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Posts Tagged ‘Napoli’

downloadEsercito in assetto da campagna, leggi speciali, secoli di galera e soggiorno obbligato. Lo Stato borghese affronta così i Fasci Siciliani. I socialisti “legalitari” colti di  sorpresa  – Turati è fermo alla lezione di Engels sullo spontaneismo del Sud -, l’estrema sinistra, a quel tempo anarchica e già minoritaria, in eterna attesa della rivoluzione che non verrà e il disastro giunge puntuale. Non c’è una teoria buona per ogni tempo. Ci sono pensatori che guardano al tempo loro e chi fa di un metodo di lettura le “dodici tavole”.  Le inedite parole di questa canzone napoletana sequestrata dalla polizia crispina non ci parlano solo di tempi lontani. Anche oggi l’anacronistico conflitto tra “purezza rivoluzionaria” e “via legalitaria” produce corti circuiti e apre la via alla reazione.

Napule bella è ‘na schiumma d’oro,
s’hanno arrubbate tutte cose lloro
e ricche hanno arrubbate e puverielle,
Facimme come fece Masaniello.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n‘arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Nu guappe deputate è De Felice
Chi nun ‘o sape, overo nun ‘o dice:
Pe’ senza niente l’hanno condannate
a diciott’anne e pure survigliate.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Hanno arrestate a tutt‘e socialiste
sagliuto a lu putere è pure Crispe,
Ma u cunte s’hann’a fa ch’hanno sbagliato:
mo sentarranno ‘e botte d’o Mercato

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

Iamm‘a piglia’ ‘e legne e li fascine,
struimme a chesta razza ‘e malandrine,
struimme a chesta razza de ministe
ca chiste songo ‘e vere cammorriste!

So ‘sti guverne tutt’assassine
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

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Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

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edpCostituzione_della_Repubblica_ItalianaLo dicono in tanti e non senza ragione: delle primarie del PD “non mi curo”. Chi invece ci bada si ferma a quel dato di fondo che sa di disastro, ma non esaurisce la questione: un elettore su tre si è tenuto lontano dai “seggi”. E non chiedete perché ricorro alle virgolette.
Trovo superficiale e per molti versi pericolosa questa frettolosa liquidazione di una pantomima che sarebbe comica se non ci portasse in regalo un risultato a dir poco preoccupante: Renzi torna in sella, nonostante il 4 dicembre, il risultato plebiscitario per il No e la catastrofe al Sud che sembrò decretare la fine del PD e del renzismo nel Meridione. Proverei perciò a guardare con un po’ di maggiore attenzione ciò che si cela dietro il dato complessivo, ricordando che si dice ed è vero: quello che luccica non è sempre oro.

E’ vero, quando sgombri il campo dalla propaganda i due milioni di elettori votanti diventano 1.849.000 e  segnano una flessione sensibilissima: nel 2013 furono più di 2.800.000. Voto più, voto meno, il PD ha perso per strada 957 mila elettori. In pratica il 34 per cento. Vogliamo contentarci di questi dati? Bene, facciamo festa e non ne parliamo più. Lo so che vi chiedete perché dovremmo preoccuparci. Il PD cala nel “Nord rosso”, è quasi dimezzato in Emilia Romagna, Toscana e Marche e, non bastasse, perde il 43 per cento in Umbria. Nell’ex provincia di  Firenze, culla del renzismo, la perdita è secca: 47,4 per cento. A Bologna cala del 45 per cento e a Reggio Emilia, feudo del vassallo Graziano Delrio, se ne sono stati a casa il 45 per cento dei votanti del 2013. Su livelli che superano sempre il 40 per cento sono Piemonte, Liguria, Friuli e Veneto. Che si fa? Si brinda a champagne?

D’accordo, champagne, però, poi, non chiudiamo gli occhi su due dati di fatto che chiamano direttamente in causa chi il 4 dicembre il referendum l’ha vinto. Anzitutto un minaccioso e sconsolante ritorno: alle prossime elezioni politiche Renzi avrà buonissime carte da giocare. Non è merito suo, ma demerito nostro; dopo la vittoria del Referendum, purtroppo siamo spariti dalla scena o, peggio ancora, abbiamo vissuto di rendita e di autocompiacimento, sicché la disperata domanda di una svolta radicale, che emergeva chiarissima dal no, non ha trovato risposta. Gli elettori, i giovani soprattutto e le loro vite precarie, chiedevano un riferimento, qualcuno e qualcosa che volesse rappresentarne rabbia, speranze, sogni e soprattutto bisogni. Si può dirlo, senza guastare i sogni del mondo “ribelle”?: non l’hanno trovato. Non l’ha trovato soprattutto la gente del Sud. E qui emerge il secondo e per molti versi allarmante dato negativo che ci consegna l’esito di queste primarie e sul quale i più abili tra gli uomini del ducetto toscano mettono l’accento con fondate ragioni: il risultato finale ha trovato nel Sud la sua piccola locomotiva e non parlano a vanvera. L’unico punto positivo, infatti, il PD di Renzi lo segna in due regioni del Sud: Puglia e Basilicata. Lì la partecipazione infatti è aumentata.

Un’amica valorosa e molto onesta intellettualmente poneva stamattina una domanda decisiva, sulla quale dovremmo riflettere molto seriamente. E’ merito di Renzi, chiedeva, o tutto va com’era logico che andasse, perché “ogni ribellismo ,che si autocelebra in quanto tale e non diventa emancipatorio ha sempre la sua Vandea pronto ad accoglierlo?”.
Mi pare evidente. Il campanello d’allarme si rivolge a noi. Prendo ad esempio Napoli e non posso fare a meno di registrare un dato che trovo preoccupante: non riusciamo a toglierci di dosso la camicia di forza che Roma ci tiene stretta per conto del fascismo finanziario imperante nell’Unione Europea. E’ venuto il momento di definire una linea politica che riempia di contenuti l’ostilità per il neoliberalismo e detti il programma. La Costituzione deve essere allo stesso tempo arma, terreno di scontro e filo conduttore di scelte teoriche e decisioni politiche operative. La linea di governo del PD è chiarissima: prima il bilancio, poi la gente, come comanda Draghi. Per noi non funziona così: per noi le persone vengono prima del bilancio. Occorre però ricavarne le conseguenze. Non c’è un altro modo per ostruire un’alternativa.

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parigiA cose fatte, inevitabilmente il nostro campo si divide. Cominciano gli inutili battibecchi sulla violenza; qualcuno accusa chi se n’è stato a casa, ma non si chiede il perché e quelli rispondono che non si fanno portare a traino dalla “teppa”.
Il campo avverso invece si compatta, e l’attacco alla “città ribelle”, che mira a distruggere il suo sindaco perché fa paura è violentissimo; lo porta uno schieramento eterogeneo ma largo, che ha dentro anche strati sociali potenzialmente “nostri”: disperati, sfruttati, giovani ai quali si è negato il futuro.
Inevitabilmente ci chiederemo com’è che il popolo televisivo e quello di facebook inneggia ai “rivoluzionari” se si ribellano in casa d’altri e punta il dito sui “violenti”, quando si ribella la povera gente di casa nostra.
Forse bisogna avere il coraggio di dirsi che ci sono nodi stretti che ci soffocano; nodi che vanno sciolti subito. Non si tratta di fare discussioni sulla violenza, legittime quanto si vuole, ma fuorvianti. I partigiani non regalavano confetti. Si tratta – e non è cosa da poco – della “percezione” che ne ha la gente e di un tema decisivo: la democrazia. Se si ribella la donna negli Emirati Arabi, o esplode la popolazione turca, l’emozione e la solidarietà sono immediate. Tutti “sentono” che è dittatura. Cosa si è fatto da noi o meglio, cosa abbiamo fatto noi, perché diventi chiaro che è in atto un massacro di diritti sociali che nemmeno il fascismo realizzò? Cosa s’è fatto per smentire la narrazione ufficiale della “grande democrazia occidentale”, che ogni giorno purtroppo passa con successo nell’immaginario collettivo?
Quando il rischio-regime s’è avvertito, abbiamo affondato la lama nel burro e nessuno ha avuto dubbi. Al referendum erano tutti con noi. Poi? Poi abbiamo lasciato cadere la questione e tutto è tornato com’era, anzi tutto è peggiorato: un governo illegittimo, pieno zeppo di ministri che la gente aveva licenziato, con l’aggravante di uomini come Minniti che ieri abbiamo visto all’opera. Niente elezioni, lavoratori ridotti a servi, un ceffone agli elettori, leggi feroci, un Parlamento illegittimo. E noi? Non era questa la battaglia? Non bisognava denunciare, attaccare, delegittimare, stare tra la gente a spiegare? Ci meravigliamo se ora, delusi, i “nostri” scivolano a destra? Ci meravigliamo se nessuno vuole più ascoltare, se la rivolta per la gente diventa teppismo, perché “in fondo siamo in democrazia”? Sono tutti scemi? Non ragionano più, dopo che hanno ragionato benissimo? Possiamo anche fingere di crederci, ma sarà un suicidio.
Il problema non è la violenza e nemmeno il sindaco De Magistris che l’avrebbe scatenata. Il sindaco non ha scatenato un bel nulla. Il problema sono i “tempi” della protesta. Parliamo al padre avvilito del disoccupato, al giovane che ha la vita precarizzata, diciamo in maniera comprensibile che noi non accettiamo questa Europa, che il pareggio di bilancio è una condanna a morte della politica; costruiamo percorsi di una lotta condivisa, che la gente senta sua, come suo sentì il referendum. Dove, infine, si può, perché si governa un territorio, dimostriamo con i fatti che siamo alternativi; dopo che l’abbiamo detto, facciamolo, sia pure a mo’ di esempio, per sperimentare e proporre un “modello”: non paghiamo il conto, se ci obbliga a cancellare diritti sociali costituzionali. Facciamolo con prudenza, ma facciamolo. Poi vedremo se si parlerà di teppismo o ci si troverà attorno la gente e altre realtà che governano territori. E vedremo anche se a Minniti riesce l’agguato.
O tutto questo diventa il nostro pane quotidiano, o noi non faremo strada. E teniamolo a mente: i partigiani erano strettamente collegati alla gente, sicché nessuno mai pensò che fossero violenti  Eppure sparavano. Mi si dirà che non sono tempi di rivoluzione. Dirò che è tempo di dare risposte dure, quanto duri sono gli attacchi che ci vengono dall’alto. Oggi la violenza è di Stato e l’eversione è delle cassi dirigenti, ma durezza per noi non deve voler dire semplicemente e rozzamente violenza. Soprattutto violenza fine a se stessa. Durezza è disobbedienza, è politica, è città ribelle. Abbiamo cominciato. Andiamo avanti.
Ci siamo dati, un compito quasi impossibile. E’ tempo di por mano al percorso. O sapremo parlare alla gente e costruiremo un modello concreto di “governo alternativo” – e questo in parte a Napoli è accaduto, ma non basta  – o, spiace dirlo, le prove generali di regime, di cui ieri abbiamo avuto un esempio eloquente – diventeranno  realtà quotidiana. Regime per me non significa botte e galera. Non servono. Regime è una gabbia invisibile, costruita attorno allo spirito critico. La galera più terribile, l’evasione più difficile.

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Per la Costituzione nata dalla Resistenza, il fascismo è fuorilegge in ogni sua manifestazione e «la repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Il modello di Paese che ha in mente Salvini, invece, va ben oltre quello parafascista del presidente Trump. A chi gli chiede se pensa a una «Guardia nazionale anti-immigrati in Italia come negli Usa di Trump», lui risponde «magari», poi, non contento, riempie di contenuti apertamente fascisti il suo programma e pensa di arruolare squadracce per stanare gli immigrati «via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo».

Per la Costituzione nata dal sangue dei partigiani, tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzione di sesso, razza e religione. Salvini, che della Costituzione se ne infischia, ha scritto «al presidente di Atm perché valuti la possibilità di riservare le prime due vetture di ogni convoglio alle donne che non possono sentirsi sicure per l’invadenza e la maleducazione di molti extracomunitari. E andando avanti così le cose saremo davvero costretti a chiedere dei posti da assegnare ai milanesi: sono davvero una minoranza e come tale va tutelata».

Per Salvini, figlio prediletto del celodurismo padano, le donne esistono solo per questioni sessuali, ma sono pupattole senz’anima, sicché ritiene giusto rappresentare Laura Boldrini non come avversaria politica, ma come donna e, in quanto tale, bambola gonfiabile. Nulla più che un oggetto di appetiti sessuali. Batterlo su questa via sarebbe riuscito difficile anche ai più incalliti squadristi.

Per la Costituzione repubblicana, il nostro territorio è indivisibile. Salvini guida la Lega Nord, un partito che ha nel dna il seme della divisione, si è inventato un Parlamento separatista, ha predicato e predica la secessione. Certo, oggi sfuma i toni e si appella ai principi costituzionali per rivendicare il diritto di parola. Ma quale democrazia dà la parola ai fascisti, gli consente di istigare alla violenza e di insolentire la Costituzione stessa che invoca a sua difesa? Per Salvini gli italiani del Sud sono razza inferiore, gli islamici vanno colpiti solo perché sono musulmani e occorre approvare leggi razziali. «Buttiamoli a mare», chiede, e a quelli che sono sbarcati «fermiamo per un anno le vendite di case e di attività commerciali», Questo è Salvini, che a Ciampi non strinse la mano, perché il Presidente della Repubblica non rappresenta la Padania: «No grazie, dottore, lei non mi rappresenta».

A questo aperto neofascismo Napoli si è opposta, negando quella agibilità politica che il Ministro di polizia di un governo nato dopo il referendum, da una sospensione della democrazia, intende garantire a tutti i costi. E’ una decisione gravissima di cui Minniti si assume la responsabilità. A Minniti risponderemo civilmente, ma c’è stato oggi chi l’ha ricordato e val la pena tornarci: così scrisse Pertini quando un governo tenuto in piedi dai voti dall’ex repubblichino Almirante provò a umiliare Genova partigiana:

«Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.
Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.”
Sandro Pertini 28 giugno 1960».

Minniti farà bene a spiegare al Paese da quale parte sta il suo governo. Da quella di Pertini o del fascista Almirante?

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Via salvini da napoliNapoli greca, romana, araba, città mediterranea e cosmopolita, è stata fondata da perseguitati politici, immigrati cumani che fuggivano per sottrarsi alla persecuzione del tiranno Aristodemo. Figlia di immigrati, nel corso dei millenni ha generato milioni di emigrati e innumerevoli sono i suoi figli partiti in cerca di migliore fortuna, quando l’unificazione delle classi abbienti – mercanti del nord e latifondisti del sud – da capitale europea, qual era, la ridusse alla condizione di colonia.
Città di immigrati, per nascita e per ragioni “genetiche”, è incompatibile con chi oggi invita a formare ronde contro gli immigrati, così come ieri incitava a disprezzare i napoletani “puzzolenti” e chiedeva al Vesuvio di seppellirli sotto la cenere.
Napoli, capitale dell’antifascismo, non dimentica. Non può accettare, perciò, che uno squallido razzista oltraggi con la sua presenza le vie e le piazze bagnate dal sangue dei suoi figli migliori, caduti combattendo contro razzisti indegni di far parte del genere umano.
Napoli non riconosce a Salvini né dignità di uomo, né capacità di formulare pensieri politici. Un uomo ha sentimenti umani, che il capo della Lega Nord ha dimostrato di non conoscere. In quanto alla politica, il leader della sedicente Padania è solo la tragica conseguenza delle vergognose politiche dell’Unione Europea. Non è la soluzione ai problemi che essa ha prodotto, ma un problema egli stesso.
Napoli civilissima non vuole né Salvini, né l’Italia che propone Salvini, né l’Europa liberista di Draghi e dei mercati, di cui Salvini non è un nemico, come vorrebbe farci credere, ma il figlio legittimo e pericoloso.

Per queste ragioni l’11 marzo i napoletani saranno in piazza: per amore dell’umanità e disprezzo di ogni forma di fascismo.

Agoravox, 10 marzo 2017

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mundo
Dopo il furto di ieri, il commento di Sconcerti sconcerta. Viene in mente il poeta e i suoi “cecate e Caravaggio”:

Dimme na cosa. T’ allicuorde tu
e quacche faccia ca p”o munno e’ vista,
mo ca pe’ sempe nun ce vide cchiù?
Sì, m’ allicordo; e tu?-No, frato mio;
io so’ nato cecato. Accussì ncielo,
pe mme murtificà, vulette Dio…

Chiellini, che o fa lo smemorato o soffre di arteriosclerosi precoce, ripete come un disco incantato che le proteste dei napoletani “sono chiacchiere da bar”. Forse non se lo ricorda più, ma diceva le stesse cose anche ai tempi di Moggi, quando gli scucirono dal petto due scudetti rubati e lo graziarono, spedendolo in in serie B invece di mandarlo tra i dilettanti, cancellando sciogliere la banda.
Un tempo, per coprire l’imbroglio, la squadra dei padroni faceva un uso costante della frase ad effetto: “ma questa è cultura del sospetto!”, poi, però, ci sono state inchieste, processi, sentenze e condanne e il sospetto è diventato un fatto provato, una certezza che non si cancella: le partite erano truccate e gli arbitri “sbagliavano” apposta. Oggi, quindi, c’è un “precedente” – due scudetti rubati e restituiti – arbitri corrotti e un’infinita vergogna: si è punito l’imbroglio, ma gli imbroglioni sono lì, dov’erano e non è cambiato nulla. D’altra parte, perché il calcio dovrebbe essere l’isola felice di un Paese ridotto allo sfascio? Perché una stampa tra le più compromesse con il potere dovrebbe denunciare l’imbroglio? La stampa qui viaggia stabilmente seduta sul carro del vincitore, orgogliosa della sua condizione di servitù. Se a questo si aggiunge il peso del potere fascio-mafioso che si è impadronito del Paese e che vede in Napoli l’anomalia, la colonia ribelle,  la città che non si allinea, non sta al gioco e fa terra bruciata delle cosche accampate in Parlamento, allora tutto si fa più chiaro e diventa evidente: la questione non è solo sportiva. Il problema è anche politico.
La Juve remonta al Nàpoles con escàndalo”, titola lo spagnolo «Mundo Deportivo», che non va per la tangente e scrive ciò che ha visto: “dos penaltis inexistentes”. Qui il potere corrotto corrompe. All’estero la stampa vede l’Italia com’è. E lo scrive.

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