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Posts Tagged ‘Napoli’

D’accordo, perdere tempo col calcio è oggi a dir poco eccessivo. Tuttavia, se da piccole vicende è a volta possibile trarre un insegnamento che spiega quelle maggiori, due parole sul «gioco più bello del mondo» vale forse la pena di spenderle. C’è un modo di dire frequente nel linguaggio dei commentatori televisivi, soprattutto di quelli delle reti che fanno profitti milionari col calcio. Per indicare un’eccellenza tecnica e organizzativa o un esempio di moralità sportiva, basta dire «stile Juve» e si è detto tutto. Un po’ come quando, parlando di politica o di economia, si citano come esempio di qualità e moralità il «privato», l’imprenditore, Draghi, Monti e compagnia cantante. Tutti sanno che il meccanismo è omertoso, che dietro ci sono mille magagne, ma nessuno ne parla. Se dici Juve e il presidente Agnelli, o citi Draghi e la Fornero, tutti si tolgono il cappello.
Nel mondo del nostro calcio, che in fondo è un buon ritratto del nostro Paese, un giudice sportivo che stravolge i fatti, condanna il Napoli contro l’evidenza e giunge alla diffamazione, non corre rischi e trova l’unanime consenso dei soliti commentatori: il Napoli non si è presentato a Torino per giocare la sua partita non perché «si è trovato […] nella impossibilità oggettiva di disputare il predetto incontro», ma perché è una società di malfattori che ha invece, fatto carte false per non giocare la partita, «con palese violazione dei fondamentali principi sui quali si basa l’ordinamento sportivo, ovvero la lealtà, la correttezza e la probità».
I commentatori sanno che la sentenza è un’infamia e sarebbero stati pronti a gridare allo scandalo, se un giudice sportivo avesse osato dire una cosa simile della Juve. Lo sanno, ma stanno zitti, perché nel calcio italiano corrono milioni a palate e mettersi contro «lo stile Juve» e il sistema che gli gira attorno non è salutare. Quanta Italia di oggi ci sia dietro un meccanismo di questo genere è a dir poco evidente. D’altra parte, dopo che il CONI, costretto dall’evidenza, ha ribaltato il giudizio di due precedenti «processi», nessuno ha messo alla gogna il giudice diffamatore. Il Napoli non poteva effettivamente muoversi dai confini regionali per cause di forza maggiore (l’aveva fermato l’Asl per tutelare la salute pubblica), ma il mondo del calcio non ha stigmatizzato il giudice che l’aveva condannato e le sue parole sono lì e alimentano nell’immaginario collettivo l’infamante sospetto: la Società Calcio Napoli, ha violato i fondamentali principi sui quali si basa l’ordinamento sportivo, ovvero la lealtà, la correttezza e la probità.
Lo «stile» esemplare continuerà a essere quello Juve, che naturalmente aveva trovato giustissima l’ingiustizia e nessuno ricorderà che gli elementi costitutivi dell’osannato «stile Juve» sono nelle sentenza di tribunali sportivi e penali dal 2015, anno in cui tutti i giudici sportivi e ordinari, ritenuta provata l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva, hanno condannato ad anni di carcere alcuni dei suoi dirigenti, revocando alla Juve il titolo di campione d’Italia 2004-2005 e non assegnandole quello del 2005-2006, perché la Juve e il suo stile erano stati retrocessi d’ufficio all’ultimo posto in classifica.
Questa è oggi l’Italia e di «stile Juve» sentiremo parlare ancora, così come ogni volta che si tratterà di tutelare l’interesse dei ricchi a danno dei poveri, nonostante la strage degli esodati, sentiremo invocare la Fornero o quel Mario Draghi, che tra il 2002 e il 2005, come vicepresidente della «Goldman Sachs» per l’Europa, fu incaricato di occuparsi delle «imprese e dei paesi sovrani». Nessuno lo dice, ma in questo ruolo Draghi poté vendere i prodotti finanziari «swap», una pericolosa scommessa che consentì di far sparire quella parte del debito sovrano e truccare i conti greci.

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Lo dico per la Storia: «scripta manent». Ed è una fortuna, perché la memoria è normalmente corta e c’è chi l’accorcia ulteriormente per inconfessabili scopi. Capita però che ad accorciare troppo, non resta nulla e la Storia diventa storiella.
Nella losca faccenda del mancato commissariamento del Comune di Napoli, chiesto da chi, eletto con Tizio è passato poi a Caio, ci sono, a mio avviso, fatti dimenticati che vanno ricordati. Cominciamo da De Luca: non è uscito allo scoperto, ma è stato il suo PD a dirigere il penoso attacco. Chi ha un briciolo di dignità se ne ricordi.
A proposito di memoria, nessuno lo dice, ma Napoli è l’unica Città italiana che paga un contributo sul trasporto pubblico pari a quello della Regione. Appena due anni fa – e teniamolo a mente – dopo che nel 2014 c’era stato un tentativo di far fuori il Sindaco, ricorrendo strumentalmente alla legge Severino, sui conti del nostro Comune, già bloccati da vincoli finanziari e gabbie normative e falcidiati da tagli per oltre 1.500 milioni di euro, precipitarono con effetti distruttivi debiti dello Stato a gestione commissariale. Uno ammontava a circa 100 milioni ed era legato al dopo terremoto del 1980. Ne chiedeva il pagamento un non meglio identificato e molto sospetto «Consorzio CR8». L’altro, di circa 50 milioni, era un debito legato all’emergenza rifiuti.
Il colmo dei colmi, se si pensa che era chiamato a pagarlo un’Amministrazione che quella emergenza ha provato a superarla e in parte ci è riuscita, affrontando coraggiosamente ciò che l’aveva determinata: gli osceni rapporti tra politica, affari e camorra. Un debito ingiusto e vergognoso caduto di fatto sulle spalle di una città che, per gli anni dell’emergenza, già pagava  una tassa sui rifiuti altissima.
Oggi nessuno se ne ricorda più, ma Napoli e la sua Amministrazione furono chiamate a pagare i lavori della ricostruzione, un debito che avrebbe dovuto pagare lo Stato, ma non l’aveva fatto. E poiché nel mondo capitalista il privato creditore si risarcisce mettendo le mani sui soldi della collettività, ci andarono per lo mezzo le casse del Comune prontamente pignorate.
Su questi binari e in queste condizioni si è andati avanti sin dall’inizio, ma non si sono viste aziende messe in liquidazione e non si sono ceduti i gioielli della Città. Si poteva far meglio? Si può sempre far meglio, ma non basta dirlo, occorre dimostrarlo, farsi eleggere e mettersi alla prova.  
Intanto che questo accada, per chi ha memoria corta, è bene ricordarlo: la vicenda dell’ultimo bilancio è l’ultimo atto di scelte scellerate, che sembrano economiche, ma sono politiche. Per carità, si può essere critici e duri nei confronti di De Magistris, ma non si può far finta d’ignorare che per anni la città e la sua Amministrazione, legalmente eletta per due volte, sono state attaccate strumentalmente da quei settori della politica che non hanno mai digerito le porte di Palazzo San Giacomo sbattute in faccia al malaffare.
De Magistris è un pessimo sindaco? Bene, le opposizioni avevano e hanno gli strumenti per conquistare il consenso degli elettori in una battaglia politica, ma non l’hanno mai fatto. Si sono affidate a mezzucci, armi moralmente proibite, cambi di casacca e veri e propri tradimenti. Sono state battute. C’è da meravigliarsi?
Per ora i fatti sono questi e c’è da temere per il futuro: se i candidati alla successione verranno dalle file di chi voleva il commissariamento, non ci sono dubbi: molti rimpiangeranno il sindaco che oggi criticano.   

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Ha un titolo credo: La nostra salute non è in vendita. Ringrazio Raffaele Paura che me l’ha inviato e per chi legge un invito a scoprire di che si tratta: vale davvero la pena e basta solo cliccare…

https://www.facebook.com/giuseppearagno/videos/3281575395205304/

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È una questione morale….
MAI col PD.
Quello che manda i nostri genitori a lavorare fino a 67 anni
Quello degli ospedali sotto finanziati
Quello dei nostri amici a lavorare per una miseria
Quello degli interventi militari ‘umanitari’
Quello del decreto Minniti che ha ucciso e illegalizzato migliaia di persone.
Sono fiera del nostro candidato Giuseppe Aragno ❤️ una persona che ho conosciuto durante una carica della polizia, che non usa la battaglia antifascista per rendere l’indigeribile, digeribile.

Vera Pavlova

Anche io sono fiero di essere uno di voi. Noi non abbiamo bisogno di un reazionario come Minniti per difendere la democrazia da Salvini. Sono entrambi colpevoli degli stenti e della sofferenza delle classi popolari. Chi va con loro non ci difende dal fascismo, ma aiuta gli sfruttatori.

Giuseppe Aragno

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82621254_839604996536284_3307472680206204928_nTI SEI RICORDATO/A?
Oggi fino alle 22:30 e domani dalle 11 alle 22:30 puoi venire all’Ex OPG per firmare per far presentare Potere al Popolo alle elezioni suppletive del 23 febbraio!

Basta la carta d’identità! E poi la raccolta firme è un bel momento per confrontarsi, per dire la tua, per conoscersi!

Anche se non ci voti dovresti venire a sostenerci, perché permettere alle forze che non sono già dentro il Sistema di presentarsi è una questione di democrazia!

E poi abbiamo un bellissimo candidato come Giuseppe Aragno che tutti amano perché è serio, capace, e rappresenta la storia delle lotte e della cultura in questa città.

Per firmare devi avere 25 anni ed essere di questi quartieri:

Arenella, Barra, Miano, Piscinola, Poggioreale, Ponticelli, San Carlo all’Arena, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano, Vicaria, Vomero e Zona Industriale…

Porta anche amici e parenti, ti aspettiamo!

E poi ci vediamo questo sabato mattina alla Domus Ars a Santa Chiara, verso le regionali di Maggio: Campania 2020: Tutta n’ata Storia – Assemblea Pubblica

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Dopo 5 anni, “Radio Libertà” e la “Carrozza d’oro” tornano a Barcellona. Alla “Sala Fenix” il lavoro e la compagnia sono in cartellone dall’8 al 12 gennaio.
Scritta in italiano da Alfredo Giraldi in collaborazione con Giuseppe Aragno, “Radio Libertà” racconta la vicenda appassionante e la grande lezione civile di cinque napoletani poi dimenticati. Ringraziare la città catalana per l’ospitalità e l’amore che mostra per questo lavoro non è semplicemente un segno di cortesia; è riconoscenza, ringraziamento sentito e moto del cuore. Quel cuore nel quale vive da anni senza risposta una naturale domanda: perché in Spagna “Radio Libertà” si recita con successo e in Italia, a Napoli, in particolare, è volutamente ignorata?  Eppure Napoli è la città dei Grossi, in cinque protagonisti della storia…

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Radio Libertà es la historia de un programa radio en italiano de la Barcelona de la Segunda República. Una transmisión antifascista que hablaba de la Guerra Civil a los antifeixistres en Italia, que fue puesta en pie por un abogado napolitano, Carmine Cesare Grossi (1887-1975).

Radio Libertà es también la historia de la familia Grossi que elige de lliutar con coherencia contra el fascismo en una óptica internacionalista y llega a Barcelona a comienzos de la guerra civil, después de un itinerario muy largo, que pasa por la Argentina (donde la familia vivió 10 años), Bélgica y Francia.

Radio Libertà es, además, la historia de Ada, una chica de 19 años que da voz a una radio que hablaba en Italia de la España en guerra y pedía la ayuda de los antifascistas de toda Europa a la causa republicana.

El hermano de Ada, Aurelio, es herido en el frente de Teruel, donde lliuta junto con su hermano mayor, Renato Grossi. Este último, héroe olvidado, con veinte años se enfrenta a la fuerza inhumana de la historia, que arrasa los vencidos y no deja escapatorias. Renato verá toda su vida descrita en cinco rayas indiferentes de un informe policial, en el último interrogatorio tras el regreso a Italia.

Radio Libertà es, en fin, la historia de la soprano Maria Olandese, compañera y madre de gran fuerza. Hace 75 años, al finalizar la guerra, María vive con dolor la separación de la familia en diferentes campos de concentración franceses. Volverán a reencontrarse, en Nápoles, sólo después de la Segunda Guerra Mundial.

Radio Libertà es una historia que hay que contar y que la compañía napolitana, La Carrozzeria de Oro, presenta por primera vez en España, en versión original en italiano, con subtítulos en catalán.
https://youtu.be/xU7NB3NYGiE

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Troverò lettori?

Giannattasio Anna Diploma di Medaglia GaribaldinaPer Renzo De Felice, grande storico del fascismo, nei primi anni Trenta il regime gode di forte consenso, ma i dubbi sono legittimi. La parola «consenso», riferita a una tirannia, non è una «contraddizione in termini»? Non trasforma in sinonimi due sostantivi antitetici – imposizione e adesione – rendendo realtà una finzione? La verità è che spesso una parola non esprime compiutamente ciò che intende comunicare. Dietro un generico «consentire», trovi stati d’animo diversi tra loro e la ricchezza del latino, i meccanismi logici nella scelta dei vocaboli, il suo affidare a parole differenti situazioni diverse tra loro, avrebbe impedito a De Felice di usare in modo ambiguo la parola consenso. In latino, infatti, consentire, nel senso che lo storico dà al verbo, indica condivisione di valori, sentire comune; è sinonimo di pace sociale, presume piena libertà ed è incompatibile con la tirannide. «Opprimi», vale a dire sostegno obbligato, è la parola adatta alla tirannia, per cui il dissenso, come si manifesta é già sovversione. «Opprimi» però sta per cedimento ai colpi subiti, intollerabile pressione; indica la scelta di «piegarsi» e non significa certo aderire.
Se pensiamo, ai rapporti fra Chiesa e fascismo a Napoli nel 1929, dopo i Patti del Laterano, essi sembrano ottimi e il Cardinale Ascalesi appoggia il regime. Di lì a poco, però, Natale Schiassil il Federale, denuncia preti e «circoline», le consorelle dei giovani cattolici, per propaganda antifascista coperta da fervore religioso. La Questura riderebbe di un dissenso fatto di prediche e messe cantate, se nel 1931 volantini clandestini e incidenti coi fascisti non mostrassero la debolezza del «consenso». In realtà, dopo uno scontro sull’educazione dei giovani, la chiusura dell’Azione Cattolica è benzina sul fuoco di un conflitto per l’egemonia sull’istruzione, che a Mussolini serve per imprimere nei giovani gli ideali fascisti di forza, virilità e conquista e la Chiesa gli contende perché sa che la formazione crea legami decisivi con le masse popolari.
I cattolici, profittando della disoccupazione, replicano agli assalti quadristi, promettendo lavoro e assistenza agli operai che aderiscono ai loro circoli. La ribellione giunge inattesa. Sono le donne, le «più addolorate del provvedimento di chiusura», soprattutto le insegnanti, a cospirare nelle abitazioni private e a manovrare abilmente bambini, che lacerano le foto di Mussolini nei libri di testo. Quando un alunno fa a pezzi il ritratto del duce e lo lancia dal balcone, dichiarando di appartenere a Gesù, si giunge all’arresto delle maestre Annunziata e Anna Bonagura, per isti¬gazione e oltraggio al capo del Governo. Altro che consenso: il regime ha contro i militanti di base del mondo cattolico, parte costitutiva della cultura politica del Paese, e quantomeno azzardato.
Cessata la bufera, il dissenso sopravvive e produce i fermenti da cui nascerà la Democrazia Cristiana. Le leggi razziali del 1938, con la Chiesa che prova a tutelare gli ebrei convertiti al cattolicesimo, ma non si schiera apertamente per la dignità umana degli israeliti, e poi la guerra mondiale allontanano ulteriormente il cardinale Ascalesi dai cattolici napoletani. Una distanza di cui c’è traccia nella posizione filo-polacca dei gesuiti, nell’iniziativa del centro «Orbet», che alla fine del 1942 prepara uomini armati in vista della crisi del regime, nell’attività di una comunità di base, che pubblica «Le Orfanelle di S. Rita alla Salute», un foglio ritenuto pericoloso dalla Questura, e in quella di alcuni operai, confinati per aver fondato un «Partito cattolico dell’Umanità» contrario al regime.
Certo, a marzo 1929 i voti contrari al regime sono poco più di duemila e quattro anni dopo non giungono a cento, ma sono plebisciti con voto palese, scuola, università e mezzi d’informazione manipolano le coscienze e la repressione spaventa gli oppositori. E’ un dato di fatto: nel 1935-36, quando la guerra riempie il porto di soldati, autorità ed emigrati diretti in Africa, nascono speranze. I più ricchi inseguono sogni di gloria, la povera gente sogna un «posto al sole» riempie di labile entusiasmo Piazza Plebiscito. Dietro le terre d’oltremare e l’emigrazione in ripresa, ci sono però la propaganda che fabbrica illusioni, il partito che impone la partecipazione e la repressione che colpisce il dissenso. Per chi vuole vederli, all’orizzonte, si affacciano la delusione, l’alleanza con un nemico storico e un imperialismo straccione che vuole la guerra.
Quale rilievo abbiano i sogni che diventano incubi è impossibile dire. Conosciamo bene, invece, il valore morale di un dissenso che si fa calvario per una parola sfuggita, un segno di ostilità o la difesa cosciente dei valori delle culture politiche storiche del Paese – liberale, cattolica, anarchica, socialista e comunista – arricchite da un europeismo che conta su giovani come Antonio Ottaviano, poi partigiano delle Quattro Giornate, processato per aver fondato l’«Europa Unita», associazione clandestina, che oppone una Federazione di Stati europei all’alleanza italo-tedesca e alla guerra che essa scatenerà. E’ un filo che percorre la città per vent’anni e che il regime non riesce a spezzare.
E’ il primo maggio 1925 – Michele Castelli è pronto ad avviare le opere volute dal regime – quando il socialista Enrico Motta finisce nel girone infernale dei «sovversivi schedati». In casa gli hanno trovato una foto di Matteotti e il testo di una canzone che circola per la città e ridicolizza il fascismo. Sono i mesi, in cui il regime sequestra per ragioni politiche il libretto di navigazione al marittimo Morello Canzio, che fino alla caduta del fascismo non avrà di che vivere e non saprà come provvedere ai figli. I mesi in cui Nestore Francia, un ferroviere licenziato per vendetta politica, fugge all’estero in tempo per evitare l’arresto, ma torna in città anni dopo e vive di stenti finché dura il fascismo. I tre perseguitati non si conoscono, ma come Antonio Ottaviano saranno assieme nella rivolta del 1943.
Anche a tener contro solo degli antifascisti presenti nelle Quattro Giornate, lo stillicidio di arresti, processi e misure di polizia racconta venti anni di lotte mai davvero domate. Sono militanti noti, come Antonio Cecchi, segretario della Camera del Lavoro, che, spedito al confino nel 1926, vivrà di stenti fino al crollo del regime, o antifascisti sconosciuti persino all’onnipresente Polizia Politica. E’ il caso di Amedeo Coraggio, un muratore che paga un canto socialista scritto un muro dell’Ospizio di San Gennaro alla Sanità con la galera e una vita da «sorvegliato», vissuta da eterno disoccupato, tra miseria, arresti e perquisizioni. Un incubo da cui il Coraggio esce solo a settembre del 1943, quando affronta armi in pugno i nazifascisti e libera nello stesso tempo la città e quanto resta della sua vita.
Non sempre si tratta però di oppositori isolati. Carlo Cerasuolo, per esempio, sorpreso col comunista Espedito Ansaldo, ha contatti col PCI clandestino, sicché non a caso i due si ritrovano poi nelle Quattro Giornate. Alla famiglia di Federico Mutarelli, ex tramviere licenziato, confinato e ridotto alla fame, badano il «Soccorso Rosso» e compagni impauriti ma solidali. In Italia e all’estero vive tra soprusi e licenziamenti Tito Murolo, che guiderà la rivolta nella zona dell’Arenaccia. E’ in contatto con Ezio, il fratello, legato a sua volta agli antifascisti fuggiti in Francia, con i quali nel 1937 raccoglie fondi per i trenta volontari napoletani accorsi in difesa della Spagna assalita dai nazifascisti.
Mentre esalta le «opere del regime», la stampa ignora la repressione, di cui ci parlano oggi le carte della Questura. Nel 1927, il regime che apre la Via Litoranea toglie la gestione del Mercato agricolo di Pianura al dissidente Ruggiero Baiano, ma i figli, memori della miseria e dei soprusi patiti, dall’armistizio all’uno ottobre 1943 guidano alcuni partigiani che danno filo da torcere ai nazifascisti. Nel 1928, mentre apre il cantiere per l’Ospedale XXIII marzo – l’attuale Cardarelli – ed entra in funzione la Funicolare Centrale finisce in manette il calzolaio Salvatore Mauriello, che nel 1921, nella Russia di Lenin, ha rappresentato i lavoratori italiani al congresso dei sindacati rossi. L’uomo però non cede, frequenta un gruppo legato a Bordiga e partecipa alla rivolta. Nel 1929, quando aprono lo Stadio Littorio e il Teatro Augusteo, finisce al confino il socialista Ermanno Solimene, che resiste fino al 1943, quando fonda il partito «Social Liberale» e di lì a poco combatte in un gruppo legato al giovane Adolfo Pansini. Nel 1930, anno di nascita di Piazza Medaglie d’oro e Piazza Sanluigi, un tentativo di ricostituire il PCI costa il confino a Ciro Picardi che però nel settembre 1943 organizza gruppi comunisti armati. A Capodanno del 1931, socialisti, anarchici e comunisti, tra cui Gino Vittorio, Saverio Merola, Eduardo Corona e Alfredo Pasqua, futuri insorti delle Quattro Giornate, beffano il regime con uno striscione rosso che, appeso al ponte della Sanità, rivela l’esistenza di contatti con gruppi di altre città e invita a non cedere: «Lavoratori, imitate i compagni di Milano e Torino. Scioperate!».
Si potrebbe proseguire, perché il dissenso attraversa il Ventennio. Si prenda, ad esempio, il 1936, l’anno dell’impero che riappare «sui colli fatali di Roma», dei palazzi della Posta e della Provincia, dell’autostrada per Pompei e della Stazione Marittima. Un anno di trionfi, nel quale tuttavia c’è chi prova a riorganizzare il PCI, ci sono trenta antifascisti che vanno a difendere la Spagna dai fascisti, gli oppositori aumentano e tra loro troviamo Luigi Blundo, Salvatore, Giovanni e Alberto Angelotti, Gaetano Caso e Luigi Mazzella, tutti protagonisti del settembre 1943. Non bastasse, giunge da Barcellona, inattesa e rivelatrice, la voce di Ada Grossi, la speaker napoletana di «Radio Libertà». L’ascoltano in tanti, che, per zittirla, il regime colloca un’antenna disturbatrice sulla Prefettura.
Il dissenso c’è e va ricordato, perché la sua dignità spiega la resistenza ai tedeschi e la rivolta del 1943. Certo, per anni Napoli veste fascista e insegue sogni che saranno incubi. Eppure nella città in cui il regime affida alle «grandi opere» il mito di un impero presto distrutto dalle bombe, la polizia non smette di colpire oppositori, benché facciano i conti con la fame dei figli e la disoccupazione. Molti tra loro – più del 10 % dei combattenti – guideranno gli insorti nelle Quattro Giornate.
Dal 1938 a Napoli, come ovunque nel Paese, il «regime guerriero» prova a creare un clima di artificiosa mobilitazione; continue adunate, stretta di mano proibita, uso del voi, esami di laurea in camicia nera. E’ il ridicolo «stile fascista» della «battaglia antiborghese», della vita audace e scomoda che infastidisce un popolo ironico e scettico. Quale distanza divida la gente dai «capitan fracassa» in camicia nera, dicono con chiarezza due episodi registrati dalla polizia. Anzitutto un fascicolo intestato a ignoti, da cui emerge l’ostilità di un popolo dissacratore, che il 5 maggio 1938, gioca con le parole, fa del Führer il «furiere» e mentre il tedesco percorre la città col braccio teso nel saluto nazista, trova una voce per il commento ironico: «sta vedenno si fore chiove! (Sta vedendo se fuori piove!)». Anche questo è dissenso. Così come due anni dopo, Paola Palombo, moglie di Eugenio Furolo, antifascista e poi partigiano delle Quattro Giornate, alla notizia che l’Italia è in guerra con l’Inghilterra, dichiara in tono gelido che lei si «sente inglese». In effetti, l’antifascismo non è un dato marginale non vive nel salotto di Croce3 non fa da riferimento solo alla «dissidenza intellettuale», come la «Libreria ‘900», di Ugo Arcuno e Salvatore Mastellone, a Calata Trinità Maggiore la «libreria Detken» in Piazza Plebiscito, lo studio legale di Giovanni Benincasa a via Duomo, e finché visse, la casa di Giustino Fortunato.
Più radicale il dissenso di Roberto Bracco, grande autore teatrale imbavagliato dal regime, che apre la sua casa a esponenti dell’antifascismo popolare. Un ruolo attivo, ma breve ha l’Acquario, nella Villa Comunale, dove opera Emilio Sereni, che stampa fogli clandestini come «L’antifascista», ma nel 1930 è condannato a lunghi anni di carcere. Un gruppo di antifascisti, tra cui gli scrittori Giuseppe e Ubaldo Maestri, frequenta il «Caffè Uccello», all’angolo di via Donnaregina. Non si tratta dell’unico «bar di sovversivi». Da «Sgambati», di fronte al Tribunale, vanno infatti avvocati antifascisti come il comunista Mario Palermo e il socialista Giuseppe Giudicepietro; i bar «Perna» e «Cavour», alla Ferrovia, ospitano rispettivamente comunisti e anarchici; a via Foria, il «Caffè Napoli» di Vincenzo Pinto è un «covo di repubblicani» e al «Gambrinus», a Piazza Plebiscito, fa capo il gruppo di Eugenio Mancini, che qualcuno ironicamente chiama «i comunisti della cellula Gambrinus», e che darà invece molto insorti alle Quattro Giornate.
Porti sicuri per i militanti, sono le case di Giuseppe Imondi e Francesco Lanza, i «dentisti rossi», popolari per le cure gratuite offerte alla povera gente. Lanza, futuro segretario della sezioni del PCI di San Carlo all’Arena e Vicaria, organizza riunioni clandestine, diffonde materiale di propaganda e partecipa alle Quattro Giornate. Per la casa di Imondi, letterato e poeta, e della compagna Maria Beradi, anarchica come lui, passano, spesso come finti apprendisti, il comunista Gino Vittorio, gli anarchici Ciro Fortino e i fratelli Malagoli, che si ritrovano nelle Quattro Giornate con Alastor, figlio del dentista. Nel palazzo del cinema Augusteo, orgoglio del regime, lo studio legale di Rocco D’Ambra e Gennaro Amendola è un covo di socialisti; al Policlinico l’ortopedico Salvatore Rollo, poi dirigente del Partito d’Azione e assessore nelle prime Amministrazioni della città liberata, raccoglie prima antifascisti e poi armi; a Piazza Dante, nello studio medico di Attilio Improta, si incontrano i socialisti liberali; in via Mezzocannone, Pasquale Schiano raduna anarchici, socialisti rivoluzionari e uomini di Giustizia e Libertà; al medico Giuseppe Sersale, fa capo infine la pattuglia di «Italia Libera», che si riunisce in un «basso» nei pressi di Piazze Dante, dove il partigiano Michele Di Stadio porterà le armi trovate nelle sedi fasciste con cui si difenderanno le barricate a via Roma.
Non mancano gli artisti dissidenti. comunista e allievo di Gemito, Luigi Pepe Diaz espatria come Carlo Bernari, autore del romanzo «Tre operai», ma nel 1940, in Francia, per sfuggire ai nazisti, si consegna ai fascisti e finisce in carcere; Guglielmo Peirce paga col confino i rapporti coi comunisti. Di alto spessore l’opposizione di Eduardo Pansini, pittore e scrittore d’arte, che, nel 1921 fonda il «Cimento», una rivista che conduce una battaglia culturale col fascismo in difesa dell’arte, dell’artista, dei suoi diritti e delle sue polemiche. Quando il regime tocca la libertà di pensiero dell’artista, Pansini attacca l’arte di Stato, i soprusi, le mediocri proposte del «Sindacato Artisti» e chiede l’«abolizione dell’influenza del Governo sopra le belle arti», perché l’arte è «patrimonio spirituale e […] gli artisti non possono legarsi con lo spirito e con le azioni alla intonazione unica di un partito politico». E’ una critica inconciliabile col regime, che nel 1936 chiude la rivista.
Alla scuola di Pansini crescono i figli Enzo e Adolfo, che formano un gruppo clandestino di studenti, per i quali l’unione spirituale cui il fascismo dice di avere educato il Paese è una menzogna; la maggioranza degli italiani l’accetta per paura, ma professa in pubblico una fede fascista che in realtà detesta. Una scelta che ai giovani pare vile e li spinge alla rivolta. Tornato libero nel 1940, dopo un anno di carcere, Adolfo torna alla lotta e muore nella rivolta. Il padre non consegna le armi e divide tra la popolazione grandi quantità di cibo provenenti dal mercato nero e trovate in casa dell’ex Federale Sansanelli, futuro sindaco di Napoli. Arrestato a ottobre del 1943 inizia l’ultima battaglia politica, condotta ancora una volta dalle pagine del «Cimento» e ancora una volta chiusa dal sequestro della rivista.
Con la pace, giunta in anticipo rispetto a tanta parte del Paese, la città sogna cambiamenti, ma la realtà è terribile: la guerra continua, gli Alleati, attenti alle esigenze delle truppe, non aiutano la popolazione civile ridotta in condizioni insostenibili e governano Napoli come città occupata. Sarebbe urgente una rinascita morale oltre che materiale, ma sul conflitto tra gli interessi delle classi sociali, pesa l’influsso nefasto dei fascisti, colpevoli della tragedia e però impuniti. Mentre il baratro tra Stato e popolazione si allarga, la scelte per il futuro creano divisioni nei partiti della sinistra e una situazione che consente al Movimento dell’Uomo Qualunque il suo momentaneo ma significativo successo e spiega in parte perché al referendum del 2 giugno 1946 otto napoletani su dieci scelgono la monarchia.
Nell’analisi del voto, Pansini rifiuta i luoghi comuni sulla maturità del popolo napoletano e indica responsabilità politiche. Per conquistare alla repubblica un popolo a cui si sono «tolti i diritti del cittadino», un popolo che nutre «l’idea del re magnanimo», cui il plebeo ricorre di fronte a un’ingiustizia, ci volevano esempi e segnali di cambiamento; a sinistra si sono visti invece scissioni ed espulsioni e si è parlato molto di un’epurazione che mai iniziata. Si è lasciato così che una reazione in abito patriottico, padrona di vasti settori del potere e della stampa, instillasse un senso di frustrazione nello «spirito repubblicano» del settembre 1943. Gente che chiedeva attenzione, difesa e leggi rispettose dei Diritti umani, ha visto confermato il Codice Rocco. Sono nati così delusione e pentimento. E’ un’analisi condivisa dal Prefetto sin dalla fine del 1944 quando scrive che, nel proliferare di «Comitati sezionali d’intesa democratica» voluti dal CLN, la popolazione ricorda il «sistema di organizzazione capillare dei deprecati circoli rionali fascisti» ed e «scettica verso tutti i partiti, che ad onta della loro conclamata solidarietà, si mostrano disuniti».
Anche Giulio Schettini, partigiano repubblicano approdato al PCI, ha lottato per «un governo straordinario, dotato di tutti i poteri costituzionali dello Stato», in cui il CLN fosse l’anima di una rivoluzione democratica e intransigente; sono venuti invece compromessi che hanno creato sfiducia in «tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra», incapaci di compiere, se non altro, un’epurazione che estirpi il fascismo e colpisca i responsabili della rovina. Responsabili che tornano alla politica in questo o quel partito, mentre si tarda a riabilitare i perseguitati politici. Per il combattente, è mancato lo sforzo di rieducazione, recupero e crescita di quanti non hanno potuto formarsi una coscienza democratica. Un giudizio fondato, ripreso anni dopo da Pasquale Schiano, protagonista della resistenza nel Napoletano, per smentire chi accusa il popolo napoletano di essere stato con la «sua incoscienza politica […] la grande riserva della monarchia e del neofascismo». I responsabili del no di protesta alla repubblica uscito dalle urne nel 1946, afferma Schiano, sono stati «coloro che per debolezza o per tradimento verso lo Stato, sono venuti meno ai gravi compiti assuntisi di attuare il programma della nuova Italia».

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ImmagineIn Francia, l’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità la cancellazione della parola razza dalla Costituzione. Il razzismo è perciò sparito dalla Francia? No. Non si cancella ciò che esiste solo perché si riferisce a qualcosa che non ha più nome. Il razzismo più pervasivo e pericoloso non ha costruito la sua fortuna su una categoria biologica; più semplicemente ha utilizzato il concetto di razza per imporre una costruzione sociale fondata su gerarchie. La differenza di razza, insomma, è stata e sarà se,pre l’alibi che giustifica la differenza di trattamento, la discriminazione e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
I ricchi sono razzisti per opportunismo. i poveri lo diventano per disperazione. Per far sparire il fenomeno non basta cancellare parole. Ci vogliono giustizia sociale e un’equa distribuzione delle risorse tra classi sociali e Paesi, a livello nazionale e internazionale. Ci sono problemi di natura apparentemente morale e ideale, che si possono capire solo avendo presenti dati “volgarmente” materiali. Diciamocelo perciò chiaramente: se il razzismo riguardasse esclusivamente il campo delle caratteristiche biologiche, l’idea di rimuovere la parola razza dal linguaggio comune, una logica di sradicazione o, se si vuole, di negazione lessicale potrebbe funzionare. Anche perché la “razza”, in senso razzista, non esiste davvero
img-20180803-wa0036.jpgPer quanti sforzi abbiano fatto la genetica, l’antropologia fisica e la biologia, infatti, nessuna misurazione delle differenze complessive tra i popoli ha potuto accertare delle “distanze biologiche” tali da consentire di costruire una tabella di “valori” in grado di giustificare scientificamente una classifica tra popoli. Si è provato a definire le razze umane in virtù di criteri morfologici e di dati sierologici, ma tutti gli studi così impostati hanno fallito perché mille altri criteri provano che negli esseri umani esiste una fortissima, innegabile e comunanza di caratteristiche. Le differenze tra gruppi umani sono soprattutto “storiche” – adattamento al clima, isolamento, migrazione e così via – e non consentono di definire tipi umani razzialmente separati.
La razza, in realtà è solo uno strumento pratico di carattere “descrittivo” o, se si vuole, “narrativo”, come dimostra il razzismo interno ai popoli. Il leghismo padano, per esempio, si è inventato due razze che non esistono. Cancellare dal vocabolario la parola non serve perciò praticamente a nulla, perché esiste storicamente – ed è quello più autentico – un razzismo senza razza. E’ il razzismo più diffuso, quello autentico, che serve per coprire interessi materiali di classi dominanti e privilegi di classe. Se il Mezzogiorno, spolpato vivo, non può essere più cannibalizzato, ecco che Bossi s’inventa la razza padana e una politica di decolonizzazione che ha naturalmente bisogno di creare una “razza meridionale”.
Napoli e i napoletani, che da un punto di vista razziale non esistono e sono uno stupendo esempio di mescolanza di semi e di idee, possono talora subire il razzismo e qualche volta vederlo attecchire anche nei loro vicoli, ma la città e la sua gente non ci credono mai per davvero e non a caso per il popolo napoletano Hitler fu il “furiere”. La ferocia degli ultimi governi – quella del ministro Minniti anzitutto, che di Salvini è stato maestro – seguendo un progetto preciso, privilegiando interessi di parte – i ricchi prima dei poveri, il Nord prima del Sud e l’euro prima dei popoli e per ultimi i dannati della terra, gli immigrati – ha potuto e può provocare talora episodi di violenza razziale, ma la gente qui è vaccinata e prima o poi si ribellano persino le pietre delle strade.
I napoletani, che sono anche greci, latini e levantini, che hanno visto persino i cosacchi accampati a Piazza Mercato e non hanno mai consentito che nella loro città ci fosse un tribunale dell’Inquisizione, istintivamente diffidano di un razzismo senza razza. Accade ciò che si è visto ieri, quando su povere magliette di gente comune si è letta la sfida beffarda, orgoglioso e tagliente: “Nel mio quartiere nessuno è straniero”.
Non è sogno e nmmeno speranza, è certezza: da Napoli, dove per la prima volta i nazisti si arresero a un popolo insorto, partirà il riscatto morale e i lanzichenecchi gialloverdi morderanno la polvere.

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14 aprileI NAPOLETANI NON INTENDONO PAGARE UN DEBITO CHE NON HANNO MAI FATTO!
E’ questo il messaggio coraggioso e fortissimo che la città partenopea lancia al Paese e all’Unione Europea, schierandosi in prima linea nella lotta alla barbarie neoliberista.
A Piazza Municipio, davanti al Municipio tra due ore i napoletani scriveranno una nuova, splendida pagina dello loro millenaria storia e risponderanno così, con la mobilitazione al PD e ai suoi camerati fascioleghisti che intendono condannarli alla fame.
Io sarò in piazza ad urlare la mia indignazione e lo dico prima che la manifestazione abbia inizio: NAPOLI NON SI PIEGA E NON CALA LA TESTA!

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