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Posts Tagged ‘Corte Costituzionale’

incuboSulla «Buona scuola» di Renzi e sulla legittimità della legge che l’ha imposta al Paese che si opponeva, non si è andati molto più in là di giudizi «tecnici» rispettabilissimi, ma centrati su aspetti singoli del provvedimento. Valga, per tutti, quello autorevole e ben fondato del giudice Imposimato, per il quale una sentenza della Corte Costituzionale ha già bocciato per l’arbitrarietà dei criteri di selezione del personale nell’amministrazione Pubblica un esperimento di chiamata diretta da parte dei presidi voluto dalla regione Lombardia, .
Giorni fa, tuttavia, e non è certo un caso, su “Fuoriregistro“, rivista on line della scuola militante che una storia ce l’ha, Enrico Maranzana ha posto il problema in termini più generali, dimostrando quale profonda ferita abbia procurato Renzi non alla scuola, ma alla legalità repubblicana. L’ha fatto con la penna lucida, caratteristica della parte migliore del mondo della formazione, e con lo «sguardo lungo» d’una rivista che non ha mai cantato nel coro.
Come l’Esecutivo dovrebbe ben sapere, ha osservato, infatti, Maranzana, «l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Non si tratta dell’invenzione estemporanea di un astuto avversario di Renzi; siamo di fronte all’articolo 76 della Costituzione, che superò le fondate riserve di quanti vedevano nella «delega» una menomazione del prestigio delle Camere, solo quando, dopo un’accesa discussione, si giunse a un accordo sulla formula del «tempo limitato». In altri termini, quando si decise che in tema di deleghe la Costituzione imponesse al Governo due limiti insormontabili: il rispetto dei tempi e dei criteri previsti e il principio per cui la firma del Presidente della Repubblica sulla legge che ne deriva esaurisce il valore della delega accordata. Così stando le cose, annota Maranzana, «la legge 107/2015 infrange tale principio», perché dichiara esplicitamente che la sua ragione d’essere è una legge delega: «La presente legge», scrivono infatti gli estensori, con singolare improntitudine, «dà piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche di cui all’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni». Essa non si propone, però, di dar vita a un «sistema educativo di istruzione e formazione» come volle la legge 53/2003, ma ad un «sistema nazionale di istruzione e formazione».
Cosa si nasconda dietro lo stravolgimento dei limiti costituzionali di ogni «legge delega» e l’inaccettabile formula delle «successive modificazioni» non è facile dire, ma ancora più difficile è capire quali siano i valori morali che ispirano l’azione politica di un Governo capace d’ignorare un dato incontrovertibile: la legge cui fa riferimento, firmata da Bassanini, non rimase lettera morta, ma consentì a Luigi Berlinguer di ottenere la promulgazione del DPR 275/99 che, di conseguenza, estinse l’efficacia della delega che il governo arbitrariamente resuscita, restituendole una falsa legittimità.
Come abbia potuto firmare un simile sconcio, il Presidente Mattarella è un mistero glorioso; sta di fatto, però, che il tema della «legittimità» domina ormai la vita politica di un Paese nel quale invano la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale da cui sono nate le Camere; le stesse che oggi «riformano» la Carta costituzionale, benché prive di una sia pur minima legittimità etica e politica. Quelle Camere – va ricordato – i cui componenti, nella inedita veste di «grandi elettori» che nessuno ha eletto, ci hanno regalato un Presidente della Repubblica che, firmando la legge sulla scuola, di tutto si è preoccupato, tranne che della sua legittimità rispetto alla libertà d’insegnamento, ai limiti imposti ai poteri dell’Esecutivo e alle regole che fissano i criteri d’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni.
A bene vedere, perciò, la domanda che, in ultima analisi, «Fuoriregistro» pone al Paese, non riguarda la scuola, ma la legalità repubblicana: come si impone la legittima sovranità popolare all’arbitrio di un Governo sempre più illegittimo?

Fuoriregistro, 2 agosto 2015; Il Manifesto, 8 agosto 2015

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Bomba d'acqua su Pisa (Stefano Degl'Innocenti)Il paese è migliore di quanto mostri il surreale duello quotidiano tra  «rottamatori» di Renzi e «rottamati» di Bersani. La scuola, per far riferimento a un pilastro fondante della società che Renzi crede di poter distruggere impunemente, è molto meno rassegnata di quanto si pensi. Basta conoscerla per sentire il fremito che muove l’aria nelle aule cadenti. E non è questione di precari, di sacrosanta amarezza per il lavoro promesso e negato, di salari, ferie o problemi per cui è facile tirare in ballo l’egoismo corporativo e i gufi conservatori. E’ ben altro: uno stato febbrile di coscienze allarmate, un’inquietudine profonda che coinvolge docenti «garantiti», personale amministrativo, studenti e famiglie più consapevoli. Chi ha memoria ricorda l’indignazione sorda, crescente e inascoltata che annunciò l’esplosione inattesa per il «concorsaccio da sei milioni» e segnò la fine di Luigi Berlinguer.
E’ vero, a quei tempi il governo non poteva contare sulla macchina da guerra che spiana la via a Renzi, ma non è meno vero che Berlinguer non si era spinto al punto da bocciare sprezzantemente una legge d’iniziativa popolare nata dall’impegno di intelligenze acute e dalla passione competente della scuola militante. Non c’è anestetico in grado di cancellare il dolore per la violenta coltellata inferta alla scuola e alla democrazia da un governo geneticamente debole, come quello di Renzi, sfiduciato alla nascita da una sentenza della Corte Costituzionale che delegittima politicamente e moralmente questo Parlamento di figuranti.
Le manifestazioni si annunciano a catena Gli argini reggeranno? Se il fiume carsico che diventa sempre più impetuoso troverà sbocco nello sciopero del 12 maggio, che minaccia di far saltare le prove Invalsi e mettere insieme i docenti, gli studenti, i genitori più consapevoli, la Cgil e il sindacalismo di base, gli argini salteranno e faranno strada a una bomba d’acqua simile a quella che travolse Berlinguer.
Benché blindata, la malaccorta consultazione sulla «Buona Scuola», voluta dal governo per dare una mano di vernice democratica a un’operazione profondamente reazionaria, non solo è naufragata pietosamente, ma si è trasformata in un boomerang micidiale, animando un’opposizione motivata e competente, che non lascia spazi ai twitter. E’ accaduto di tutto: più di duecento mozioni contrarie cestinate con infinita arroganza, l’inevitabile protesta repressa a colpi di polizia e soprattutto, inattesa, la resurrezione di Comitati agguerriti a sostegno di una Legge di iniziativa popolare che, sottoscritta da centomila cittadini è diventata un’alternativa concreta alle proposte inaccettabili del governo. Un’alternativa sprezzantemente respinta pochi giorni fa, in sede referente, da Commissioni Parlamentari formate da illustri sconosciuti che nessuno ha mai eletto. La sfida ha i connotati dell’oltraggio ed è resa più grave dai contenuti del disegno governativo che, tra annunci da venditori di tappeti e imbarazzanti rinvii, è più insolente e liberticida di quella «Legge Aprea», bloccata nel 2011 da una mobilitazione forte e corale.
In spregio della Costituzione, il governo stavolta va ben oltre la fallita sortita berlusconiana. Se la legge Aprea assegnava al dirigente scolastico potestà di chiamata diretta dei docenti, Renzi va oltre, attribuendo ai capi d’Istituito il potere di licenziare i docenti a proprio  esclusivo giudizio, anche per il mancato superamento dell’anno di prova. Se Aprea spalancava le porte della scuola ai privati e alle imprese, introducendoli nei consigli d’Istituto, Renzi, con scelta scellerata, assegna ai Dirigenti Scolastici il potere di gestire da soli e direttamente i rapporti con le forze economiche territoriali, pronte a condizionare la formazione e l’istruzione, a fare della Scuola un mercato che sdogani il lavoro minorile e al nero e offra alle imprese manodopera abbondante, gratuita e senza tutela. In una sorta di delirio di onnipotenza, Renzi, chiede per sé qualcosa come 13 deleghe, compresa quella di ispirazione fascista che dice di riformare – ma di fatto sopprime – gli Organi Collegiali.
Questa la portata dell’attacco, che non è rivolto ai docenti, come lascia strumentalmente credere il complice circo mediatico, dopo l’oscena campagna sui «fannulloni». E’ una sfida violenta, che mira a colpire le Istituzioni democratiche del paese, di cui, piaccia o no, la scuola è trave portante. D’altra parte, Renzi non ha scelta: nega la funzione costituzionale della Scuola perché la Costituzione è il principale ostacolo alla realizzazione del suo progetto reazionario e non basta stravolgerla nelle aule del Parlamento: va sradicata dalle aule scolastiche in cui si formano i cittadini, potenziali nemici di Renzi finché non saranno ridotti a bestiame votante. Di qui l’attacco alle pari opportunità, di qui le scuole di diverso livello e le risorse iniquamente distribuite.
In quanto ai docenti, non c’è dubbio: per piegare il Paese, occorre piegarne la resistenza, per debole che possa apparire. Si spiega così la scelta di creare albi regionali, abolire la titolarità di cattedra per gli insegnanti di ruolo, qualora siano costretti a ricorrere alla mobilità territoriale o professionale, e costringerli all’inferno del precariato; si spiegano così il lavoro decontrattualizzato, le valutazioni arbitrarie, affidate alla via scivolosa dei test Invalsi, frutto velenoso dell’intrusione di Confindustria nella didattica, e infine la soppressione della libertà d’insegnamento, che l’articolo 33 della Costituzione tutela, in quanto primo confine tra democrazia e regimi autoritari. Il ricatto ai precari, che l’Europa ci impone di immettere in ruolo e Renzi recluta solo a condizione che accettino la mobilità selvaggia e il demansionamento, insegnando materie per cui non sono abilitati, la distruzione della collegialità, con le diverse componenti della Scuola escluse dalla costruzione del progetto formativo, sono il prezzo che Renzi paga ai suoi sponsor: i padroni, che pretendono una scuola classista, che sia fabbrica di sfruttati e di rassegnati soldatini del capitale.
Se non trova un freno immediato, questa è la cifra reale della scuola di Renzi: non più la preziosa fucina socratica della coscienza critica, ma l’anticamera di un ufficio di collocamento.

Fuoriregistro, 17 aprile 2015 e Agoravox, 18 aprile 2015

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imagesE’ passato ormai un anno da quando la Corte Costituzionale ha messo al bando la legge elettorale da cui è nato il Parlamento in carica. Un anno da quando entrambi i punti sottoposti alla verifica di costituzionalità sono stati dichiarati contrari alla legalità repubblicana: il premio di maggioranza e l’abolizione del voto di preferenze. Da più di anno, però, con l’attiva collaborazione del Quirinale, Palazzo Madama e Montecitorio ignorano la sentenza, tutto è ancora com’era e l’ago della bilancia della vita politica italiana è il patto del Nazareno, un accordo privato sottoscritto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e da un pregiudicato, espulso dal Senato e privato dei diritti politici. In questa condizione, sperare del bene o temere peggioramenti solo perché, voltando pagina al calendario, un numero cambia e ci dice che un anno se n’è andato, è un’innocente finzione che alimenta pericolose illusioni. Quando per noi non decidono il caso, gli accidenti maligni e le insperate fortune, il futuro, figlio del passato, è in mano al presente. Il calendario non c’entra.
Potremo farci tutti gli auguri che vogliamo, sognare a occhi aperti tempi migliori e cambiamenti radicali, nulla cambierà se non sapremo dire a chiare lettere e tutti assieme, in una manifestazione pubblica di radicale dissenso, che avanti così non è più possibile andare. Non cambierà nulla, se non denunceremo con forza il crimine che si sta commettendo contro la Costituzione e contro i diritti che garantisce, se non diremo che non ci stiamo, che non siamo più disposti a subire passivamente. La tragedia della nostra democrazia è sotto gli occhi di tutti e siamo in milioni a pagarne l’inaccettabile prezzo: lavoratori, pensionati, precari e soprattutto le giovani generazioni cui si nega un futuro dignitoso. Stiamo subendo una violenza inaudita. Un Parlamento nato da una legge incostituzionale tiene in piedi a colpi di fiducia un governo automaticamente privo di legittimo morale e politica, che sta cambiando le regole del gioco, grazie a un accordo più o meno segreto con un uomo condannato in via definitiva a quattro anni di galera per gravi reati contro lo Stato. E’ come se una banda di ladri, colta con le mani nel sacco in flagranza di reato, invece di finire davanti ai giudici, si arrogasse il diritto di cancellare il furto dal codice penale.
In questo clima di violenza ci avviamo al 2015. La «legalità» formale, di cui si riempiono ogni giorno la bocca gli uomini che ne calpestano la sostanza, è l’arma con la quale i ceti padronali schiacciano i lavoratori e cancellano diritti che sono costati sacrifici e sangue. Non sarà voltando pagina a un calendario che eviteremo lo sfruttamento feroce dell’uomo sull’uomo, i processi e la galera per i dissidenti, i morti sul lavoro, le scandalose sentenze che assolvono i padroni, le manipolazioni dell’opinione pubblica e la facoltà concessa agli imprenditori di licenziare chiunque si opponga a questo disegno criminale o provi a difendersi dallo sfruttamento. La via elettorale è in mano a un governo illegittimo: quando ci manderanno a votare non cambierà nulla, perché in cantiere c’è una legge elettorale più illegale di quella cancellata dalla Consulta e l’opposizione sociale, colpita pesantemente in piazza dalle forze dell’ordine e dal codice Rocco, è sotto scacco.
Che fare?
Auguriamoci tutto il bene possibile, ma diciamoci chiaro che il solo bene in cui possiamo sperare è quello che conquisteremo difendendoci dal male che ci stanno facendo. Diciamoci pure che non staremo mai bene, finché non starà male chi male ci fa. Augurarsi un buon anno, quindi, per chi subisce i colpi del governo illegittimo dei padroni, può voler dire solo giurare che l’anno nuovo sarà nero per Renzi e la sua banda, perché ogni piazza sarà una trincea della giustizia sociale.

Da Fuoriregistro, 30 dicembre 2014 e Agoravox, 31 dicembre 2014

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MCj03002590000[1]Di mestiere faccio lo storico e ho fondati motivi per non chiamarla senatrice, signora Saggese. Lei non è stata eletta, ma “nominata” e siede in Senato grazie a una legge elettorale che farebbe arrossire persino il fascista Acerbo. Una legge incostituzionale, che stravolge l’esito del voto e altera gli equilibri democratici. Non si tratta di una mia opinione. Lo afferma la Consulta in una sentenza inappellabile che dovrebbe conoscere. Se non lo sa, si informi, poi spieghi a se stessa, prima ancora che ad altri, com’è che l’incomprensibile severità adottata nei confronti di Luigi De Magistris, non vale per lei e non la induce a dimettersi.
Nonostante le sua condizione sia in così grave contrasto con la correttezza istituzionale, lei non rinuncia al suo seggio al Senato, ma chiede il divieto di dimora per il sindaco di Napoli. Non so chi, tra malaccorti compagni di partito o collaboratori, le abbia consigliato scelte così oltraggiose per quel tanto di democrazia che ancora sopravvive nell’Italia d’oggi, ma accetti un consiglio: s’informi e corra ai ripari.
Nemmeno il codice fascista di Alfredo Rocco, che lei si tiene caro, mentre tenta di cambiare la Costituzione antifascista, prevede la misura che domanda per De Magistris, condannato in primo grado per un presunto abuso d’ufficio; se la prevedesse, del resto, farebbe i conti con l’evidente violazione di un diritto fondamentale del cittadino, che l’articolo 27 della Costituzione sancisce esplicitamente, senza consentire dubbi o interpretazioni di parte: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
I fascisti pensavano che “il divieto di soggiornare in uno o più comuni o in una o più Provincie” si potesse imporre “al colpevole di un un delitto contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero di un delitto commesso per motivi politici”. Questa discutibile idea di legalità, che la repubblica eredita dal regime di Mussolini, non può essere applicata al sindaco di Napoli, che non solo è a tutti gli effetti innocente, ma non è accusato di reati di natura politica, né di delitti commessi contro l’ordine pubblico e la personalità dello Stato. E’ vero, oltre questi crimini, Rocco individua un reato senza nome, per sua natura vago e impalpabile, “occasionato da particolari condizioni sociali o morali esistenti in un determinato luogo”; un reato che mira soprattutto a colpire i cosiddetti “sovversivi” e che nulla ha da spartire col caso De Magistris.
Forse non gliel’hanno detto o forse preferisce ignorarlo, non so; sta di fatto, però, che le “leggi fascistissime” del 1926 e il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato non esistono più, quindi lei va addirittura oltre la concezione fascista della repressione politica e, presa da un soprassalto di furia reazionaria, non solo vuole estendere a un cittadino innocente i provvedimenti che Rocco riserva a quelli colpevoli, ma gli attribuisce reati dei quali non è stato accusato. Un cittadino, badi bene, che rappresenta le Istituzioni e che, con tutta probabilità, ha un solo terribile torto: costituisce un ostacolo serio tra i quattrini che arrivano in città e la tradizionale e appetitosa “spartizione della torta”. La sua richiesta, quindi, non solo aiuta a capire in quali mani siamo finiti, ma rende chiari i termini dello scontro in atto tra la parte sana della città di Napoli e il mondo di cui il governo Renzi, che non a caso si regge grazie al consenso della peggiore destra d’Europa, si è reso garante. Uno scontro che di politico non ha più nulla e vede in campo, attestati in trincee contrapposte, da un lato i rappresentanti di interessi oscuri che, complice il suo partito, stanno distruggendo la democrazia, dall’altro una città che rifiuta di fare da cavia per il secondo esperimento autoritario della nostra storia.

Uscito su Agoravox l’8 ottobre 2014 e su Contropiano l’11 ottobre 2014

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651px-Barricate_di_Parma,_l'erezione_in_via_BixioSpero di sbagliare, ma mi pare innegabile. Qui da noi oggi, senza un punto di riferimento e senza un progetto politico di sinistra fondato sulla solidarietà e il conflitto tra le classi, più che scoppiare una rivoluzione, potrebbe consolidarsi la morsa micidiale attorno ai lavoratori e alla povera gente. E’ come se si stesse tentando una sorta di esperimento. La piazza è in mano all’estrema destra e da sinistra non c’è alcuna reazione né minacciata, né pensata. Le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro mi pare tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non vedo in lontananza Arditi del popolo o masse lavoratrici pronte a reagire, ma gruppi più o meno alternativi che si mescolano alla piccola borghesia in quella che non è nemmeno un’alleanza meditata, ma una sorta di unione di fatto senza un progetto politico condiviso. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento dell’assetto politoco repubblicano, dell’assenza totale dal campo di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione a qualunque costo. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo.
Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita. La piazza è in mano all’estrema destra, le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro è tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non si vedono in lontananza Arditi del popolo o masse pronte a reagire. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento della repubblica, dell’assenza totale di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo. Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita.
Siamo di fronte a qualcosa di inquietante che ci riguarda molto da vicino. Sono in corso arresti in Piemonte tra i No Tav e retate sono pronte a scattare in molte regioni del Paese. Si gioca col fuoco e forse sarebbe ora di provare a capire come evitare una scottatura di terzo grado.
D’accordo, ci sono le smentite, ma lo ha detto chiaramente stasera un “moderato” prudente come Mentana a TG la Sette stasera e lo ha riferito “Repubblica”, anche se poi la notizia dal sito è sparita. Non vedo perché dubitarne. C’è solo da preoccuparsi e riflettere, tanto più che Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, conferma l’interpretazione del gesto come “segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna” contro “i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Dubbi? Ecco quel pensa Felice Romano. Basta cliccare e leggere per capire: “Forconi: plauso ai colleghi e monito alla politica“.

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berlusconi-e-napolitanoE’ ufficiale: i soli, autentici clandestini che popolano il bel paese sono i deputati e i senatori che bivaccano alla maniera fascista nelle grigie e sempre più sorde aule parlamentari. Tra loro, vagolano sfaccendati, in conto spese a pensionati e lavoratori molti disonorevoli che, già abusivi, nel 2009 approvarono col “pacchetto sicurezza”, l’ignominia che rese la clandestinità un reato.
Meno di due anni fa, a gennaio del 2012, quando la Consulta bocciò i quesiti referendari contro la legge elettorale che oggi “scopre” incostituzionale, Antonio Di Pietro lo disse senza mezze parole: “si sta facendo scempio della democrazia, manca solo l’olio di ricino”. Napolitano, garante di una Costituzione che, a giudicare dai fatti, non ha mai letto con la dovuta attenzione, non ci pensò due volte e, loquace oltre misura, si affrettò a sentenziare, acido e malaccorto: “affermazioni volgari e scorrette”. Contro l’uomo di “mani pulite” si scatenò immediata la canea dei leccapiedi, il fuoco vendicativo di pennivendoli, velinari e servi di chi le mani le ha sempre avute sporche e in quattro e quattr’otto l’ex magistrato fu fatto fuori col “metodo Boffo”. Non è bastato, però. Dove fossero la volgarità a la scorrettezza oggi Napolitano – unico Presidente rieletto nella storia della Repubblica – non può più far finta d’ignorarlo. In un impeto di ritrovata lucidità, infatti, gliel’ha spiegato a chiare lettere e senza tema di smentite, quella Corte Costituzionale che due anni fa s’era tirata indietro, sperando che la banda degli abusivi modificasse la situazione di grave illegittimità.
In attesa che gli azzeccagarbugli dei partiti inventino un nuovo imbroglio, la rediviva Consulta vive nel terrore e spera ardentemente che, sulle ali dell’entusiasmo, non ci sia chi la interroghi anche sui “Saggi”, sulla modifica dell’articolo 138 e sulla legittima potestà del Parlamento a intervenire in tema di compravendita di armi, che Napolitano ritiene affare privato del Consiglio di Difesa da lui presieduto. Il terremoto, è evidente, assumerebbe i connotati della catastrofe e nemmeno un’armata di azzeccagarbugli e scafati scartiloffisti tirerebbe fuori dal fango in cui affondano le Istituzioni e i comitati d’affari che si fanno chiamare partiti.
La stampa di regime prende ovviamente tempo, si sforza di trasformare la tragedia in farsa e ridurre la vicenda a scontro tra tifosi. E’ il gioco delle parti: chi invoca il “tutti a casa subito, qui sono illegittime nomine, leggi varate e enrico_letta_angelino_alfano
atti compiuti”, chi si veste di moderazione, monta in cattedra e contesta gli “estremisti” che, con ottime ragioni morali, chiedono di punto in bianco l’epurazione e una Repubblica decapitata, senza Capo dello Stato, senza Governo e senza Parlamento,. con cariche vacanti per tutte le funzioni pubbliche da queste derivate. Chiacchiere, naturalmente, utili a gettare acqua sul fuoco della rabbia, incanalandola negli argini di polemiche puramente accademiche su vedute giurisprudenziali e sentenze poco chiare sulla disapplicazione della legge quando essa derivi dalla patente illegittimità di chi la emana. Tutti pensano che che si dovrebbe, ma al momento non c’è chi sappia sa se sia possibile, come assicura il “Fatto Quotidiano”, mettere in discussione le spese oltraggiose per i cacciabombardieri e sostenere l’illegittimità di Equitalia, dell’usura di Stato e delle leggi Fornero su pensioni e Statuto dei Lavoratori. Per non parlare del pareggio di bilancio in Costituzione. A meno di voler mettere mano alle armi, non si farà; sarà tutt’al più compito di un Parlamento legittimo, eletto e non nominato; in quanto a Napolitano, il senso dello Stato è come il coraggio, se non ce l’hai non c’è chi te lo possa prestare. L’avesse, non aspetterebbe le decisioni del nuovo Parlamento per liberare il Paese di una ingombrante presenza.
C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dei popoli ed è un dato di fatto a dir poco inconfutabile: se Parlamento, governo e alte cariche dello Stato proveranno a insistere sulla legittimità di questa sorta di Camera dei Fasci e delle Corporazioni a modificare le regole del gioco, tentando di cambiare la Costituzione con la scusa delle riforme istituzionali, non ci sono dubbi: la sfida al Paese si potrebbe trasformare in un’avventura pericolosa. E, per favore, nessuno tiri in ballo i cattivi maestri e l’incitamento alla ribellione: la violenza è nei fatti, lampante, inaccettabile e per molti versi anche sanguinosa. Proviene da un potere illegittimamente costituito che prima sgombrerà il campo e meglio sarà; tutto ciò che è consentito ai disonorevoli clandestini è di approvare una legge proporzionale, restituire la parola al popolo sovrano e togliere definitivamente il disturbo. Eventuali riflessioni sui temi della governabilità, del governo e della governance, risulterebbero oltraggiose quanto e più del sistema di voto proposto dagli aristocratici nella sala della Pallacorda. E allora sì, allora nessuno si potrebbe dire certo di salvare la Bastiglia.

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Con la sentenza n. 41 del 09/02/2011, la Consulta ha dichiarato che impedire ai precari della scuola di trasferirsi in altra Provincia, conservando il loro punteggio, è incostituzionale. E’ una notizia confortante, che ancora una volta dimostra, come da tempo il governo provi a trasformare l’arbitrio in norma, sicché ciò che assume valore di legge è sistematicamente ingiusto. Naturalmente la sentenza è una vittoria di chi si oppone, ma induce anche a riflessioni amare.

Non avevano e non hanno torto gli studenti a contrastare come si poteva e si può, con tenacia e coraggio, la “riforma” Gelmini. Non avevano torto, ma erano e sono soli e non ce la faranno: è mancato e manca il sostegno dei docenti e dei genitori. All’Università ci stanno ancora provando, nel silenzio della stampa e nell’irritato fastidio degli insegnanti, impedendo ai Senati accademici di approvare gli Statuti. Sogni di ragazzi? Pratiche “sovversive“? La Corte Costituzionale con la sua sentenza dice che non è così. L’intera struttura formativa del progetto governativo è evidentemente debole e incostituzionale nella sua stessa “filosofia“. Bisognerebbe, quindi, “pensare” una strategia di attacco complessivo in piazza, nelle aule e nei tribunali. Ma chi dovrebbe farlo?

Umberto Eco, nei giorni scorsi, attaccando Berlusconi, ha fatto cenno all’onore dei docenti, ricordando gli undici – ma erano dodici per la precisione – che non giurarono fedeltà al fascismo. Avrebbero, a suo modo di vedere, salvato l’onore della categoria. Con il rispetto che si deve a un uomo di grandissimo valore, è vero il contrario. Quella sparuta pattuglia di coraggiosi mostrò al mondo il disonore di una categoria.

Si parla molto, forse troppo, di “cultura della legalità“. Nulla da dire. Non sarebbe male, però, se si provasse anche a riflettere sulla differenza profonda che c’è tra “legalità” e giustizia. Non sono sinonimi e non è scontato che ciò ch’è legale sia giusto. Le sentenze fasciste che incarcerano Pertini e Gramsci erano perfettamente legali e profondamente ingiuste.

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E’ uscito su “Fuoriregistro” tempo fa. Non è “fresco di stampa” ma potrebbe “rinfrescarci” la memoria. Nessuno la pronuncia più l’orribile parola: “bipartisan”. Pare non sia esistita e non trovi un cane disposto a riproporla. Eppure, fino a poco tempo fa, l’uso sfiorava l’abuso e c’era l’inflazione. Nel clima torbido da “resa dei conti”, tra congiure di palazzo, dossier e verità mediatiche, ognuno può presentarsi come meglio crede e molti sono i “vecchi” che si dicono “nuovi” e “duri” e “puri”… Andiamoci cauti, quantomeno. E vigiliamo. Il cenno sarà improprio, ma un senso ce l’ha. Il fascista Gaetano Azzariti, uno che fu Presidente del Tribunale della razza, scrisse con Togliatti la legge sull’epurazione dei suoi camerati e, dulcis in fundo, divenne poi Presidente della Corte Costituzionale! Quanti Azzariti si stanno sistemando tra padri e padrini della “Terza repubblica”? E c’è chi ricordi che i genitori “nobili” dell’ignobile lavoro della Gelmini sono stati tutti democraticissimi come Berlinguer e Fioroni. Dove sono? Che fanno? Non è che in tanta smania di “rinnovamento”, ce li ritroviamo di nuovo ministri?

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Le piaccia o meno, ministro Gelmini, a sentirla parlare è facile capirlo: lei s’è formata nella nostra scuola, ha respirato l’aria che abbiamo respirato, ha pregi e limiti dei nostri studenti e può capitare: lei sbaglia bersaglio. Dietro le sue ragioni, dietro la novità del maestro unico, la riscoperta delle miracolose virtù terapeutiche del grembiulino, dietro la favola della meritocrazia, non ci sono, come forse lei crede davvero, i quarant’anni che ci separano dal Sessantotto, ma i vent’anni che dalla sua adolescenza scivolano in malo modo sino a noi e ci precipitano addosso come una valanga.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, la ragione con cui spiega le sue ragioni le dà torto: non è stato il Sessantotto a rovinare la scuola, ma ciò che di oscuro gli si è contrapposto in un Paese che lei ha trovato libero nascendo e il governo di cui fa parte pensa di asservire.
Le piaccia o meno, ministro Gelmini, il progetto che intende realizzare non è suo. Lei chiude un cerchio aperto da altri negli anni della sua prima giovinezza. Dietro di lei ci sono l’autonomia scolastica e le mille deroghe alle norme un tempo vigenti in materia di contabilità dello Stato; dietro di lei ci sono le funzioni vitali dell’Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione affidate a istituzioni scolastiche ferite a morte da quella feroce ristrutturazione aziendale che furono i “piani di dimensionamento“.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, dietro di lei, che forse non ricorda, ci sono la flessibilità, i criteri puramente aziendali di ottimizzazione delle risorse umane, la privatizzazione dei rapporti di lavoro, l’inflazione di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi, la subordinazione delle istanze formative a quelle della Confindustria e del mercato del lavoro, un bilancio che tiene più in conto i cannoni che le scuole, i capi d’Istituto svincolati dalla didattica, lo scempio delle risorse economiche trasferite dal pubblico al privato, la mortificazione retributiva e la precarizzazione del personale docente.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, lei giunge a governare istituzioni scolastiche brutalmente sacrificate a cieche ragioni di bilancio e poste di fronte a una feroce alternativa: sopravvivere, a danno della “concorrenza” in una lotta senza quartiere per la difesa dei “requisiti dimensionali“, o perire sull’altare del risanamento di una spesa pubblica che continua ad accollarsi i costi inaccettabili della politica e i debiti e le disfunzioni di un capitalismo straccione. Un capitalismo malato, tanto più avido e parassita, quanto più apparentemente vittorioso dopo il crollo del muro di Berlino e la bancarotta della sinistra passata armi e bagagli nel campo delle destre. Il suo campo, Ministro.

Le piaccia o no, dietro di lei, ministro Gelmini, ci sono l’effimero trionfo della legge del profitto e il mito dell’età dell’oro, che avrebbe dovuto segnare la vittoria del “bene borghese” sul “male socialista“.

Questa è la storia. E lei lo sa, la storia non finisce. Le piaccia o meno, la storia siamo noi.

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di quella “Roma ladrona” da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992 e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, quest’uomo, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno e con discutibile coerenza – per dirla com’è senza badare alla forma – continua a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono anche capire: l’ei s’è illuso.
Un governo formato da ministri evanescenti, l’acquiescenza dell’opposizione, un Parlamento costruito su misura da una legge elettorale liberticida, un Presidente della Repubblica che non ha la tempra del combattente, il dominio pressoché incontrastato su giornali e televisioni, il momentaneo consenso di larghi strati della popolazione, stanca della politica e intossicata dalla spazzatura televisiva: ce n’era a sufficienza per ritenere di avere in pugno il Paese. Ci ha creduto, dott. Berlusconi e per mesi non s’è accorto che, ingannando la gente, lei ingannava se stesso. “Qualunque grandezza – insegna Montesquieu – qualunque forza, qualunque potenza è relativa. Bisogna far ben attenzione che cercando d’aumentare la grandezza reale non si diminuisca la grandezza relativa“.
Mi creda, dott. Berlusconi, la mediocrità di cui si circondano i capi assoluti sfalsa irrimediabilmente la realtà e, vecchio com’è, per quanto messo a nuovo più volte dai miliardi spesi in plastica e chirurghi, lei s’è trovato a far i conti col rapporto difficile che alla sua età si instaura spesso tra miopia e presbiopia; tutto le si è così confuso davanti, quando ha provato a guardare da vicino, e poco o nulla ha potuto vedere quando gli occhi hanno cercato la verità complessiva oltre la punta del suo naso. Ubriacato dall’ubriacatura del Paese, fuorviato dalle veline abilmente confezionate per Vespa e compagni, lei ha cominciato a credere che l’Italia fosse davvero quella che le raccontano Bondi e Cicchitto.
Quando la verità, che nulla ha da spartire coi sondaggi, è venuta a bussare fino ad Arcore, dove ha sede la repubblica dei sogni, il risveglio è stato terribilmente brusco: i giudici, che credeva schiacciati dalle intemerate del suo Alfano, sono in rivolta e la Corte Costituzionale ha buttato giù in un sol colpo il castello di carta che doveva sottrarla al legittimo giudizio della Magistratura. Il tremito che da un po’ le agita impercettibile la mano, ha avuto episodi convulsi e un’ansia senza nome ha preso a divorarla. Come non bastasse, tesori di deferenza e miracoli fiscali assicurati alla Chiesa non sono bastati a piegare i cattolici militanti e invano il papa tedesco ha sconfessato la sua stessa stampa. Come un tarlo micidiale che scava e rode senza mai fermarsi, “Famiglia Cristiana” è giunta ad evocare il fantasma di quel fascismo che l’otto settembre Ignazio La Russa, uno che di Istituzioni Repubblicane capisce quanto lei – ha portato sugli scudi sino al Milite Ignoto.
Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono davvero capire e ci sono giorni in cui fa persino pena vederla recitare, come un disco incantato, la cantilena dei comunisti che le fanno la guerra. E’ vero, Bondi e Cicchitto continuano a raccontarle un’Italia che esiste solo nei suoi sogni e, tuttavia, più il tempo passa, più tutto diventa un incubo e i comunisti che si era inventati crescono come funghi, sembrano in ogni dove e più la sua polizia li manganella, più il Paese si scuote.
Consigliato male da uomini d’azienda, eroi da burletta abituati ad esercitare potere senza contraddittorio, a vincere col ricatto del licenziamento una guerra che non combattono mai, lei s’è avventurato su un campo minato e, ad ogni passo che muove, dentro le cresce la paura. Trema ogni giorno di più, presa da un’ira impotente, la sua bella voce padronale e invano Feltri e Belpietro intossicano l’aria. Lei non può non vederle le piazze, le famiglie, gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori, i precari, in una parola il Paese vero, che si levano sdegnati dalla Sicilia alle Alpi, emergono dal suo difficile rapporto tra miopia e presbiopia, tagliano a fette la nebbia dei sogni di Bondi e Cicchitto e la raggiungono ovunque, la incalzano e le fanno paura. Lei, dott. Berlusconi, pallido, teso, sfida il Paese che pretende di governare e, usando Bossi, suo squallido proconsole, minaccia di ricorrere alla forza. Può farlo signor capo del peggior governo della nostra storia. Nessuno può impedirglielo. E’ un dramma antico quello che lei vive. Antico e tragico. Contro la paura dei diritti rivendicati dalla ragione, ogni anima autoritaria cerca tremando rifugio nella forza. E, tuttavia, più ne fa uso, più suscita coraggio. E più coraggio gli si para avanti, più dentro gli cresce la paura. Faccia, dott. Berlusconi. E’ una condanna che non può evitare. Noi questa storia la conosciamo bene e gliela raccontiamo con poche parole che hanno la forza devastante di un uragano: lei lo sa, non vinceremo subito, ma vinceremo.

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