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Posts Tagged ‘Statuto Albertino’

0939539e270b731e490e31d7ee7877ab-u43000142779180qyf-652x382corriere-print-nazionale_ori_crop_MASTER__0x0-593x443Gian Antonio Stella è triste. Una di quelle malinconie inattese e improvvise, come la demenza senile, che sono disgrazie della vecchiaia. E’ triste, Gian Antonio Stella, perché l’associazione dei partigiani si è schierata contro le riforme istituzionali. Gli era andata così bene, a Stella, aveva superato così brillantemente guai peggiori e che ti fa la melanconia? Si presenta oggi, per colpa di questa associazione balorda, fondata da chi ha versato il suo sangue per regalarci libere istituzioni e pretende di difenderle! Guarda un po’ che pretese… Stupidissimi partigiani, bischeri rimbambiti, ma che combinate? Non lo vedete che male fate a Stella con questa vostra scelta? A lui, a Stella, cuori di pietra, non ci avete pensato?
Poverino, Stella. Aveva saputo scansare la tristezza nelle peggiori circostanze e vedi un po’ se l’Anpi doveva giocargli questo tiro mancino! Non ha perso il sorriso, quando Napolitano ha pugnalato nella schiena la nostra democrazia e lo si è visto sorridere felice, come se nulla fosse accaduto, persino quando una sentenza della Consulta ci ha rivelato che la legge elettorale da cui nasce il nostro Parlamento è illegale. Stella, per chi non lo sapesse, è stato di una serenità olimpica e forse innaturale, quando Renzi, ottenuta la fiducia di Camere politicamente ed eticamente delegittimate, ha messo mano a una riforma che trasforma parlamentari costituzionalmente abusivi in giudici della Costituzione. Una felicità a prova di bomba, e che gli accade? Scivola sulla buccia di banana dell’Anpi e dichiara pubblicamente sul Corsera la sua inguaribile malinconia. Non ce l’ha fatta a vedere l’associazione dei partigiani imporre ai suoi la falange compatta…”
Partigiani gloriosi, per favore, siate umani, tornate velocemente sulle vostre scelte e smettetela di far la guerra a Renzi. Stella non lo dice, ma gli vuole così bene che non gli importa nulla della Costituzione. Suvvia, partigiani, per amor di Stella, accettate serenamente la cicuta e toglietevi di mezzo. Non vorrete essere così spietati con un liberale che in fondo al cuore nutre solo una legittima speranza? Stella vorrebbe che Renzi tornasse allo Statuto Albertino. Vi volete impuntare per così poco e condannare il povero Stella alla tristezza?

FuoriregistroContropiano e Agoravox, 18 maggio 2016

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lustrascarpe-526x394«I tuoi sono i soliti argomenti degli anti renziani a prescindere», mi assale becero e tronfio il neofita del renzismo. «Vedi solo le cose brutte e gli errori (che ci sono, ovvio, ma chi non ne fa?), mandanti oscuri che lo manovrano (il grande capitale e la grande finanza, ovvio), l’attacco continuo alla Costituzione (e chi sei tu per deciderlo?), l’aver resuscitato Berlusconi (che non è mai stato così fuori dai giochi come ora). Sei tristissimo, circondato da fantasmi che ti ossessionano, sempre più rinchiuso nel tuo fortino di duro e puro. E gli altri, noi poveretti che non abbiamo capito quello che solo tu eletto, invece, sai. Noi che viviamo nella vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova. Sei tristissimo».
Non c’è lavoro? Licenziamo, come chiedono Squinzi e la Confidustria. Riduciamo in servitù il giovane disoccupato e il problema sarà risolto. Poi, però, per favore, non piantiamo grane sulla dignità calpestata: se il matrimonio è un gesto d’amore, si può andare a nozze anche coi fichi secchi.
Dietro la cieca e feroce flessibilità morale invocata da Renzi, che sorvola su tutto, in nome di una comoda quanto inesistente necessità storica, si cela la tragica complicità che accompagna di solito le avventure dei personaggi loschi e pericolosi. Così fu per il fascismo, che passò col consenso della borghesia pronta a sostenere il regime. Il peggior Crispi resuscitato, il domicilio coatto reso ben più feroce dal confino politico? Sono solo fantasmi che ossessionano i moralisti! Lo Statuto Albertino calpestato? E chi siete voi per deciderlo? Quando un fiume di sangue corse in lungo e in largo il Paese e caddero Matteotti, Amendola, Gobetti, si patteggiò con la coscienza: avrebbero fatto certamente di peggio i bolscevichi. «Sei tristissimo, vedi solo le cose brutte e gli errori», si disse a chi non stava al gioco.
Oggi sono tristissimi e sempre più colpevolmente rinchiusi nel fortino di duri e puri coloro che registrano fatti gravissimi: un presidente della Repubblica eletto due volte («che ossessione! La Costituzione non lo vieta!», Già, ma la Costituzione non vieta nemmeno l’elezione ripetuta tre, quattro e cinque volte…). Sono tristissimi quanti ricordano puntigliosamente che questo Parlamento è illegittimo, perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Tristissimi, perché nella loro inaccettabile smania di costituzionalità, si rifiutano di capire che esiste una «vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova».
C’è da augurarsi che stavolta, quando la folle avventura appena iniziata sarà terminata e il disastro compiuto, i «tristissimi» sappiano ricordare e trattino come meritano i ciechi gioiosi che tutto accettano e tutto lasciano correre. Ricordare e punire senza pietà. Sarebbe inaccettabile una nuova legge togliattiana sull’epurazione e una nuova amnistia.

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Nessun ministro lo dice, ma il governo lavora per buttar giù il sottile diaframma che ci divide da un evento luttuoso: archiviare la Costituzione antifascista. Non è facile dire se la storia si ripeta e se nel «replay» prevalgano la farsa o la tragedia. E’ certamente vero, tuttavia, che non c’è regime autoritario che non metta mano alla storia per storcerla, sicché  è quantomeno ragionevole supporre che un popolo di «senza storia» sia più facile da assoggettare. Non a caso, perciò, nel dibattito sulla Costituzione, la storia è tenuta accuratamente ai margini o manomessa. Si fa un gran parlare di Carta superata dai tempi, si citano a proposito e sproposito fatti lontani estrapolati dal loro contesto storico, ci si riempie la bocca di parole gravi e paragoni impossibili con Paesi profondamente diversi, ma tutto ciò che si capisce, infine,  è che il governo ha deciso di cambiare le regole del gioco. Un governo, non s’offenda nessuno, che non ha radici nella storia concreta di quel «popolo sovrano» che stenta la vita e, quando può, esprime col voto scelte del tutto opposte a quelle maturate nel chiuso dei palazzi. E’ giusto? E’ consentito? E’ un processo legale che corre sui binari di regole condivise? E’ una forzatura?  Sono domande che dovresti sentire ovunque, per strada, nella metro, nei dibattiti televisivi, e invece non ne senti parlare. La gente è indifesa. A chi fa i conti quotidiani con la fame, la sfiducia, la disperazione – diceva ai compagni ai primi del Novecento Ernesto Cesare Longobardi, un socialista di cui nessuno si ricorda più, non puoi parlare di lotta, diritti e organizzazione o spiegare il senso dei grandi principi universali. Socialismo e democrazia sono anzitutto pratica di lotta, partecipazione, senso della storia e dialogo continuo tra governanti e governati. Tutto questo non c’è più ed è sempre più difficile che le voci del dissenso trovino le via per emergere alla coscienza della collettività.
In tempi diversi da quelli bui che viviamo, sarebbe un coro quotidiano e lo saprebbero tutti: ben prima che la Repubblica nascesse, quando ancora si combatteva una terribile guerra di liberazione, un primo bilancio dell’esperienza totalitaria rivelò che uno Statuto flessibile come quello Albertino aveva consentito al fascismo di conseguire agevolmente due obiettivi solo apparentemente contrastanti: paralizzare il processo che da decenni stava trasformando una monarchia costituzionale in monarchia parlamentare e cancellare la già debole ispirazione liberale della Legge voluta da Carlo Alberto. Sia l’una che l’altra operazione erano state rese possibili dalla natura flessibile dello Statuto che pure, negli intenti del Re di Sardegna, doveva essere allo stesso tempo la legge fondamentale dello Stato, ma anche la garanzia perpetua e irrevocabile del potere monarchico. Agli antifascisti «padri della Repubblica» fu subito chiaro: l’elasticità di una Costituzione modificabile mediante leggi ordinarie può consentirne anche un’evoluzione – lo Statuto Albertino fu esteso al Regno d’Italia, vide i Governi dipendere dalla fiducia del Parlamento invece di quella del Sovrano e, grazie a soli decreti legge, poté essere adottato come soluzione transitoria tra la fine della guerra e la promulgazione della nostra Costituzione. Con altrettanta chiarezza, tuttavia, essi individuarono il germe della sua congenita debolezza: leggi ordinarie, di ispirazione radicalmente contraria allo spirito dello Statuto, ne possono stravolgere la natura senza che sia possibile difenderla. Se il fascismo poté condannare a morte la libertà d’espressione, condurre gli oppositori dinnanzi al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, approvare le leggi razziali e ripristinare la pena di morte nel Paese che fu di Beccaria, ciò fu possibile solo per il suo carattere flessibile.
Non a caso, perciò, dopo la tragedia fascista, prima ancora di sapere quale Italia sarebbe nata, tutti – nemmeno i monarchici osarono opporsi – concordarono su un principio: al di là della forma istituzionale che il Paese avrebbe scelto di darsi, lo Statuto Albertino andava abolito e nel giungo 1944 fu Umberto di Savoia, luogotenente del Regno, a firmare il Decreto Legge col quale si stabiliva che cacciati i tedeschi,«sarebbe stato il popolo a scegliere le forme istituzionali e ad eleggere a tal fine […] a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato».
Varata la Costituzione, ci si rese ben presto conto che l’articolo 138 era lì a presidiarne il processo di revisione e negli atti della Costituente la ragione della sua esistenza è chiarissima: rendere il procedimento di formazione delle leggi costituzionali più complicato di quello previsto per le leggi ordinarie, in modo da impedire le semplificazioni e i colpi di mano. Si volle, insomma, «corrispondere all’esigenza di una più ponderata riflessione nel procedere ad atti così importanti: da ciò l’adozione del sistema delle due letture, a distanza di tre mesi l’una dall’altra» e «l’approvazione a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nel voto finale in seconda lettura». Non era un capriccio. Cento anni di storia e la vergogna cui il fascismo aveva condannato il Paese avevano insegnato ai Costituenti la lezione più autentica della democrazia: la costituzionalità della legge è data dalla costituzionalità della regola seguita per approvarla. E fu chiaro a tutti che si trattava di un principio così vitale, da rendere diversa persino la posizione del Presidente della Repubblica, perché, scrisse l’on. Perassi per la Commissione, – e l’Assemblea approvò – «trattandosi di legge costituzionale, non è possibile sollevare la questione di incostituzionalità. Al Presidente spetta solo di accertare che, trattandosi di una legge costituzionale, questa sia stata votata secondo il procedimento stabilito dalla Costituzione». Perassi, e con lui i «padri Costituenti», indicavano così a Napolitano la sola via legale che potrà percorrere quando il Governo Letta chiederà la sua firma: rifiutarla.

Uscito il 31 luglio 2013 su Liberazione.it e su Report on Line.

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Guido Dorso - Wikipedia

Guido Dorso – Wikipedia

Le forze dell’ordine, le stesse che di lì a un decennio, folgorate sulla via di Damasco, si sarebbero convertite all’idea repubblicana e presto avrebbero “legalmente” incarcerato partigiani e “dissidenti” di sinistra, negli anni Trenta si misero invano sulle loro tracce. Gli autori non furono mai trovati, ma i volantini, custoditi negli archivi di Stato, serbano memoria di un “antifascismo” di destra, “liberal-democratico” se così si può dire, probabilmente disorganizzato, ma in grado di far circolare idee e programmi in cui non è difficile cogliere lo “sguardo lungo” e una lucidità che, alla inconfutabile luce dei fatti compiuti, si rivela oggi profetica; dietro ci sono evidentemente un progetto politico che ha radici nella nostra storia e un sistema di valori condiviso da larghi strati di quella parte di popolazione che oggi diremmo moderata. Un’analisi breve ma efficace: il fascismo cadrà – prima o poi tutte le dittature cadono travolte dal peso delle contraddizioni – ma gli sopravviveranno la Corona, che è il vero riferimento dell’esercito, e il Vaticano con cui il sedicente regime “totalitario”, non ha mai smesso di fare i conti. In questa prospettiva di tempo lungo, paradossalmente, per i “moderati antifascisti”, il problema non è il regime ma l’antifascismo “rosso” che si oppone eroicamente a Mussolini. A ben vedere, dall’analisi non nasce solo un progetto di lotta antifascista – stare a tutti i costi con la Corona e con la Chiesa – ma, anche una lucida sintesi del problema che si porrà all’Italia post fascista; essa traccia, infatti, il profilo che, esaurita la funzione storica dei Savoia, assumerà il Paese e mette all’ordine del giorno la “continuità dello Stato”.

Invano, anni dopo, nel novembre del 1945, mentre la repubblica era in gestazione, l’azionista Guido Dorso avrebbe fotografato l’essenza dello Stato italiano nel “Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico” e nel “Maresciallo dei RR. CC.“, l’equivalente di “quello che gli architetti chiamano la voltina“. Nonostante la guerra partigiana e il grande sommovimento tellurico che l’ha lesionata “la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio“, prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa. La quasi totalità dei Magistrati, egli osservava, per ottantacinque anni ha giurato “in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele“; poi ricorreva ironicamente ad Anatole France, che “è di moda nelle nostre Corti di giustizia“, con “le ironiche considerazioni che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille. Di fronte alla guardia municipale che asseriva essere stata oltraggiata con l’apostrofe di vache. il presidente routiniere, optava per il potere costituito” e il grande scrittore non poteva non concludere: “in quel tempo in Francia gli scienziati erano in ribasso“.

Nel suo insieme – e da tempo immemorabile – in Italia in ribasso sono le azioni di certa “sinistra” che prima non ha potuto o saputo cambiare lo Stato e poi, sposando dottrine neoliberiste, ha affiancato di fatto il capitale ed è finita in braccio agli ignoti antifascisti liberali degli anni Trenta. Con un’aggravante: quelli lottavano almeno contro il fascismo, l’odierna “sinistra moderata” ha perso anche la bussola dell’antifascismo e naufraga nelle secche di un’ormai sterile lotta per un Parlamento che purtroppo non solo ha poco o niente a che vedere con la Costituzione, ma è l’immagine speculare di un potere che ricorre costantemente alla repressione poliziesca contro chi lotta per i diritti e, quando ce l’ha, sempre più spesso muore sul posto di lavoro, costretto ad accettare ogni condizione, anche la più dura e illegale, per dar da vivere alla famiglie e aiutare le giovani generazioni per le quali non c’è più futuro. La storia purtroppo non concede la “prova del nove”, ma tempo per verificare ce n’è: non è stato Grillo a portarsi appresso la nostra gioventù. E’ stato il naufragio della sinistra parlamentare a portarglieli in dote.

Si può essere “moderati” in mille modi. Il centro sinistra, che ha confuso la moderazione con la complicità, farebbe bene a riflettere sulle parole di Dorso, moderato, certo, ma autentico antifascista. Sono ormai decenni che lo Stato italiano somiglia sempre più a quello che il grande meridionalista intendeva cambiare. E’ lo Stato che Grillo attacca purtroppo con giusta ragione e Vendola e Bersani intendono invece lasciare com’è, braccio armato del mercato e strumento di logiche repressive di classe. Attestato su questa posizione ambigua, il centro sinistra è andato a caccia di non si sa quale consenso, non l’ha trovato e ora apre all’avventura di Grillo. Da troppo tempo purtroppo il Parlamento, ridotto a una “piccola cellula istituzionale“, composta di nominati privi della legittimità di un voto popolare, non solo non può più produrre democrazia, ma crea di continuo conflitto, sta dalla parte dei padroni e oppone a chi lotta il “Maresciallo dei RR. CC.“. Il centro sinistra, sostegno di sedicenti “moderati” alla Monti, va a traino della reazione. L’Italia ha galere piene di povera gente; per i “clandestini” e i “ceti pericolosi” le forze dell’ordine dispongono di strumenti efficaci quanto l’ammonizione e il confino. Il governo dei “moderati ” è giunto a riesumare il codice Rocco e il reato di “devastazione e saccheggio”, ma non s”è trovato l’animo di osservare che, in seguito alle conseguenze delle riforme Fornero, sarebbe stato eccessivo parlarne persino di fronte a un sussulto insurrezionale. Sentenze ingiuste puniscono con una pacca sulla spalla poliziotti assassini e si sta lì, in Parlamento, presi dall’eterna battaglia morale contro Berlusconi col quale, però, si è andati al governo.

Ormai non passa giorno che qualcuno non si riempia la bocca della parola “legalità” ma, nella realtà quotidiana, manca anche l’ombra della giustizia sociale. Il centro sinistra in Parlamento perde perché i governi in cui entra o quelli per cui chiede il voto non “lavorano per il lavoro” ma sposano totalmente le tesi liberiste e intimidiscono, per dirla con Dorso, chiunque abbia “vaghezza dl fruire integralmente dei suoi diritti civili e politici dormienti negli ingialliti fogli dello Statuto“.
Da questo storico stallo non si potrà uscire solo col “reddito di cittadinanza“, come propone Bevilacqua sul “Manifesto“. Benvenga, se non costa nulla alla povera gente e alla dignità dei lavoratori, ma all’ordine del giorno ci sono i diritti e la giustizia sociale. Occorre prenderne atto per capire che ormai non si tratta più di sfidare il Movimento a Cinque Stelle.
E’ giunta l’ora di sfidare se stessi e soprattutto limiti e divisioni della nostra storia recente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2013 e su “Liberazione” il 4 marzo 2013

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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