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Posts Tagged ‘Ucraina’

Sarebbe bello, se la campagna per un salario minimo di 10 euro costringesse i padroni a pagare.
Sarebbe bellissimo, se i soldi per le armi inviate all’Ucraina fossero destinati alla povera gente e finalmente l’ordine mondiale non dipendesse dai guerrafondai americani e dai loro zerbini europei.
Sarebbe bello, se la cultura di morte del capitalismo fosse travolta dall’amore per la vita del genere umano.
Lo so, nulla di tutto questo può accadere facilmente e, tuttavia, saluterei come un primo piccolo segnale di cambiamento un passaggio massiccio degli juventini al glorioso e immacolato tifo dei granata torinesi.

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Secondo un rapporto dell’isospettabile “Reporter senza frontiere”, la disinformazione mette sempre più a rischio la libertà dell’informazione. 
Non a caso, in Italia l’ha detto solo Alessandro Di Battista, che giornalista non è, e nessuno ha avuto il coraggipo di smentire. Non ce l’hanno detto, insomma, si è preferito tacere, ma due giorni fa in Ucraina è caduto un marines combattendo.
Enrico Mentana, che queste notizie non le dà nemmeno sotto tortura, dirà che Di Battista racconta frottole, però non spiegherà perché di frottole si parla solo se sputtanano gli USA e si lascia parlare un oggetto misterioso come Federico Rampini – giornalista con passaporto USA – che ne dice di cotte e di crude.
Per Mentana, Rampini è Vangelo e grazie a giornalisti come loro, mentre difendiamo la libertà ucraina, massacriamo la libertà di stampa in Italia.

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Posso dirlo senza passare per traditore della patria? Due appelli sulla stessa guerra per una sola Unione Popolare non sono certo un segnale di coesione.
Uno è firmato tra gli altri dal Portavoce dell’Unione:
https://contropiano.org/news/politica-news/2023/04/18/159366-0159366
l’altro dai Portavoce di Potere al Popolo:
https://michelesantoro.it/2023/04/appello-ai-cittadini-alla-societa-civile-e-ai-leader-politici/.

Per carità, apprezzo l’impegno di chi li ha scritti e trovo che l’idea di una “lunga marcia” abbia un suo fascino. Tuttavia – mi domando – noi pensiamo davvero che appelli e marcia convinceranno la gente abituata a pensare con la propria testa?
Posso sbagliare, ma penso che difficilmente otterranno la firma di chi pensa che sia del tutto inutile continuare a girare attorno ai problemi. Fino a quando non si troverà il coraggio di fottersene dei teoremi propagandistici sull’aggressore e sull’aggredito, gli appelli lasceranno il tempo che trovano. Quando ci decideremo a dire che i primi, veri e maggiori responsabili della tragedia sono proprio i Paesi che prima hanno creato i presupposti per la guerra e oggi mandano armi?

Ci vuole coraggio, lo so, si rischia l’impopolarità, ma occorrerà pur dirlo a chi diavolo le mandano le armi. Dire che vanno in mano a un macellaio corrotto che, fomentato dagli USA e dalla Nato, ha imbavagliato il dissenso. Sono stati gli USA e la Nato che l’hanno spinto a ignorare accordi e a superare una dietro l’altra linee rosse che non andavano nemmeno sfiorate. È andata così finché la Russia ha reagito, come avrebbero fatto gli Usa e tutte le potenze occidentali. La guerra fa comodo solo agli interessi geopolitici degli USA e dei loro lacchè, ai quali non interessa nulla della “libertà” e della pelle degli ucraini, dei giovani soldati russi e meno che mai della povera gente che paga il prezzo di scelte scellerate.
Questo secondo me avrebbe dovuto dire l’Unione Popolare per parlare alla gente.
Invece ci troviamo di fronte a due appelli che ripetono la storiella dell’aggressore e dell’aggredito. Avanti così e le bombe pioveranno sulle nostre teste!

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Ci scambiano gli auguri mentre in Ucraina si muore e in Palestina la “democrazia” israeliana massacra di botte i palestinesi nei luoghi sacri dell’Islam. Perché lo facciamo? Desidero ringraziare la mia amica Marcella Raiola per la sua militanza che non cede e per i suoi auguri illuminanti, che suggeriscono una risposta alla mia domanda.

«Ci sono stati tempi, come nella Roma arcaica e repubblicana, scrive Marcella, in cui le parole erano legami che univano e scioglievano destini, gli auspici erano osservazioni di uccelli (avis spicere) mandati dagli dèi ad avallare o a frenare progetti umani e gli auguri erano interpretazioni di questi auspici, responsabilità enorme, retaggio etrusco. Esistevano uccelli chiamati “remori” (lenti, tardivi, attardati: da loro si fa derivare anche il nome del fratello di Romolo, ucciso perché fosse fondata la città e, insieme, la norma che violare le sue mura è inammissibile), che apparivano per indicare che bisognava appunto ritardare, levare mano, occorreva differire un programma, perché gli dèi non erano favorevoli… Ecco: mi sento come chi da molto tempo non avvista che “remores”“, uccelli del malo augurio, dell’invito alla rinuncia, dell’annuncio dell’ennesimo vuoto che si aprirà nell’anima, nel quotidiano.
È una Pasqua di assenze numerose e pesanti, di silenzi spessi, vischiosi, depauperanti. È una Pasqua attonita come dovette essere la prima per i cristiani, piena di sgomento, di terrore di ritorsione e persecuzione, di incredulità, di testimonianza forzata, per continuare a dare senso a una militanza scelta, ostinata, che aveva stravolto una vita intera...
Vi faccio auguri antichi, auguri-vincolo, auguri che interpretano i segni dei tempi, che esorcizzano e che osano vaticinare il senso, la pienezza, il destino che non ci tocca vedere ma che è, deve essere all’orizzonte. Così, solo così, restituendo alla parola la sua carica magica e poietica, vi posso dire, ha senso che vi dica: Buona Pasqua».

Grazie davvero Marcella. Solo tu, con la tua cultura che trasforma senza fatica apparente il passato in presente, con la tua desolata, ma ancor viva passione, potevi aiutarmi a trovare un senso ad auguri che altrimenti senso non potevamo avere.
Immaginare un “risorgimento” delle coscienze, in un tempo come quello che viviamo, non è una inutile illusione. È ragione di vita e necessità di difendere la speranza. È l’augurio di una “nuova Resistenza”, simile a quella ingiustamente dimenticata, che nei primi anni Sessanta del secolo scorso un pugno di giovani oppose alle ombre di un fascismo mai veramente sconfitto che “risorgeva”. Giovani che per la prima volta facevano i conti con l’ambiguità delle parole e dei valori o pseudo valori che se ne fanno scudo. I conti con la risorgente violenza fascista.
Oggi buona Pasqua indica ancora “resurrezione”, ma è necessario che la rinascita respinga nelle fogne ciò ch’è ingiustamente risorto.
Buona Pasqua diventa così una dichiarazione di guerra. Ieri come oggi, o noi o loro.

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C’era una volta la Storia: il presente era figlio del passato e padre del futuro.
Una volta un fatto aveva una causa e un effetto. Ora esistono solo fatti: non ci sono cause e non ci sono effetti.
Una volta, prima di spiegare un evento, si aspettava che accadesse. Oggi prima si costruisce una spiegazione, poi si inventa un fatto che la conferma.
Una volta s’insegnava che un Paese aveva utilizzato due bombe atomiche contro un nemico inerme. Oggi si racconta che nessuno ha mai utilizzato l’arma nucleare.
L’11 settembre 1973, in Cile, Allende, un uomo di governo democraticamente eletto, fu ucciso durante un golpe finanziato e organizzato dallo stesso Paese del criminale olocausto atomico. Ai giovani, però, si riempie la testa di un altro 11 settembre, quello delle torri gemelle colpite da due aerei dirottati. Il Paese colpito era sempre quello delle atomiche sul Giappone, un Paese che vendicò il pugno di sventurati uccisi, dichiarando la “guerra infinita”.
Non potendo colpire un ex amico diventato nemico, il Paese della “guerra infinita” non esitò a presentare all’Onu prove false per ottenere il diritto di violare confini, uccidere con l’embargo cinquecentomila bambini ai quali mancavano le medicine, violare tutte le leggi internazionali e fare così centinaia di migliaia di morti.
Oggi nessuno parla più di quell’orrore. Acqua passata, si dice, e si consente agli USA, agli autori di tutte le infamie che non si raccontano più, di puntare il dito su chi gli dà fastidio e scatenare l’inferno. L’inferno che in Ucraina divora vite umane in una guerra che non ha passato e non ha futuro.
Qualcuno, come vedrete, c’è che prova a ricordare, ma si tratta ormai di notizie raccolte e fatte circolare in semi clandestinità: Chi ci prova è immediatamente accusato di collusione col nemico e diventa così un “traditore”:

Post scriptum

Quis custodiet custodes? (Chi custodirà i custodi?) Una domanda fondamentale per ogni democrazia, soprattutto nei tempi che viviamo; tempi di guerra, nei quali purtroppo la prima vittima è la verità.
Quante volte, provando a leggere un articolo su Facebook, vi siete domandati chi siano le anime pie che – non richieste – vi invitano a non leggere perché “il post contiene informazioni false”? I più, temendo di incappare in un virus evitano di aprire il file. Pochi, abituati per lo più a ragionare con la propria testa, vanno avanti e scoprono che l’avviso è falso, tendenzioso e ha uno scopo chiaramente censorio.
Il misterioso controllore-censore si è occupato anche del filmato che trovate in questo mio articolo. Ho indagato e -forse non ci crederete – ho scoperto che l’organizzatore degli anonimi “verificatori di fatti” è Enrico Mentana, che bene farebbe a controllare il fondamento delle notizie sparate a raffica dal suo TG. Se volete verificare, cliccate su queste parole: “Fact-checking – Open“ e scoprirete uno dei modi ambigui, ma efficaci utilizzati dalla censura ai tempi del pensiero unico.
Naturalmente tutti hanno il diritto di scegliersi un modello. Mentana ha scelto Telesio Interlandi, un modello coerente con la funzione di censore. A me spero sia concesso di nutrire seri dubbi sull’opportunità che Mentana faccia da controllore e sulla qualità del suo controllo, che guarda caso, com’è accaduto più volte, chiude gli occhi sulle menzogne di Kiev.

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C’era una volta la Storia: il presente era figlio del passato e padre del futuro.
Una volta un fatto aveva una causa e un effetto. Ora esistono solo fatti: non ci sono cause e non ci sono effetti.
Una volta prima di spiegare un evento si aspettava che accadesse. Oggi prima si costruisce una spiegazione, poi si inventa un fatto che la conferma.
Una volta s’insegnava che un Paese aveva aveva utilizzato due bombe atomiche contro un nemico inerme. Oggi si insegna che nessuno ha mai utilizzato l’arma nucleare.
L’11 settembre 1973, in Cile, Allende, un uomo di governo democraticamente eletto, fu ucciso durante un golpe finanziato e organizzato dallo stesso Paese del criminale olocausto atomico. Ai giovani, però, si riempie la testa di un altro 11 settembre, quello delle torri gemelle colpite da due aerei dirottati. Il Paese colpito era sempre quello delle atomiche giapponesi, che vendicò il pugno di sventurati uccisi, dichiarando la “guerra infinita“.
Non potendo colpire un ex amico diventato nemico, il Paese della “guerra infinita“, non esitò a presentare all’Onu prove false per ottenere il diritto di violare confini, uccidere con l’embargo cinquecentomila bambini ai quali mancavano le medicine, violare tutte le leggi internazionali e fare un milione di morti.
Oggi nessuno parla più di quell’orrore. Acqua passata, si dice, e si consente agli USA, agli autori, cioè, di tutte le infamie che non si raccontano più di puntare il dito su chi gli dà fastidio e scatenare l’inferno. L’inferno che in Ucraina divora vite umane in una guerra che non ha passato e non ha futuro.
Qualcuno, come vedrete, c’è che prova a ricordare, ma si tratta ormai di notizie raccolte e fatte circolare in semi clandestinità: Chi ci prova è immediatamente accusato di collusione col nemico e diventa immediatamente un traditore:


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Con il consueto semplicismo, che non intende spiegare ma deformare e confondere, i “grandi” opinionisti ci hanno riferito le riflessioni di Berlusconi, registrate durante una riunione privata di partito e consegnate alla stampa. Ne è venuta fuori l’immagine volutamente tragicomica di un vecchio rimbambito che non è in grado di controllarsi e si fa condizionare dall’amicizia “pericolosa” con Putin. La storia di due leader che vivono ormai fuori dalla realtà.
Berlusconi era e resta per me un uomo pericoloso, ma stavolta le cose non stanno come si tenta di presentarle. Certo, il vecchio leader ha detto quel che pensa davvero della guerra ucraina e di Putin. Un pensiero che ha scandalizzato gli ammiratori di sua santità Zelensky e di un principio acritico, per il quale i torti stanno tutti da una parte e le ragioni dall’altra, sicché, di fronte a un attacco militare, i fatti che conducono alla guerra non contano più: patti sottoscritti e stracciati, principio di autonomia dei popoli, ragioni dei ribelli, anni di massacri e bombardamenti.
Chi la memoria non l’ha venduta al mercato capisce, però, che c’è dell’altro. Ricorda, per cominciare, il monito dell’ambasciatore americano David H. Thorne: gli USA si aspettano dall’Italia scelte diverse verso Libia e Russia. Non ha dimenticato la vergognosa lettera di Draghi e Trichet, l’attacco scatenato contro un progetto alternativo che sganciava l’Italia dall’egemonia delle Sette Sorelle, assicurandole il petrolio libico e il gas russo; ricorda l’ostilità manifesta di fronte all’idea, condivisa da Berlusconi con Angela Merkell, di una Unione Europea aperta economicamente, ma soprattutto politicamente, alla Russia di Putin. Una UE autonoma dagli USA.
La domanda a questo punto non è se Berlusconi faccia capricci per le poltrone o sia impazzito. La domanda è se la farsa costruita dai media, non serva a far scomparire il dissenso di un politico che, pur avendo lavorato sempre per se stesso, aveva inaugurato una politica estera controcorrente, distrutta brutalmente da sedicenti europeisti, che fecero a pezzi la Libia, alleata dell’Italia, e seguirono gli Usa nella via che ci ha condotti dove siamo.
Ridicolizzare Berlusconi o criminalizzarlo, può essere utile ai servi della Nato, a una stampa mediocre e a una classe dirigente europea rozza e povera culturalmente, che ha ridotto il sogno di Spinelli al Regno della Finanza, al possibile e probabile campo di battaglia di una tragedia nucleare. Questa operazione da tre soldi non può impedire, però, né che la gente sia contro la guerra, né che Berlusconi ne colga gli umori. Gente, si badi bene, sola nella tempesta della miseria e nel timore fondato di un macello nucleare.

FreeSkipper Italia e Zazoom Social News, 21 ottobre 2022

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La foto che vedete non vi mostra l’Ucraina, ma la Libia che abbiamo bombardato. La guardo e mi viene in mente di cercare l’Italia democratica.
Cerco, scavo, ricerco e trovo una Repubblica che calpesta da sempre la sua Costituzione. Una Repubblica che amministra la giustizia col Codice Rocco, orgoglio del regime fascista, che affida la formazione tecnica delle forze dell’ordine a Guido Leto, capo della polizia politica fascista, e affida la Corte Costituzionale a Gaetani Azzariti, già Presidente del Tribunale della razza istituito dai fascisti.

Cerco, scavo, ricerco e scopro che tra il 1948 e 1950 la forza pubblica denuncia decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciato al loro posto, condannano più di 15.000 «sovversivi» a 7.598 anni di carcere. Da raffronto con i dati dell’Italia fascista emerge che la media degli anni di carcere inflitta ai condannati dal Tribunale Speciale ammonta a 1631, quella inflitta dai tribunali dell’Italia repubblicana ai condannati per reati politici è invece 2533.
Secondo dati ufficiali, dal 1948 al 1952 nell’Italia repubblicana in piazza le forze dell’ordine fecero 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6. Mentre registro questi numeri inquietanti, m’imbatto nell’intramontabile «modello Fiat», varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Nel 1974, una legge riconobbe la qualifica di «perseguitati politici» a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966.

Cerco, scavo, ricerco ed ecco una nuova «scoperta»: il numero agghiacciante di vittime delle forze dell’ordine. Non si tratta di «casi» che in qualche modo vivono ancora nella coscienza del Paese. Non mi riferisco a Giuseppe Pinelli, l’anarchico che il 12 dicembre 1969 volò giù dalle finestre della Questura di Milano, affidata a Marcello Guida. già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato Sandro Pertini e lo stato maggiore dell’antifascismo militante. Mi riferisco a morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.
E’ un elenco da brividi:
1943:
26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino e Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare.
18 dicembre: a Montesano, (SA), mentre si lotta per la liberazione, le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente «elementi comunisti». Pochi giorni dopo l’insurrezione di Napoli, buona parte degli ufficiali superiori delle Forze Armate e dei corpi di Polizia, che nei giorni di lotta sanguinosa se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città, tornarono tranquillamente al loro posto e i carabinieri stabilirono immediatamente un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, in cui era caduto da eroe il figlio Adolfo.
1944:
con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote, le cose non vanno meglio del 1943. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai fatto. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto i carabinieri uccidono Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e i tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani.

1945: 38 morti, tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;
1946: 42 morti (7 cadono tra le forze di polizia);
1947: 8 morti (6 sono i militi uccisi);
1948: 35 vittime (ci sono anche 7 agenti caduti);
1949: 22 morti;
1950: 19 caduti;
1951: 4 morti;
1952: 2 vittime;
1953: 12 uccisi;
1954: 6 morti;
1955: non si spara e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;
1957: 4 vittime;
1959: 2 caduti;
1960: 11 morti ;
1961: 1 caduto;
1962: 2 vittime.
Una pausa la trovo in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:
1968: 3 morti;
1969: 5 caduti (1 poliziotto ucciso), cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere e dar da mangiare ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta “strategia della tensione“, che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui l’ex partigiano Pino Pinelli e Pietro Valpeda.

Cerco, scavo, ricerco e decido di non fermarmi sui cosiddetti «anni di piombo» Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte.
Il ritorno alla “normalità” si ha con la contestazione della globalizzazione; a Napoli si fanno le prove generali e a Genova la parola passa di nuovo alle armi.
2001: una pistolettata uccide Carlo Giuliani e si registrano le feroci torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz.
Forse l’elenco che segue è incompleto e gli ammazzamenti non sono della stessa natura, ma basta a giustificare il sospetto che cercare l’Italia democratica è una fatica vana, perché non è mai esistita.
11 luglio 2003: Marcello Lonzi, finito nel carcere di Livorno.
5 settembre 2005: Federico Aldovrandi, ucciso mentre viene arrestato.
27 ottobre 2006: Riccardo Rasman, finito per “asfissia da posizione”.
14 ottobre 2007: Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia.
11 novembre 2007: Gabriele Sandri ucciso come Bifulco da un colpo accidentale.
14 giugno 2008: Giuseppe Uva, morto nella caserma in cui era stato portato.
22 ottobre 2009: Stefano Cucchi, ucciso durante la custodia cautelare.
3 marzo 2014: Riccardo Magherini, morto durante l’arresto.
5 settembre 2014: Davide Bifulco ucciso da un carabiniere.

Cerco, scavo, ricerco e benché la Costituzione ripudi la guerra, mi accorgo che abbiamo bombardato la Serbia e la Libia uccidendo inevitabilmente vecchi donne e bambini, siamo stati complici di tutti i crimini della Nato e abbiamo rapporti diplomatici con tutti i dittatori che ci fanno comodo, persino con quello egiziano, che ci ha ammazzato barbaramente Regeni.

Cerco, scavo, ricerco e non la trovo. Trovo invece un Paese con un governo senza opposizione, che si prepara a ridurre il numero dei parlamentari, va avanti a colpi di decreti governativi privi di qualsivoglia urgenza. In un clima di feroce propaganda bellicista contro la Russia, passa un decreto secretato che lascia mano libera al governo nell’invio di aiuti militari a un Paese che festeggia Banderas, il suo eroe nazista. Un Paese in cui le bandiere della pace alzate al vento nobile della libertà, servono a nascondere scelte decisamente ignobili. Ignobile è infatti la decisione di armare gli ucraini che hanno bombardato per anni il Donbass, di accogliere i loro profughi che fuggono dalla guerra, e di lasciare annegare nel Mediterraneo i neri che, come i bianchi, fuggono dalla guerra.

Diogene cercava l’uomo, io cerco l’Italia democratica.
Cerco, scavo, ricerco e non la trovo. Trovo invece che siamo alleati degli Usa e facciamo parte della Nato. Che c’è di male? Se avrete la pazienza di ascoltarlo, ve lo spiegherà con estrema chiarezza lo storico Daniel Ganser e forse vi chiederete se, invece di criminalizzare ferocemente Putin, non sia il caso di liberarsi della banda di pericolosi neoliberisti che ci sta conducendo a un disastro senza precedenti nella vicenda umana.
Ecco il link:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10227980973738452&id=1496106942&sfnsn=scwspwa

Agoravox, 9 marzo 2022

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Nel linguaggio vile e servile della nostra stampa, i territori che da qualche anno si sono staccati dall’Ucraina sono definiti “autoproclamate repubbliche” del Donetsk e Luahnsk e il recente loro riconoscimento da parte della Russia è descritto come un gesto criminale e senza precedenti.
In realtà, solo trent’anni fa, nel 1991, mentre la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia si dissolveva, proprio l’Ucraina si affrettò a riconoscere la Croazia, seguita a ruota della Germania che, nonostante la CEE avesse chiesto di non procedere a riconoscimenti separati, riconobbe unilateralmente la Croazia e la Slovenia. Naturalmente la foglia di fico di questa infamia divenne il rispetto del principio dell’autodeterminazione dei popoli.  Un principio che la pericolosa Germania e la filonazista Ucraina hanno improvvisamente dimenticato.

Se si volesse discutere seriamente di ciò che accade oggi al confine russo, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di cercare la radice dei fatti nella Storia e non nella propaganda. Discutere però, a quanto pare, non si può e non si vuole; c’è la guerra e il massimo che puoi aspettarti da una sinistra fragile e ininfluente è la scelta dell’equidistanza. Gridiamo come al solito “no alla guerra” e là, volenti o nolenti, finiamo col fermarci. Purtroppo però la guerra è una costante nella storia dell’umanità e se vogliamo davvero ripudiarla, occorre definire le responsabilità politiche di chi ci ha condotti dove siamo. E’ l’unico modo di essere davvero solidali con gli sventurati che, impacchettati in una divisa, uccidono e sono uccisi, con tutte le vittime, militari e civili, russe o ucraine. Con loro abbiamo un nemico comune: chi la guerra l’ha voluta.

Senza voler fare azzardati paragoni, occorre anche avere il coraggio di riconoscere che non sempre i responsabili principali sono quelli che la guerra la scatenano e talora è necessario schierarsi.
Ai capi della morente Unione Sovietica Francia, Inghilterra e Germania assicurarono che la NATO non avrebbe acquistato complici nell’Europa dell’Est. Dopo il losco affare delle Torri Gemelle, gli Usa però hanno spinto la NATO verso Est. L’Unione Europea avrebbe potuto impedirlo, avrebbe potuto riconoscere nella Russia un Paese con cui intendersi e cooperare, ma non lo ha fatto. Sarebbe stata una maniera concreta e realistica di lavorare per la pace, ma si volle invece fare della Russia un nemico e cominciò l’accerchiamento. In questo senso, l’Ucraina è l’anello mancante della catena di ferro e di fuoco in cui è stata stretta la Russia.
Putin è un nazionalista, sogna la “madre Russia”, ma dovremmo sapere che questo non vuol dire ripristinare territorialmente l’URSS. La Russia ha la sua storia e la sua dignità e Putin è tutto, tranne che un folle a caccia di fantasmi. Da anni ripete in tutte le lingue che la Russia si sentirebbe minacciata dai missili e dalle atomiche della NATO a quattro passi da casa. Fin quando ha potuto, ha trattato, poi ha messo mano alle armi. L’avrebbero fatto anche gli USA, come accadde per Cuba, ancora stretta d’assedio.

Può apparire una bestemmia, ma è probabile che la risposta militare russa alla cecità degli USA, sempre più declinanti e perciò sempre più pericolosi, sia un contributo doloroso alla creazione di un equilibrio pacifico per il futuro. Una nuova “guerra fredda”? Questo dipende soprattutto dall’Europa. In ogni caso è un equilibrio che la sinistra dovrebbe avere a cuore.
Contro la guerra ciò che resta della sinistra avrebbe agito più efficacemente, se mesi fa avesse cominciato a scendere in piazza contro il vetero atlantismo di Draghi, per il ritiro della NATO dall’Ucraina e per il suo scioglimento. Non l’ha fatto, ma oggi può ancora chiedere a Putin di far tacere le armi e all’Occidente di impegnarsi a non consentire all’Ucraina di entrare nella NATO. Si riaprirebbe così il discorso sulla necessità di sciogliere la Nato. Se si partisse da qui, si potrebbe parlare in maniera franca e leale con la Russia, per creare assieme uno spazio comune che, dall’Atlantico agli Urali, fosse garanzia di pace. Questo vorrebbe dire davvero schierarsi concretamente contro la guerra.

Agoravox, 28 febbraio 2022

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Se un Paese che confina con gli Stati Uniti d’America (Cuba per  esempio) installa armi ricevute da un alleato, compie un gesto ostile nei confronti degli USA. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli diventa cartastraccia  e gli Stati Uniti possono minacciare una guerra atomica e imporre un embargo praticamente eterno.
Se gli Usa e la Nato riempiono di armi e di armati un paese che confina con la Russia, l’autodeterminazione dei popoli diventa sacra e la Russia deve subire senza reagire.

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