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Archive for the ‘Dicono di me’ Category

Antifascista recensione 4 giornate

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Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

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Una gradita e bella recensione

“Il Manifesto”, 21 ottobre 2017

Piero Bevilacqua

Ci sono eventi della nostra storia, anche con caratteri insolitamente epici e drammatici, che non riescono a inseririsi nella narrazione positiva e dominante della vicenda nazionale.  Gli stereotipi finiscono con l’avere la meglio sulla realtà effettiva e dunque riescono a confinarli nella sfera dell’eccezione, nella nicchia di un’altra retorica. E ‘ il caso delle Quattro Giornate di Napoli e della loro collocazione nella storia della Resistenza italiana…

Chi vuole continuare a leggere può utilizzare il seguente link:
http://www.officinadeisaperi.it/eventi/una-foto-di-massa-della-citta-combattente-un-libro-di-aragno/

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sinpercabecerarticuloQuesta recensione spagnola di Rossana Rossanda non la conoscevo. L’ho scoperta per caso e mi ha fatto molto piacere.

¿Cuánto consenso tuvo en Italia el fascismo? Renzo de Felice afirma que fue vastísimo, incluso mayoritario. Giuseppe Aragno, investigador de la UniversidadFederico ll de Nápoles, ha publicado en Manifestolibri (1) una investigación que duda de esta tesis, en la que ve también uno de los orígenes de la revalorización o, al menos, de la minimización del golpe del fascismo. Aragno tiene ciertamente razón, aunque solo sea por la imposibilidad de evaluar consenso y disenso en un sistema totalitario, en el que el consenso es obligatorio y el disenso está sancionado con penas severas. Él sin embargo no se limita a este razonamiento, sino que ha realizado una investigación en los archivos de Nápoles para averiguar hasta qué extremo la misma policía y el ministerio del interior fascista se formulaban la pregunta, y ha recogido una insospechada cosecha de fichados y prácticas sobre disidentes, individuos o familias, identificados y perseguidos, con itinerarios vitales desesperantes entre vigilancia, cárcel y confinamiento. Y dejados fuera de la historia de los más conocidos. Antifascismo popular, ha titulado su trabajo, que si se hubiese extendido a otras ciudades, como sería el deber del país, habría generado muchas dudas respecto de la opinión de de Felice.
Lo que Aragno ha encontrado, también a sugerencia de Gaetano Arfé, que le ha dirigido, demuestra hasta qué punto el régimen se preocupaba de la amplitud del rechazo y con cuánta dureza lo reprimía. Cualquier idea, libro o folleto que fuese encontrado, cualquier expresión de desacuerdo, incluso aunque no estuviese seguida por acciones concretas, eran perseguidos por un policía avizor que una vez cogía a un sospechoso “subversivo”, no lo soltaba. Abría un “expediente” a su nombre y lo expedía a tribunales que condenaban a cárcel o al confinamiento. Desde 1924 en adelante los “expedientes” fueron llenando armario tras armario, y estuvieron vigentes durante mucho tiempo, al extremo de que a muchos no les fue posible hacerse restituir honor y libertad ni tan siquiera una vez terminada la guerra.

Dolorosos testimonios

La documentación recogida (el aparato de notas no es lo menos interesante aunque solo sea por el lenguaje y la argumentación de los comisarios y los prefectos) hace referencia a grupos sociales diversos, desde gentes del pueblo hasta profesionales, hombres y mujeres de diferente formación y adscripción política, a menudo sin adscripción política propiamente dicha, individuos o grupos familiares enteros que fueron perseguidos por lo que pensaban, por algún contacto que mantenían o por alguna ocurrencia que en medio de la exasperación, se les había escapado decir. Al menor motivo, le caía una “advertencia”, lo que significaba ser vigilado de por vida y prohibírsele acceder a una carrera. Quien podía trató de emigrar con diversa fortuna: en Francia la vida no era fácil, en Argentina lo era un poco más, quien marchó a España se vio envuelto en la guerra civil y se vio obligado al fin a huir perseguido por las tropas de Franco, y a penas cruzaba la frontera francesa era internado
Un hilo imaginario urde la arquitectura formal del volumen: el autor imagina encontrarse, un día de 1937 en la estación de Nápoles y divisar un grupo de personas encadenadas, los “políticos” destinados al confinamiento o a la cárcel después de larguísimos traslados. Las personas que Aragno nombra pasaron realmente por aquella estación y en aquel tiempo, y él las ha elegido entre otras muchas encontradas en el transcurso de su trabajo porque se volvieron a encontrar todos, con la excepción de un viejo anarquista muerto en 1931 en soledad (“aparente soledad” porque aquel fue un año de numerosas persecuciones) durante los Cuatro Días de Nápoles contra los alemanes en 1943. Son perfiles esbozados al aire, pero cada uno es una historia –que podría ser una novela. Tomemos aquelcon el cual comienza Aragno: la familia Grossi. La joven locutora italiana de Radio Libertad de Barcelona, Ada, es hija de un abogado de ideas socialitas que, en 1926, es vejado al extremo de verse obligado a cerrar el bufete, parte con los suyos rumbo a Argentina desde donde escribe en contra del régimen; después van a España, padre e hija trabajan en la emisora republicana, un hermano es herido en Teruel, deberán huir por separado a Francia donde serán internados también por separado; otro hermano se vuelve loco, después del armisticio tratan de regresar a Italia, son detenidos y conducidos esposados a Nápoles, y condenados al confinamiento. Tras el armisticio, insisto. Esto no es todo: padre e hija, en su momento habían sido expulsados de Radio Libertad no por Franco sino por los comunistas –los bolcheviques, como los llama Aragno-. La familia Grossi es un cristal sobre el que está tallada la tragedia de Europa. Y aún les fue bien, escribe Aragno, porque muchos de aquellos que habían regresado terminaron muertos. Y esta es al menos una familia vagamente socialista. Pero Ezio Murolo, periodista y partisano en los Cuatro Dias, es un inquieto, un rebelde, uno que incluso había participado en la aventura del Fiume de D´Anunzzio, pero duda de Mussolini. Es condenado a confinamiento por dudar, después ya no duda y se lanza de nuevo a la lucha. Y Luigi Maresca, empleado de Correos, que es despedido de allí en enero de 1928 por haber escrito un carta de admiración a Nitti, deberá huir con su mujer a Francia y después a Bélgica y vivir en la miseria, se sentirá tentado a enrolarse en la Guerra de Etiopía para salir de ella, pero se detiene antes de dar el paso y estará en las barricadas napolitanas de 1943. ¿Y todos aquellos otros que ha encontrado? Por tantísimos que quedan fuera del volumen, Aragno siente los reproches, en los últimos capítulos por haberlos omitido. Son páginas emocionantes, en las que no se oculta ya la polémica, mantenida hasta ahora en voz baja, hacia las fuerzas más grandes de la resistencia que en la postguerra confiscaron la historia oficial. Son sobre todo los comunistas, que oscurecen no solamente a sus adversarios internos, los bordiguistas, (uno de cuyos grupos permanecerá en Nápoles durante largo tiempo, obstaculizado por aquel Eugenio Reale que será posteriormente expulsado del partido por razones opuestas), sino también a los socialistas y a los anarquistas, intransigentes, irreductibles al comunismo “stalinista”.

Una guerra del pueblo

No fue el sufrimiento menor, en este antifascismo, la desconfianza e incluso el odio entre gente que estaba de la misma parte. A Togliatti, Aragno le reprochará, como se puede imaginar, la “Svolta de Salerno” (2). Los personajes que ha encontrado son, sí, también militantes comunistas, pero por lo general, gente que sigue otros ideales, a menudo personas impulsadas por una difusa “rebelión moral” que, a penas se presentan las condiciones con el desembarco y el avance de los aliados, combaten con valor -pueblo auténtico, choques durísimos, con muchas pérdidas infligidas y recibidas, un pueblo que una verdadera estrategia de clase no habría entregado en manos “del ex fascista y criminal de guerra” Badoglio, para complacer a los aliados. La opinión a la que Luigi Cortesi nunca ha renunciado a lo largo de toda su obra (véase particularmente El Sur 1943. La opción, la lucha, la esperanza, Ediciones científicas italianas a cargo de Gloria Chianese) es también la de Aragno: una línea insurreccional, más semejante a la de Tito que a los tiempos largos de Togliatti, no solo habría sido más justa, sino que era posible: lo testimonian aquellos nombres, aquellas historias. El PCI va acompañado por la sombra de la represión del POUM español, de los trotskistas, de todo lo que está a su izquierda y le parece extremista en Italia y en aquel momento; incluso cuando Aragno reconstruye las figuras de los comunistas con su habitual escrúpulo, no esconde que en su opinión las prioridades de aquellos son no las del pueblo sino las del partido y las de sus lazos con la UniónSoviética
De entre las muchas culpas de las que se acusa hoy a los comunistas italianos y que, a mi juicio no resisten un análisis, hay una que es absolutamente cierta, y sobre la cual el PCI mientras existió y sus propios enterradores después, no han hecho autocrítica: la desconfianza y a menudo el ataque a las fuerzas minoritarias que combatieron el fascismo y la resistencia. Y no tanto, por obvios motivos, los socialistas o los pocos trotskistas italianos, pronto valerosos en la resistencia, sino Justicia y Libertad. Los recientes trabajos de Giovanni de Luna, en especial en carteo entre Dante Livio BIanco y Aldo Agosti y los múltiples estudios de Mimmo Franzinelli dan testimonio de una gran realidad y de una gran ocultación. Pero no es este el núcleo del largo trabajo de Aragno: es la necesidad moral de restituir la memoria de los olvidados más de la cuenta de una insurrección, también ésta ante todo moral, de los italianos de la primera mitad del siglo XX, y la indignación por la actual desenvoltura del estado presente y de sus instituciones en lo que concierne al fascismo. Desenvoltura que no será ni la primera ni la única razón de la degradación política, pero no es con seguridad, la última.

Notas:

(1) Giuseppe Aragno, Antifascismo Popular, Ed Manifestolibri, 192 pp., 20 Euros
(2) Giro político o inflexión “basado en el apoyo del partido a las medidas democráticas necesarias para instaurar la República y el abandono de la lucha armada para alcanzar el socialismo” (Wikipedia)

Rossana Rossanda Supermiso, 6 settembre 2009.

Rossana Rossanda es una escritora y analista política italiana, cofundadora del cotidiano comunista italiano Il Manifesto. Acaba de aparecer en España la versión castellana de sus muy recomendables memorias políticas: La ragazza del secolo scorso [La muchacha del siglo pasado, Editorial Foca, Madrid, 2008]. Rossana Rossanda es miembro del Consejo Editorial de Supemiso.

 

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Dedicato a Marco

Il Mestiere di Storico,  Il Mestiere di storico Antifascismo popolare. I volti e le storie

anno 2010, n. 2, p. 138

Luigi Ganapini,
recensione a

 

Giuseppe AragnoAntifascismo popolare. I volti e le storie, Roma, Manifestolibri, 2009, 192 pp.

Con bel piglio narrativo Aragno racconta le storie dell’opposizione al fascismo. Storie di singoli, donne e uomini, seguiti nei percorsi di persecuzione, d’esilio, o di carcere o di confino. Le ha raccolte negli incartamenti della polizia politica e di qui poi ha cercato integrazioni nelle memorie, nella stampa dell’epoca e infine nelle biografie edite. Il suo, dichiara, è un viaggio in treno che parte da Napoli nel 1937: e in quel viaggio metaforico, messi da parte l’ordine cronologico e i nessi causali, si ferma a guardare e a descrivere i personaggi che va incrociando, a partire da quelli che, in drappello, la polizia sta scortando verso il carcere proprio mentre lui – Aragno – sta scendendo dal treno. Deve essere per forza una storia che non dà peso determinante a temi e a scansioni e a moduli interpretativi canonici: l’antifascismo che lui vuol rappresentare non obbedisce ai canoni di una storiografia che mette al centro l’epopea del Partito comunista clandestino; è piuttosto l’epopea dell’antifascismo «popolare», se con tale termine si intende un antifascismo diffuso che copre un arco amplissimo, che va dall’anarchico al liberale. Con ciò non esclude i militanti del Pci; il suo cuore batte là dove emerge la protesta morale, la fedeltà alle grandi idee liberali e libertarie. La storia dell’Italia nel fascismo non è solo «storia della lotta al fascismo»; ma «sarebbe impossibile ricostruirla senza tener conto del ruolo che l’antifascismo vi svolse. Un antifascismo dai mille volti, complesso e articolato, contro il quale un regime odioso e tracotante urta costantemente, nonostante la durezza della repressione» (p. 49). Storie dunque complesse, che ci conducono fino alla Spagna della guerra civile, mentre fanno emergere il profilo dell’antifascismo borghese e liberale, l’antifascismo colto che ha come riferimento personalità quali Croce e Fortunato, dietro i quali «si mantengono attive coscienze critiche in grado di aprire piccole ferite nel fianco del regime» (p. 69). Napoli è lo scenario donde scaturiscono tutte queste storie, che suggeriscono anche – mi pare – un sottile intento polemico verso la storiografia che ha individuato nel Nord industriale e operaio il nucleo decisivo dell’opposizione al fascismo. Tanto più che il capolinea di gran parte delle storie è rappresentato proprio dalle quattro giornate di Napoli: non più moto popolare indistinto, luogo dell’emozione antitedesca, ma frutto della lunga tenace opera di un antifascismo diffuso, radicato profondamente in una Italia ben lontana dall’essere integralmente prona ai voleri del duce e alle sue arti incantatrici. È comunque difficile da sintetizzare: «l’antifascismo, così come lo vado conoscendo in questo mio viaggio, ha molte anime» (p. 123). E proprio per questa capacità di far vivere tante storie differenti in quadro unitario, questo libro si presenta come un bell’esempio di ricerca storica, di scrittura accattivante e appassionata, da cui molti avrebbero da imparare. Due soli appunti, non all’a. ma all’editore. In un libro del genere un indice dei nomi è strumento essenziale; e magari anche lo scioglimento delle sigle archivistiche potrebbe tornare gradito a qualche pignolo.

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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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