializzati, esposti alle schegge prodotte da incessanti bombardamenti di artiglieria. Dei nostri tanti morti, molti non caddero per il valore del nemico, ma per le schegge dei loro stessi cannoni che li trovavano senza la protezione dell’elmetto, per la scarsa qualità di ufficiali impreparati al tipo di guerra che affrontarono. Di fronte a uan guerra di questa portata, combattuta contro la volontà di un popolo, che nel giugno 1914, con la “Settimana Rossa” ha scatenato una rivolta per la pace e contro il militarismo domata nel sangue, gli alti Comandi temono di non poter governare l’esercito e adottano provvedimenti barbari, Anzitutto si accusano i soldati di essere potenziali disfattisti e socialisti e si ricorre perciò con frequenza al metodo inaccettabile della decimazione; per un soldato che scappa sulla linea del fuoco o diserta, dieci dei suoi compagni di reparto, scelti a caso, vengono fucilati. Non bastasse, carabinieri schierati alle spalle della linea del fuoco, uccidono i soldati che in preda al panico scappano. Violente sono in genere le punizioni e si giunge a tal punto di ferocia da ritenere che i prigionieri siano in larga maggioranza disertori. La conseguenza è agghiacciante.
Si dice in genere che l’Italia perse in combattimento 600.000 uomini, ma non è vero, i militari caduti in battaglia furono 500.000; ben 100.000, invece, furono uccisi dalla fame e dagli stenti nei campi di prigionia Non li affamarono tedeschi e austriaci; questi ultimi, anzi, avevano avvisato il nostro Paese e il governo conosceva la situazione: Austria e Germania stentavano ad alimentare i loro soldati e chiedevano che la Croce Rossa si facesse carico dei prigionieri. Francesi e inglesi inviarono periodicamente treni carichi di viveri, l’Italia no. Per l’Italia i prigionieri erano disertori da punire assieme alle famiglie, cui si negava il sussidio che toccava alle famiglie dei combattenti ogni volta che un familiare finiva in mano nemica. Si puniva così non solo il soldato, ma la sua famiglia, alla quale, dopo aver sottratto braccia da lavoro, si toglieva il necessario per sopravvivere. Quando la guerra finì, ci ritrovammo con 100.000 prigionieri uccisi dalle scelte delle nostre classi dirigenti. I prigionieri, tornati in patria, non furono mandati a casa subito, ma arrestati; per lunghe settimane si tentò di processarli per diserzione. Successivamente, di fronte a massicce evasioni, si decise di deportarli in appositi campi di concentramento in Libia o in Macedonia, per valutare le loro posizioni. Non si riuscì a farlo, perché alla fine, temendo le reazioni delle famiglie e non volendo badare alla loro alimentazione, Nitti li liberò in massa. Una marea di straccioni si riversò così per le vie nel nostro Paese.
Naturalmente questo non è il cuore del nostro ragionamento, però,mentre mandiamo armi ai curdi e finanziamo costose e incostituzionali spedizioni all’estero, mentre ci dicono che mancano i soldi per stipendi e pensioni, ma si trovano i fondi per entrare nella tragedia ucraina e tradire ancora una volta il Paese, occorre evitare che il filo della memoria storica si spezzi, per provare a capire la lezione che ci viene dalla passato, da quella “Grande guerra”, che si intende celebrare e che fu per noi l’anticamera del fascismo. Una lezione molto più attuale di quanto comunemente si creda.

Atti del convegno sul tema Gli apprendisti stregoni e la guerra, tenutosi il 21 settembre 2014 presso la Casa della Pace, Testaccio, Roma, 21 settembre 2014, ora in Contropiano, rivista della rete dei Comunisti, anno 23, n. 2, novembre 2014, pp. 10-19.

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La scuola che i nostri ministri stanno allegramente distruggendo…

 

Laboratorio di Storia. Prima parte
Scuola Media Statale Bice Zona – 23-05-2014

PREMESSA

Maggio 1993

Com’è nato questo lavoro e come, giorno dopo giorno, s’è andato realizzando in classe non si spiega in due righi e non vale provarci. Se non l’hai visti passare, i giovani autori, dall’iniziale scetticismo all’interesse e cedere, infine, all’entusiasmo dei momenti di autentica crescita collettiva, non puoi capire. In quanto al resto – scelte di fondo e metodo seguito – è presto detto. Si parte dall’idea d’un giornalino, che la classe vuole suo ma diventa di tutti, e da un abbozzo di drammatizzazione che naufraga sugli scogli della scelta del testo. La scena l’ho in mente: lampi d’accusa nei volti leali e il brusco tornare feriti al quotidiano antologico – grammaticale negato per seducenti “didattiche” alternative, nemmeno amate e subito tradite. Non resisto. Lascio al timone indomabili sensi di colpa e si approda alla riva misteriosa di un’isola incantata che battezziamo “libro”…

Giuseppe Aragno

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LA SETTIMANA ROSSA A NAPOLI
Giugno 1914: due ragazzi caduti per noi

Salvatore Adamo, Barbara Crisci, Vincenzo Caiazzo, Maria De Martino, Salvatore Di Sarno, Michele Elia, Filippo Esposito, Rosario Mammella, Loredana Patriota, Stefania Quintavalle, Giovanni Renzi, Sergio Tramice

1° CAPITOLO

Lo sciopero generale

Il “Roma” esce a Napoli da più d’un secolo e, come ogni pomeriggio, è nelle edicole anche l’otto giugno 1914. “Strage di operai ad Ancona” . Questo vi leggono i napoletani quel giorno, guardando i titoli. Molti lavoratori restano sconvolto e vanno alle loro leghe per chiedere giustizia
L’idea di fare sciopero, per dimostrare solidarietà ai compagni uccisi, è spontanea e perciò si decide subito di organizzare una riunione alla Borsa del Lavoro. Mentre a casa di ogni operaio si discute, alla Borsa del Lavoro si decide e il tipografo Eduardo Trevisonno fa la seguente proposta:

“la Commissione Esecutiva della Borsa del Lavoro, riunita d’urgenza, constatando come ancora una volta l’eccidio di Ancona accresce il numero delle vittime proletarie […], denuncia alla classe lavoratrice l’ignobile reato di cui si è macchiato il governo […] e, nel mandare un reverente saluto ai fratelli caduti, convoca d’urgenza tutti i Consigli delle leghe” .

La proposta è approvata da tutti gli operai presenti, che decidono di rivedersi alle 20 del giorno seguente. La mattina del 9 giugno la città sembra ancora tranquilla, poi la situazione comincia a cambiare …

Vuoi continuare a leggere? Mi permetto di consigliartelo. Il lavoro è sulle splendide pagine di “Fuoriregistro”. Clicca e prosegui: “Laboratorio di storia“.

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Pietro Raimondi operaio ucciso a Napoli durante la Settimana RossaProbabilmente è vero: la storia è l’apologia dei vincitori. Non a caso Edward Carr, replicando ai sacerdoti della “histoire événementielle” e alla pretesa oggettività del fatto, provocatoriamente scrive che è lo studioso a decidere quali sono gli eventi “storici”, sicché la storiografia spesso si fa specchio deformante, restituendo l’immagine che il potere dà di se stesso. Non meraviglia perciò se nell’immaginario collettivo l’amor patrio è la foglia di fico del nazionalismo, il feroce cozzo tra imperialismi diventa l’eroismo del fante nella “grande guerra” e dietro l’ipocrisia dell’ordine pubblico si cela di norma la violenza assassina della sbirraglia. Se si eccettuano i leader, la storia diventa così cronaca di fatti in cui scompare l’uomo. Tra qualche mese ricorre il centesimo anniversario della Settimana Rossa, l’ultima, grande lotta dei lavoratori per l’unità internazionale di classe contro il militarismo e l’imperialismo, prima che la bufera della guerra aprisse la via alla crisi dell’Italia liberale e all’avventura fascista. Di quei giorni eroici, di quella umanità palpitante, del sangue versato invano, poco o nulla si sa e si è detto e spesso si l’accento è caduto sulla “rozzezza” degli immancabili anarco-insurrezionisti. Dopo la Resistenza, la storiografia marxista dimostrò a Croce e a i crociani che esiste un “ethos” politico delle classi subalterne che nobilita la storia del movimento operaio. Oggi, in un clima di dilagante revisionismo, quell’ethos si perde in una sorta di limbo e alla memoria delle lotte di fabbrica si sostituisce l’erudita curiosità dell’archeologia industriale. Eppure gli archivi custodiscono tesori inesplorati.

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Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle “Cotoniere Meridionali” a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali ricostruiamo la storia.
La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che l’accompagnavano – non fu sommossa di lazzaroni, ma lotta operaia. Era come se il palcoscenico della storia mutasse la scena e i protagonisti. Per incanto, spariva dalla ribalta la città plebea quasi per vocazione, prigioniera dell’eterno malcostume, del ricatto clientelare, e di una ideologia subalterna che fa di tutte le classi un popolo indifferenziato nel quale si perdono nuclei sparuti di proletari smarriti e inevitabilmente sconfitti dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione.
La mostrai all’archivista, come un trofeo:
Ha visto? – esclamai – Altro che furti e rapine, come lei sosteneva. Queste carte sono preziose!
Ero eccitato, come sempre quando la scrigno della storia si lascia violare e dal mio presente appare l’umanità che palpita sull’incerto confine del tempo, dove il futuro è ormai passato e non c’è passato che non sia stato futuro. L’umanità, sempre uguale a se stessa ma ogni volta diversa, che chiede solo di capire, raccontare e farsi raccontare.
Era lì davanti a me, in quei fascicoli scovati col fiuto dei cani, la Settimana Rossa che tra il 9 e il 12 giugno 1914 insanguinò le vie di Napoli e smentì lo stereotipo del “popolo lazzarone”, che tanto sta a cuore ai padroni del vapore, sempre più compromessi col dramma del Sud. Una città in cui, se la storia la scrivono studiosi attenti anzitutto alle variabili dello sviluppo capitalistico, i ceti operai non hanno rilievo nemmeno quando scoprono il sindacato e il partito politico, e se a mettervi mano sono studiosi meccanicamente marxisti, i lavoratori finiscono su bilance da farmacisti, che pesano diversità tra operai e proletari di fabbrica e valutano solo la capacità di esprimere istanze radicali di antitesi al “sistema”. Ne nasce una città in cui accadono fatti ma non ci sono persone.
La foto tirata fuori dalla vecchia busta conduceva agli uomini, che la storia la “fanno”, ma mille volte spariscono dalle nostre paludate ricostruzioni. Magnetica e angosciante, essa riportava alla luce il volto giovanissimo di un operaio disteso in una povera bara scoperchiata, bruno, i capelli neri e folti sull’arco degli occhi socchiusi, come sorpresi nel sonno da un lampo improvviso, un’ecchimosi sul viso e un rivolo di sangue rappreso che scendeva fino al mento dall’angolo della bocca. Dietro la foto, un mondo, un evento tragico e allo stesso tempo epico, Napoli operai nel giugno 1914 con le tabacchine in sciopero, gli anarchici in fermento, le elezioni alle porte e i lavoratori insorti contro l’ennesimo eccidio proletario: ad Ancona stavolta, per mettere a tacere Malatesta e Nenni.
Avevo davanti uno dei lavoratori insorti contro un militarismo cupo, pronto ad esplodere nell’atroce carnaio che gli storici chiameranno Grande Guerra: fiumi di sangue nelle trincee del Carso, ripetuti massacri sull’Isonzo, feroci decimazioni di soldati ribelli o terrorizzati, anarchici e socialisti mandati al macello dove il rischio era più grave. Dietro la foto, la repressione violentissima della protesta, che l’11 giugno del 1914 un lampo al magnesio fissò sul volto del ragazzo ucciso in Vico Croce Sant’Agostino alla Zecca dal fuoco aperto senza preavviso dalla truppa, poco più in là di Vico Spicoli, dove un altro lavoratori sedicenne era stato freddato dai bersaglieri che gli spararono alle spalle. La repressione di uno sciopero legalmente dichiarato – denunciò un manifesto – contro uno “Stato fucilatore e tiranno”. Il giorno prima, carabinieri a cavallo lanciati alla carica, avevano già ucciso un operaio dell’Ilva e artiglieri posti a guardia della ferrovia avevano abbattuto a fucilate un carbonaio.
Emergeva, da quella foto, il momento dello scontro decisivo tra lavoratori e borghesia nazionalista, alla vigilia d’un conflitto – una nuova guerra dei trent’anni – che spianerà la via alla furia fascista e alla ferocia nazista. Uno scontro disperato, con la cavalleria che bivacca in piazza, la squadra navale che punta sul porto, “macchine avanti tutta”, e truppe da sbarco in coperta, pronte a intervenire in una città in cui gli anarchici con le loro bandiere rosse e nere portano in giro i caduti incitando alla rivolta. Una città in cui molte fabbriche scioperano e ovunque la truppa mette mano alle armi, lascia sul terreno quattro morti e centinaia di feriti e riempie gli ospedali e le carceri di lavoratori, mentre nazionalisti e “galantuomini” organizzano la caccia all’uomo. E’ lo scontro di classe, il muro contro muro che la borghesia ha cercato dopo aver liquidato Giolitti e la sua odiata mediazione.
Giugno da allora è tornato tante volte e ormai viviamo un tempo senza storia. Non ricordiamo più, non cerchiamo e troviamo segni della disperata resistenza: non un marmo che rammenti caduti, non un cippo, un necrologio, un’epigrafe che opponga la verità dei vinti a quella dei vincitori. “Caduti per la patria”, mentono in mille piazze gli eterni guerrafondai, sotto i nomi dei lavoratori poi caduti in guerra. Traditi dalla patria dovrebbe replicare un popolo che non ha memoria, identità e radici.
Dietro la foto – la storia parla ancora, benché l’indifferenza ammutolisca i fatti – c’è il dolore d’una madre. Maria Isaia, operaia delle Cotoniere, come lo sventurato ragazzo, che nei giorni atroci dello scontro smarrì le tracce del figlio e lo rivide quando le mostrarono il ritratto che ora è custodito in archivio; Pietro, col torace aperto da un colpo che gli aveva spaccato il cuore, era stato nascosto al cimitero ebraico del Trivio; vedendolo, temeva la questura, la città di Bakunin, Merlino, Malatesta e Bordiga si sarebbe di nuovo sollevata.
Il bagliore dell’incendio s’era spento, la partita era persa. Per Maria Isaia, che non andò mai più a lavorare in fabbrica col suo Pietro, la guerra era già iniziata e del figlio, soldato caduto, rimaneva la foto scattata all’obitorio. La foto che, disperata, chiese invano al questore, con parole sgrammaticate e straziate che la pignola burocrazia ci ha conservato:

ll’ustrissimo Sig. Questore.
La sottoscritta Maria Isaia madre desolata del disgraziato figlio pietro Raimondi di Francesco; trovato ucciso a S’Agostino alla zecca domanda all’illustre Sig. Questore se ci vuole dare la fotografia come memoria della detta desolata madre unico figlio di buona condotta giovanotto a 16 anni non compiuti. Era operaio al Cottonificio al macello ed ora trova al Camposanto ucciso a sbaglio uscì e non ritornò più. Sperando che la signoria sua si accorderà questa grazia i morto abbitava in via Parma n° 99 al vasto. Napoli 18 giugno 1914.
Maria Isaia
“.

Di tutto questo non c’è più memoria e Claudio Pavone, storico insigne, ha potuto tranquillamente scrivere – e non è vero – che Napoli, città di plebe, ha dovuto attendere gli scugnizzi delle Quattro Giornate perché una volta almeno, ragazzi cresciuti troppo presto, andassero a morire dalla parte giusta. Quella parte in cui – fa male dirlo – è raro trovare gli “studiosi dei fatti”, che troppo spesso dimenticano la gente, senza la quale i fatti non hanno vita o interesse. Ma qui conviene fermarsi. Questa è un’altra storia.
Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle Cotoniere a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali tessiamo la storia. La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che la seguivano – fu lotta di lavoratori, non sommossa plebea in una città sanfedista quasi per vocazione.

Uscito su Fuoriregistro l’11 giugno 2005, su Report on Line l’8 luglio 2013 e su Liberazione il 22 luglio 2013.

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Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura. 
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

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