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Posts Tagged ‘licenziamenti’

Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

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downloadMimmo Mignano lo introduce con poche parole chiarissime a cui non aggiungo una virgola: CHI NON FIRMA E’ SOLO UN SERVO DEI PADRONI

Appello per fermare i lavoratori della Hitachi… di Giuseppe Aragno.

C’è stato un tempo in cui la stabilità del lavoro e la tutela della dignità dei lavoratori davano un senso all’idea che in qualche misura esistesse davvero un modello di “civiltà del lavoro”.
Cancellata ogni tutela, ridotti i lavoratori in condizioni di servitù, precarizzati vita, speranze e futuro di intere generazioni, quella civiltà ha ceduto il posto a una inaccettabile barbarie.
Intollerabile e barbaro è quanto accade alla Hitachi di Napoli, che ha licenziato quattro operai, nonostante il contratto a tempo indeterminato, senza altro motivo, se non l’intento di risparmiare sui salari, assumendo lavoratori interinali.
Nel gioco di scatole cinesi, in cui aziende che producono aziende si spartiscono lavoratori come fossero macchine, ai quattro operai era toccato in sorte un fantomatico corso di formazione a Porto Marghera, in un limbo che annunciava licenziamenti, e si era chiesto di firmare una lettera “volontaria” di dimissioni con la classica formula del “nulla a pretendere” poi dall’azienda. A rendere più odiose e disumane le arbitrarie scelte dell’Hitachi, ci sono le condizioni personali e familiari dei lavoratori, con disabilità fisiche proprie o dei figli. Uno di loro ha addirittura una bambina di pochi mesi con un tumore al cervello.
Con un gesto disperato, ma anche con coraggio e dignità, gli operai hanno rifiutato, sono stati licenziati e hanno incatenato ai cancelli della fabbrica i loro corpi, le loro speranze e il loro futuro.
In questa orribile vicenda tutto sa di vergogna e violenza – le regole violate e la dignità calpestata, nonostante le drammatiche condizioni familiari – e tutto ci ricorda che la “legalità” senza giustizia sociale è solo una volgare prepotenza.
Noi chiediamo all’azienda di tornare sui propri passi, in nome di quanto prescrive la Costituzione della repubblica che, con l’art. 41, impone all’iniziativa economica di svolgersi in piena armonia con l’utilità sociale e di non creare danno alla libertà e alla dignità umana.
Nello stesso tempo, chiediamo con forza alle Autorità politiche nazionali e locali di intervenire, per affiancare i lavoratori, far sentire la loro solidarietà e imporre il rispetto di quella Costituzione che è la migliore eredità della Resistenza.

Primi firmatari

Giuseppe Aragno, storico;
Francesca Fornario, giornalista e autrice satirica;
Marcella Raiola, Diritto e Istituzioni, Università Parthenope e Coord. Docenti Precari NA
Valeria Pinto, Filosofia Teoretica, Università “Federico II” NA.
Alessandro Arienzo, professore di storia delle dottrine politiche, Università Federico II di Napoli
Daniela Padoan, scrittrice
Guido Viale, sociologo
Valeria Parrella, scrittrice
Giuseppe De Marzo, attivista e scrittore, coordinatore della campagna “Miseria Ladra” di Libera
Gianfranco Borrelli, docente Università Federico II di Napoli
Ugo Maria Olivieri, docente Università Federico II di Napoli
Laura Bismuto, consigliera comunale di Napoli
Don Peppino Gambardella, parroco Chiesa S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II di Napoli
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari
Maurizio Acerbo, segretario PRC
Stefano Galieni, responsabile immigrazione PRC
Paolo Ferrero, vice presidente Sinistra Europea
Rosa Rinaldi, PRC
Raffaele Tecce, PRC
Roberta Fantozzi, PRC
Enrico Flamini, PRC
Don Peppino Gambardella, parroco di S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II – Napoli
Alex Zanotelli, missionario comboniano
Nello Niglio, operaio FCA Pomigliano, direttivo FIOM regionale
Claudio Cimmino, musicista
Musicisti indipendenti campani del Collettivo Insorgenza Musicaù
Sandro Pescopagano, responsabile CAF AUTOGESTITO “WIDERSTAND”- VENEZIA-TRIESTE
Andrea Di Paolo, operaio FCA Termoli – SOA Sindacato Operai Autorganizzati
Aldo Castellano, operaio FCA Pomigliano
Luigi DeMagistris, sindaco diNapoli

Per aderire all’appello:
https://appellolavoratorihitachi.wordpress.com/ oppure inviare una mail a: appello.lavoratori.hitachi@gmail.com od un messaggio alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/Appello-Per-i-Lavoratori-della…/

 

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ImmagineE’ un ritornello: la violenza! Che orrore! esclama il padrone, mentre colloca in Borsa i milioni accumulati sfruttando lavoratori. La violenza! Ma che significa violenza? Mettere le mani addosso? Solo questo è violenza? E guardare dall’alto in basso, provocare, umiliare, disprezzare, cos’è? Decidere con un tratto di penna che tu domani mangerai e chi ti sta di fronte morirà di fame, cos’è? Non è violenza? Sconvolgere l’esistenza di 2000 famiglie, ridurre sul lastrico persone che con il loro lavoro e i loro sacrifici ti hanno reso la vita comoda e ricca di agi, non è forse una violenza che istiga alla violenza?
Non sopporto gli ipocriti e odio i saputelli che parlano per parlare, tanto non gli costa niente e fanno bella figura. Questa è la borghesia benpensante: ci sono le regole, ripetono questi galantuomini, ci sono le regole e bisogna accettarle. Lo dicono perché le regole se le sono fatte su misura e non gli costano nulla. Se poi gli si volgono conto, le regole, se per caso il giocattolo s’inceppa, la regola gli sale sui piedi pesantemente e gli calpesta i calli, ecco che tutto cambia. Prima ti chiedono di essere elastico, ti guardano con l’aria furba, ti fanno l’occhiolino e ti ricordano che sì, le regole ci sono, è vero, ma si sa, ogni regola ha le sue eccezioni, poi voilà, con un gioco di prestigio, cancellano la regola che li frega e se ne fanno un’altra che fotte te.
La violenza! Ma cos’è la violenza, che significa violenza?
I miei amici dell’Ex OPG Je so’ pazze che hanno sempre le antenne drizzate e non perdono l’occasione per fare controinformazione, hanno messo in circolazione un video che è girato pochissimo. Consigliano a tutti di vederlo e io sostengo la loro proposta: “sono i momenti precedenti alla fuga dei manager di Air France”, scrivono, e per essere chiari traducono “le parole dell’hostess, davvero toccanti”, anche se, annotano, “non c’è bisogno di sapere il francese per capire cosa ha fatto tanto incazzare i lavoratori: guardate i manager come se la ridono, come non gli rispondono, come sono freddi mentre stanno per firmare una tragedia per 2.000 famiglie!”. Poi la dedica sacrosanta “a tutte le ‘anime belle’ che sono rimaste ‘sconvolte’ dalla ‘violenza’ dei lavoratori (ricordiamo: nemmeno uno schiaffo a questi signori, solo le camicie scippate di dosso)”…
Ecco che dice l’hostess ai manager: “Ci avete chiesto di fare i sacrifici, e noi li abbiamo fatto i sacrifici, noi. Sono 4 anni che i nostri salari sono bloccati. e vi domandiamo oggi di essere gentili e di capire… abbiamo il diritto di dialogare, di parlare?… Non siamo venuti a cercare il conflitto, vi domandiamo solo un dialogo coerente, è tutto. Voi dite di essere trasparenti con i clienti, ma voi siete trasparenti con noi? Bisogna prendere i clienti in considerazione: e noi? E’ normale che apprendiamo dalla stampa quanti di noi salteranno? Secondo voi è normale? E’ considerazione questa? dopo che vi abbiamo portato in alto con il nostro lavoro è così che ci ringraziate? Non è grazie a voi che Air France va bene… non siamo venuti per essere violenti o per mancarvi di rispetto, solo per avere risposte. Per avere il sentimento, l’impressione, di essere presi in considerazione. solo questo. Ma voi nemmeno questo ci potete dare”.
Altro che violenza. La verità è che da troppo tempo lasciamo che regole costruite apposta per fregarci distruggano le nostre vite. Ecco il video: https://www.facebook.com/video.php?v=721287091311290

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I decreti attuativi per il Job Act sono già pronti! C’è uno spirito animale nella vitalità del pupo fiorentino accampato a Palazzo Chigi. Ha il dono dell’ubiquità. Ovunque ti volti, lo trovi. E ovunque la voce chioccia insiste sulla “riforma a costo zero”, lo slogan demenziale che traduce in linguaggio parapolitico le promozioni da supermarket: “compri due e acquisti tre”.
Negli incubi che turbano i sonni del pugnalatore di Letta, Goebbels si presenta forse in compagnia di Giuda? Non è facile saperlo, ma qualcuno gliel’ordinerà ai propagandisti del Minculpop di ripetere ossessivamente l’indecente bugia: il Job Act non prevede licenziamenti discriminatori. Come se esistessero padroni così idioti, da mettere nero su bianco che ti cacciano perché sei omosessuale o sindacalista. Esistono padroni che non vogliono giudici autorizzati a ficcare il naso, questo sì. E il governo dei padroni li accontenta! Esistono imprenditori che chiedono una terra di nessuno in cui si licenzi a piacere e si assuma senza regole e diritti. Lo spirito animale sente il vento e gliela regala. Tutele crescenti ai padroni, ammortizzatori sociali ridotti a un’elemosina,  un sussidio da fame a tempo determinato poi, se non ce la fai, t’appendi a una corda e ti togli dai piedi, che l’elemosina non ce la possiamo permettere. Il cuore della riforma è questo: basta con gli uomini liberi. Sono già pronte per l’uso intere generazioni schiavizzate e i dubbi tormentosi sono solo dei padroni: licenzieranno per difficoltà economiche legate all’azienda, o gli basterà anche solo una contrazione del mercato di riferimento? E gli utili precedenti, i milioni incassati negli anni buoni? Questi sono affari che riguardano i lavoratori? Se licenzio per motivi disciplinari, qualcuno potrà dirmi per caso che è un abuso, perché il lavoratore è stato alle regole?
Dubbi infondati. Il merito principale del Job Act, è il principio che lo ispira: la legge riguarda solo i dipendenti e l’azienda è un museo degli orrori impuniti.
Non so come le chiameranno gli storici domani, queste leggi. So che sono le prove generali di un funerale dei diritti. Si pensa di celebrarlo, dimenticando il sangue versato da chi li ha conquistati, ma la risposta verrà. Non sarà immediata e giungerà certamente dopo un percorso di guerra lungo e doloroso. Nulla v’è al mondo che in eterno duri scrisse qualcuno su un muro di Pompei, davanti alla morte che piombava improvvisa dal vulcano. Le classi lavoratrici hanno a disposizione memoria storica e tradizione di lotte. Occorrerà che tutto si adatti ai tempi nuovi e al livello della sfida, ma chi pensa d’aver vinto sta regalando ai presunti sconfitti un’arma micidiale: la sua ebete convinzione che le ragioni della forza possano prevalere sulla forza della ragione. La storia è la scienza di un tragico errore: in ogni tempo la violenza cieca dei padroni si è illusa di annichilire il coraggio della dignità, ma non c’è mai riuscita.
Non è vero che la storia non si ripete. Nei percorsi della vicenda umana esistono variabili e costanti; chi osserva i fatti senza pregiudizio lo vede chiaro: nel momento stesso in cui si afferma, un regime prende a seminare i germi del suo tracollo. E’ così anche per i barbari che oggi si fanno scudo di un contenitore senza contenuti e lo chiamano “democrazia”.
Pagheranno. Invano, poi, all’ultimo momento, terrorizzati, si appelleranno vigliaccamente ai diritti che hanno cancellato. La storia non fa sconti.

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