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LE MANI SULLA SCUOLA
Riforme per mantenere la struttura disuguale della società
Giovanni Carosotti, “Casa della Cultura”, 24 agosto 2020

Per poter giudicare nel merito il lavoro di Anna Angelucci e Giuseppe Aragno è necessario, innanzitutto, comprendere la particolare prospettiva che gli autori hanno scelto per contestare in modo radicale le politiche di riforma scolastica in atto in Italia da ormai più di due decenni; e, aspetto ancora più rilevante, motivare le ragioni di questa scelta prospettica, incentrata sul lungo periodo.

La letteratura sulla scuola, in particolare quella che intende denunciare la strumentalità e l’infondatezza dei principi sulla base dei quali si vorrebbe, nel nostro Paese, rinunciare a una tradizione pedagogico culturale di grande spessore e tradizione, è ormai sterminata. Potrebbe ad alcuni sembrare addirittura ripetitiva, ma non è così; in effetti, alcuni testi che risalgono a più di due decenni fa, come quelli di Giulio Ferroni e Lucio Russo, non hanno perso affatto la loro attualità, e sarebbero da soli sufficienti a gettare uno sguardo significativamente critico sui presupposti politico-culturali perseguiti dai riformatori. Ma è proprio l’atteggiamento intellettuale di questi ultimi, indifferenti a tale patrimonio critico, a costringere a rinnovare queste analisi destrutturanti, e ad aggiornare l’atteggiamento critico in riferimento ai sempre nuovi contesti e provvedimenti che, senza sosta, mutano radicalmente in peggio il mondo dell’istruzione in Italia, senza peraltro riuscire a farlo in maniera definitiva.

Notiamo subito che il libro in oggetto parte da una valutazione decisamente pessimista; se all’epoca delle imprescindibili analisi di Ferroni e Russo l’intenzione era quella di lanciare un avvertimento al mondo della cultura, e mettere in guardia rispetto a un’azione politica che si presentava in modo evidentemente regressivo, oggi la «distruzione della scuola» – come recita il libro di un altro testo uscito quasi contemporaneamente[i] – è in parte già avvenuta, producendo mutamenti probabilmente irreversibili.

L’esigenza degli Autori è stata quella di indagare le radici storiche e culturali di tale trasformazione, per individuare la logica che ha reso possibile uno sconvolgimento privo di ragionevoli presupposti teorici, che non reggerebbero a un contraddittorio onesto, qualora ci fosse la possibilità di avviarlo. Un’esigenza di ricostruzione storica quanto mai avvertita in questa fase epocale, come testimonia anche il progetto del volume collettaneo La scuola dell’ignoranza, che è stato recentemente presentato e discusso proprio alla Casa della Cultura. La necessità di questo sguardo storico è quanto mai urgente, perché non solo presso l’opinione pubblica in generale, ma anche tra gli intellettuali, e persino tra gli stessi docenti, si fa fatica a scorgere il progetto unitario, la ratio, la coerenza profonda dei fini che sono stati perseguiti e in parte realizzati in questi due decenni. In effetti, a uno sguardo approssimativo, la strategia è sembrata spesso improvvisata e superficiale, e segnata anche da significativi fallimenti (dai grandi progetti di riforma targati Berlinguer e Moratti, sino alle strategie solo apparentemente diverse dei ministeri successivi). In realtà tale apparente incoerenza testimonia unicamente della difficoltà incontrate da questa azione politica, dovuta anche alla coraggiosa resistenza di buona parte della classe docente, che non ha accettato di rinunciare al proprio bagaglio professionale, immotivatamente delegittimato da tutti i sostenitori del pedagogismo.

Ma l’aspetto particolarmente interessante de Le mani sulla scuola, che lo distingue in parte da studi simili, sta nel fatto che la ricostruzione storica proposta non ha inizio con l’autonomia scolastica, ma parte addirittura dagli anni preunitari. Potrebbe sembrare uno sguardo retrospettivo eccessivo, sicuramente importante dal punto di vista della consapevolezza culturale, ma tutto sommato poco utile per rendere maggiormente consapevoli delle dinamiche attuali. In realtà non è così, in quanto, alla fine della lettura, ciò che si evince è una proposta interpretativa assolutamente coerente e, a nostra opinione, efficace.

Per comprendere la logica sottesa a tale impostazione, conviene partire da un’osservazione contenuta nell’Introduzione al volume, dovuta alla penna dello storico Piero Bevilacqua, il quale ricorda qual è la finalità autentica della scuola pubblica, senza conoscere la quale diventa difficile comprendere i motivi che nell’ultimo quarto di secolo hanno condotto scientemente a smantellare tale istituzione. La scuola, scrive Bevilacqua, «rimane la vera grande leva dell’emancipazione dei ceti subalterni e della mobilità sociale». Ora, dalla lettura dei capitoli dovuti alla penna di Giuseppe Aragno, emerge come la classe dirigente post unitaria si è impegnata proprio per contenere tale progetto emancipativo, per impedire che una sua piena realizzazione andasse a mutare la feroce diseguaglianza di classe e territoriale che presentava lo Stato italiano all’inizio della sua storia. Lo sguardo di Aragno si concentra esclusivamente sulla drammatica condizione delle regioni meridionali del paese, cioè su una situazione originaria di diseguaglianza della storia nazionale che non si è mai riuscita a risolvere, e di cui la politica scolastica rappresenta uno specchio fedele. Ma tale quadro storico, ampio e corroborato da tutta una serie di dati significativi, risulta essere anche un punto di riferimento adeguato, anzi obbligato, per intendere le strumentali finalità ideologiche della distruzione della scuola che avviene ai nostri giorni. Perché tra la storia di quel fallimento e la furia devastatrice che dagli anni Novanta perseguita la scuola italiana, vi è stato un momento in cui l’autentica finalità della scuola pubblica, sopra richiamata, fu perfettamente presente ai decisori politici, in questo caso ai padri costituenti. La “scuola della Repubblica”, o la “scuola della Costituzione” intendeva effettivamente eliminare tale insopportabile diseguaglianza. La scuola della Repubblica, la scuola della Costituzione, rimane punto di riferimento imprescindibile per concepire il ruolo dell’istruzione in una società democratica, proprio perché precisa che la finalità della scuola sta nel garantire «il diritto dell’alunno al rispetto pieno della sua personalità», ciò che era stato in buona parte disatteso negli anni post unitari. La scuola è dunque «diritto inalienabile della persona», l’«istituzione che più di ogni altra garantisce quella possibilità di uguaglianza e di pari opportunità nella vita sociale che non è data alla nascita»; l’istituzione che più può operare per rendere effettivo il secondo comma dell’articolo tre, e cioè garantire un’emancipazione intellettuale e materiale senza le quali non sarebbe possibile vivere concretamente quei diritti pure formalmente riconosciuti.

Ebbene, prima di proseguire nell’analisi del percorso proposto da Aragno e Angelucci, conviene avere presente il punto d’arrivo della loro fatica: la politica riformatrice sulla scuola, dai tempi dell’”autonomia scolastica” ai nostri giorni, intende effettivamente negare quelle finalità che la Costituzione assegna alla scuola e, sul modello delle classi dirigenti post unitarie, far sì che l’istituzione non metta a rischio la struttura gerarchica e disuguale della società che si è affermata in Occidente nel mondo globalizzato. Sarebbe interessante porre a confronto tale lettura con una considerazione più vasta dell’insofferenza che, già all’indomani del 1948, molti esponenti conservatori mostrarono verso la Carta costituzionale, nel momento in cui comprendeva al suo interno dei diritti sociali (anch’essi considerati diritti inalienabili), che essi avrebbero preferito fossero invece regolati dal leggi ordinarie. E in fondo tutti i tentativi di questi ultimi decenni di revisione costituzionale (compreso quello, purtroppo riuscito, della riforma del Titolo V) si sono mossi in tal senso. Nel caso della scuola, ciò che ci si propone è la presa di possesso dell’istituzione (le «Mani sulla Scuola» del titolo) da parte dei gruppi di potere privato, che vogliono controllare rigidamente l’istituzione, negarne la libertà di ricerca e di cultura, per asservirla ai propri interessi particolari, spacciati con noncuranza quali interessi collettivi. Ovviamente, come è proprio di ogni ideologia, tale trasformazione viene presentata in modo radicalmente opposto, definita coerente con lo spirito della Costituzione, attenta a combattere le disuguaglianze e a favorire l’inclusione; con argomentazioni poco fondate e in alcuni casi ossimoriche, come quando si pretende di coniugare e armonizzare fra loro atteggiamenti quali la “competitività” e la “inclusione”.

Lo spirito costituzionale, per quanto ostacolato da tutta una serie di non involontari impedimenti e difficoltà materiali, ha comunque contribuito a una forte acculturazione del nostro Paese, quanto meno a instaurare una consapevolezza critica diffusa. Uno dei momenti più significativi in questo senso–come viene giustamente ricordato- fu la riforma della scuola media unica. «Con l’abolizione dell’avviamento professionale e la prescrizione dell’obbligo scolastico a 14 anni […] ai bambini non fu più imposto quell’orientamento precoce tra studio e lavoro che, di fatto, fino a quel momento, ne aveva subordinato la maggior parte ai condizionamenti deterministici del contesto familiare […]. Con le sue criticità e imperfezioni, questa fu davvero una legge destinata a cambiare profondamente il profilo non solo della scuola italiana e dei suoi studenti, ma anche quello dell’intera società nel suo insieme e negli anni successivi». Pure la stessa Angelucci riconosce come «a dispetto dell’altro profilo politico e pedagogico che lo caratterizzava e della cornice costituzionale che ne legittimava il mandato», solo in parte il progetto raggiunse gli effetti auspicati. Le contraddizioni di sviluppo, in particolare al Sud, le differenze sociali enormi in un periodo storico di crescita economica dirompente solo in parte controllata nelle sue effettive conseguenze acuirono in alcuni casi i disagi. Fu in ragione di tali difficoltà che si svilupparono teorie che, pur partendo da una corretta analisi di contesto, fraintendevano drammaticamente, fino ad annullarli, i valori compresi nella dichiarazione di Vittorini. Lettere a una professoressa di don Milani, così come Le vestali della classe media. Ricerca sociologica sugli insegnanti, di Barbagli e Dei, risposero a tale drammatica situazione introducendo un bagaglio concettuale («astratto e concreto, ricchi e poveri, lingua e dialetto, teoria e prassi, tradizione e innovazione») che l’Autrice, in maniera condivisibile, considera quali «prodromi della regressione neoliberista della scuola deculturalizzata per tutti di oggi». Si tratta di un punto delicato, ma decisivo per sbarazzarsi di un equivoco di cui molti teorici delle riforme approfittano nella loro retorica giustificazionista. Ovvero quell’idea che il privilegiare il momento operativo rispetto a quello teorico, la concretezza dell’agire pratico rispetto alle riflessioni astratte, rappresenti di per sé una critica progressista a un’impostazione del sapere e della cultura conservatrice, trasferendo gli elementi di critica non a un’organizzazione che impedisce eguale emancipazione per tutti, ma agli stessi contenuti del sapere che, riservati fino ad allora a un élite che si imponeva come classe dirigenti, venivano essi stessi caricati di un plus valore ideologico considerato di per sé ostile alle classi subalterne. Un fraintendimento che ha pesato molto sulla cultura di sinistra che, non a caso, ha voluto a volte in maniera ancora più energica delle stesse forze conservatrici lo smantellamento dell’impianto culturale della scuola italiana. In realtà, tali problematicità non risolte non implicano affatto la messa in discussione dei contenuti disciplinari e del valore della cultura (e chi lo fa spesso non si rende conto di replicare quella pratica politica rappresentata in particolare dal lungo ministero Bottai, che si proponeva di smantellare la precedente esperienza gentiliana).

Ma, per ritornare alla “scuola della Costituzione”, tale lettura paleserebbe tutta la sua insufficienza se si limitasse a rimpiangere la scuola repubblicana, senza tenere conto dello scarto storicamente verificatosi tra i principi espressi nella carta e la loro effettiva realizzazione. Quelle speranze furono in parte disattese –e, ancora una volta, soprattutto nel Mezzogiorno-, e obbligano a rifuggire da qualsiasi tipo di mitizzazione di una realtà storica che è invece stata caratterizzata da forti problematicità e da una costante conflittualità. In particolare, il fatto che la scuola italiana continuò, nonostante le intenzioni, ad essere classista ed escludente. Sulle ragioni di ciò, però, si innestano tutta una serie di sviluppi e riflessioni, anche molto contraddittorie, senza conoscere le quali diventa difficile comprendere la palese demagogia con cui, nei nostri tempi, la trasformazione produttivistica e competitiva della scuola viene difesa come fosse una risposta democratica alla scuola classista della Repubblica. Sotto questo aspetto, l’analisi –condotta in questo caso in particolare da Anna Angelucci- risulta veramente precisa e rigorosa. Se quello spirito della Costituzione era autentico, come ricordano le splendide parole di Vittorini («la scuola può insegnare tutto ciò che occorre all’uomo per diventare soggetto di cultura e di coscienza, di libertà, di capacità creativa e di fede nel progresso comune»), pure la permanenza della “classi differenziali”, di docenti non epurati dal precedente regime, impedivano che tale quadro emancipativo andasse a coinvolgere in maniera efficace e ampia i ceti subalterni.

Nonostante ciò, i principi della Carta costituzionale rimangono un momento imprescindibile per comprendere il ruolo che deve caratterizzare la scuola in una democrazia repubblicana. Finalità che fanno impallidire la bassa retorica che accompagna l’introduzione, proprio per l’anno scolastico che va ad aprirsi, del nuovo curricolo di Educazione civica, che presenta tutt’altri scopi –come abbiamo già argomentato– che non quelli di valorizzare la personalità degli studenti nel senso espresso da queste parole di Vittorini: «Ma è nell’interesse della civiltà che anche il più umile lavoratore manuale si trovi, di fronte ai libri, di fronte alle opere d’arte, di fronte al pensiero scientifico e filosofico, di fronte alle ideologie politiche, di fronte ad ogni ricerca e ad ogni esperimento della cultura, nelle stesse condizioni di assimilabilità in cui funzionalmente si trova l’ingegnere, il medico o il professore». Tale dichiarazione, citata da Anna Angelucci, rappresenta uno dei momenti più alti in cui viene difeso il valore emancipativo del sapere disciplinare, l’immediato contenuto etico connesso allo studio dei saperi specifici, che oggi ridicolmente sono ritenuti incapaci di veicolare valori, a favore di approcci trasversali tanto impossibili da conseguire quanto privi di ogni tensione sociale e politica capace di offrire senso critico a chi li studia.

Il percorso storico proposto da Anna Angelucci procede rigoroso sino ad arrivare alle successive, fondamentali riforme degli anni Settanta, necessarie per rendere effettiva e per democratizzare una scuola ormai di massa: l’istituzione della scuola materna statale del 1968, i nuovi esami di maturità dello stesso anno e la liberalizzazione degli accessi all’Università, sino ad arrivare ai “Decreti delegati” del 1974. «La scuola diventa democratica, assume una dimensione partecipativa di natura collegiale, e tendenzialmente autonoma, e si avvia nella direzione di quell’identità comunitaria sociale e civica legata al territorio cui poi la politica la spingerà per altre ragioni, come vedremo, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, destinandola, forse anche per un’imprevedibile eterogenesi dei fini, verso le attuali forme di decomposizione e di frammentazione del sistema.» Come si evince da quest’affermazione, si prospetta già quell’esito paradossale per cui riforme concepite per affermare in via definitiva un principio realmente democratico e di massa, finiscono invece, nei decenni successivi, per offrire il destro a una direzione in senso contrario, come per esempio nel caso -cui qui si fa riferimento- delle autonomie regionali. Da un momento di controllo dal basso dell’organizzazione formativa, si giunge a utilizzare alcune strategie (il legame con il territorio, l’apertura della scuola al tessuto sociale) per esercitare un controllo sulla libertà didattica stessa, attraverso l’invasione di auto nominatisi stake holders, rappresentanti d’interesse che si arrogano il privilegio di dettare alla scuola le linee di comunicazione che dovrebbe applicare.

Detto ciò, è interessante ricordare l’accenno al progetto Brocca, giustamente definito «l’ultima ipotesi di una scuola ancora coraggiosamente declinata in una prospettiva culturale, in cui l’operatività delle attività didattiche non viene privata dei suoi fondamenti teoretici e scientifici, rifiutando qualsiasi impostazione esclusivamente addestrativa».

Dopo di che, dagli anni Novanta, inizia proprio questa deriva “addestrativa”, che le pagine successive seguono nel dettaglio. Vi è però, a questo punto, anche un aspetto diverso da considerare, che in parte spiega quella che poco sopra è stata definita «eterogenesi dei fini», per cui un bagaglio teorico nato con delle intenzioni emancipative finisce per diventare l’arma con cui la cultura e i poteri neoliberali mettono «le mani sulla scuola». Si tratta del nuovo contesto internazionale, con l’Unione europea che sceglie proprio un modello sociale improntato al neo liberismo per i suoi trattati fondativi, e che investono in questo senso in modo diretto il mondo dell’istruzione. Con il Libro bianco della Commissione europea presieduta da Jaques Delors e il Trattato di Lisbona ha inizio un processo teso a mutare radicalmente le finalità affidate alle istituzioni scolastiche, presso le quali deve prevalere «un’etica imprenditoriale», destinata a trasformare «l’essere umano in “risorsa umana” e le sue qualità in “capitale umano”», il «paradigma della performance e della valutazione», la concorrenza tra individui che si contendono le migliori posizioni nel mercato del lavoro. Due sono le osservazioni contenute a margine di questo excursus a nostro parere decisive: quella di «naturalizzazione» dell’attuale sistema produttivo e dell’ordine sociale che esso presuppone, che presuppone una riconfigurazione antropologica dell’individuo destinato a ricevere il processo d’istruzione, ma anche delle stesse figure docenti. A partire da questi documenti, e in ossequio a tali finalità, viene totalmente rifondato e stravolto in senso tecnocratico il lessico del mondo della scuola (nei documenti programmatici come in quelli legislativi). Un lessico volutamente anti filosofico, estremamente povero sul piano concettuale se lo si valutasse nei suoi effettivi fondamenti epistemologici, molto precari e che, come ha giustamente scritto Giulio Ferroni, ricordano una «ovvietà che si presenta come complessita»[ii]. La scelta di parte della sinistra politica di aderire a tale impostazione programmatica, ha condotto ad una risemantizzazione di alcuni vecchi concetti, come abbiamo visto già carichi di ambiguità nella loro originaria formulazione, per piegarli definitivamente alla logica tecnocratica e produttivistica. Per giungere infine alla «Buona Scuola», la Legge 107, che rappresenta solo l’esito definitivo di un processo di trasformazione dell’istruzione che si è totalmente allontanato dallo spirito della Costituzione. Si potrebbe a questo punto aggiungere, proprio a commento della Buona Scuola, un riferimento storico determinato; se è vero che quella legge è la trascrizione –in termini a dire il vero molto radicali e veramente iconoclastici verso il meglio della tradizione pedagogica e culturale del nostro Paese- dei principi contenuti nei documenti e trattati europei, dall’altra non possiamo non scorgere in questo legge uno spirito che è lo stesso con cui il ministro Bottai aveva proceduto allo smantellamento di fatto della scuola gentiliana. Senza citarlo, in parte questo viene affermato, quando si scrive: «il ritorno al binomio scuola-lavoro assume in questo senso il valore emblematico di un autentico ritorno al passato e riconduce ai drammatici processi di marginalizzazione di ampi strati sociali e di estese aree geografiche».

Detto ciò, non c’è dubbio che la Costituzione, per quanto colpevolmente contraddetta dalle politiche scolastiche degli ultimi venticinque anni, rimanga ancora in vigore; ed è grazie in particolare all’articolo 33, che ancora garantisce la libertà d’insegnamento, che la scuola italiana ha potuto non capitolare del tutto, e gli insegnanti non rinunciare al loro patrimonio professionale, mostrando nei fatti -anche agli altri appartenenti alla comunità scolastica- quanto l’involuzione di questi anni ha prodotto nella riduzione delle conoscenze e delle capacità delle generazioni più giovani.

Nonostante ciò, il tono conclusivo del libro che stiamo presentando è piuttosto pessimistico: «L’implacabilità di un’autonomia “di mercato” altamente prescrittiva e regolativa, che riduce ogni spazio di libertà pedagogica […] ha reso la scuola oggi un concentrato illiberale di insopportabile omologazione conformista. Un luogo infelice, respingente, da cui tutti vorrebbero fuggire. Forse, dopo una breve stagione di speranze, insegnare a imparare è diventato veramente, e definitivamente, impossibile». Conclusione che richiama il titolo dell’ultimo libro di Giulio Ferroni dedicato alla scuola, La scuola impossibile, appunto.

Conclusione che avremmo in parte voluto attenuare nel suo tono privo di speranze, contando ancora su una, seppur molto provata, capacità di resistenza dei docenti italiani. Il fatto è che, tra la pubblicazione di questo libro e il nostro commento si è inserita la drammatica emergenza provocata dal Covid-19, che ha disarticolato la scuola nella sua organizzazione più profonda e autentica. E abbiamo assistito, commentandolo anche sul presente portale, a un cinico e progressivo tentativo di sfruttare l’emergenza per piegare in modo definitivo la resistenza degli insegnanti e distruggere completamente la scuola in senso anti culturale. La lettura di questo libro e degli altri che sullo stesso tema sono contemporaneamente usciti, deve servire ad evitare questo totale resa di chi sa di essere dalla parte della Costituzione e della cultura.

[i] Angelo Conforti, Scuola e televisione, il declino dell’Italia. La distruzione della scuola pubblica e del pensiero critico, CSA Editrice, Castellana Grotte, 2020.
[ii] G.Ferroni, La scuola sospesa, Einaudi, Torino 1997, pag. 95.

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cq5dam.web.738.462Più i giorni passano, più la democrazia borghese si sgretola sotto i colpi violentissimi di un capitalismo accecato dai suoi incontrollabili meccanismi autodistruttivi. In Francia Macron imbavaglia le opposizioni e persino qui da noi, nella sonnolenta Italia, la legalità cancella l’umanità e nonostante l’età, chi lotta finisce in galera come Nicoletta Dosio.
Nessuno lo dice – l’idea ovviamente terrorizza – ma è sempre più evidente: la repressione non riesce a fermare la rabbia della popolazione oppressa e sofferente; più aumenta l’ingiustizia sociale e più cresce la violenza del potere, più forte diventa la protesta popolare.
Invano governi dalla mani macchiate di sangue provano a criminalizzare il conflitto. I cahiers de doléances invano annotano a migliaia la sofferenza delle popolazioni: nessuno li legge e ogni giorno che passa la tensione sale. Piaccia o no, se si va avanti di questo passo, se nessuno bada alla lava che sale e ribolle nell’intasato camino del vulcano sociale, molte teste cadranno.

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191008_slide_800x476-395x237Su “Zapruder” una sintetica, ma bella recensione di Gino Candreva al mio libro sulle Quattro Giornate.

Giuseppe Aragno, Le quattro giornate di Napoli. Storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2017, pp. 344, euro 18,00

In Europa, il primo quartiere a insorgere contro il fascismo, nel settembre del 1943, fu il quartiere Ponticelli di Napoli. Un storia, quella dell’insurrezione napoletana, che spesso è stata rubricata come impeto popolare e ribellione apolitica. Giuseppe Aragno intende sottrarre la narrazione dell’evento, che dal 27 al 30 settembre del 1943 riuscì a sconfiggere e cacciare i tedeschi dalla città partenopea, alla vulgata che parla solo di esplosione spontanea di un popolo eroico quanto spoliticizzato, utilizzando, nel caso della rivolta napoletana, come chiave di lettura gli stereotipi che accompagnano la storia di Napoli: “sanfedismo alla rovescia”, rivolta di scugnizzi e popolani senza coscienza. Come se fosse una rivolta senza nomi e senza storie.
Questi volti e storie mira invece a riconsegnare il saggio, documentatissimo frutto di una ricerca che l’autore persegue da anni e che ha trovato espressione in Antifascismo popolare, del 2009 e Antifascismo e potere. Storia di storie, del 2012. Volti e storie, dunque, restituiti al loro ruolo di antifascisti coscienti. Il testo non costituisce quindi solo la narrazione delle quattro giornate, sono assenti le battaglie e gli scontri di strada, ma ci racconta anche di cosa fosse l’antifascismo sotterraneo, quali istanze incrociasse. E’ impossibile, nel breve spazio di una recensione, ricostruire nel dettaglio l’immenso lavoro di Aragno, che analizza con dovizia di particolari l’intero spettro delle posizioni dell’antifascismo e, in appendice, riporta la biografia di circa 400 antifascisti napoletani.
L’antifascismo napoletano risale già all’opposizione alla Prima guerra mondiale, “sanguinoso sacrario dei valori fascisti”, per trovare una concretizzazione nella semiclandestinità durante gli anni del regime e una saldatura con la Guerra civile spagnola: dai campi di battaglia spagnoli provengono decine di napoletani e campani che parteciparono poi alla Resistenza.
Ma chi sono questi uomini e donne che parteciparono alla liberazione di Napoli? Di quale provenienza politica? Il ventaglio è ampio, e comprende praticamente tutti i partiti antifascisti e non solo: si va dai liberali agli anarchici, passando per i militanti del Pdci, i socialisti, i trotskisti, protagonisti di un’opposizione silenziosa che ha attraversato e a volte sfidato la repressione fascista: si tratta di una “resistenza carsica” (alla quale è dedicato un intero capitolo) finora quasi ignorata dalla storiografia. Storiografia che ha passato sotto silenzio anche lo straordinario ruolo delle donne e dei bambini resistenti, che invece ritrovano il loro posto nel libro di Aragno. Dal primo settembre, si realizza anche la spaccatura nel fascismo partenopeo: fascisti delusi, che non aderirono alla Repubblica di Salò, ma imbracciarono le armi contro il nazista occupante. Ma ci sono anche doppiogiochisti e spie fasciste, che, dopo aver tradito i compagni, passano alla Resistenza.
La resistenza napoletana però non termina con il primo ottobre: un gruppo di resistenti continua la caccia ai fascisti incontrando la repressione dei carabinieri, ex fascisti passati con il Regno del sud, mentre altri partecipanti alla rivolta raggiungeranno le bande partigiane.
Cacciato il fascismo con le armi, la restaurazione postfascista si riprende la rivincita in seguito all’amnistia Togliatti: oltre settemila ex fascisti vengono amnistiati dal Guardasigilli, che ritrovano la loro collocazione nell’apparato repressivo della Repubblica, nella magistratura e nella polizia, stavolta a perseguitare i comunisti e gli ex partigiani. Conclude Aragno: “Chi voglia capire le ragioni per cui l’Italia non si è data una legge sulla tortura, e perché i poliziotti nelle piazze non portano un numero identificativo, deve tornare a questi anni, agli anni in cui poliziotti fascisti, in piena legalità formale, arrestano i partigiani per le azioni di guerra compiute”.

Gino Candreva, “Zapruder”, n. 49, maggio-agosto 2019

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Una bellissima recensione di Gian Luigi Bettoli, uscita oggi su “La Storia le Storia”. Non mi nascondo dietro l’ipocrisia della falsa modestia: ringrazio l’autore per quello che ha scritto e sono orgoglioso del mio lavoro.

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Maurizio Valenzi, Incubo su Napoli, 1973

Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2018, pp. 344, € 18.

A proposito di una foto

img286-296x420La chiave del libro è tutta in quella foto di copertina, resa famosa da Robert Capa, ma probabilmente scattata dal giovane partigiano comunista napoletano Alessandro Aurisicchio De Val, che vendette per poche lire al famoso corrispondente di guerra un rullino di immagini realizzate durante la rivolta.
Quella che figura al centro sembra una scugnizza, una tra i tanti ragazzi che parteciparono alla rivolta del settembre 1943 e poi ne divennero i simboli. Si chiamava Maddalena Cerasuolo, soprannominata Linuccia. In realtà quella ragazzina, protagonista della difesa del Ponte della Sanità contro le truppe tedesche, e per questo decorata con la medaglia di bronzo al valore militare, non stava lì per caso. Operaia, era figlia di Carlo, un cuoco licenziato per rappresaglia, dopo essere stato arrestato a seguito di un incontro con un attivista del Partito Comunista clandestino. Antifascista, in collegamento con il Pcd’i, ma anche monarchico. E già questo basterebbe come ouverture ad un libro tanto complesso ed approfondito, quanto vivace e scorrevole nella lettura.
Non prima però di ricordare coincidenze che partono da assai prima, e ci portano fino ai giorni nostri.

Attorno al Ponte della Sanità

Il Ponte della Sanità – oggi intitolato proprio a Maddalena/Linuccia, che dopo aver combattuto sulle barricate fu arruolata dal britannico SOE per missioni oltre le linee nazifasciste – fu edificato in seguito all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, dopo la Grande Révolution e le sue propaggini giacobine in Italia. La sua funzione era quella di sorpassare, passandoci letteralmente sopra, quel quartiere popolare che si arrampicava sinuoso verso le alture su cui sorge la Reggia di Capodimonte.
Ancor oggi le guide turistiche locali riproducono un plurisecolare sentimento antifrancese e danno voce al rancore suscitato da quell’invasione di oltre due secoli fa, prevalente nella memoria popolare sul ricordo delle decine di nobili e borghesi giacobini, impiccati ai pennoni delle navi dell’ammiraglio Nelson dopo la repressione della Repubblica Partenopea. Quella “direttissima” francese – spiegano – dritta come un fuso, come voleva il razionale pensiero illuminista, fu anche la causa della marginalizzazione del quartiere Sanità, trasformato in un profondo fondovalle ed espulso dal fulcro della vita cittadina.
Sopra, salendo a destra per Via Santa Teresa degli Scalzi, poco prima del ponte, c’è pure il ricordo di uno scomodo paragone tra Pordenone e Napoli. Paragone ingenerosamente negativo, come se i festeggiamenti della monarchia sabauda, con i suoi ufficialetti di cavalleria e magnati industriali “foresti” – e pure il suo ospite Emilio Wepfer, fondatore con Alberto Amman dell’omonimo cotonificio a Borgomeduna, veniva dalla Campania – potessero in qualche modo coinvolgere moralmente il proletariato della piccola “Manchester del Friuli”, che in quell’epoca stava pronunciando i suoi primi vagiti antagonisti. Si tratta della famosa frase di Umberto I, accorso precipitosamente a Napoli nel 1884 durante un’epidemia di colera, abbandonando le esercitazioni militari sui magredi a monte di Pordenone: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.
Ma la storia continua. Sotto il ponte, nelle catacombe di San Gaudioso sottostanti la Basilica di Santa Maria della Sanità, ed in quelle vicine di San Gennaro, è nata nel 2006 una cooperativa sociale: La Paranza, promossa dai giovani della parrocchia impegnati nella lotta per il risanamento del quartiere, contro la camorra. Una cooperativa che ha assunto cooperatori qualificati ed ha investito risorse per restaurare un importantissimo patrimonio archeologico, contribuendo così alla riscoperta di questa grande metropoli, attraverso l’autogestione dei lavoratori. Una realtà quanto mai vivace e protagonista, come dimostrano i veri e propri “comizi” con cui gli operatori spiegano ai visitatori la loro impresa, collegata ad una fondazione di partecipazione. Non può stupire che – a dimostrazione che la lotta di classe non risparmia la Chiesa Cattolica, e che comunque viene più spesso scatenata da chi possiede il Capitale – l’anno scorso il Vaticano (proprietario delle catacombe) abbia chiesto gli affitti arretrati alla cooperativa, rischiando di chiudere questa esperienza e facendo comunque una pessima figura. Non tutto ciò che luccica è oro, e Papa Francesco non esaurisce la complessità del Vaticano. Cose che capitano: a Trieste pochi anni fa era successo ad un’altra cooperativa, La Melagrana, di ricevere il benservito dai religiosi, dopo aver valorizzato il tempio mariano di Monte Grisa.

La realtà dell’antifascismo contro il mito dell’insurrezione spontanea

L’ultimo libro di Giuseppe Aragno segue altre opere dedicate alla meticolosa ricostruzione dei percorsi dell’antifascismo popolare durante il ventennio fascista. Un programma di lavoro che trovo – mutatis mutandis, se mi è permesso paragonare la minuta realtà friulana con la vulcanica capitale morale del Sud – molto simile a quello che altri, tra cui buon ultimo il sottoscritto, stanno conducendo, sia nelle motivazioni che nell’approccio alle fonti. E proprio tante simiglianze in una così stridente differenza ecologica sottolineano alcune riflessioni comuni.
Differenza che non è mai lontananza, come dimostra l’emergere, tra i protagonisti della narrazione di Aragno, del comandante partigiano Federico Zvab da Sesana, sloveno compaesano di Danilo Dolci, che crea sotto la copertura dell’Ospedale degli Incurabili un’intera rete militare, cui fanno capo il futuro dirigente del movimento di liberazione croato dell’Istria Giuseppe Matas e l’udinese Giuseppe Colombaro. E, come altri antifascisti del “nord” e stranieri sbarcati a Napoli dal confino di Ventotene, il futuro deputato comunista Giordano Pratolongo: un triestino eletto alla Costituente e riconfermato al Parlamento nel 1948, rispettivamente otto e sei anni prima del ritorno della città giuliana all’Italia, checché possano berciare gli “italianissimi” nazionalisti sull’orientamento del Pci al proposito. Pratolongo morirà nel 1953 dopo un pestaggio fascista subito a Monfalcone, in 30 contro uno: otto anni dopo la Liberazione! A dispetto di chi ritiene che i conti con il fascismo siano finiti tra il 25 aprile ed il 10 maggio 1945 e pensa che al “confine orientale” ci fossero solo trinariciuti titini infoibatori.
Fin dall’introduzione, Aragno polemizza fortemente con l’anestetizzazione politica compiuta a discapito della più grande tra le prime insurrezioni popolari antifasciste e antinaziste dell’Italia meridionale dell’autunno 1943. Infatti, prima di Napoli e dell’organica costruzione di un movimento resistenziale in tutta l’Italia occupata, occorre ricordare Matera, la prima città che si libera da sola, e ad ai primi di ottobre Lanciano, dove combatterono insieme insorti italiani e prigionieri di guerra jugoslavi… sempre a proposito degli “italianissimi” e della loro paranoia antititina. Le Quattro Giornate di Napoli sono state generalmente retrocesse, anche da grandi storici della Resistenza, ad insurrezione spontanea e naturalistica di una plebe priva di coscienza politica, interpretata da ragazzini al limite del mondo delinquenziale, e quindi priva di ogni significato politico; degna semmai di quel Meridione di “lazzari” incapaci di prendere in mano le loro sorti, se non in improvvisi ed irrazionali scoppi di violenza ribellistica, destinati inesorabilmente per rifluire nelle file della reazione sanfedista.
L’autore ricostruisce, attraverso i vari archivi della polizia fascista e del movimento resistenziale, le storie di chi non si era mai arreso alla dittatura, dei figli cui era stato trasmesso familiarmente il patrimonio politico antifascista, di chi si era distaccato dal regime, delle donne che non rinunciano al protagonismo politico, anche al momento della scelta delle armi. Fili tessuti ostinatamente, che nel settembre 1943 si riannodano insieme per combattere nelle vie di Napoli: spesso insieme padri e figli e madri e figlie. Percorsi biografici ancora parzialmente in fieri, più numerosi di quelli cristallizzati dalle autorità postbelliche al fine della corresponsione dei benefici agli ex partigiani – moltissimi combattenti delle Quattro Giornate si rifiutarono di fare richiesta, per motivi politici – e riassunti al termine del libro in un abbozzo di futuro dizionario biografico ricco di centinaia di schede, che integrano le notizie riportate nel testo.
Ricostruendo i percorsi familiari degli antifascisti, Aragno inoltre porta un ulteriore tassello alla decostruzione del mito ideologico defeliciano del “consenso” al fascismo, testimoniando le tante adesioni per necessità – dettate dalla necessità di sopravvivere per venti interminabili anni di dittatura, violenza e sofferenze di ogni genere, non ultima la discriminazione a lavorare e guadagnare per mantenere la famiglia – terminate con la partecipazione non a quattro, ma a ben più di venti giornate di lotta, durate dall’occupazione nazista dell’8 settembre fino alla cacciata del 1° ottobre. Perché non ci sono solo i 4 giorni di insurrezione popolare armata che caccia i nazisti ed i loro servi fascisti, ma ci sono le bande – anche in questo caso, costituite da napoletani, antifascisti sbarcati dalle isole di confino e prigionieri alleati liberati – che iniziano precocemente a resistere fin dai giorni dell’armistizio e della vergognosa resa della monarchia e delle autorità militari e civili. Accompagnando con le loro iniziative resistenziali il dispiegarsi della violenza tedesca, che certamente contribuisce a scatenare la reazione popolare, fino all’insurrezione che anticipa l’arrivo degli alleati; questi ultimi fermi nella sacca di Salerno, dopo uno degli infelici sbarchi nell’Europa occupata e tenuta fermamente dall’esercito tedesco fino all’estate 1944. Alla fine della lotta, Napoli si ritroverà in gran parte distrutta dalla violenza nazista e dai non meno terroristici bombardamenti angloamericani, con decine di migliaia di morti (23.000 secondo Maurizio Valenzi: cfr. il libro citato oltre, a p. 121) e di senza tetto, ridotta alla fame. Ma l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie avrà lanciato all’Italia occupata l’esempio dell’insurrezione popolare liberatrice, che si ripeterà progressivamente, anticipando per gran parte delle città del centro-nord l’arrivo dell’esercito alleato.
Attraverso lo studio dei percorsi degli antifascisti, si giunge ad una conclusione anche statistica: una percentuale oscillante attorno ad un decimo degli insorti è costituita da antifascisti di lunga durata e dalla loro rete amicale e familiare. Chiunque sappia come funziona un’organizzazione, può riconoscere in questa la percentuale media su cui si assesta un gruppo dirigente con la sua struttura organizzativa.
Aragno ricostruisce la pluralità dell’antifascismo: le forze storiche del movimento operaio – comunisti e socialisti – ma anche movimenti spesso sottovalutati, come gli anarchici ed i repubblicani e – particolarità soprattutto napoletana – i comunisti di sinistra fedeli ad Amadeo Bordiga (ed a Leone Trozki), intrecciati con la giovane generazione liberalsocialista di Giustizia e Libertà, non trascurando le componenti monarchiche: i vecchi liberali crociani ed i giovani che hanno maturato il distacco dalla dittatura durante la catastrofica esperienza bellica. L’analisi di questa pluralità di contributi arricchisce un quadro altrimenti incomprensibile: come può la prima grande metropoli italiana insorta contro il nazifascismo votare poi per re Umberto il 2 giugno 1946, e consegnare a lungo il governo cittadino ad una destra continuista, traghettata attraverso il partito monarchico di Achille Lauro?
L’autore analizza in particolare le vicende dell’associazionismo degli ex combattenti delle Quattro Giornate, e della contrapposizione di molti tra loro e le organizzazioni politiche che si formano dopo la liberazione della città. Ne emerge un quadro complesso, in cui vengono frustrate le spinte di rinnovamento, trasversali tra i vari gruppi politici, di fronte ad una normalizzazione governata dalle truppe di occupazione e costretta nelle troppe mediazioni della “nuova” politica dei governi antifascisti; in particolare dopo la “svolta di Salerno” con cui la direzione comunista di Palmiro Togliatti gestisce la mediazione con la monarchia ed il suo rappresentante politico, maresciallo Badoglio. Si tratta di una fase che la sinistra pagherà duramente, sia con la stessa scissione della Federazione del Pci, che con quella del sindacato, ma che soprattutto sarà segnata dalla emarginazione della forte componente bordighiana del comunismo napoletano, che aveva partecipato sia alla cospirazione antifascista che all’insurrezione (e proprio la normalizzazione del Pci comporterà la damnatio memoriae dei comunisti di sinistra napoletani, ad iniziare dal loro massimo dirigente e primo segretario del Pcd’i). Questa debolezza della sinistra – secondo Aragno – sarà anche favorita dalla marginalizzazione di componenti estranee al movimento operaio, sia sul fronte repubblicano che su quello monarchico, con una delusione e distacco che andrà a tutto vantaggio della destra. Insomma: i combattenti napoletani – molti dei quali proseguiranno il loro impegno resistenziale andando al Nord, in Jugoslavia oppure arruolandosi nelle ricostituite forze armate della monarchia – verranno “cancellati” dal “Vento del Nord” (come lo definì Pietro Nenni), così unilaterale e miope nei confronti di quel precoce “Vento del Sud” che si era espresso con forza nel settembre 1943.
Si archivia così una fase in cui giovani di estrazione borghese e liberale si erano incontrati nella clandestinità con militanti comunisti, insieme avevano combattuto e addirittura, nella fase immediatamente successiva, avevano lavorato alla costruzione di un modello di sindacato libero da quei partiti che avrebbero firmato poi il “Patto di Roma”, affidando il governo della nuova CGIL unitaria ai tre “partiti di massa” (Pci, Psi e Dc), escludendo deliberatamente le componenti operaiste e gielliste, emarginate insieme alla loro prima “CGL rossa” del Sud. Mentre i compromessi politici avrebbero lasciato spazio ad opportunisti in carriera – come lo storico Aldo Romano, passato da spia dell’Ovra a storico di fiducia del Pci – ed ai quadri di partito giunti dall’esilio. Prefigurando così un fenomeno tipico di altre esperienze politiche: lo scontro tra le nuove generazioni cresciute nella clandestinità e nella lotta contro i regimi e le “vecchie guardie” all’estero (come nella Grecia degli anni della dittatura dei “colonnelli”, che vide prodursi nel 1968 la scissione del partito comunista KKE, da parte del KKE “dell’interno”, nucleo di quella che oggi è Syriza). Si posero così le basi per la mancata defascistizzazione e la continuità istituzionale, che garantì tra guerra e dopoguerra la conservazione dei rapporti di classe e delle strutture di potere in Italia.
E’ interessante mettere a confronto l’analisi di Aragno con la tarda testimonianza, relativa ai mesi immediatamente successivi alla rivolta, di un protagonista delle vicende del Pci napoletano come Maurizio Valenzi (dalla cui copertina abbiamo tratto l’immagine in evidenza: un quadro dello stesso autore). Un testo memorialistico, appunto – anche se basato sul materiale d’archivio conservato da Valenzi – che riproduce la versione togliattiana di questo inizio di dopoguerra italiano, ma che è soprattutto interessante per i tardivi ripensamenti sulle vicende di allora, definite pomposamente i “cento giorni che cambiarono l’Italia e che cominciarono con il ritorno di Palmiro Togliatti”. Ripensamenti tipici dei dirigenti comunisti, soprattutto dopo la fine del loro partito, e che ritornano su errori di settarismo e su debolezze e cedimenti di allora. Un rimpianto su quello che avrebbe potuto essere, e non fu, e che ebbe luogo a Napoli, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944.

Gian Luigi Bettoli,  La Storia, le Storie, 9 maggio 2019.

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Passo dopo passo, umilmente, ma senza falsa modestia, con la consapevolezza di chi sa di aver dato un contributo decisivo, ringrazio Giuseppe Chielli e la “Bottega Scriptamanent”.


Bottega Scriptamanent
L’ultimo saggio di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti (Intra Moenia edizioni, pp. 344, € 18,00), pone al centro la rivolta avvenuta fra 27 e il 30 del settembre 1943 (pochi giorni dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 dello stesso mese). L’Italia era una nazione allo sbando più totale, nessuno sapeva più per chi doveva combattere. I tedeschi erano pronti a mettere a ferro e fuoco la città, anzi come impartì Hitler ai suoi e come ricorda lo storico Roberto Battaglia nel suo testo Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (Einaudi, pp. 624), Napoli deve essere un cumulo di «fango e cenere», prima della ritirata. Già in un altro testo, del 2012 – Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editrice italiana, pp. 152) – l’autore aveva accennato a questo tema, anche se sotto diverse sfaccettature. In quest’ultima opera, l’intento è, in primis, quello di analizzare queste giornate storiche. Infatti Aragno sostiene che sono un grandissimo prodotto della coscienza popolare, a dispetto di quanto se ne dica, e hanno dato inizio a tante rivolte che ci sono state in tutta Italia. Senza questa insurrezione Napoli sarebbe stata distrutta, si diceva. L’autore osserva nelle prime pagine del libro una ferocissima critica nei confronti di diversi studiosi, i quali considerano queste giornate solo come il frutto di qualche facinoroso, e di qualche poco di buono. Steinmayr, ad esempio, direttore dello Stern, come Aragno ricorda nel testo, sostenne che «la rivolta contro lo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, non può essere altro che un parapiglia tra papponi e prostitute». Da queste righe, dunque, si intuisce la considerazione che taluni studiosi avevano di Napoli e dei suoi abitanti, paragonandoli a sempliciotti, o alla peggio, a delinquenti. Si considerano questi episodi come atti di teppismo, e vengono dissociati da delle vere e proprie motivazioni di ordine politico. Aragno, nel raccontare Napoli, nega il suo valore e la sua grandezza, parlando di una città umiliata, derisa e derubata. A tal proposito Aragno si ritrova a scrivere di «internazionale del linguaggio classista» per esprimere i pregiudizi dai quali era, ed è tuttora, ricoperta la città partenopea.
La grandezza del testo sta nel dare spazio ai cosiddetti ultimi, al popolo, e concedere loro il palcoscenico che la Storia non gli ha riconosciuto. Per fare tutto questo e per identificare coloro i quali furono parte attiva delle Quattro giornate, Aragno compie un’operazione impeccabile: ovvero confronta i nomi dei diciassettemila condannati dal regime al confino con l’elenco dei rivoltosi della città partenopea che poi andarono ad unirsi alle formazioni partigiane al Nord e all’esercito italiano della Liberazione.

I protagonisti della rivolta
Si tratta di un vero e proprio unicum per opere di questo genere.
Come nel suo precedente testo, viene dato spazio a persone delle quali poco o nulla era stato detto prima. Per lo più si trattava di gente del popolo, tranne per alcune importanti figure, e di queste, attraverso un uso capillare delle fonti, ne viene raccontata la vita. Sono stati anche riportati molte volte i verbali della questura sul loro conto. Non sempre si è trattato di partigiani, al contrario: tuttavia molti di essi hanno lottato contro il regime, sono stati confinati, alcuni hanno persino partecipato alla Guerra civile spagnola del 1936/1939, o ad altri moti di insurrezione. I personaggi al centro di queste vicende sono stati moltissimi. Tra tutti i fratelli Wanderlingh, i quali avevano già partecipato ai moti del maggio del 1898, e sono stati tra gli ispiratori della rivolta; il primo maggio 1943, insieme a un gruppo di persone manifestarono in nome del partito socialista e dell’«Italia Libera». Importante per le Quattro giornate fu anche la famiglia Grossi. Una dei suoi componenti, Ada, raccontava da una radio che trasmetteva nel 1937 da Barcellona quanto succedeva della guerra in quel periodo. Era seguita da molti degli antifascisti.
Tra i rivoltosi, bisogna anche ricordare tale Federico Zvab, il quale aveva una lunghissima trafila, come altri, di varie espulsioni e confinamenti. È stato direttore dello Stern, ma soprattutto partecipò alla Guerra civile spagnola del 1936/1939. Intellettuali, operai, ma anche donne (anche se di quest’ultime si conosce poco) presero parte attiva in quei giorni. Tra queste bisogna citare Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo. A lei nel saggio vengono dedicate pagine importanti e, dopo una descrizione dettagliata della sua vita, corredata da un notevole apparato bibliografico, si ricorda che con la sua azione salvò il ponte della Sanità. Le donne in tempo di guerra costituivano anche l’ossatura della famiglia, priva degli uomini chiamati alle armi. Così la propaganda antifascista degli alleati si rivolgeva anche a loro: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini che andarono in Africa? Da quanto tempo non avete loro notizie? Vi svelano che la metà delle navi vengono affondate? Madri di Napoli! […] Le vostre sorelle di Palermo, Genova, Brindisi, agiscono già.
Spose di Napoli! SEGUITE IL LORO ESEMPIO. Fate la guardia alle navi […]. Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati soldati […]. Il mare significa la morte».
Infine, una menzione speciale deve essere accordata a Alessandro Aurisicchio De Val, comunista di vecchia data, il quale scattò le foto degli eventi e dei personaggi di quei giorni. Forse, senza i suoi scatti, non avremmo nemmeno idea dei volti di tale rivoluzione e, forse, non sarebbe stato possibile raccontare la loro vera storia. Un libro dunque a difesa della Storia, ma soprattutto a difesa di Napoli che, spesso molti lo dimenticano, costituisce, nel bene e nel male, uno dei pilastri del nostro paese. Senza il coraggio dei suoi abitanti, non sarebbero subito seguite le successive rivolte nelle altre città, italiane, ma anche d’Europa.

Giuseppe Chielli

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 138, marzo 2019)

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Un filmato scoperto per caso. Risale al 27 aprile del 2011. In fondo sono solo nove anni fa, ma è passata una vita. “Il Manifesto” mi riconosceva ancora diritto di parola e non sempre evidentemente passavo inosservato. L’editoriale di Mario Albanesi, per esempio, era partito da lì dal giornale e cominciava così:
“Non tutti sono disposti ad incassare le menzogne di Silvio Berlusconi senza reagire…”.
Di che si trattava? Ecco il filmato:

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Sono infinitamente grato a Giovanni Scirocco, di cui conosco l’indipendenza di pensiero, che ha voluto segnalare il mio ultimo lavoro; sono poi particolarmente lieto che le sue parole siano uscite sulla nuova «Rivista Storica del Socialismo», che, diretta per anni da due autentici maestri, quali Luigi Cortesi e Stefano Merli, è rinata sotto la direzione di Paolo Bagnoli, nella convinzione che, per dirla con Francesco Pastorino, «il socialismo non può essere relegato nei labirinti delle accademie o espulso dalla vita di tutti i giorni». Credo anch’io che le ricerche storiche debbano «riconoscere dignità culturale alla speranza egalitaria», perché oggi più che mai, mentre «l’esercito della precarietà continua a domandare giustizia sociale e concrete forme di libertà […] la stagione del socialismo, nella sua ampia accezione, non può tramontare».

Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, Edizioni
Intra Moenia, Napoli, 2017, pp. 343, € 18,00.

Giuseppe Aragno continua, con questo bel volume, la linea di ricerca (e la metodologia) iniziata nel 2009 con Antifascismo popolare. I volti e le storie (Manifestolibri) e proseguita nel 2012 con Antifascismo e potere. Storia di Storie (Bastogi).
Assistiamo quindi a una galleria di personaggi, spesso poco o punto conosciuti, alle vicende (ricostruite meticolosamente attraverso l’appassionato studio della memorialistica o di archivi finora poco conosciuti come il Ricompart – Ufficio riconoscimento qualifiche e ricompense ai partigiani) di uomini e donne (62 riconosciute come partigiane, 23 delle quali cadute o ferite) comunisti socialisti anarchici liberali e anche senza partito, che parteciparono alle Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943). L’assunto di partenza è che «nessuna vittoriosa rivolta popolare è stata spoliticizzata, decontestualizzata e persino negata come le Quattro giornate di Napoli» (p. 5). Ne consegue una insistita (e spesso giustificata) polemica verso lo stereotipo storiografico che ha visto questo episodio come un caso di rivolta popolare (se non plebea) e, in fondo, apolitica, immortalata dalle foto attribuite (forse falsamente) a Robert Capa e dal celebre film di Nanni Loy. Viceversa, «gli elenchi dei combattenti non rimandano solo a storie di militanza, ma rivelano la presenza sul campo di due generazioni di antifascisti, figli di culture politiche spesso in contrasto tra loro e tuttavia temporaneamente uniti nella lotta al fascismo» (p. 17), interi gruppi familiari come i Blasio, i De Bernardo, i Malagoli, i Pansini, i Paternoster, i Putignano, i Wanderlingh.
In altre parole, «anche a Napoli, come in tutto il Paese, si lotta per la vita e gli affetti minacciati, ma c’è anche chi combatte una “guerra patriottica” per la libertà e chi dà allo scontro il valore di una guerra di classe contro un regime nato per chiudere i conti con i lavoratori» (p. 23). Una storia che l’autore ripercorre anche nel dopoguerra, attraverso una nuova “guerra”, quella della memoria e dei contrasti tra le varie associazioni dei combattenti, ulteriore, anche se per certi versi paradossale, testimonianza che l’antifascismo dei protagonisti e la loro coscienza politica «non si conciliano con la narrazione più o meno ufficiale fondata sui “lazzari” che per caso si sono trovati dalla parte giusta» (pp. 184-185).
Siamo dunque di fronte a una meritoria opera di scavo e di restituzione alla memoria (e alla storia) di vite spesso dimenticate o addirittura sconosciute: in questo senso è utile anche l’appendice (pp. 285-327) con le note biografiche sugli antifascisti e i combattenti citati nel testo.
Giovanni Scirocco

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Mi permetto sommessamente di consigliare la lettura di questo libro sulle 4 Giornate di Napoli a firma Giuseppe Aragno. Un lavoro che finalmente rende giustizia a una delle pagine più importanti e meravigliose della lotta partigiana al nazifascismo. Non una rivolta incolore o peggio “tricolore” di scugnizzi mossi solo dalla miseria come vuole la storiografia ufficiale (anche e soprattutto togliattiana), ma una insurrezione popolare guidata dai migliori quadri comunisti (che per lo più diedero poi vita alla scissione di Montesanto), anarchici e socialisti. Assieme a “Fedeli alla classe” di Francesco Giliani, sono i due migliori lavori su una pagina della storia del movimento operaio, quella della resistenza al sud, volutamente dimenticata o vilmente contraffatta dagli storiografi ufficiali di partito. Avvenimenti che se raccontati mettono in discussione uno degli argomenti più usati dai vertici del PCI dell’epoca per giustificare la propria scelta (imposta dagli accordi di Yalta) di non fare la rivoluzione e non portare il proletariato in armi al potere. Ovvero una fantomatica arretratezza politica del Sud rispetto al Nord.

Paolo Brini

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Antifascista recensione 4 giornate

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Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

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